Ma non è più tempo di silenzio


foto tratta da
Credit Foto – storiedibuonenotizie.blogspot.it

Io rispetto profondamente don Giacomo Martino, non ho avuto l’onore di stringergli la mano ma dalle foto e dai filmati in cui compare, leggo nel suo sguardo quel dolore per i mali del mondo che provava il protagonista di Conversazione in Sicilia, leggo la rabbia contenuta di chi, per il suo ruolo, non può sempre dire tutto quello che vorrebbe.

Rispetto don Giacomo Martino ma non credo che, dopo la notizia della morte di Prince Jerry un ragazzo di ventiquattro anni che si è suicidato perché gli è stato rifiutato il permesso di soggiorno per motivi umanitari che il cosidetto decreto sicurezza ha cancellato, sia il momento del silenzio.

Prince Jerry era laureato, si era integrato nel campus di Coronata, forse gli ho anche stretto la mano quando sono andato a visitare quel gioiello di integrazione, nato in un quartiere non sempre accogliente, non sempre disposto a porgere la mano all’altro. Era poi andato a Multedo dove, passata la canea iniziale, i ragazzi ospitati nella struttura creata nell’ex asilo erano stati accolti anche dal quartiere.

Proprio da Multedo voiglio partire, perché leggo oggi le esternazioni sdegnate di chi, a suo tempo, sottovalutò quei fatti e preferì prudentemente tacere, e forse saranno addolorati e sdegnati anche quei (pochi) colleghi che votarono contro la mozione che presentai in collegio docenti in cui si ribadiva che la scuola ripudia ogni forma di discriminazione e razzismo. “Non c’è nè bisogno” dicevano, chissà se continuano a pensarlo anche oggi.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, è il momento del dolore e della rabbia. L’avevo scritto un anno fa, ne fa memoria il mio libro, basta leggere gli articoli sui fatti di Multedo e quelli seguenti, avevo scritto che Genova spesso segna il passo al paese e che, continuando su quella strada, avremmo finito per contare i morti. Mai come oggi avrei preferito essermi sbagliato.

Non facciamo abbastanza, non faccio abbastanza per fermare questa follia, per lottare contro chi crede che si possa dire a degli esseri umani tornate da dove siete venuti, andate a morire di fame a casa vostra e non pagare un prezzo. Un prezzo che comporta non la perdita dell’anima, quello riguarda i credenti autentici, ma la perdita dell’umanità.

Non facciamo abbastanza, non denunciamo abbastanza, non gridiamo abbastanza contro questa deriva della pietà, siamo diventati cinici, impregnati di real politik, dimentichiamo troppo spesso che al centro della questione c’è un’umantà sofferente, ridotta ai minimi termini.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, basta con i bassi profili, con il lavoro costante, faticoso e doloroso che lei porta avanti quotidianamente, io credo che debba dire quello che pensa, alleggerire la sua grande anima dal peso di una rabbia trattenuta, dall’angoscia di un dolore che immagino senza fondo.

Forse ho stretto la mano, a Prince Jerry, certo ho parlato di lui e degli altri ai miei ragazzi, spesso, nel tentativo di instillare in loro il germe della solidarietà che quando attecchisce non va più via, nel tentativo di dare un piccolo contributo insignificante a formare uomini di domani migliori di quelli che mandano giovani uomini e donne a morire di fame e di stenti.

Non so se ho conosciuto Prince Jones, aveva certamente un sorriso luminoso, come gli altri, era una risorsa per tutti noi, una potenzialità, avrebbe potuto fare molto per sè, per la sua gente, per tutti noi e adesso, per colpa di una legge disumana, non possiamo che augurargli di riposare in pace, non possiamo che sperare che la terra gli sia lieve.

Basta così, non riesco a scrivere oltre.

Un paese sospeso
Un anno di articoli del blog, fotografia di un paese alla deriva
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La colpa di essere umani


Immagine tratta da Quotidiano.net

Stefania Prestigiacomo non la pensa come me, è una donna di destra, seppure mdoerata e liberale, che non ha mai avuto timore di esprimere le proprie opinioni anche quando queste erano in contrasto con quelle dettate dalla linea del partito in cui milita (Forza Italia).

Il fatto di stare, politcamente, su due fronti opposti, ammesso che la sinistra abbia ancora un fronte, non rende meno forte il disgusto per glia ttacchi sessisti a cui è stata sottoposta sia sul sito della Lega, sia sui giornali accodati alla canea che guida il apese, sia, sui social, dal solito branco di frustrati e incapaci che non sapendo come spendere il proprio tempo, invece di comprare un libro e provbare ad imparare almeno i rudimenti della nostra lingua, non trova di meglio che riempire di insulti sgrammaticati il prossimo.

La parlamentare siciliana è rea di essere salita sulla Sea Watch, aver riscontrato che a bordo c’erano solo una quarantina di disgraziati, tra cui alcuni minori e aver detto pubblicamente che continuare con questo sequestro (perché de facto se non de iure di questo si tratta) era una vergogna.

Ecco che sui social compaiono i solti, impropri paralleli con Amatrice, l’augurio alla parlamentare di essere stuprata, l’ironia sull’età dei profughi fatta da persone che non sono in grado capire che, se si trovano dalla parte giusta del mondo, è per caso e non per meritoe dovrebbero pensare a cosa proverebbero se quei ragazzi fossero i loro figli.

Per quanto tempo dovremo ancora assistere a questa esibizione di bassezza umana? Quanto vuoto interiore bisogna accumulare, di qaunti sentimenti, emozioni pensieri bisogna svuotarsi come zavorra per essere così? Quale tipo di società produce un tale numero di dementi?

Non pensate che siano individui lombrosiani, rozzi esempi di sotto proletariato incolto, perchè non è così, non è solo così, questo è il tipico errore di sottovalutazione della sinistra radical chic. No, questa gente è tra noi, la incontriamo ogni giorno, come i pedofili sono apparentemente normali, rispettabili, gentili, zii, nonne, padri, è questa la cosa terribile.

Prendo il treno alla stazione, venerdì scorso, e sul marciapiede sento e vedo due nonnine, ben vestite, con abiti ricercati, ripetere assentendo convinte le opinioni di Salvini passate poco prima al telegiornale riuguardo proprio il caso della Sea Watch. Nonne, capite? Non poveracce, nonne. Distinte, rispettabili, brave persone mostruose.

Ecco, quando, quello che d’ora in poi chiamerò pensiero squallido arriva a permeare la società cosidettà medio alta, che per altro ci ha già regalato vent’anni di fascismo, cosa dobbiamo aspettarci?

Stefania Prestigiacomo non la pensa come me ma ha la mia piena e convinta solidarietà e il mio rispetto per le offese che ha ricevuto come donna e come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni, per aver agito e parlato da essere umano.

Attenzione al sessismo dilagante, attenzione a questa vigliaccheria maschilista che monta sui giornali, sui social, nella nostra società: ne ha fatto le spese la Boldrini, le due ragazze rapite di cui non ricordo il nome, Silvia Ferrari, oggi la Prestigiacomo, attenzione perché di questo passo si torna indietro, sono abbastanza vecchio da aver vissuto gli anni dei delitti d’onore e dei processi per stupro in cui ad essere messe sotto processo erano le vittime e non gli animali che ne avevano abusato. Non erano belli.

E alla fine giustizia per tutti


foto trastta da Tpi.it

Il titolo non è beneaugurante, è la citazione di un vecchio film con Al Pacino dove alla fine non è esattamente la giustizia a vincere.

Il procuratore Zuccaro è assurto in questi ultimi mesi alle cronache per un paio di brutte figure nei riguardi delle Ong, con tanto di sequestro di navi e materiale che non ha portato a nulla, e per una sentenza, nei riguardi di Salvini che a me, che non sono un leguleio, sembrava del tutto demenziale.

Diceva sostanzialmente l’ineffabile Zuccaro che, essendo l’ordine di sequestrare la nave da parte di Salvini un atto politico, non poteva essere perseguito per vie giudiziarie.

Adesso il tribunale dei ministri di Catania ci dice il contrario: Salvini deve essere rinviato a giudizio per sequestro di persona e abuso di potere.

Non nascondo la soddisfazione per questo pronunciamento, non godo mai delle disgrazie altrui, mi basterebbe che Salvini venisse condannato senza scontare un giorno di galera, sarebbe una vittoria per la democrazia e una sconfitta per chi ritiene che il voto popolare garantisca automaticamente il diritto di fare quello che si vuole. Sarebbe un enorme sospiro di sollievo per chic rede negli anticorpi del sistema.

Ma, se Salvini verrà rinviato a giudizio e arriverà una condanna, non credo che uno duro e puro come lui voglia ricorrere al vecchio trucco dell’immunità parlamentare, allora bisognerebbe verificare la competenza di Zuccaro riguardo lo svolgimento delle proprie mansioni e quella terzietà che, a me che manifesto liberamente il mio pensiero, non è richiesta ma a lui che amministra la giustizia, sì.

Va valutata anche sotto una nuova luce la sparata di Salvini riguardo prove dei contatti tra trafficanti e Ong. Intanto, un contatto telefonico non è un reato, in secondo luogo se il ministro degli Interni le ha, le palesi, altrimenti qualcuno particolarmente maligno potrebbe pensare che, preavvertito da un uccellino della richiesta di autorizzazione a procedere in arrivo, abbia pensato a pararsi il posteriore e a scatenare i suoi seguaci prevenendo invece di contenere.

Ma queste sono malignità da zecca rossa.

La politica degli orrori


Immagine tratta da startmag.it

Ci mancava Lino Banfi all’Unesco e l’antisemitismo, la bufala smentita da decenni sui protocolli di Sion, dopo il demenziale attacco due due DiDi alla Francia, demenziale non perché i cugini d’Oltralpe non abbiano colpa della crisi africana, come noi del resto, anche se in misura maggiore perché si sono fermati di più da quelle parti, ma perché non si può certo correlare l’immigrazione al fatto che alcuni paesi utilizzano ancora, per libera volontà, la moneta francese, basta leggere le statistiche. Per mistificare, bisogna almeno conoscere i fatti, se si vogliono evitare brutte figure, ma questo non sembra un problema dell’attuale esecutivo.

Questo quadro di orrori politici è completato dall’attacco di Salvini a Gino Strada.

Gino Strada porta nello sguardo e sul viso i segni di una lotta impari, di una sconfitta annunciata contro la follia della guerra e dell’odio. Accusarlo di essere triste perché la pacchia è finita, come ha detto quello che sarebbe un alto esponente delle istituzioni, è semplicemente incommentabile, parole che non suonano offensive se non per chi le pronuncia.

La maggioranza dei votanti, non degli italiani, attenzione, ha scelto questi individui come rappresentanti e, in democrazia, la volontà popolare si rispetta, anche se il pensiero che questi siano lo specchio di una qualsiasi maggioranza, è semplicemente agghiacciante.

La cosa più sconvolgente, ma neanche tanto, conoscendo l’Italia e gli italiani, è la platea di cortigiani che subito si è creata dietro i nuovi padroni per giustificare ogni trovata scatologica che esce dalle loro bocche, ogni sproposito, ogni tentativo di revisionismo storico, ogni idiozia. Così il Fatto Quotidiano, che un tempo fu un giornale, giustizialista e forcaiolo, ma un giornale, si è tristemente trasformato in quello che rimproverava a Repubblica: l’amplificatore dei nuovi potenti, il portavoce di una finta rivoluzione, l’alfiere di un inesistente cambiamento. Particolarmente triste , penosa, appare la metamorfosi di Travaglio: consapevole di aver scelto di nuovo il cavallo sbagliato, incapace per carattere di ammetterlo, i suoi editoriali sono sempre più penosi tentativi di arrampicarsi sugli specchi per difendere le uscite grilline. Mi aspetto, nei prossimi giorni, moniti contro la perfida Francia e aperture verso l’autenticità dei Protocolli dei savi di Sion, su cui Eco ha scritto uno dei suoi ultimi, illuminanti libri, Il cimitero di Praga.

Il servilismo acritico al potere è uno dei problemi di questo paese che, già in passato, l’ha condotto sull’orlo della rovina. D’altronde, non un segnale di vita dall’altra sponda, solo un tirare avanti fino alla resa dei conti di un congresso che potrebbe essere l’ultimo atto, il triste epilogo, per la sinistra italiana. Se nessuno si oppone, il potere impazza e così le prossime elezioni europee rischiano di ridursi a una resa dei conti tra i due padroni, senza nemmeno un Arlecchino pronto ad approfittarne. Sempre se, prima, i due Didi non guideranno l’invasione della Francia.

Lo stato alla berlina


Cesare Battisti non è simpatico: è un criminale di infimo livello che è riuscito, furbescamente, a riciclarsi come terrorista e poi a scappare, evitando tutti i processi a suo carico, scrivendo romanzi e prendendo in giro il nostro paese per più di trent’anni. Ha goduto, in tutto questo tempo, di appoggi e complicità, del tutto ingiustificati rispetto all’infima caratura di assassino. E’ stato arrestato grazie a Evo Morales, il presidente di sinistra boliviano, che Salvini preferisce non nominare né ringraziare, forse perché indios o forse perché sente più affine alla propria statura di statista Bolsonaro, uno che ha promesso in campagna elettorale di abolire il reato di stupro e ha avviato, come primo atto di governo, la damnatio memoriae di Paulo Freire, uno dei padri della pedagogia, la lettura della sua  Pedagogia degli oppressi è imprescindibile  per un insegnante.

Battisti è un assassino e l’omicidio non si prescrive, è stato condannato per quattro omicidi e neanche le sentenze si discutono, neppure quelle degli anni bui del terrorismo quando non tutto fu chiaro e limpido come vogliono farci credere oggi, ma l’Italia visse un periodo di democrazia limitata, con leggi speciali e ombre che probabilmente non saranno mai illuminate.

Battisti non è un terrorista comunista, è un criminale comune che, come il ministro degli Interni fa in continuazione, ha indossato la felpa per lui più comoda in quel momento, per dismetterla e prendere quella del perseguitato quando ha cominciato a stargli stretta.

Il ministro avrebbe ben poco da fare per mettere in galera i terroristi rossi sfuggiti alla giustizia, mentre il lavoro sarebbe molto più gravoso se decidesse, cosa che escludo, di fare chiarezza sulle stragi nere degli anni di piombo e sulle complicità di parti dello Stato con i terroristi neri, o avesse il desiderio di capire cos’è stata la strategia della tensione e quale parte politica l’ha orchestrata.

Il terrorismo è stato una tragedia, costata molte vite umane, è una ferita ancora aperta, anche se sono stati avviati processi di riconciliazione interessanti, rimasti però episodi limitati. Quella stagione, quelle vicende, meritano un’attenzione ben diversa da parte della stampa e degli addetti ai lavori, se non altro per rispetto ai parenti delle vittime. Non possiamo banalizzare una pagina oscura e tragica della nostra storia recente, non possiamo ridurla a motivo di squallida polemica politica utilizzando argomenti falsi e capziosi.

Gli assassini vanno incarcerati e se si catturano dopo più di trent’anni c’è poco da festeggiare: significa che la macchina della giustizia non ha funzionato come deve, non c’è nulla di cui vantarsi. Così come non è dignitoso per dei rappresentanti dello Stato, mascherarsi indossando divise che non gli spettano e dare luogo a una sceneggiata umiliante per sé e per il detenuto, che è stato ripreso con le manette, nonostante sia vietato dalla legge, ed offerto alla folla dei fotografi come un mostro, violando quei diritti civili di essere umano che pure gli appartengono. Siamo tornati improvvisamente a Girolimoni, con al differenza che questa volta il mostro è vero e al linciaggio mediatico è stato offerto da due ministri.

Il ministro della giustizia e il ministro degli interni dovrebbero vergognarsi della loro parata da avanspettacolo e del loro spot ai limiti del sadismo, hanno offerto uno spettacolo osceno di giustizialismo forcaiolo che sarebbe risultato eccessivo perfino negli anni del ventennio.

Quelli che applaudono la grottesca messinscena, non capiscono che ledere i diritti di uno, offrire pubblico scempio della dignità di uomo, significa ledere i diritti di tutti. Non conta che Battisti sia colpevole: anzi, proprio perché colpevole, lo Stato e chi lo rappresenta, deve trattarlo con giustizia, non infierire su un uomo in manette come un bifolco infoiato.

E’ l’ennesima prova di una deriva pericolosa, dell’enunciazione del principio che diritti valgono solo per alcuni e per altri possono essere sospesi a seconda del momento e dell’opportunità.  No, quella che abbiamo vissuto non è stata una vittoria dello Stato, ma la sua messa alla berlina da parte di due irresponsabili costruttori d’odio.

Il grembiule cambierà la scuola?


Immagine tratta da guamodiscuola.it

 Si sa che il ministro dell’Interno ha l’abitudine di esternare le proprie opinioni su qualsiasi cosa, specie se comportano conseguenze irrilevanti ma d’effetto, le classiche operazioni di facciata.

Parlando a proposito della scuola, si è espresso a favore del ritorno del grembiule alle elementari, perché, a suo dire, attenuerebbe le differenze tra i bambini.

Conoscendo la sua passione per le divise e le sue frequentazioni con gente che si intende dell’argomento, come gli attivisti di Casapound, la sua affermazione non stupisce: l’egualitarismo forzato e apparente è la matrice comune di tutti i pensieri totalitari, non che voglia attribuire al ministro etichette che non gli appartengono: si sa che non pensa.

Ma quello della diseguaglianza è il grande problema taciuto della nostra scuola. E’ sufficiente partecipare a un confronto tra scuole nella stessa città, ad esempio sul bullismo, come mi è capitato qualche giorno fa, per rendersene conto. Le scuole dei quartieri socialmente più elevati hanno tutto: sportello d’ascolto, psicologa, contatti con le agenzie del territorio, dotazioni tecnologiche, perfino dirigenti illuminati. Le scuole di periferia si muovono su altri binari: spesso hanno problemi strutturali irrisolti da anni per l’inerzia di comuni e dirigenti, sportello d’ascolto e psicologi, che servirebbero come il pane, costano troppo, i contatti con le agenzie territoriali sono scarsi, i dirigenti spesso sono reggenti che si occupano solo saltuariamente di quello che accade, la visibilità mediatica di quanto di buono viene fatto è inesistente mentre qualsiasi cosa facciano le scuole dei quartieri migliori trova il suo spazio sui giornali.

Insomma, chi parte avvantaggiato ha di più, chi parte svantaggiato ha di meno e poi ci si stupisce se la scuola non funziona più come ascensore sociale quando non si fa nulla a livello istituzionale per sanare questo divario che è grande all’interno di una singola città e mostruoso quando il confronto si fa tra nord e sud.

Può sembrare naturale: le scuole inserite in un contesto sociale alto saranno frequentate dai rampolli della buona società e, godranno, di riflesso, delle buone relazioni delle famiglie e si sa che le buone relazioni in Italia sono tutto. Così accade che in pieno centro Genova, una scuola goda di privilegi come ad esempio l’organico bloccato, perché dichiarata sperimentale da una quantità di tempo talmente lungo che ormai si può parlare di sperimentazione dell’arco di vita, al contrario le scuole di periferia, per avere organici stabili, devono disputarsi gli alunni con le unghie e con i denti, costringendo gli insegnanti a fare marchette, pardon,
una captatio benevolentiae. con i genitori delle quinte, se preferite un termine più elegante,

Ma di tutto questo il ministro non parla, per lui contano i grembiuli, non attenuare realmente le differenze, non restituire dignità alla scuola, all’istruzione e alla cultura, facendo sì che studiare diventi di nuovo un modo per affrancarsi socialmente.

In questo quadro si inserisce la valutazione degli insegnanti una misera elemosina arbitraria, priva di un qualsiasi quadro normativo, fonte di divisione all’interno delle scuole, semplicemente inutile. Prima di istituire un qualunque sistema di valutazione, normato e chiaro nelle sue linee generali, sarebbe opportuno far partire tutte le scuole dallo stesso punto di partenza, liberarsi dalla retorica dell’eccellenza e dall’esasperazione di una tecnologia fine a sé stessa che serve solo a chi vende a prezzi esorbitanti lim e computer, tornare a concentrarsi sul fare scuola, riprendendo e attualizzando le idee di quei maestri della pedagogia mondiale, Maria Montessori, Danilo Dolci, Mario Lodi, ecc. che abbiamo rinchiuso nel cassetto e dimenticato.

Per non parlare dell’Invalsi, un sistema di controllo demenziale, arbitrario, che non valuta nulla, perché se quel livello di saperi richiesti è facile da raggiungere per scuole del centro, non lo è per quelle di periferia e questo non significa che i ragazzi di periferia siano più stupidì degli altri ma che, nella migliore delle ipotesi, cito il maestro Manzi:” Fanno quel che possono, quel che non possono non fanno” e come tali andrebbero valutati.

Ma di tutto questo non si sogna di parlare il ministro degli interni, che tra l’altro non ne ha titolo, ma neanche il ministro dell’istruzione, la cui ultima esternazione riguarda i compiti per le vacanze, come se un insegnante con vent’anni di scuola alle spalle avesse bisogno di consigli paterni in proposito.

L’apparenza, la facciata, sembra essere la cifra stilistica di questo governo almeno quanto il cambiare tutto per non cambiare nulla (spesso peggiorando) lo è stato del precedente. Chi frequenta queste pagine sa quante volte abbia lanciato strali contro la Buona scuola, il mio non è un discorso ideologico ma di principio: la scuola non interessa a nessuno indipendentemente dal colore politico, se non come facile spot elettorale.

Ovviamente, io non vorrei togliere a chi ha molto per dare a chi non ha, parliamo di scuola, non di tasse, ma dare a tutti lo stesso, occuparsi di ridurre le distanze per poi ripartire su nuove basi.

Indossare un grembiule non rende i bambini tutti uguali, ma farli usufruire in eguale misura del diritto allo studio, sì.

Un faro nella nebbia


foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.