Cesare Battisti non è simpatico: è un criminale di infimo livello che è riuscito, furbescamente, a riciclarsi come terrorista e poi a scappare, evitando tutti i processi a suo carico, scrivendo romanzi e prendendo in giro il nostro paese per più di trent’anni. Ha goduto, in tutto questo tempo, di appoggi e complicità, del tutto ingiustificati rispetto all’infima caratura di assassino. E’ stato arrestato grazie a Evo Morales, il presidente di sinistra boliviano, che Salvini preferisce non nominare né ringraziare, forse perché indios o forse perché sente più affine alla propria statura di statista Bolsonaro, uno che ha promesso in campagna elettorale di abolire il reato di stupro e ha avviato, come primo atto di governo, la damnatio memoriae di Paulo Freire, uno dei padri della pedagogia, la lettura della sua  Pedagogia degli oppressi è imprescindibile  per un insegnante.

Battisti è un assassino e l’omicidio non si prescrive, è stato condannato per quattro omicidi e neanche le sentenze si discutono, neppure quelle degli anni bui del terrorismo quando non tutto fu chiaro e limpido come vogliono farci credere oggi, ma l’Italia visse un periodo di democrazia limitata, con leggi speciali e ombre che probabilmente non saranno mai illuminate.

Battisti non è un terrorista comunista, è un criminale comune che, come il ministro degli Interni fa in continuazione, ha indossato la felpa per lui più comoda in quel momento, per dismetterla e prendere quella del perseguitato quando ha cominciato a stargli stretta.

Il ministro avrebbe ben poco da fare per mettere in galera i terroristi rossi sfuggiti alla giustizia, mentre il lavoro sarebbe molto più gravoso se decidesse, cosa che escludo, di fare chiarezza sulle stragi nere degli anni di piombo e sulle complicità di parti dello Stato con i terroristi neri, o avesse il desiderio di capire cos’è stata la strategia della tensione e quale parte politica l’ha orchestrata.

Il terrorismo è stato una tragedia, costata molte vite umane, è una ferita ancora aperta, anche se sono stati avviati processi di riconciliazione interessanti, rimasti però episodi limitati. Quella stagione, quelle vicende, meritano un’attenzione ben diversa da parte della stampa e degli addetti ai lavori, se non altro per rispetto ai parenti delle vittime. Non possiamo banalizzare una pagina oscura e tragica della nostra storia recente, non possiamo ridurla a motivo di squallida polemica politica utilizzando argomenti falsi e capziosi.

Gli assassini vanno incarcerati e se si catturano dopo più di trent’anni c’è poco da festeggiare: significa che la macchina della giustizia non ha funzionato come deve, non c’è nulla di cui vantarsi. Così come non è dignitoso per dei rappresentanti dello Stato, mascherarsi indossando divise che non gli spettano e dare luogo a una sceneggiata umiliante per sé e per il detenuto, che è stato ripreso con le manette, nonostante sia vietato dalla legge, ed offerto alla folla dei fotografi come un mostro, violando quei diritti civili di essere umano che pure gli appartengono. Siamo tornati improvvisamente a Girolimoni, con al differenza che questa volta il mostro è vero e al linciaggio mediatico è stato offerto da due ministri.

Il ministro della giustizia e il ministro degli interni dovrebbero vergognarsi della loro parata da avanspettacolo e del loro spot ai limiti del sadismo, hanno offerto uno spettacolo osceno di giustizialismo forcaiolo che sarebbe risultato eccessivo perfino negli anni del ventennio.

Quelli che applaudono la grottesca messinscena, non capiscono che ledere i diritti di uno, offrire pubblico scempio della dignità di uomo, significa ledere i diritti di tutti. Non conta che Battisti sia colpevole: anzi, proprio perché colpevole, lo Stato e chi lo rappresenta, deve trattarlo con giustizia, non infierire su un uomo in manette come un bifolco infoiato.

E’ l’ennesima prova di una deriva pericolosa, dell’enunciazione del principio che diritti valgono solo per alcuni e per altri possono essere sospesi a seconda del momento e dell’opportunità.  No, quella che abbiamo vissuto non è stata una vittoria dello Stato, ma la sua messa alla berlina da parte di due irresponsabili costruttori d’odio.

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