L’ipocrita pietà dei maschi


Detesto le ricorrenze, chi mi segue ha letto molte volte questa frase. Detesto soprattutto le ricorrenze ipocrite, quelle che riempiono le prime pagine dei giornali e il giorno dopo si rivelano per quello che sono: un inutile corollario di buone intenzioni, già pronte per essere gettate nel cestino della cattiva coscienza.

Quest’anno, per la giornata contro la violenza sulle donne, non c’è stato neanche bisogno di aspettare il giorno dopo: ci ha pensato la Rai, con la sua oscena trasmissione dove una graziosa signorina discinta spiegava come muoversi in un supermercato per attirare l’attenzione degli uomini a ricordare alle ragazze italiane la loro funzione naturale, o Vittorio Feltri, col suo editoriale in cui diceva bonariamente alla ragazza stuprata da Genovese che, in fondo, se l’era cercata, o ancora, i commenti sui social e sui giornali sulla maestra di Settimo torinese.

Una donna muore ogni tre giorni nel nostro paese per violenza, spesso del coniuge, del compagno, dell’ex. Un bollettino di guerra, una strage perpetrata da assasisni che trovano quasi sempre, a meno che non abbiano la pelle nera o un cognome straniero, tacita solidarietà e comprensione su quegli stessi giornali, da quegli stessi giornalisti maschi che oggi, senza vergogna, raccontano storie di donne che ce l’hanno fatta.

D’altronde di cosa ci stupiamo? Viviamo in un paese dove si è approvata a fatica una legge contro l’omofobia perché molti ritengono che sia una violazione della propria libertà d’opinione perseguire chi insulta, diffama o perseguita una persona per il proprio orientamento sessuale.

Ricordo che è una donna anche la giovane infermiera lesbica genovese che, in lacrime, ha denunciato le assurde angherie a cui viene sottoposta nel quartiere in cui vive, sono donne le tante ragazze che vivono segretamente la propria diversità ( diversità da che, poi) per timore di essere escluse dalla famiglia, picchiate o additate al pubblico ludibrio.

Questo a meno che non pensiate che oggi si celebri la giornata contro la violenza sulle donne “normali”. In tal caso, vi invito a non seguirmi più.

Il problema è culturale, il maschilismo, il concetto della donna da possedere come oggetto, la presunta superiorità maschile, sono stereotipi frutto, in parte, e sfido chiunque ad affermare il contrario, di secoli di cattolicesimo reazionario e bigotto, in parte eredità di un ventennio fascista che, tra le altre disgrazie, ci ha lasciato in eredità anche il mito dell’uomo vero, in parte di una lentezza colpevole ed eccessiva da parte dei legislatori a considerare le donne come esseri umani con pari dignità rispetto agli uomini. Siamo il paese che ha contemplato il delitto d’onore, in cui i processi per stupro erano una farsa.

Una mentalità ancora molto diffusa, più di quanto si pensi, vuole che al riparo delle quattro mura di casa tutto sia lecito, anche prendere a schiaffi la moglie o la fidanzata o la figlia, magari per riportarla sulla retta via. Senza chiedere la sua opinione in proposito, naturalmente.

A questo aggiungiamo i disastri della televisione e della pubblicità, l’utilizzo della donna come oggetto sessuale da usare e consumare, la condiscendente e morbosa attenzione dei giornali, quando si verificano fatti di cronaca, a cercare il peccato nella vittima e non nel colpevole, il perbenismo borghese, il materialismo e l’edonismo incoraggiato e promosso dalla nostra società, ed ecco perché considero questa giornata assolutamente inutile.

Concludo consigliando un libro sgradevole ma necessario se si vuole comprendere cos’è la violenza nei riguardi di una donna: Lolita, di Nabokov, un capolavoro e rivolgendo a tutte le donne l’esortazione che ho sempre rivolto in classe alle mie alunne: se vi mette le mani addosso, anche solo una volta, anche se poi si scusa piangendo, mollatelo.

La pornografia nella testa della gente


La storia è nota, è finita su tutti i giornali e sui social, affrontata nel modo più sbagliato possibile, naturalmente.

Una giovane donna, maestra, presumibilmente carina, invia della foto intime (non hard) e filmati intimi ( non porno) al suo ragazzo, in una dinamica erotica che oggi, nell’epoca dei cellulari e delle videochat, è perfino banale per i giovani.

L’ex fidanzato divulga nella chat dei suoi compagni di calcetto foto e video, che cadono sotto gli occhi della madre di uno dei bambini frequentanti la scuola che, a sua volt,a le divulga agli altri genitori e quindi alla preside, che convoca la giovane maestra e la licenzia.

Non mi ha stupito per nulla il fatto che ad essere messa sotto accusa sia stata la giovane maestra, rea, tra le righ,e di essere una puttana e non coloro che hanno creato il caso.

In un paese sempre più maschilista, dove le donne sono oggetti di cui si reclama la proprietà e come oggetti vengono spesso trattate fino a conseguenze estreme, i commenti riflettono la mentalità comune, quel buon senso che, una volta, forse era ispirato alla saggezza contadina e oggi è infarcito di pregiudizi e bigottismo.

Ecco quindi che una donna che gioca con la propria sessualità e col proprio partner in modo disinibito, diventa una che manda foto hard e filmati porno, banalizzando e rendendo volgare una dinamica di relazione che doveva restare privata.

Mostrarsi nuda al proprio partner o mostrarsi mentre ci si masturba in preda al desiderio, non è porno, non è volgare, non è probito dalla legge e non è soggetto al giudizio di terze persone.

Violare l’intimità di una persona con cui la si è condivisa per un tratto di strada, è un atto di uno squallore assoluto, di vuoto umano ed etico, di mancanza di rispetto imperdonabile e, giustamente, punita dalla legge.

L’ex ragazzo della maestra ha consumato su di lei violenza e altrettanto hanno fatto gli altri meschini e loro sì, pornografici e osceni, protagonisti di questa storia. Quale relazione può esserci tra una foto o un filmato resi pubblici proditoriamente e la professionalità di una persona? Quale logica collega il poter insegnare in modo egregio a dei bambini e quello che si fa col proprio/a partner?

La perversità vera è nella bocca a cul di gallina di quella madre e nell’insopportabile ipocrisia della dirigente della scuola, che certamente avrà istruito la giovane maestra sul significato di “decoro”, parola a lei sconosciuta.

Anche il termine di revenge porn attribuito a fatti di questo genere implica un giudizio negativo: non c’è niente di pornografico nel vivere la propria sessualità liberamente, c’è molto di pornografico nell’usare quella libertà per consumare una vendetta. Titolare una rticolo in questo modo, etichetta già la donna in modo negativo.

Ancora peggio ha fatto un sito satirico che, credendo di rendere un servizio alla maestra, ha incautamente citato alcuni versi di Bocca di rosa, accostando di nuovo la sfortunata protagonista a una puttana.

Onore alla maestra, che non ha accettato di cospargersi il capo di cenere e denunciato l’ex, la madre e la dirigente, il primo per aver divulgato senza il suo consenso materiale privato e le altre due per diffamazione.

Mi chiedo quale futuro l’attenda in quel paese, se riuscirà a sopportare le occhiate lubriche e le battute a mezza voce, gli sguardi accusatori, i sorrisini, se riuscirà a trovare un lavoro vicino a casa o sarà costretta, dalla pornografia nella mente degli altri, ad andare via dove nessuno la conosce.

Concludo con una nota a margine: davvero c’era bisogno di invitare gli italiani alla delazione? Questa vicenda mostra l’abitudine, assai diffusa in questo paese a non farsi mai i cazzi propri. Mi sembra, quindi, un invito del tutto superfluo.

P.S. Consiglio oggi la rilettura de I Promessi sposi, libro geniale di uno scrittore che attraversa i tempi e le epoche. Su calunnie, fake news, delatori e malignità ha detto quasi tutto quello che c’era da dire.

Questa volta è diverso


Tra le varie nevrosi che mi appartengono c’è quella di prendere nota dei libri che leggo. Ho dei quaderni della Moleskine adatti all’uopo, che annoto con cura. A volte si tratta di brevi accenni, a volte le riflessioni sul libro appena terminato sono più lunghe e articolate.

Ieri constatavo, con una certa costernazione, che quest’anno ho terminato solo diciotto libri. Mediamente, negli anni scorsi, mi avvicinavo al doppio e il passaggio di ruolo alla scuola superiore, che comporta sicuramente un impegno maggiore rispetto a prima, non giustifica un simile calo per un lettore compulsivo come il sottoscritto.

Facendo una statistica, come vi ho detto le nevrosi sono varie, ho constatato come questo secondo lockdown incida sulle letture molto più del primo. Leggo meno, spesso per non fare nulla se non restare seduto a riflettere.

La verità è che questo secondo blocco (parziale) della nostra vita quotidiana è diverso, più pesante, meno tollerabile del primo.

C’è la consapevolezza di quello che si sarebbe potuto e dovuto fare e non si è fatto, nonostante i segnali fossero forti e chiari. Consapevolezza che non si trasforma in rabbia e sdegno, come sarebbe normale, anche doveroso, forse, ma in una sorta di acquiescenza, un’apatia morale che ci costringe a un’attesa passiva, tutti Drogo nel deserto dei tartari, tutti ad aspettare Godot.

Certo, c’è anche la paura di un nemico che credevamo sconfitto ed è tornato beffardo, velenoso e più forte di prima a insidiare le nostre sicurezze.

Temo di essermi in qualche modo abituato a gestire il pericolo latente e a sopportare una gestione della politica e della salute dilettantesca, cinica, opportunista e, sospetto, a volte spietata. Temo di non riuscire più a instillare il dubbio nei ragazzi che mi trovo ogni mattina davanto allo schermo del computer, quel dubbio necessario per sviluppare un pensiero critico e divergente, necessario perché un domani le cose possano cambiare. Perché il compito della scuola è instillare dubbi.

Avere troppi è come non averne e, come ho già scritto, in questo tempo dubito di tutto.

Poi la rabbia viene fuori, perché antica e sedimentata da tradimenti e delusioni, viene fuori tra le righe del nuovo libro che sto completando e che, quando lo rileggo, aumenta la mia inquietudine per il sospetto divedere lontano, invece di inventare, viene fuori nel mio rifiutarmi di guardare la televisione, se non per quel che serve: evadere guardando un film o un telefilm, per conciliare sonni tranquilli; viene fuori, a volte, molto meno di prima, da questo spazio privato e pubblico a un tempo, che mi è diventato necessario.

Io credo che la gente sia terrorizzata dalla solitudine, dal mettersi davanti a uno specchio e vedersi per come si è e non per come ci si costruisce ogni giorno indossando le maschere più adatte e credo, temo, che non sappia più pensare all’altro nei termini di reciprocità, solidarietà, comunanza. Una contraddizione in termini devastante.

La nostra è una società perennemente tesa a esorcizzare la morte, illusa di vivere un’eterna giovinezza e incapace di accettare lo scorrere del tempo per quello che è.

La politica, la pubblicità, i media non hanno fatto, per anni, che amplificare questa idea, deplorare la vecchiaia e ignorarla, quasi che trucchi e medicine potessero ingannare la natura.

Il risultato è la totale incapacità di essere lucidi, di ammettere che la realtà non è quella che credevamo fosse fino ieri, di accettare il fatto che dovremmo cercare conforto l’uno con l’altro invece di schierarci in inutili fazioni e combattere una guerra che alla fine avrà solo vinti, da qualunque parte dello schieramento vi poniate.

Stiamo tutti sprecando parole in questo periodo, svilendole, privandole del loro peso, della loro sostanza. Le parole sono importanti, ci definiscono, quelle che usiamo nel quotidiano e quelle che usiamo rapportandoci con l’altro dicono di noi più di quanto ci faccia piacere credere.

Questa progressiva perdita di significato, questa semplificazione eccessiva del linguaggio è tipica dei momenti di crisi e, quando in passato si è verificata, non ha mai portato nulla di buono. Il libro di Klemperer che suggerisco in fondo a questo post lo spiega con dovizia di particolari e con la lucidità del sopravvissuto all’orrore.

Tenterò di leggere di più, per recuperare quello che non ho letto in questi mesi e trovare frammenti di risposte e piccole verità che sempre si annidano nelle pagine dei libri. In fondo, c’è poco altro da fare se non cercare una nuova normalità in attesa che torni quella vecchia,