Immagine tratta da guamodiscuola.it

 Si sa che il ministro dell’Interno ha l’abitudine di esternare le proprie opinioni su qualsiasi cosa, specie se comportano conseguenze irrilevanti ma d’effetto, le classiche operazioni di facciata.

Parlando a proposito della scuola, si è espresso a favore del ritorno del grembiule alle elementari, perché, a suo dire, attenuerebbe le differenze tra i bambini.

Conoscendo la sua passione per le divise e le sue frequentazioni con gente che si intende dell’argomento, come gli attivisti di Casapound, la sua affermazione non stupisce: l’egualitarismo forzato e apparente è la matrice comune di tutti i pensieri totalitari, non che voglia attribuire al ministro etichette che non gli appartengono: si sa che non pensa.

Ma quello della diseguaglianza è il grande problema taciuto della nostra scuola. E’ sufficiente partecipare a un confronto tra scuole nella stessa città, ad esempio sul bullismo, come mi è capitato qualche giorno fa, per rendersene conto. Le scuole dei quartieri socialmente più elevati hanno tutto: sportello d’ascolto, psicologa, contatti con le agenzie del territorio, dotazioni tecnologiche, perfino dirigenti illuminati. Le scuole di periferia si muovono su altri binari: spesso hanno problemi strutturali irrisolti da anni per l’inerzia di comuni e dirigenti, sportello d’ascolto e psicologi, che servirebbero come il pane, costano troppo, i contatti con le agenzie territoriali sono scarsi, i dirigenti spesso sono reggenti che si occupano solo saltuariamente di quello che accade, la visibilità mediatica di quanto di buono viene fatto è inesistente mentre qualsiasi cosa facciano le scuole dei quartieri migliori trova il suo spazio sui giornali.

Insomma, chi parte avvantaggiato ha di più, chi parte svantaggiato ha di meno e poi ci si stupisce se la scuola non funziona più come ascensore sociale quando non si fa nulla a livello istituzionale per sanare questo divario che è grande all’interno di una singola città e mostruoso quando il confronto si fa tra nord e sud.

Può sembrare naturale: le scuole inserite in un contesto sociale alto saranno frequentate dai rampolli della buona società e, godranno, di riflesso, delle buone relazioni delle famiglie e si sa che le buone relazioni in Italia sono tutto. Così accade che in pieno centro Genova, una scuola goda di privilegi come ad esempio l’organico bloccato, perché dichiarata sperimentale da una quantità di tempo talmente lungo che ormai si può parlare di sperimentazione dell’arco di vita, al contrario le scuole di periferia, per avere organici stabili, devono disputarsi gli alunni con le unghie e con i denti, costringendo gli insegnanti a fare marchette, pardon,
una captatio benevolentiae. con i genitori delle quinte, se preferite un termine più elegante,

Ma di tutto questo il ministro non parla, per lui contano i grembiuli, non attenuare realmente le differenze, non restituire dignità alla scuola, all’istruzione e alla cultura, facendo sì che studiare diventi di nuovo un modo per affrancarsi socialmente.

In questo quadro si inserisce la valutazione degli insegnanti una misera elemosina arbitraria, priva di un qualsiasi quadro normativo, fonte di divisione all’interno delle scuole, semplicemente inutile. Prima di istituire un qualunque sistema di valutazione, normato e chiaro nelle sue linee generali, sarebbe opportuno far partire tutte le scuole dallo stesso punto di partenza, liberarsi dalla retorica dell’eccellenza e dall’esasperazione di una tecnologia fine a sé stessa che serve solo a chi vende a prezzi esorbitanti lim e computer, tornare a concentrarsi sul fare scuola, riprendendo e attualizzando le idee di quei maestri della pedagogia mondiale, Maria Montessori, Danilo Dolci, Mario Lodi, ecc. che abbiamo rinchiuso nel cassetto e dimenticato.

Per non parlare dell’Invalsi, un sistema di controllo demenziale, arbitrario, che non valuta nulla, perché se quel livello di saperi richiesti è facile da raggiungere per scuole del centro, non lo è per quelle di periferia e questo non significa che i ragazzi di periferia siano più stupidì degli altri ma che, nella migliore delle ipotesi, cito il maestro Manzi:” Fanno quel che possono, quel che non possono non fanno” e come tali andrebbero valutati.

Ma di tutto questo non si sogna di parlare il ministro degli interni, che tra l’altro non ne ha titolo, ma neanche il ministro dell’istruzione, la cui ultima esternazione riguarda i compiti per le vacanze, come se un insegnante con vent’anni di scuola alle spalle avesse bisogno di consigli paterni in proposito.

L’apparenza, la facciata, sembra essere la cifra stilistica di questo governo almeno quanto il cambiare tutto per non cambiare nulla (spesso peggiorando) lo è stato del precedente. Chi frequenta queste pagine sa quante volte abbia lanciato strali contro la Buona scuola, il mio non è un discorso ideologico ma di principio: la scuola non interessa a nessuno indipendentemente dal colore politico, se non come facile spot elettorale.

Ovviamente, io non vorrei togliere a chi ha molto per dare a chi non ha, parliamo di scuola, non di tasse, ma dare a tutti lo stesso, occuparsi di ridurre le distanze per poi ripartire su nuove basi.

Indossare un grembiule non rende i bambini tutti uguali, ma farli usufruire in eguale misura del diritto allo studio, sì.

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