Carnaio, di Giulio Cavalli: distopia o presente?


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Faccio fatica a inserire questo splendido romanzo di Giulio Cavalli, duro come sono dure le verità nascoste, sgradevole come la paura, necessario come un cielo azzurro, nel genere distopico. Troppo greve è la realtà di questi giorni, troppo gravida di orrori antichi e nuovi, troppo satura di violenza che aspetta solo di essere innescata per non considerarlo un libro sul nostro presente.

A DF, un paese mediterraneo, cominciano ad arrivare cadaveri stranieri, tutti uguali, come se fossero clonati. Li porta il mare, dapprima pochi alla volta, poi a ondate, a decine di migliaia. Con pagine acute, colorate dall’acre sarcasmo di cui è capace solo chi quotidianamente si batte per gli ultimi e si sente sempre più solo, l’autore descrive lo squallore, il vuoto di valori, le meschinità degli abitanti del paese e, talora, anche squarci di umanità, come raggi di sole nel cielo autunnale.

Quei cadaveri tutti uguali, stranieri, non nostri, perché a contare sono solo i quattordici corpi dei cittadini di DF, gli altri rappresentano solo un fastidioso problema da risolvere in fretta, mi hanno riportato alla memoria la frase di Gunther Anders a proposito dell’Olocausto, in cui afferma che possono morire a milioni lasciandoci indifferenti, saranno le storie di due o tre ad aprirci gli occhi. Forse oggi, non bastano più neanche quelle.

DF si difende dalla funebre marea e arriva anche, aderendo alla logica globalista e di mercato in cui siamo immersi, logica che reifica anche gli esseri umani, a monetizzare  i cadaveri, di cui non si getta via nulla. Fino all’epilogo che non rivelo per non rovinarvi la lettura.

Il libro mi ha riportato alla memoria suggestioni diverse: Occhi bianchi sul pianeta terra, film di Boris Sagal che nell’agghiacciante finale ricorda molto la situazone descritta da Cavalli e, soprattutto, Cecità di Josè Saramago, amaro apologo di un’umanità che ha perso sé stessa.

La scrittura è vivace, i personaggi tratteggiati con maestri in un racconto corale di piccoli e grandi mostri, dietro il sarcasmo che permea molte pagine si possono intravvedere gli astratti furori, sempre più concreti in questi giorni, e la pietas dell’autore.

Se riuscite a superare il malessere fisico delle prime pagine, se riuscirete ad arrivare alla fine, probabilmente concorderete con me che si tratta di un libro importante, una riflessione disincatata, chirurgica nella sua spietatezza, sulla nostra società, sulla politica, sull’informazione ridotta a sciacallaggio, sul vuoto umano di tanta brava gente.

Carnaio è l’altra faccia di Exit west di Hamid, libro che lasciava ancora un certo spazio alla speranza, che preferiva la dimensione favolistica per raccontare il dramma di un popolo in viaggio. Cavalli sceglie la dimensione di una rabbia trattenuta e scrive un libro violento e spietato che si traduce in un J’accuse implacabile verso i colpevoli di ieri e di oggi.

L’incubo descritto da Cavalli è la paura del diverso che arriva a trasformare in diverso, in straniero, chi non si omologa all’opinione comune. Concorderete con me che, alla luce di quanto accade in questi giorni, non siamo dentro una distopia ma immersi in una realtà fin troppo vicina.

L’unico limite del libro, che probabilmente leggerò ai miei ragazzi a scuola, è quello che non arriverà a chi dovrebbe arrivare, perché, è noto, che i nuovi potenti e i loro adepti non frequentano i libri, anzi, il binomio libro-migranti probabilmente per loro equivale a una maledizione. Peccato, perché forse qualcuno di loro, leggendolo, guardandosi allo specchio, si vedrebbe per quello che è, provando, si spera, vergogna.

Un libro terribile, che ci mette davanti all’oscurità per esorcizzarla.  Non lo dimenticherete.

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Essi vivono, in mezzo a noi: Nazitalia, di Paolo Berizzi.


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“Il fascismo è in grado di riproporsi sempre e il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”   Umberto Eco

 

I nuovi fascisti non cercano seggi in parlamento ma l’accettazione sociale, il consenso delle fasce più basse della popolazione per portare avanti le loro istanze violente.

Il nuovo fascismo non è organico, ma costituisce un galassia frammentata e variegata, non per questo meno pericolosa, godendo di una bassa visibilità mediatica anche quando consuma azioni violente secondo  lo stile squadrista.

Il nuovo fascismo esiste, vive e cresce accanto a noi e ha spalleggiato la Lega di Salvini che ha tradito la propria vocazione regionalista trasformandosi in quel partito fascio leghista che riscuote ampi consensi in zone del paese fino a ieri considerate tabù per i lumbard, come il meridione.

Sono alcune delle tesi debitamente sviluppate da Paolo Berizzi in questo libro, documentato e inquietante perché descrive un’ombra nera che lentamente sta salendo alle nostre spalle nell’indifferenza generale e con la compiacenza di molti.

Berizzi descrive un fascismo liquido, capace di fornire un’identità a una gioventù culturalmente deprivata, che trova nella legittimazione della violenza contro quel diverso che percepisce come responsabile del proprio disagio esistenziale, in un comodo processo di auto assoluzione e deresponsabilizzazione, il mezzo per sfogare la propria rabbia.

Berizzi mette in evidenza l’esistenza di una lunga linea nera, mai interrotta, che parte dalla Marcia su Roma, passa per Salò, arriva a Ordine Nuovo e ai giorni nostri, un fascismo sempre presente sullo sfondo sociopolitico del nostro paese e sempre portato avanti con gli stessi argomenti: l’estrema semplificazione di problemi complessi, la colpevolizzazione del carpo espiatorio di turno, la violenza come strumento inevitabile e necessario. Un fascismo tollerato, ridicolizzato ma mai domo, che ha continuato a covare nell’ombra odio e rancore, in attesa della rivincita.

Il matrimonio con il leghismo salviniano era inevitabile. Salvini suona sempre la stessa canzone, quella della xenofobia, quella dell’Italia agli italiani e questo nazionalismo da operetta, questo grottesco richiamo a uno spirito nazionale inesistente collima perfettamente con le deliranti idee dei vari gruppi neofascisti sparsi per la penisola. E’ un richiamo identitario talmente ridicolo, considerata la storia del nostro paese, che appare sconcertante che qualcuno risponda; il problema è che nell’era dei social, conoscere o non conoscere la storia del nostro paese è indifferente, quello che conta è vomitare insulti, dare libero sfogo alle pulsioni peggiori.

La complicità della stampa e una sorta di sguardo benevolo da parte delle forze dell’ordine, che arretrano intimidite dalle minacce cialtronesche del leader di Casapound ma non esitano a sfollare gruppi di poveracci temporaneamente accampati in attesa di trovare una destinazione, fanno il resto e contribuiscono all’ascesa di questi gruppi. E’ una piccola storia ignobile, questa, che si ripete da troppo tempo.

Quindi il fascismo c’è, anche nelle sue espressioni squadriste, violente, ignorate dai media, un fascismo che cerca radici nei luoghi dove la rabbia ribolle con più forza, dove è più facile trovare adepti da indottrinare, a cui riempire la testa di verità fabbricate ad arte, modificando la storia e la realtà.

Il rischio è che il vecchio errore si ripeta, che Salvini creda di controllare il mostro per poi scoprire che il mostro non si controlla, che quando la bestia dell’odio si libera, richiamarla indietro può costare un prezzo altissimo.

Nel libro potete trovare un lungo elenco di episodi di violenza fascista consumati ai danni di stranieri, gay, ragazzi di sinistra, ecc., le solite vittime dello squadrismo vigliacco, perché cambiano i modi, le parole d’ordine, gli slogan, ma la cifra della viltà che definisce il fascismo è sempre la stessa: sempre dieci contro uno.

Vi chiederete, dopo aver chiuso il volume, in preda a una rabbia e a un malessere crescente, in che razza di paese viviamo e perché, di molti di quegli episodi, non avete mai sentito parlare.

Il nodo della questione sta tutto nella risposta a questa domanda.

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Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.


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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.

Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.

Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.

Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.

Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.

Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.

Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.

Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.

Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.

Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.

Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.

Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.

Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.

Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.

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Ta-Nehisi Coates: Tra me e il mondo


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Un  libro durissimo, edito negli Stati Uniti qualche anno fa, ma assolutamente attuale. Un atto d’accusa violento, diretto, feroce contro il sistema di potere americano e il razzismo che lo sostiene.

L’autore è un giornalista che scrive al figlio, raccontando gli episodi salienti della propria vita, contraddistinti dalla violenza brutale e gratuita consumata dai bianchi contro i neri.

Il corpo dei neri, scrive l’autore, non è umano, i neri possono essere percossi, derisi, uccisi a sangue freddo, denigrati e  umiliati perché i bianchi possano ribadire la propria supremazia.  Il corpo dei neri è un peso da cui non ci si può liberare e che bisogna imparare ad accettare.

Questo libro è una memoria dell’infamia, un j’accuse e un incitamento alla rivolta, la storia di una presa di coscienza, di una emancipazione da un destino segnato. Coates è una voce autorevole di quei neri nati dopo la fine del Movimento dei diritti civili, dei suoi (pochi) successi e del suo sostanziale fallimento, della rabbia seguita alle speranze nate dopo l’elezione di Obama e della desolazione dell’era Trump.

Figlio di un ex militante delle Pantere nere, Coates racconta al figlio della propria adolescenza a Baltimora, della progressiva acquisizione dei codici di soipravvivenza per restare vivo in strada; racconta la sconfitta di una scuola bianca nata per i bianchi, dell’invenzione della negrezza come costruzione culturale talmente sedimentata da divenire reale, della scoperta, all’università, del mondo della cultura nera, del razzismo e della violenza contro il corpo nero come necessario complemento al Sogno americano.

La storia di Prince Jones, studente brillante, figlio di una dottoressa, bello, elegante, colto, ucciso solo perché nero da un agente di polizia assolto da qualunque accusa, ossessiona l’autore, diventa il simbolo della fragilità del corpo nero, della sua inermità.

Non sono solo i figli del ghetto a morire per le strade d’America, sono i neri in quanto neri.

Coates non dà parole di speranza al figlio, non scrive un Razzismo spiegato a... in chiave americana, al contrario, lo mette in guardia sulla precarietà del corpo nero, sulla necessità di lottare ogni giorno per i propri diritti, consapevole che la sua diversità, la sua oppressione, serve ai bianchi per stare tranquilli ed è, quindi, irredimibile.

Le pagine più commosse sono quelle dell’incontro con la madre di Prince Jones: malata, distrutta dal dolore, incapace di spiegarsi l’accaduto se non come l’ennesima prova di una segregazione non più stabilita in termini di legge ma culturale, una segregazione che esiste nella mente dei bianchi e nella mente di quei neri che aspirano, vanamente, a diventare bianchi, che vivono fingendo di non essere quello che sono.

Noi italiani, fino a qualche anno fa, ci siamo limitati a considerare il razzismo come una forma di ignoranza, un prodotto culturale circoscrivibile a pochi. E’ stato un errore di prospettiva.

La miseria intellettuale ed etica che traspare da molti interventi sui social, lo squallore di una politica disposta a sacrificare i diritti degli ultimi sull’altare del consenso elettorale, il consenso di cui gode questa politica spietata, ottusa, alla ricerca di un nemico verso cui incanalare la rabbia sociale per distoglierla dai problemi reali a cui è incapace di fare fronte, fanno sì che questo libro descriva una realtà presente e prossima molto più vicina a noi di quanto ci piacerebbe.

Coates pone l’accento sulla razza, su come  i principi democratici dei sistemi occidentali e capitalisti, libertà, uguaglianza, fraternità, presuppongano, sottintendano, un “altro” da sottomettere, da sfruttare, da educare, da mettere all’indice quando i tempi diventano duri. Il razzismo non nasce, dunque, dall’ignoranza ma dal sistema in cui viviamo, è figlio di quei diritti di cui ci vantiamo. La storia coloniale dell’Europa èì la prova di questo assunto.

Un libro duro e necessario, che non può neanche lontanamente permetterci una immedesimazione con chi scrive, possiamo capire solo con uno sguardo distaccato: perché noi siamo bianchi, non ci svegliamo ogni mattina con un colore che è l’emblema della violenza e del sopruso giustificato, socialmente accettato, necessario, nella logica terribile della razza dominante. Perché noi siamo la razza dominante.

Bisogna cominciare a modificare il paradigma della lotta al razzismo, partendo non da un presupposto d’ignoranza da parte dei troppi che lo predicano, ma dal rimettere in discussione quei valori che ci hanno permesso di vivere in un mondo libero ma bianco che presuppone l’odio verso i neri, verso l’altro, come fondamento.

L’ho scritto molte volte: affrontare fenomeni nuovi con parole vecchie significhe essere sconfitti in partenza. Coates scrive parole nuove, il punto di vista di chi tace da troppo tempo e non è mai stato invitato a partecipare al dibattito. Non scrive parole dure e taglienti per noi, ma contro di noi.

Possiamo considerare questo libro la testimonianza di una realtà sociale lontana da noi o come la denuncia di una realtà in cui ci stiamo, progressivamente immergendo, ma sarebbe opportuno considerarlo la testimonianza di una realtà in cui siamo sempre stati immersi e che abbiamo nascosto a noi stessi.

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