Page 8 of 8

Il senso della decenza


Premetto che non guardo l’Isola dei famosi perchè lo trovo uno dei tanti spettacoli avvilenti della nostra Tv, anzi, per dirla tutta, guardo pochissima televisione. Per avere un sunto affidabile di quello che accade, mi bastano i notiziari on line e blob. Vorrei lo stesso spendere due parole per difendere, a priori, Aldo Busi.

Busi è uno straordinario scrittore che riesce a trovare la poesia nel fango. Nei suoi libri, anche nei meno felici, ci sono sempre pagine straordinariamente belle, profonde, disperate, che vale la pena di leggere. E’ un uomo eccessivo, teatrale, provocatorio. O lo si ama o lo si odia. E’, in ogni caso, una persona di grande cultura che non ha mai smesso di essere sè stesso, pagando spesso di persona per questo, come spesso accade nel nostro sciaguratissimo paese.

Ancora una volta, come accadde anni fa per un suo discorso troppo sottile e cerebrale per non essere scambiato per una apologia della pedofilia, cosa che non era, è stato messo al bando dalla rai per una delle sue sfuriate da prima donna. In questa sfuriata ha sostanzialmente detto molte verità: che i partecipanti a quello show sono alla canna del gas e cercano un’ultima occasione per tornare alla ribalta, che il figlio di Renato Zero è un ignorante (lo è), che Simona Ventura non brilla per le sue facoltà intellettive. Ha poi detto che finchè la sinistra non tornerà laica e la smetterà di strizzare l’occhio alla Chiesa non andrà da nessuna parte, che l’omofobia è un danno per sè e per gli altri e che gli omofobi sono disturbati mentali (condivido in pieno), che se Berlusconi non abbassa le tasse non si capisce cosa ci stia al fare al governo.

Non una delle sue affermazioni può essere definita falsa. Allora perchè tanto clamore? perchè il Moige, il Codacons e altre inutili e bigotte associazioni di baciapile che vorrebbero una televisione con le gambe delle ballerine coperte come quelle delle gemelle Kessler hanno strepitato innalzando al cielo i loro alti lai? Perchè destra e sinistra hanno condannato unanimemente, per una volta unite,  il reprobo?

La risposta è desolante: la verità in questo paese, nel momento in cui viene detta, quel tipo di verità che tutti conoscono ma ipocritamente fanno finta di non conoscere, desta scandalo. Chi esce fuori dal gioco e svela il trucco deve essere esiliato, messo al bando, zittito. Un intellettuale pensante, non organico, indipendente e senza pudori è l’incubo del potere, un Frankenstein da inseguire con le torce accese e da bruciare sul rogo della pubblica morale. Chiedo a queste associazioni di coglioni che non hanno di meglio da fare se non dire alla gente cosa deve guardare e non guardare dove era la moralità mentre il premier sputava livido le sue bugie sul Tg 2? Dove è la moralità negli editoriali di Minzolini, squallido scudiero del re? Dove è la moralità di quel protettore di sciacalli e puttaniere che resta al suo posto circondato dalla melma? Dove è la moralità in questa Rai e nei suoi funzionari ossequiosi verso chi li comanda a bacchetta? Dove è la moralità in un Festival di S. Remo dove un ex giocatore fascista e il rampollo bleso di un assassino cantano le lodi delle virtù patrie e arrivano secondi con un voto che mi rifiuto di pensare non sia stato truccato? Dove è la moralità nelle tette e culi bene in vista di stelline da quattro soldi arrivate al potere in virtù della propria disponibilità sessuale? Dove è la moralità nel ministro della pubblica istruzione che compare in televisione e annuncia sorridente lo sfacelo della scuola pubblica come se si trattasse di un grande passo in avanti? Dove è la moralità nella censura che impedisce agli italiani di capire per cosa e per chi cazzo voteranno la settimana prossima?

Io sono d’accordo nel cambiare l’articolo uno della costituzione: questa non è una repubblica fondata sul lavoro, è un regno fondato sull’ipocrisia e sulla falsità, un pullulare di sepolcri imbiancati e farisei, una congrega di guitti che non sanno distinguere il senso del comico da quello del ridicolo, teste vuote che non riescono a capire il senso di parole che non siano quelle elementari degli spot.

Busi esautorato, Santoro esautorato, Floris cancellato, Celentano (sic!) intimidito: un filo lega tutte queste persone diversissime tra loro,una caratteristica perniciosa,imperdonabile in questa Italia: dicono la verità, la loro verità, senza guardare in faccia nessuno, senza fare sconti, senza compromessi. Possono piacere o non piacere, essere simpatici o antipatici ma una cosa è certa: non sono ipocriti. Come tutte le razze in via d’estinzione, dovrebbero essere protetti.

Sono solo canzonette…?


Gli anni scorsi ho guardato il festival di S. Remo ascoltando la Gialappa’s band in sottofondo. Quest’anno, dopo nove anni, radio due ha deciso di non mandare in onda i tre divertentissimi e dissacranti contestatori e non ho trovato alcun motivo valido per vedere un programma orribile. La visione delle ultime due ore della finale mi ha confermato che ho fatto bene. Il clima da sagra strapaesana, le canzoni ripugnanti, la assoluta inutilità del tutto ha trovato il suo culmine nel momento in cui (attorno a mezzanotte!) sono saliti sul palco gli operai di Termini Imerese. Un incauto Maurizio Costanzo, nonostante la mole, ombra del grande intrattenitore che è stato, ha avuto la geniale idea di chiedere un commento sulla situazione a Bersani, che è stato fischiato dal pubblico di ricchi dell’Ariston, un’accozzaglia di personaggi degna del Proust della Recherche. Era ovvio: se aggiungi contenuto alla festa del nulla, il pubblico si ribella. Il fatto che al secondo posto, contestata perfino dagli orchestrali, si sia classificata una delle più immonde canzoni mai presentate su un palco che di cose immonde ne ha viste tante, è un segno dei tempi. Se un giuria popolare vota un testo reazionario, cantato dal nipote di quel sovrano che consegnò il paese a Mussolini e a vent’anni di dittatura, significa che questo paese è alla frutta. L’impressione è che qualcuno abbia spinto perchè una canzone che tratta (come ne tratterebbe un nostalgico del ventennio dopo aver fumato sostanze diverse) delle virtù patrie, della identità nazionale, della religione da preservare fosse ascoltata il più possibile. Non voglio credere che migliaia di italiani abbiano votato quella porcheria. Roba da rimpiangere il 14 Luglio 1792 e quel che ne è seguito. Soprattutto quel che ne è seguito.

Il fatto che a vincere sia stata una canzone bruttissima (con un ritornello da sganasciarsi) non è una novità. Lo è invece il fatto che per il secondo anno consecutivo vinca uno dei protagonisti di Amici, lo spettacolo di Mediaset, chiara testimonianza del potere del mezzo televisivo che ha resuscitato addirittura uno zombie come il festival di S. Remo riportando i giovani davanti al video. E’ qualcosa che negli Stati Uniti succede da anni, è qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Mi chiedo quando nei programmi elettorali della sinistra rivedrò il problema del conflitto d’interesse.

Concludo ricordando che al Festival ha partecipato come ospite, cantando una canzone di Luigi Tenco, Edoardo Bennato. Bennato non riesce a fare un disco da anni perchè nessuno lo vuole produrre e solo recentemente è riuscito a trovare una casa discografica. Lui che è stato forse il più popolare tra i cantautori, quello più premiato dalle vendite. Le canzoni che ha scritto negli ultimi anni, cantate solo in concerto, sembrano uscite pari pari dalle canzoni di protesta degli anni 70. Sarà un caso questo ostracismo discografico? Sarà un caso che chiunque attacchi il potere oggi non abbia spazio? Per applicare la censura non è necessario fare gesti clamorosi, basta impedire a un artista di lavorare. E’ una censura subdola, nascosta, fascista. Non credo che Bennato sia l’unico ad averla subita, conoscendo la sua carriera artistica, forse è uno dei pochi che ha scelto di non fare compromessi. Una grave colpa, in questa Italia.

Se il festival di S. Remo è davvero uno specchio dell’Italia odierna, non ci resta che farci coprire dal mare, in ogni luogo, in ogni lago…

I tempi sono cambiati…?


Guardo con mia moglie la registrazione del concerto alla Casa Bianca in occasione delle celebrazioni per le lotte dei diritti civili negli Stati Uniti. In particolare si celebra la grande manifestazione di quarant’anni fa e il celebre discorso di Martin Luther King. I momenti di commozione sono numerosi, come quello in cui Morgan Freeman racconta la prima volta che prese coscienza di essere un bambino nero, quindi diverso dagli altri. Ma due in particolare ci commuovono: Joan Baez che canta We shall overcome e Bob Dylan che intona la sua The times they are a changin’, i tempi stanno cambiando. Mentre la Baez intona l’inno di una generazione, la telecamera indugia sui volti commossi di Obama e dei vecchi liberal bianchi. Quando è Dylan a cantare, basta la forza profetica dei suoi versi, intonata con la sua voce di cartavetrata, a toccare corde insospettate nell’anima. Io e mia moglie ci guardiamo, gli occhi un pò lucidi, la stessa tristezza dentro. Loro ce l’hanno fatta, comunque vada la presidenza di Obama, gli americani hanno cambiato la storia, hanno riacceso la speranza in un mondo migliore. Le immagini   ci scorrono davanti alla memoria come un film: le olimpiadi di Berlino,  l’omicidio di Luther King, Bob Kennedy che accompagna il primo studente nero all’università, scortato dall’esercito, gli atleti neri che alzano il pugno ancora alle olimpiadi,  Cassius Clay arrestato, Cassius Clay che si riprende il titolo, Malcolm X, Ragazzo negro e L’uomo invisibile, Indovina chi viene a cena e Sidney Poitier, il film con Denzel Washington, ecc. Tutte cose che noi abbiamo visto di riflesso, ma che gli americani hanno vissuto sulla propria pelle, arrivando finalmente a una conciliazione almeno simbolica. Finalmente i neri sono americani come gli altri.  Ed è significativo che siano due cantanti bianchi a toccare le corde della commozione, una pasionaria sempre in prima linea nella difesa dei diritti civili e della libertà di tutti i popoli e il vecchio poeta anarchico e imprevedibile, capace solo di andare sempre in direzione opposta a quello che gli hanno chiesto fans e discografici, che adesso canta il blues esattamente come quei vecchi neri che tanto ama e che sempre lo hanno rispettato.

La tristezza arriva al pensiero del nostro paese. Intanto manca e continuerà a mancarci l’unico artista italiano che si possa paragonare, senza apparire ridicoli, a Dylan: il grande Fabrizio De Andrè, che ha cantato le puttane dei vicoli di Genova, i drogati, i diseredati restituendo loro dignità e grandezza, e beffeggiato, disprezzandolo, il potere. In secondo luogo il pensiero va ai vecchi partigiani, che incontro ogni anno con le mie classi il 25 Aprile, sempre più stanchi, sempre più disillusi, eppure ancora con una scintilla di speranza nello sguardo. Loro, noi, che siamo tutti figli della loro lotta, non ce l’abbiamo ancora fatta. Immagino il nostro premier al fianco di Obama: probabilmente, vedendo la Baez, avrebbe sussurrato all’orecchio del presidente che gallina vecchia fa buon brodo e poi avrebbe consigliato un buon collutorio per la voce a Dylan. Si ride per non piangere, quando ci sarebbe da disperarsi. Eppure, nonostante questo potere puttaniere e corrotto, nonostante l’ipocrisia che tutto corrode come un acido, nonostante le bugie, le revisioni della storia e le libertà negate a chi cerca solo di sopravvivere, nonostante i vuoti a perdere mentali di chi dovrebbe alzare la voce e stigmatizzare certi comportamenti, nonostante chi alza troppo la voce per ogni cosa rischiando di non essere ascoltato esattamente come se restasse in silenzio, nonostante la realtà quotidiana che viviamo…ascoltando il vecchio Bob e vedendo quei volti lucidi di commozione, penso che dobbiamo continuare a credere che i tempi stanno cambiando…se non altro, per rispetto a quel lampo di speranza sul volto dei partigiani il 25 aprile…

Ricordo, come annunciato nel post precedente, l’incontro con il giudice Caselli, il 23 Febbraio alle 21 a Chiusa di Pesio, in provincia di Cuneo, presso la Sala Vignolo organizzato da una locale organizzazione di partigiani per preparare il 25 Aprile.

Trasgressione all’italiana


Mi soffermo su un argomento nella sostanza assolutamente risibile ma che apre una finestra sul clima di ipocrisia becera che ammorba l’Italia oggi. Premetto che sono contrario all’uso di droghe e che considero le stesse un serio problema sociale, tanto per non dare adito ad equivoci e che amo una certa cultura (quella americana tra gli anni 50 e 70) e una certa musica (idem) che indubbiamente hanno avuto rapporti con l’uso degli allucinogeni. Ma si trattava di anni lontani anni luce da quelli attuali.

Morgan, in una intervista, afferma di fumare cocaina per combattere la depressione. Prime pagine su tutti i giornali, Morgan il maledetto, Morgan il trasgressivo, via da Sanremo. Nel frattempo, Berlusconi a Israele insulta mezzo medio oriente e plaude al massacro dei palestinesi. Stasera Morgan andrà da Bruno Vespa a chiedere perdono facendo pubblica ammenda dei suoi peccati e verrà riammesso al festival. Nel frattempo, passa la legge sul legittimo impedimento e si comincia a massacrare anche la scuola superiore. Questa la sintesi della storia, ripeto,assolutamente ridicola.Vi immaginate  Lou Reed ai tempi di Heroin, o il Dylan anfetamico di Mr. Tambourine man o Il Mick Jagger di Brown Sugar andare da Vespa a chiedere perdono? Ma senza nominare i grandi, pensate al Finardi di Scimmia o al Vasco di Vado al Massimo. Tutta gente che ha pagato la trasgressione sulla propria pelle, che ha contestato lo status quo ed è rimasta. nonostante i miliardi, le donne e il successo planetario, irrimediabilmente ribelle. La droga, per questi artisti è stata un tentativo di aprire le porte della percezione (tanto per citare un intellettuale di quegli anni), un modo per epater le bourgeois, o semplicemente un grosso fanculo per chi si scandalizzava. Non si conoscevano ancora gli effetti devastanti dell’eroina, la cocaina non era una moda e gli allucinogeni facevano per un attimo dimenticare la guerra del Vietnam e il pericolo atomico. Che c’entra Morgan, artista di terzo piano, star televisiva in uno dei pessimi programmi che ci propina oggi la tv, finto dandy, finto ribelle, finto tutto?

Il gioco è talmente palese che viene da ridere. Le previsioni di ascolto sul festival di Sanremo erano più o meno quelle di un documentario sulla cacca di mosca, non si poteva puntare sull’ennesimo orrendo motivetto di Povia, uno dei più abominevoli esseri comparsi mai sul teleschermo, perchè già fatto, serviva un nuovo scandalo per creare audience. Prendiamo un cantante di quart’ordine, diamogli il suo attimo di notorietà, approfittiamone, tanto che si siamo, per sparare a zero sui drogati e sulla sinistra  che è piena di drogati e gay, i gay non c’entrano ma ce li facciamo entrare, ci pensa poi il lacchè dei lacchè, Bruno Vespa, a rimettere le cose a posto.  Così, almeno per la prima sera, l’audience è garantita. Nel frattempo, rifilando questo letame alla gente sui giornali, la distogliamo da quello che dice Berlusconi e da quello che fanno i suoi devoti servitori al governo. Così alle regionali li freghiamo di nuovo.

Mi chiedo: perchè non è stato fatto lo stesso scalpore per quel povero ragazzo tossicodipendente ammazzato a botte dalla polizia in carcere? perchè in Italia i giornali non titolano in prima pagina sulle cose serie? Perchè un depresso benestante, che ha più soldi, più donne, più possibilità di un ragazzo che si buca in un vicolo buio dovrebbe commuoverci e merita l’inchiostro speso per raccontare la sua storia? Questa vicenda è un’offesa a tutti quelli che vivono quotidianamente il dramma della tossicodipendenza, una banalizzazione volgare e gretta di un problema sociale gravissimo, un teatrino ignobile. L’Italia, ormai è diventato questa: una continua e insopportabile sceneggiata, uno squallore senza fine, una melma di ipocrisia e falsità che sommerge tutto e tutto inquina. Anche il già pestifero Festival di Sanremo.

Shakespeare, Arbasino e Muccino


Ho assistito venerdì sera a “Molto rumore per nulla”, una delle grandi commedie del bardo inglese. Portavo la mia classe e ai ragazzi è piaciuta molto, un pò meno al sottoscritto che, afflitto dalla sindrome da liceo classico, ho poco amato l’andamento rappeggiante con cui venivano declamati i versi e le movenze degli attori che, a tratti, sembravano prese da Zelig piuttosto che dall’accademia di arte drammatico. Gabriele Lavia ha ben diretto suo figlio, che promette bene, ma nel complesso, lo spettacolo mi è sembrato soffrire di un “giovanilismo” che la senilità all’orizzonte non mi ha fatto apprezzare. Ma ben vengano rap e Zelig per far apprezzare Shakespeare ai giovani…oppure no?

Domenica sera, guardando lo spettacolo di Fazio, uno dei pochi programmi tv vedibili senza provocarsi un travaso di bile, assisto all’intervista ad Arbasino, uomo raffinato ed elegante, assolutamente “fuori” dal panorama intellettuale italiano, con la sua ironia anglosassone e il suo humour tagliente. Non lo apprezzo molto come scrittore ma il personaggio è unico e inimitabile. Segue alla sua itnervista quella a Gabriele Muccino e qui una domanda è d’obbligo: perchè il più popolare regista italiano del momento è uno che parla come se lo stesse inseguendo la polizia, utilizzando la lingua italiana per massacrarla senza pietà? Le cose che dice a proposito del suo nuovo capolavoro sono sconcertanti: l’uomo si propone di raccontare la vita nel suo evolvere, in tutte le sue sfaccettature. Senza saperlo, abbiamo in casa un nuovo Proust. Ma la rivelazione più sconvolgente deve ancora arrivare: nel film si racconta di un uomo che ha lasciato la moglie e solo quando la perde si accorge di quanto contasse per lui, di un altro che viene tradito e non sa come reagire, e via discorrendo. Io non so se il cinema italiano è pronto ad argomenti così innovativi, profondi, inediti…speriamo di no.

Domanda: Lavia ha forse concepito la regia di Molto rumore per nulla in quel modo per far capire Shakespeare a Muccino? In quel caso il mio giudizio cambierebbe radicalmente e apprezzerei l’impresa titanica ma vana.

Consiglio musicale: dopo aver ascoltato Muccino è necessario un momento di relax. Consiglio a tal fine i Gov’t mule, sublime jam band americana orientata al blues. Ovviamente se li chiedete in un negozio di dischi italiano il negoziante farà la faccia di Muccino quando gli chiedono se conosce Kant, ma su internet si trovano i loro concerti. Scaricare è illegale e rappresenta una violazione dei diritti d’autore, bla, bla, bla….

Alla prossima