Perché alla destra conviene la crisi


Il ricatto costante a cui il governo Berlusconi sottopone il governo, il tentativo di far passare per l’ennesima volta leggi a favore dell’impunità del proprio leader e dei suoi accoliti, I toni assolutamente inaccettabili usati contro le proposte che riguardano I diritti civili,paiono insensati a chi è ancora in grado di usare il cervello, in modo particolare in un momento storico in cui ben altri sono I problemi della politica, ben altre le scommesse da vincere.

I provvedimenti demagogici che la destra propone per contrastare la crisi, come la icancellazione dell’Imu, non servono a nulla a questo scopo ma giovano invece a favorire la presa sull’opinione pubblica e a mantenere il potere nei posti che contano. Il gradimento del governo in carica nei sondaggi preparati ad arte da organi di stampa che ormai sono totalmente asserviti al potere, hanno lo scopo  di giustificare l’ingiustificabile per favorire l’inaccettabile.

In questi anni abbiamo più volte affermato che la destra berlusconiana è un partito azienda privo di qualsiasi ideologia alle spalle.E’ stato, a un tempo, un errore e un equivoco.  In realtà questa destra, non ha alcun bisogno di ideologie perché la crisi svolge alla perfezione il lavoro sporco al suo posto, l’economia porta all’attuazione di politiche reazionarie senza che suscitino I tumulti sociali che nascerebbero se a generarle fosse un esecutivo dichiaratamente di destra. Mi spiego.

Gli imprenditori tipo Marchionne, giustificano con le sfide internazionali che la globalizzazione pone la necessità di ridurre I diritti dei lavoratori, per poter essere più competitivi e poter resistere all’attacco di paesi, come la Cina, dove tali diritti non esistono. Ecco allora la fine del garantismo sindacale e gli accordi al ribasso, ecco gli assalti allo statuto dei lavoratori e i licenziamenti facili. Monti e la Fornero, elementi perfettamente integrati in questa visione dell’economia, hanno favorito, con la scusa dell’emergenza, questa tendenza. In sostanza, si sono occupati del lavoro sporco al posto della politica.  Lavoro sporco che rientra perfettamente in un’ottica fascista, storicamente ostile al sindacato, alla concertazione e al proletariato.  Dunque Berlusconi e co., oggi, possono proporre pura demagogia, vendere fumo, perché tanto il grosso del lavoro è stato già fatto e che sia stato fatto con il loro pieno assenso, non importa, tanto la gente ha la memoria corta.

La destrutturazione del sistema scolastico italiano, il tentativo di farlo tornare a un elitarismo classista, l’apologia del lavoro manuale per i figli delle classi popolari fatta dagli ultimi ministri dell’istruzione,  la delegittimazione del ministero dell’istruzione a mera succursale del ministero delle finanze, tendenza anche questa portata avanti con entusiasmo dal governo Monti con l’eterna scusa della riduzione delle spese dello Stato, rientra anch’essa in una concezione fascista dell’istruzione, che considera la scuola non come ascensore sociale ma come bacino di manodopera a buon mercato e fucina della classe dirigente, addomesticata secondo I principi del potere. Si spiega solo in quest’ottica l’enorme spreco di risorse a favore di una scuola privata spesso religiosa, che non può certo essere definita progressista e i ripetuti attacchi agli insegnanti non ultimo, il rozzo tentativo di aumentargli l’orario di lavoro di sei ore contando sull’impopolarità della categoria.

Nella stessa ottica va vista la riduzione del welfare, drammatica se consideriamo il lungo periodo e I reiterati tentativi di demonizzare le opposizioni e mettere il bavaglio a quelle voci che continuano ostinatamente a cantare fuori dal coro. Il deficit di democrazia nel nostro paese e in tutta Europa è ormai a livelli drammatici, peggiori dei deficit dei vari bilanci.

Dunque, quale necessità c’è di un nuova ideologia fascista se provvedimenti fascisti vengono continuamente presi dai governi in carica con la scusa di contrastare la crisi economica con l’avallo, in Italia, di un presidente della repubblica che sembra aver sposato pienamente queste tendenze reazionarie?

Se si tolgono I diritti ai lavoratori e il welfare alle classi più deboli, non ha nessun senso favorire le categorie sociali più deboli con provvedimenti che ampliano I diritti civili. Anzi, più logico appare ridurre quei diritti a chi li possiede, limitando ad esempio la libertà d’opinione e d’espressione. Ecco spiegati I toni razzisti contro il ministro Kyenge e gli attacchi a Grillo, che da parte sua sembra conoscere benissimo sia questo tipo di approccio alla politica sia i toni demagogici e forcaioli o I continui assalti alla rete, considerata un incontrollabile covo di anarchici violenti. E’ curioso come, da un lato si discuta della necessità di abolire il reato di vilipendio al capo dello stato e dall’altro si voglia mettere in atto provvedimenti draconiani per cancellare la libertà di espressione in rete.

Per mettere freno a questa ondata reazionaria priva di idee ma gravida di effetti drammatici, un’onda cieca che sta travolgendo quanto costruito dai lavoratori in sessant’anni di lotte, servirebbe una presa di posizione decisa da parte di chi un’ideologia politica ce l’ha, chiara e definita. Assistiamo invece, da parte della sinistra italiana, a una specie di rincorsa al peggio, a una assuefazione al ricatto, a una rassegnazione all’iniquità dei tempi che, oltre ad essere irritante e avvilente per chi ancora non ha dimenticato la storia, appare, non trovo altri aggettivi, masochistica e criminale.

Non vorrei, alla fine di questo periodo, ritrovarmi come il protagonista del magnifico romanzo da cui Martone ha tratto il suo splendido film,che di fronte alle promesse mancate e alle contraddizioni insolute dell’Italia unita, non può che affermare mestamente: “Noi credevamo”.

Un mondo diverso


Paul Krugman è un premio nobel dell’economia ed è possibile che diventi ministro del tesoro degli Stati Uniti se Obama verrà rieletto. Dice quello che nessuno osa più dire e cioè che quando lo sviluppo affidato alle iniziative private non parte, tocca allo stato intervenire. Come? Potenziando per prima cosa l’istruzione, assumendo più insegnanti che permettano di creare una generazione di quadri e tecnici preparata, poi aiutando le imprese virtuose che non ce la fanno e riducendo il carico fiscale.

Non è una ricetta nuova. Gli Stati Uniti l’hanno già fatto, dopo la crisi del ventinove, con Keynes. E sono diventati il paese più ricco e potente del mondo.

Mario Monti non è un Nobel come non lo è nessuno dei suoi ministri. E’ un economista che crede nel liberismo selvaggio e professa l’unica religione che conosce: quella del capitale e dei banchieri. Ci hanno raccontato per mesi la favola che la sua ricetta fosse l’unica per permettere all’Italia di uscire dal baratro. Adesso un premio nobel  del paese più avanzato del mondo ci dice che no, un modo diverso di vedere le cose, un modo più giusto di vedere le cose, esiste. E noi siamo di nuovo sull’orlo del baratro.

Mario Monti ha promesso che dopo la cura sarebbe arrivata la guarigione, una serie di iniziative mirate a promuovere lo sviluppo, a dare lavoro ai giovani, a creare maggiore equità sociale. Siamo di nuovo sull’orlo del baratro, più poveri di prima, la riforma del lavoro promette nuovi licenziamenti che la Fornero, un ministro che in qualsiasi altro paese civile del mondo sarebbe già andata a casa e avrebbe smesso di fare danni, vuole allargare anche agli statali. Statali che hanno il contratto bloccato da tre anni, un potere d’acquisto ogni mese più ridotto, il contratto scaduto da due anni, una norma iniqua e anticostituzionale sulle assenze per malattia che nessuno ha modificato, un regolamento disciplinare altrettanto iniquo che, per altro, prevede il licenziamento per motivi disciplinari, l’unico possibile in una categoria che non fa parte del mercato del lavoro, perché lo stato non è un’azienda ma dovrebbe essere un fornitore di servizi, un distributore di democrazia reale.

In Italia non esiste un Paul Krugman. A parte le posizioni radicali e veteromarxiste che propongono cure peggiori dei mali, non esistono voci fuori dal coro, voci autorevoli intendo, intellettuali in grado di ottenere un forte consenso popolare proponendo soluzioni sensate che vadano nella direzione opposta a quella del direttorio che ci governa. Non esistono perché in Italia si è scientificamente devastata la scuola pubblica in modo da creare intellettuali perfettamente integrati nel sistema. Per ridicolizzare il dissenso sono sufficienti i radicalismi, per cancellarlo è sufficiente non dargli la possibilità di crescere. Noi viviamo sotto un totalitarismo morbido, soft, dove le voci fuori dal coro, si tratti di cantanti, attori, politici, scienziati, ecc. vengono morbidamente messe a tacere, integrate, assimilate, quando è possibile, comprate. E se proprio non ci si riesce, arriva la mafia, il terrorismo, ecc. Sempre al momento giusto,senza sbagliare un colpo.

Noi viviamo in un mondo orwelliano, solo che, dal momento che questa è l’Italia, è un modo orwelliano più squallido, deprimente, grossolano e approssimativo, guidato da tanti piccoli fratelli non meno sinistri, gelidi, spietati di quello del romanzo.

Chi fa il mio lavoro, in questo mondo orwelliano, ha una enorme responsabilità: può scegliere, nonostante i bastoni tra le ruote continui della burocrazia, dell’amministrazione, del comune sentire, di tentare quotidianamente di far capire a chi ha davanti che a cantare fuori dal coro c’è molto da perdere ma moltissimo da guadagnare, se non altro in dignità e rispetto di sé stessi, oppure può scegliere di contribuire a creare bravi soldatini, puliti, educati, integrati. Può mettere al primo posto il rispetto delle regole oppure il rispetto puro e semplice, che a volte va oltre le regole, può decidere di intraprendere la strada faticosa che porta a cercare un punto di contatto soprattutto con chi è diverso, insofferente, alienato, oppure può scegliere di punirlo, di somministrargli in anticipo il trattamento che gli somministrerà la società.

Io la penso come Paul Krugman, credo che si debba partire dalla scuola, una scuola che non sia, come vorrebbe Monti, selettiva ma inclusiva, non punitiva ma comprensiva, una scuola che aiuti a creare consapevoli voci fuori dal coro o consapevoli intellettuali integrati, la scelta di quale lato della strada scegliere deve essere libera e individuale, ma assolutamente consapevole. Una scuola che riesca a trovare il buono che c’è in ogni ragazzo, a sviluppare le capacità che ci sono in ogni ragazzo, a farlo sentire orgoglioso di essere quell’individuo unico e irripetibile che è.

Insomma, una scuola molto diversa da quella che vogliono Monti e la Fornero. Solo se si procederà su quella strada, forse, per questo paese c’è ancora speranza.

La scuola per pochi.


Leggo le cifre sulla dispersione scolastica: non mi stupiscono, nella scuola ci lavoro e so come vanno le cose. Male, molto male. Le motivazioni sono complesse si farebbe del qualunquismo ad attribuire in toto la responsabilità alle istituzioni: le famiglie e gli insegnanti hanno la loro generosa porzione di responsabilità dello stato di sfacelo in cui versa l’istruzione in Italia, se non altro perché non sono mai riusciti a organizzare una protesta seria, organica e condivisa, limitata anche solo a pochi punti.

Lavoro in un Istituto Comprensivo dove a tutti i livelli, dalle materne alle medie, c’è una grande professionalità e uno spirito di servizio diffuso. Lo richiede un’utenza difficile, che necessita di un’attenzione costante e profonda. Tutti, maestre e insegnanti, danno di più, inventano, sperimentano, cercano soluzioni adeguate. Eppure non basta. E’ una situazione che si ripete praticamente in tutte le scuole italiane.

Il fatto è che i ragazzi oggi seguono, più meno, gli stessi programmi che seguivo io trent’anni fa, su libri molto più scarsi, con insegnanti molto più insoddisfatti e mal pagati, in scuole dove le attrezzature informatiche e didattiche sono, a voler essere benevoli, obsolete.

Chi si aspettava dal governo dei professori importanti novità per quanto riguarda l’istruzione e una proposta organica di miglioramento e rilancio della scuola nel nostro paese, non conosce Mario Monti. L’attuale presidente del Consiglio applaudiva, pochi mesi fa, quella operazione di bassa macelleria chiamata riforma Gelmini come un importante passo in avanti dell’Italia verso l’innovazione.

La scuola che aveva in mente la Gelmini (ammesso che abbia mai avuto qualcosa in mente) e quella che ha in mente Monti è una istituzione classista, selettiva, discriminante, una scuola che ha come utenti ideali i migliori e che punta a liberarsi rapidamente dei peggiori, per creare manovalanza a basso costo. Un sistema simile a quello americano, e i tentativi di modificare la scuola pubblica per far entrare i privati, le proposte di consigli di amministrazione misti delle scuole, ci sono stati e ci saranno ancora. La scuola che ha in mente questa gente, è una scuola per pochi.

Il problema è che la nostra è già una scuola per pochi: come si può pensare di presentare la stessa lezione all’alunno deprivato e a quello con capacità di apprendimento superiori alla media? Eppure è quello che accade ogni giorno in aula, col risultato che si deprime e demotiva il primo e non si potenziano ulteriormente le capacità del secondo. Il problema è strutturale: i programmi scolastici sono obsoleti, gli orari rigidi, le materie separate per compartimenti stagni senza la possibilità materiale di progettare percorsi interdisciplinari che non siano limitati ad un una tantum ma diventino una costante. Non esiste più la possibilità di compresenze, organizzare lezioni per fasce di livello, lavorare a classi aperte diventa pura fantascienza. Le famiglie, dal canto loro, temono ogni innovazione (anche se classi aperte e fasce di livello non sono certo innovazioni) e si mettono sul piede di guerra quando si cerca di fare qualcosa di diverso, qualcosa di diverso da quello che facevano loro a scuola! Io ho avuto dei problemi perché, privilegiando lo studio della letteratura e la lettura di testi conclusi, spesso classici, ho rinunciato all’antologia. Era il metodo utilizzato dal mio professore di lettere delle medie! 

A farne le spese, naturalmente, sono gli alunni più deboli e quello che fa rabbia è che questi ragazzi, spesso, inseriti in quelle attività extracurricolari ormai sempre più rare e difficili da organizzare a causa dei tagli ai fondi d’istituto, modificano radicalmente il loro atteggiamento, seguono con interesse, hanno un rendimento decisamente migliore. Dunque fare scuola in modo diverso non solo è possibile ma dovrebbe essere obbligatorio dal momento che la Costituzione garantisce pari opportunità formative per tutti. 

I docenti sono tutti perfettamente concordi nell’affermare che la lezione frontale è morta, che bisogna esplorare nuove strade con questi ragazzi così diversi da quello che eravamo noi, così pieni di problemi, di inquietudini, di insicurezza, così smarriti. Le solite, noiose critiche agli insegnanti svogliati,demotivati, vecchi, ecc. vanno rispedite al mittente. Perché i vecchi siedono nei palazzi del potere, ci governano, ci impongono le loro scelte di servi dei poteri forti. Questo non è il governo dei professori, è il governo dei padroni e la scuola che vogliono è quella dei padroni: i ricchi studiano, i poveri lavorano.

Faccio facile demagogia di sinistra? No, perché la sinistra è sempre più radical chic, sempre più simile alla destra. Ho abbandonato dopo poche pagine, cosa che non faccio mai, mi vanto di terminare anche i libri più orrendi, il libro di Paola Mastrocola sulla scuola italiana perché mi ha fatto venire l’orticaria impregnato com’è di una visione della scuola classista, vagamente razzista e assolutamente vecchia. Ho letto con alterno piacere l’ultimo libro di Jonathan Frantzen, pentendomi, dopo averlo sentito affermare che gli ebook uccidono la cultura. E questi sarebbero due intellettuali di sinistra. Per non parlare di Ichino, il responsabile per l’istruzione del Pd, che parla di insegnanti che leggono il giornale a scuola, ecc.ecc. proponendo più o meno quello che propone l’Aprea, potere ai presidi e insegnanti obbedienti e muti. La sinistra è ipocrita, elitaria e settaria quanto la destra quando si parla di istruzione. Volete un altro esempio? Levata di scudi in Lombardia perché il neo assessore regionale all’istruzione, la Aprea, ha proposto l’assunzione diretta dei supplenti da parte dei presidi. Bene, a Genova c’è una scuola che da dieci anni applica l’assunzione diretta da parte del preside e nessuno dice una parola. Sarà perché il preside in questione è di sinistra e perché la scuola, nata per i ragazzi del centro storico, è diventata col tempo la scuola preferita dalle famiglie bene della città?

Senza cultura non c’è crescita possibile, senza cultura accessibile a tutti e pari opportunità di acquisirla, non c’è democrazia. Il sillogismo potete concluderlo voi.

Chi giudica i giudicanti?


Come è ormai abitudine, terminato il tedioso rito degli scrutini, posto sul blog un articolo riguardante la scuola. Vorrei soffermarmi questa volta sul tema della valutazione, non dal punto di vista sociologico o pedagogico, quindi non da un punto di vista dotto, che non saprei argomentare e che non mi compete, ma dal punto di vista di un insegnante che comincia ad avere qualche anno di scuola alle spalle.

Il voto è discriminante perché è ingiusto fare parti uguali tra disuguali.

Non è, purtroppo, una frase mia ma di Don Milani, frase con cui concordo in toto. Questo della disuguaglianza a scuola è tema che genera furibonde liti e discussioni interminabili tra gli insegnanti, divisi tra giustizieri e buonisti, tra possibilisti e decisionisti, tra apocalittici e integrati, tutti in buona fede, tutti convinti di essere dalla parte del giusto. Chi scrive dice sempre alle sue classi che del voto non gli importa nulla, che si tratta di una semplice cifra numerica  che non potrà mai quantificare sforzi, buona volontà, difficoltà, impegno. La valutazione, a mio parere, è la parte più spiacevole e meno utile del mestiere di insegnante. Ma la valutazione è, soprattutto, profondamente ingiusta, significa giocare sporco, assegnare un giudizio sommario senza tenere conto delle variabili. E’ un pò come emettere una sentenza senza dare all’imputato il diritto di difesa.

Mi spiego, prima di attirarmi l’ira dei colleghi: alla domanda fatidica se tutte le procedure atte a recuperare le lacune di un ragazzo che presenta una pagella disastrosa sono state attuate, nessuno, in coscienza, può rispondere affermativamente. Non per cattiva volontà o per indifferenza ma perché, semplicemente, nessuno di noi è nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio lavoro ordinario, figuriamoci quello straordinario. Mancano i soldi per i laboratori, per le attrezzature informatiche, per pagare gli insegnanti che volentieri farebbero qualche ora in più, le classi sono sovraffollate e questo limita in modo spesso drammatico il rapporto umano con i ragazzi, semplicemente perché non si ha il tempo di stabilirlo, mi riferisco soprattutto a quelle colleghe che hanno poche ore in una classe, io, che insegno lettere, da questo punto di vista sono un privilegiato.

Nella scuola ormai da anni si ragiona in termini di numeri, non più di persone, persone insegnanti e persone ragazzi/e, il fattore umano viene sminuito, sbiadito, fino quasi a tramutarsi in ombra. Non ci mettono in condizione di svolgere il nostro lavoro e non mettono in condizione i ragazzi di usufruire pienamente del diritto allo studio. La Costituzione recita che la scuola deve garantire a tutti le stesse condizioni di partenza, deve riequilibrare la distanza tra chi per i motivi più vari,temperamento, famiglia, carattere, parte in vantaggio e chi parte dietro. Questo è impossibile farlo. Anzi, sempre di più, questa scuola che ha un’origine borghese e non è mai stata, sin dalla sua nascita, la scuola delle classi sociali più disagiate, sta tornando a essere la scuola dei “bravi”. Per loro, i “bravi”, la scuola funziona benissimo, è per gli altri che le cose non vanno niente bene. Ed è purtroppo una scuola di “bravi”, fuori da ogni realtà, che i vari governi degli ultimi anni hanno preso a modello. E’ la scuola del mulino bianco quella che ha indirizzato le scelte della Moratti e della Gelmini, è una politica del mulino bianco quella che ci siamo ritrovati sulle spalle.

Si parla di innovazioni tecnologiche nella scuola italiana quando la vera rivoluzione sarebbe il ritorno delle attività manuali, l’utilizzo istituzionalizzato di tecniche didattiche vecchie ormai di decenni come il cooperative learning, le classi aperte, ecc.ecc. Non è dandoci cose in più in mano che si risolveranno i problemi della scuola: cominciate a garantirci carta per le fotocopie, forniture igieniche, fogli protocollo, penne, matite, ecc. Cominciate a fornirci dei computer decenti, che si accendano con l’interruttore e non a calci e pugni, dateci l’essenziale e un pò di spazio per sperimentare, lasciate perdere l’Ipad, che è anche diseducativo perché lo fabbricano i bambini cinesi.

La possibilità per quegli alunni che non hanno voglia di studiare di fare dell’altro, di imparare le basi elementari di un’attività che possa orientarli a una scelta sensata della scuola superiore,  mentre la maggior parte sceglie le scuole dove si studia meno, la possibilità di sviluppare la manualità, di apprendere i rudimenti di un mestiere, di “costruire” qualcosa, permetterebbe di migliorare l’autostima di solito bassissima di questi ragazzi, di non umiliarli quotidianamente costringendoli a seguire lezioni che non sono in grado di seguire, e probabilmente permetterebbe poi, con un inserimento graduale e mirato nelle classi, di dargli anche le basi culturali necessarie per accedere alle superiori. Forse, guarda un pò, qualcuno si convincerebbe anche che lavorare stanca e studiare è meglio.

Il cooperative learning eviterebbe l’antipatica divisione nelle classi tra bravi e meno bravi, permetterebbe la formazione di un circolo virtuoso di emulazione che tra modelli raggiungibili è possibile, mentre mettendo un alunno totalmente deprivato vicino a un genio è difficile che si avvii. Allo stesso tempo, permetterebbe di potenziare realmente gli alunni più dotati. Insomma, la scuola diventerebbe un’esperienza più gratificante e costruttiva per tutti.

Sono innovazioni banali che però sottintendono una scelta politica: quella di fare della scuola italiana una istituzione formativa che permetta veramente a tutti di sviluppare le proprie capacità e acquisire le competenze necessarie. Scelta che non sembra, da quanto si sente in giro, essere al primo posto nell’agenda di questo governo. Non stupisce: il governo Monti sta continuando, questa volta con l’approvazione di tutti, il processo di distruzione sistematica dello stato sociale cominciato da Berlusconi e la scuola, in questo processo, occupa un posto di rilievo, in quanto azienda che non produce, per trasformarsi in azienda che produce nuova classe dirigente e manovalanza a basso costo, entrambe ben indottrinate secondo il pensiero unico, naturalmente.

Ecco perché ritengo che con il voto creiamo disuguaglianza, condanniamo spesso senza appello, giudichiamo sulla base di ipotesi non suffragate dai fatti. Ma poiché non viviamo in un mondo ideale, i voti si devono dare, è il nostro lavoro, e quindi li diamo, continuando ad alimentare questo circolo vizioso, continuando a etichettare, classificare con un numerino, ragazzi che hanno una storia, una interiorità, un’anima, ferite, che troppe volte non riusciamo a vedere.

Motivo per cui, dopo ogni scrutinio, scrivo un articolo feroce sulla scuola.

L’impossibilità di afferrare il presente


Ricordo le assemblee della “pantera”, uno dei tanti movimenti studenteschi che periodicamente nascono e poi si perdono. L’approccio era quello sessantottino, volti bellicosi, la fiera intenzione di cambiare il mondo. La sostanza degli argomenti povera, fatta di slogan e proclami, i tentativi di riflessione, apparentemente ben accetti, nulli. O stavi con “loro”, e definire chi erano loro era complicato, o eri contro, un moderato, un fascista, ecc. 

Fui tra gli organizzatori di un’assemblea a Medicina, facoltà che allora frequentavo e che è sempre stata tradizionalmente restia a mobilitarsi, anche per la provenienza medio-borghese di buona parte dei suoi partecipanti. Chiusi con il movimento quando venne impedito di parlare a un esponente del fronte della gioventù, perché in democrazia, lo pensavo allora e lo penso oggi, hanno diritto di parlare anche gli “altri” e non solo “loro”. Se quella era la democrazia proposta dal movimento, non mi interessava. Io sono un comunista cattolico, di quelli che pensano che essere comunisti, essere di sinistra ed essere cattolici implica cercare di essere meglio degli “altri”, più democratici, più rispettosi delle opinioni altrui, più corretti, più disposti  al dialogo e al confronto. Se teorizzo l’uguaglianza, devo praticarla quotidianamente, senza se e senza ma, principio che secondo me è fondamentale e rende perfettamente coerente credere in Dio e votare a sinistra, basta leggere un qualsiasi libro di Hans Kung per capire cosa intendo. Molti passi del manifesto di Marx sono sovrapponibili alla dottrina sociale della Chiesa, e viceversa. Forse per questo la Chiesa, oggi, fa finta che la dottrina sociale non esista.

Ascolto gli “indignati” in televisione e provo uno stato d’animo a metà tra la rabbia, la tenerezza e, devo ammetterlo, uno snobistico sarcasmo intellettuale. La pochezza delle argomentazioni, la violenza costante alla lingua italiana, la confusione, l’assoluta assenza di una prassi politica da seguire, di un obiettivo realistico, il mescolare tesi che stanno a metà strada tra Papa Giovanni e il sub comandante Marcos, mi avviliscono profondamente.

Da insegnante, confido e spero sempre che i giovani cambino il mondo, che riescano a diventare persone migliori di noi, che riescano a superare l’impasse in cui la mia generazione è caduta, trasformandosi in un esercito di reduci dalla droga, dal terrorismo, dal nichilismo, dall’entrata in Forza Italia, una massa di brave persone con il sessantotto in  testa e lo scoglio della realtà costantemente davanti. Troppo piccoli nel sessantotto per esserne parte, siamo nati con quei sogni in testa senza avere mai la possibilità pratica di realizzarli.

Sentendo questi ragazzi non mi stupisco che i blac block, la moderna versione del nichilismo o della strategia della tensione, come preferite, io che sono cresciuto negli anni del terrorismo preferisco la seconda versione, siano penetrati tra le maglie del movimento e non mi stupirei se facessero proseliti. Il pensiero deviante  e deviato che se è impossibile risolvere democraticamente le cose allora bisogna usare le maniere forti, ha un suo fascino: scagli la prima pietra chi in una fase della propria vita non ne è stato quantomeno attratto per un istante. Ha un proprio fascino soprattutto su chi non ha altro. nessuna base ideologica, nessun leader, nessun modello a cui ispirarsi.

L’oratorio e la sezione del partito, due centri di aggregazione importanti negli anni settanta, di formazione politica e civica, non esistono più. Questi sono i ragazzi digital native, che usano il linguaggio iniziatico delle tastiere dei telefonini e gli spazi sociali autistici dei social forum, sono la nazione di Internet, cresciuta a slogan e pubblicità, in bilico tra un ambientalismo che ricorda il mito del buon selvaggio e una ingenua e infantile vis rivoluzionaria. A me ricordano sinistramente quel libro necessario, visionario e amarissimo che è “Il signore delle mosche”.

Ironizzando, parlando con mia moglie di questi ragazzi lungo criniti che scuotono le mani invece di alzarle per dare il consenso a una mozione ci chiediamo se abbiano mai letto Popper e Marcuse, Sartre e Simone de Beauvoir, o almeno conoscano la differenza tra il liberismo economico e il liberismo keynesiano, l’eterna lotta dei due Milton nella società capitalistica contemporanea. Ironia da professore, neppure troppo cattiva. Ma è un dato di fatto incontrovertibile che senza un libro dietro non esiste una rivoluzione  e questi a me danno l’impressione di avere come referente Harry Potter.

La fragilità del movimento non alleggerisce neanche di un’oncia la pesantissima responsabilità di una sinistra ormai totalmente incapace di afferrare i mutamenti del tempo, sempre in ritardo su tutto, sempre stonata, incapace di darsi una identità definita e di ritrovare una propria dignità. Se Matteo Renzi, che di sinistro ha solo il suo anti sindacalismo, è l’alternativa a una dirigenza in chiara confusione senile, la sinistra non ha perso la direzione, ma sta facendo come i lemmings, dritta verso il suicidio di massa. Non alleggerisce neppure la responsabilità di un mondo cattolico che ha confuso l’impegno nella società con Formigoni, che ha sdoganato le sette più reazionarie del proprio universo, che ha dimenticato e progressivamente decostruito le basi del Concilio vaticano II, senza capire che la Teologia della liberazione, vicina più di quanto si creda, almeno idealmente, al pensiero di questi ragazzi, era un’occasione e non una minaccia.

Non saper orientare, guidare, accompagnare la protesta giovanile e una colpa più grave di quello che si possa pensare: l’ultima volta che è accaduto, e c’era ancora il Pc con una classe dirigente vera mentre la Chiesa cominciava la sua ennesima controriforma, ha portato ai “compagni che hanno sbagliato strada” e a una scia di sangue lunga vent’anni. Oggi la rabbia e lo schifo sono, se possibile, ancora maggiori e la contingenza economica ancora più critica. Se non si riesce a sublimare la rabbia nichilistica che dilaga, per ora marginalmente, nel mondo giovanile, rischiamo di trasformarla nell’unica forma di protesta possibile.

Per poi ritrovarci tra dieci anni a fare l’ennesima revisione critica o un nuovo giubileo.

Questione di fede


La Chiesa ha molte facce: quella severa di Bagnasco, quella irrimediabilmente antipatica di Ratzinger, con un accento che evoca scenari troppo lontani dalla spiritualità, quella medioevale del vescovo emerito di Grosseto, che giustifica Berlusconi e lancia un anatema su Vendola, (emerito certamente lo è…), quella del parroco di Barra che accoglie a braccia aperte i camorristi,quella segnata dagli anni di Don Gallo, vero eroe cristiano.

Ci sono poi facce più sinistre inquietanti: quella del nuovo vescovo di Milano, leader in pectore di Cl e amico intimo di Formigoni, quella di Bertone, quella di don Seppia, il prete pedofilo della parrocchia di Sestri, ecc.ecc.

Tanti volti, tante contraddizioni, in quella che è la struttura di potere più antica del mondo. La religiosità è in crisi, è inutile negarlo. Nel nostro emisfero le chiese sono vuote e la credibilità della gerarchia ecclesiastica è scesa ai minimi termini. La società dei consumi, il libero mercato, è quanto di più incompatibile possa esistere con il messaggio evangelico. La strada, rivoluzionaria, scandalosa, eversiva, avrebbe dovuto essere quella della Teologia della liberazione ma Woytila la condannò senza appello e l’arcivescovo Romero, unico beato vero tra tanti sepolcri imbiancati, è ancora soltanto un nome scomodo, da dimenticare. La Chiesa si è invece trasformata in una holding, una multinazionale potente e spietata, perdendo di vista la sua ragione sociale, la sua mission, se mi perdonate la facile metafora.

Rivoluzionaria, scandalosa ed eversiva è stata certamente la strada scelta da Gesù per portare il suo messaggio di pace, come quella di Francesco,di Agostino. Persone, uomini che hanno scelto di rinunciare agli agi di una vita tranquilla in nome di un bene superiore, per amore dell’umanità. Eroi borghesi,in fondo, capaci di alzarsi in volo e guardare dall’alto un mondo infangato dal potere e dall’avidità.

Oggi che non è più tempo di sofismi gesuitici e si sentono tremare le colonne del Vaticano, la Chiesa appare come non mai figlia del suo tempo: smarrita, confusa, corrotta dal male, incapace di scegliere una direzione, incapace di un atto di forza, di una sferzata d’orgoglio che le permetta di rialzare la testa.

Credere, oggi, è complicato. Ascoltavo ieri sera  con vivo interesse Vito Mancuso, teologo lucido, dalla logica tagliente come Occam e dall’interloquire raffinato e comprensibilissimo a un tempo. Ho letto qualche tempo fa il libro in cui lui e Augias, altro intellettuale capace di spezzare in mille parti un capello, dibattevano di Dio, la vita, la morte e altre inezie. Dalla civilissima tenzone ne usciva vincitore il teologo, proprio per quel suo sorriso interiore, per la forza indistruttibile della fede che emanava dalle sue parole pacate e dal suo volte sereno, disteso, luminoso.

Non semina sicurezze, Mancuso, non regala verità da catechismo, né banali santini televisivi: semina dubbi che pesano come macigni, pone interrogativi da non dormirci la notte, legge il nostro tempo e, in qualche modo misterioso, legge in noi stessi.

Trovo la stessa incrollabile fede, la stessa fiducia nella potenzialità dell’essere umano solo in un altro grande personaggio del nostro tempo: Gino Strada. Non so se sia religioso ma da ogni sua parola traspare un amore per il prossimo che ha qualcosa di trascendente. Le frasi che pronuncia suonerebbero vuote e banali sulle labbra di chiunque altro ma lui ha la forza di chi crede veramente in quello che fa, di chi si dedica realmente al prossimo con altruismo cristiano e le sue parole diventano sassi.

Forse da qui dovrebbe ripartire la Chiesa: invece di disseminare certezze e dogmi, dovrebbe tornare a seminare dubbi, invece di trovare continuamente risposte, dovrebbe tornare a porsi domande, invece di restare immobile nella palude delle sue certezze, dovrebbe tornare a guardarsi nello specchio e chiedersi dov’è e se c’è un senso.

Come credente in crisi, come chiunque sia veramente credente dovrebbe essere costantemente, perché la fede è crisi, sono schifato dai preti pedofili, dai politici ipocriti e baciapile, dai preti senza coraggio, dalle scuole private cattoliche che non pagano l’Ici, da Formigoni e i suoi amici tessitori di ragnatele, da tutti quelli che quotidianamente, ossessivamente, inutilmente, pronunciano il nome di Dio invano. Dagli ipocriti e dagli ignoranti perché l’ignoranza, oggi, nell’era di Internet e del villaggio globale, è una colpa che non si può più giustificare.

Trovo che esista più fede in un vecchio partigiano col fazzoletto rosso al collo i cui occhi si inumidiscono di lacrime al ricordo di un compagno caduto, che tra vescovi e cardinali, trovo che sia più sacra ogni vita salvata da Don Gallo che un’enciclica papale, trovo che sia più santo l’arcivescovo Romero di tutti gli Echevarria franchisti, amici di torturatori e assassini beatificati per motivi politici.

Io non ho la limpida e tranquilla fede di Mancuso, che mi ricorda, nonostante la sofisticata sovrastruttura intellettuale, quella di mia nonna, ma di una cosa sono certo: se c’è un Dio è con Gino Strada e Francesco Azzarà, è con i marinai italiani ostaggi dei pirati, è con chi ogni giorno si prodiga per il suo prossimo, con chi non ha smesso di porsi domande, è con chi è perennemente in crisi.

Consiglio a chiunque  non ne possa più della Minetti, del presidente suino e delle metafore di quell’altro idiota, la lettura di uno qualsiasi dei libri di Mancuso e dei discorsi di Savonarola commentati da Don Gallo. Per capire che la realtà non è solo quella in cui siamo immersi quotidianamente, che la vita è qualcos’altro. Per fortuna.

Damnatio memoriae


Mi perdonerete la recrudescenza da liceo classico, ma non ho trovato titolo migliore che si adattasse a questo articolo. Per chi non mastica di latinorum, la damnatio memoriae era la pratica in uso nell’impero romano di cancellare totalmente qualunque traccia dell’imperatore precedente, molte volte scannato, avvelenato o ucciso da quello successivo. Questa pratica vile e sciacallesca è stata sperimentata in occasione della morte di Edoardo Sanguineti e perfezionata oggi, con l’articolo dell’Osservatore Romano che ha cristianamente sputato veleno sulla memoria di Josè Saramago. Ho già parlato dell’assenza delle istituzioni alla cerimonia funebre di Sanguineti, personaggio la cui statura avrebbe dovuto meritargli ben altra considerazione e ben altro spazio sui mezzi d’informazione, considerazione e spazi che gli sono stati negati perchè considerato acerrimo nemico dal potere che più volte ha pubblicamente sbeffeggiato.

Con Saramago, straniero e poco noto in Italia perché  ha scritto libri intelligenti e profondi, che necessitano l’uso delle cellule cerebrali per essere letti e quindi mettono fuorigioco il 90% dei critici letterari italiani e il 100% degli intellettuali di regime, si è passato il segno.

Spieghiamo prima di tutto di chi parliamo. Portoghese, comunista militante, sfuggito alla dittatura di Salazar e vissuto in parte sotto quella di Francisco Franco, ateo professo, come probabilmente sarebbe diventato anche il sottoscritto, cattolico e credente, se fossi vissuto sotto due dittature appoggiate dalla Chiesa e avessi visto beatificato uno dei complici di Francisco Franco (mi riferisco al fondatore dell’Opus Dei ) , ma soprattutto scrittore sublime. Il mio primo incontro con Saramago è stata “La zattera”, libro sospeso tra sarcasmo e malinconia, che tratta l’argomento a lui caro dell’unificazione dei paesi iberici, Spagna e Portogallo. La tratta per absurdum, immaginando che la penisola iberica, per un fenomeno inspiegabile, si stacchi dal continente europeo. Ma riassumere un libro di Saramago è impossibile, tanta è la poesia, la divertita tragicità della sua prosa, la maestria letteraria, la densità dei contenuti che si può trovare nelle sue opera. Il rigore etico, la pietas presente nelle sue pagine, la moralità più profonda di quella di tanti credenti che millantano la loro fede per poi uscire dalla chiesa e manifestare perché viene concessa la mensa ai bambini immigrati, gli hanno fatto guadagnare un rispetto quasi universale, tranne che nel nostro paese.

L’Osservatore romano, rispondendo a una qualche nuova rilettura del vangelo che impone di attaccare vigliaccamente chi non può più difendersi, ha scritto oggi un panegirico contro Saramago di cui, come cattolico, mi vergogno. Gli argomenti sono i soliti: l’ateismo di Saramago, le sue violente requisitorie contro chi usa Dio per opprimere il prossimo, come ha sperimentato di persona in Portogallo e Spagna, la sua presunta mancata condanna dei gulag, accusa particolarmente ridicola a un uomo che ha fatto della sua opera un lungo canto per la libertà contro l’oppressione. Il vero motivo di questo sciacallesco articolo, è un altro e ve lo spiego citando lo stesso Saramago:«Con la sua particolarissima opinione sulla ragione d’essere e il significato dell’istituzione democratica, Berlusconi ha trasformato in pochi anni l’Italia nell’ombra grottesca di un Paese e una grande parte degli italiani in una moltitudine di burattini…». Questo aveva scritto recentemente il grande scrittore sulla leadership del nostro paese. Tanto per chiarirci aveva accusato con la stessa veemenza Veltroni e la sinistra, pallida ombra di quello che era stato il movimento di sinistra più importante nella parte del mondo non comunista. L’attacco dell’Osservatore rientra nello scambio di favori che l’attuale governo e la Santa sede (ma l’aggettivo mi sembra quanto mai improprio) si stanno scambiando dopo le schermaglie del caso Boffo. Io non leggo i giornali di destra perché francamente mi fanno schifo ma sono certo che, ammesso abbiano una pagina culturale, i loro articoli su Saramago saranno dello stesso tenore e probabilmente citeranno devotamente quello dell’Osservatore.

E’ esattamente questo meschino connubio tra potere e religione che Saramago ha aspramente criticato, l’ipocrisia di una Chiesa che non ha mai abdicato dal potere temporale e che continua a frequentare strade lastricate di pessime intenzioni. Quanto al comunismo dello scrittore, egli ha sempre dichiarato di non essere uno scrittore militante, di non voler convertire nessun lettore alle sue idee, di lanciare un messaggio prima di tutto etico e morale piuttosto che politico.

Sanguineti e Saramago hanno segnato il nostro tempo, con la loro lucida capacità di interpretare il presente, con il loro essere intellettuali a tutto tondo, con la coerenza prima etica e poi ideologica, con l’essere grandi persone prima che grandi scrittori. Il volo degli sciacalli sui loro cadaveri, la damnatio memoriae a cui saranno sottoposti è forse il segno più grande della traccia indelebile che hanno lasciato nella storia della cultura contemporanea. Molti nemici, molto onore, si diceva una volta. Il detto vale ancora, specie quando i nemici sono miserabili.