Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.

La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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Graziella, Simonetta, Cocò e gli altri: A futura memoria


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Graziella  Campagna aveva diciassette anni, è morta perché aveva trovato una carta d’identità in una giacca nella lavanderia dove lavorava, Cocò Campolongo aveva tre anni, bruciato in un’auto insieme al nonno e alla sua compagna, Simonetta Lamberti aveva dieci anni, uccisa da un proiettile destinato al padre magistrato. Sono solo tre della trentina di storie accennate nelle piastrelle commemorative dedicate alle vittime di mafia minorenni che potete osservate da oggi sul muro della memoria di Genova Prà, una testimonianza forte dello spirito civile che anima le scuole di Genova.

E’ un progetto partito dal basso, questo del muro, dal contatto diretto tra gli insegnanti, gli unici in grado di superare burocrazia, diffidenze, dimenticanze, che accompagnano in genere operazioni di questo tipo. Non docenti narcisisti e incoscienti come il professore dell’Attimo fuggente ma professionisti/e disposti a mettersi in gioco per seguire un’idea di libertà e civiltà.

Abbiamo scelto il muro perché è un simbolo divisivo, abbiamo voluto trasformarlo in un simbolo di memoria civile, un muro che non divide ma unisce, lasciando fuori gli infami, gli assassini, destinandoli all’oblio. Abbiamo voluto lanciare un segnale forte e chiaro ai mafiosi: sappiamo chi siete e cosa avete fatto e questo muro che continueremo a costruire è lì restare a futura memoria.

I ragazzi ci hanno messo l’entusiasmo e la creatività, consapevoli di lasciare qualcosa che resterà, consapevoli di fare memoria nel senso più concreto del termine. Sono stati guidati senza essere indottrinati, perché chiunque ha a che fare con loro sa quanto siano manichei, come possiedano istintivamente il senso del bene e del male. Basta un piccolo aiuto e fanno tutto da soli.

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Abbiamo scelto il ponente perché espressione da un lato, di quella periferia depressa e disagiata in cui molti di noi lavorano con fatica, silenziosamente e tenacemente ogni giorno,  dall’altro di quella periferia che alza la testa e reclama diritti e opportunità, si rimbocca le maniche e lavora per un futuro migliore. Se il futuro di Orwell era nei prolet, quello del nostro paese è in periferia, nei non luoghi, nei quartieri ghetto, dove nascono fiori nel fango e nel cemento.

E’ un lavoro che parte da lontano,questo, dalla creazione del codice etico di Libera per le scuole, quattro anni fa, dalle adesioni degli Istituti genovesi, dalle prime due giornate celebrate negli anni scorsi, con molti insegnanti, moltissimi ragazzi e nessuna autorità a riconoscere il valore di un lavoro ben fatto, per arrivare a oggi, terza giornata, con molte autorità e la presenza preziosa e graditissima di Giancarlo Caselli, un vero servitore dello Stato, a portare il saluto e l’abbraccio di Libera.

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Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’impegno gratuito, prezioso e generoso degli insegnanti degli I.C.Pegli, Cornigliano, Prà, Campomorone, S. Teodoro, Quezzi,  Sestri Est, che hanno aderito all’iniziativa senza riserve, stanziando i fondi per le piastrelle e aiutando i ragazzi a lasciare un segno.

Questo è il senso del nostro lavoro: lasciare un segno, per noi e per gli altri.  Questa è la scuola pubblica italiana che lavora e crea, non quella degli stereotipi dei media e dei bizantinismi della politica.

Questa operazione è la testimonianza che la scuola è ancora capace di creare valori, che partendo dal basso, cooperando, confrontandosi,  si possono acquisire nuovi punti di vista, trovare soluzioni, cominciare a cambiare le cose.

Fare antimafia sociale significa costruire una coscienza condivisa che non può che partire da una memoria civile condivisa.  Fare antimafia sociale significa  costruire concretamente simboli forti e duraturi che vadano oltre i nobili discorsi e indichino una direzione, siano pietre miliari di una strada da costruire tutti insieme.

Alcune scuole di Genova, oggi, possono affermare con orgoglio di aver cominciato a farlo, con la forza delle idee e il coraggio che nasce dalla consapevolezza che saranno i ragazzi e le ragazze di domani a cambiare il mondo, perché il tempo è dalla loro parte.  Oggi è stata la loro giornata, speriamo che domani sia il loro tempo.

Se a scuola non si fa politica cosa si deve fare?


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L’episodio è uscito su tutti i giornali.  Salvatore Borsellino, invitato in una scuola, risponde alla domanda di uno studente sulle connessioni tra mafia e politica citando Andreotti e Dell’Utri. Il preside lo redarguisce dicendo che a scuola non si fa politica e Borsellino non può fare altro che salutare e andarsene.

E’ lo specchio dei tempi, la Buona scuola, i nuovi dirigenti. Nella mia città a dei docenti viene impedito di presentare una mozione sull’eventuale spostamento di un impianto petrolchimico a pochi passi dalla scuola perché la scuola deve occuparsi d’altro, qualche tempo fa la presentazione di mozioni che stigmatizzavano la discesa in piazza di un quartiere contro l’accoglienza di una ventina di immigrati in un ex asilo, è stata, se non osteggiata, certo non favorita con le stesse motivazioni, per non parlare delle proteste degli insegnanti contro lo sgombero di un campo rom e la richiesta di chiarimenti mai ottenuti riguardo la sorte dei bambini e ragazzi che frequentavano l’Istituto Comprensivo.

Quando è veramente è il momento di diventare punto di riferimento, di tornare a proporre valori forti, come la lotta alla mafia, la tutela dell’ambiente e della salute o il diritto allo studio, la lotta contro la discriminazione, ecco che la scuola nella sua componente dirigenziale si ritrae, ecco che arrivano le dichiarazioni ponziopilatesche dei vertici istituzionali e i dirigenti obbedienti che nascondono la testa sotto la sabbia. Insomma, la scuola che fa scuola non piace al potere. Questo è ormai chiaro da tempo.

E’ evidente che il preside che ha accettato la presenza di Salvatore Borsellino nel suo istituto non lo conosceva e, soprattutto, non conosceva gli ultimi quarant’anni di storia di questo paese. Forse si aspettava una di quelle tante, tediose e opprimenti esibizioni di antimafia di comodo che fanno contenti tutti e non disturbano nessuno, tanto comuni da quando si è istituzionalizzata l’antimafia a scuola, cominciando a ucciderla. Ma la cosa peggiore, è che quel dirigente non sa cosa significhi fare scuola,caratteristica che lo accomuna a molti suoi colleghi e colleghe sparsi per la penisola.

Non si può infatti educare e formare senza dare valori, e dare valori significa fare politica.  Non si può spiegare  Manzoni o Verga o Dante, Vittorini o Sciascia senza parlare di politica, di vita vera, attiva, di impegno civile. Il nostro sommo poeta ha scritto un’opera monumentale dove ha fatto nomi e cognomi di corrotti e corruttori e Salvatore Borsellino può citare in un incontro sulla mafia due uomini universalmente riconosciuti come collusi in base a sentenze definitive!

Se fare scuola significa fornire nozioni, basta wikipedia e la rete, non è necessario il fattore umano fornito dall’insegnante. Se fare scuola significa creare una generazione di consumatori sottomessi e obbedienti, bastano la televisione e i giornali, non c’è bisogno di alzarsi ogni mattina e scaldare il banco.

A mio parere, così da sempre interpreto il mio lavoro, fare scuola significa fare politica nel senso più alto del termine, quello di trasmettere valori e dubbi, di sviluppare lo spirito critico, di combattere l’omologazione del pensiero e verificare sempre quello che si ascolta, si legge, si vede.

Fare scuola è educare alla bellezza, imparare ad apprezzare Leopardi, Ingres, Dante o Picasso, Piero della Francesca e Proust, invitare i ragazzi a scoprire  e a stupirsi del fatto che hanno scritto, dipinto,scolpito per noi, in qualunque tempo lo abbiano fatto, atto politico sublime e necessario in una società che della bellezza ha perso il culto e se si dimentica la bellezza si perde l’anima.

Fare scuola è leggere la storia e capire che non è una cronaca sterile di cose passate ma la causa del male e del bene presente, che certe dinamiche si ripetono sempre uguali a sé stesse, e per questo bisogna sempre stare all’erta, con gli occhi e la mente bene aperta.

Fare scuola significa salire in piedi sul banco e invitare chi hai di fronte a guardare il mondo da una prospettiva diversa, mettendosi nei panni dell’altro.

Fare scuola significa insegnare a pensare con la propria testa, e ditemi se non è fare politica.

Se la scuola deve essere un punto di riferimento per il quartiere in cui opera, un segno, spesso l’unico, della presenza dello Stato, non può ritrarsi indietro di fronte ai problemi di quel quartiere, non può dire non mi riguarda, per timore di urtare una parte politica, perché tutto riguarda la scuola.

Fare antimafia senza fare politica, senza disturbare, senza fare rumore, non è fare antimafia, è una ipocrita parata di frasi fatte e retorica stantia, un cattivo servizio reso ai ragazzi. Questo, quel dirigente, avrebbe dovuto saperlo, era suo dovere istituzionale saperlo.

Fare scuola chiudendosi in una torre d’avorio, dietro il paravento del non ci compete, tradisce lo spirito stesso dell’istituzione, viene meno al dovere sancito dalla costituzione di sviluppare le competenze e lo spirito critico dei ragazzi per contribuire a formare i cittadini futuri, cittadini attivi, responsabili e, si spera, migliori di noi.

Basta leggere la legge 107 per comprendere che di questo non c’è traccia, per capire che la strada tracciata è quella del dirigente che mette a tacere Borsellino , è la strada sognata dalla Fondazione Agnelli, quella di una scuola anticamera del lavoro, fucina di utili idioti da distribuire nelle varie fasce di produzione. Utili idioti ma con smartphone ultimo modello, perché non si può tenere il consumismo sfrenato e ottuso lontano dalle classi, bisogna fare i conti con la realtà, come afferma l’attuale ministro dell’istruzione.

Salvo poi, quando si fanno davvero  i conti con la realtà, non quella edulcorata da Mulino Bianco della Buona scuola, ma quella avvelenata dei nostri quartieri, quella squallida delle collusioni tra mafia e politica, quella ignobile del razzismo dilagante, dire che non si può, non ci compete, dobbiamo occuparci d’altro, questo dice la legge.

Lex mala lex nulla , si diceva un tempo. Ma, evidentemente, i nuovi dirigenti della buona scuola non lo sanno.

La scuola non la fanno solo gli insegnanti


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Quei dirigenti dell’ANP che hanno considerato una sciocchezza il concetto di scuola come “comunità educante” inserito nel nuovo contratto nazionale, dovrebbero provare un moto di vergogna, ammesso ne siano in grado,  alla luce dei recenti fatti di violenza che hanno avuto come vittime degli insegnanti.

Ho letto molti articoli in proposito, generalmente equilibrati e ben argomentati, in qualche caso acuti, ma tutti, essendo redatti da persone anche illustri e autorevoli, come Zagrebelski e Recalcati, che non vivono quotidianamente la scuola, analizzavano il problema alla superficie , senza scendere in profondità.

Sono ormai anni, dalla prima riforma Berlusconi, che è avviato il processo di delegittimazione della classe insegnante che la Buona scuola ha portato a termine. Non si contano le campagne stampa organizzate ad hoc per far digerire alla gente riforme che hanno progressivamente limitato la libertà all’interno delle scuole, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi come non si contano gli articoli dilettanteschi e le informazioni distorte che descrivono una scuola che non c’è.

Di pari passo e non casualmente è aumentata la conflittualità con le famiglie e si è progressivamente oscurato il concetto di scuola come comunità, luogo deputato all’educazione dei futuri cittadini dove famiglia e insegnanti definiscono cosa è necessario fare perché i ragazzi raggiungano le adeguate competenze e maturino in modo armonico.

Mentre accadeva tutto questo i presidi,  da primi inter pares, diventavano dirigenti aziendali, burocrati il cui unico compito sembra quello di riempire carte, specie se utili alla propria salvaguardia, e invitare i collegi docenti a votare a  favore di strani acronimi. La burocrazia prima di tutto.

Il risultato è che se un insegnante fino a qualche anno fa, in caso di problemi o contrasti con una famiglia, sapeva di poter contare sull’appoggio del preside, cioè della scuola, oggi questo non accade più. Siamo soli, con il rischio che in caso di vertenza il dirigente ci dia contro a priori. E’ il primo passo per trasformare le scuole da presidi di democrazia dove si favorisce e si sviluppa il pensiero critico, a torri d’avorio dove ci si limita a tramandare un sapere sterile, vecchio, fine a sé stesso. L’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, è di trasformare le scuole in dependance delle aziende e, per quanto riguarda quelle più disagiate, in fabbriche di manodopera a basso costo.

La responsabilità di questo processo involutivo, di questa metamorfosi da comunità educante ad azienda, da docenti dotati della libertà d’insegnamento, uno dei cardini della democrazia, a impiegati asserviti a un capetto/a e schiavizzati dalle carte, è politica.

Va poi posto l’accento sul pregiudizio culturale che impera nel nostro paese nei riguardi degli insegnanti, visti ancora come quelli che fanno tre mesi di vacanze, si leggono il giornale in classe, ecc. Basta leggere i forum di qualunque articolo sulla scuola per scoprire che a lavorare davvero sono sempre e solo gli altri.

Nessuno di noi si sognerebbe di spiegare a un macchinista come guidare un treno o a un avvocato come condurre una causa mentre gli insegnanti, di tanto in tanto, si sentono dire come dovrebbero condurre la classe, affrontare certe materie, quante pagine da studiare dovrebbero dare, ecc. Una palese mancanza di rispetto e una evidente diminutio di dignità per una categoria strategica in ogni paese avanzato.

L’ultimo dato rilevante, in questa breve sinossi di come è stata distrutta la scuola pubblica negli ultimi vent’anni, è il fatto che quei genitori che aggrediscono gli insegnanti fanno il male dei loro figli, inculcando l,oro il principio mafioso che la ragione, se non la sia ha, la si prende, anche con la violenza, se necessario.

E su questo, su come  l’habitus mafioso sia parte integrante della nostra cultura, ci sarebbe molto da dire e forse lo farò, in un altro contesto.

In conclusione, l’unica soluzione è invertire il processo, tornare a quella comunità educante che era l’idea di fondo che portò ai decreti delegati nel 1974, restituire dignità a un classe di lavoratori che tanto ha dato a questo paese in questi anni di crisi, anche economicamente, tornare a fare delle scuole delle torri di guardia, sentinelle e avamposti di democrazia e pensiero critico, fucine di cittadini responsabili e attivi.

Il nuovo contratto nazionale appena firmato muove timidi passi in questa direzione.  Nel frattempo, sarebbe necessaria una presa di  posizione della politica, magari di quel ministro tanto solerte quando si tratta di occupare le pagine dei giornali con perle di saggezza sull’uso dei cellulari a scuola, un po’ meno quando deve intervenire a difendere la categoria che sarebbe tenuta a rappresentare.

Tutti devono avere ben chiaro in mente che se la scuola pubblica e il suo ruolo vengono meno, questo paese è destinato a morire. E non è che al momento stia troppo bene.

Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro


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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

Il difficile mestiere d’insegnare


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Da anni il mestiere dell’insegnante viene quasi quotidianamente denigrato e delegittimato dai media, dalla politica e perfino dall’organo che dovrebbe tutelarlo, quel ministero dell’Istruzione che ha visto avvicendarsi titolari improbabili.

Siamo passati dalla scuola supermercato di Berlusconi e co. alla scuola-azienda renziana, senza ascoltare il parere di chi nella scuola lavora quotidianamente e guardandosi bene dall’intervenire sui problemi reali.

Siamo passati dai Presidi, a volte autoritari ma più spesso interpreti del ruolo di primus inter pares  e abili mediatori di conflitti interni ed esterni ai Dirigenti, burocrati interessati più alle carte da riempire che alle persone e alle relazioni tra le stesse.

Inutile stupirsi se oggi i professori vengono aggrediti da genitori e alunni. Inutile stupirsi dello svilimento di una professione che tutti credono di poter svolgere facilmente e che diventa ogni giorno più dura, difficile, faticosa.

I social networtk, la creazione delle chat di classe dei genitori, hanno portato allo stato dell’arte il processo di distruzione della figura dell’insegnante, trasformando il pettegolezzo in verità e inventando un figura mitologica: l’adolescente sincero.

Internet ha trasformato persone che non leggerebbero un libro di pedagogia neanche sotto tortura in esperti di didattica che si sentono in dovere di dare consigli a insegnanti con una carriera ventennale su come insegnare la Storia o la Geografia. 

Sono  così venute alla luce  alcune leggi naturali, teoremi che ogni nuovo insegnante dovrebbe mandare a memoria, che consiglio al Ministero di inserire nei corsi di formazione:

1) Non esistono alunni/e che non studiano. Tutti restano alzati fino a tardi e sapevano una lezione su cui non hanno spiccicato parola fino a cinque minuti prima di uscire di casa.

2) Qualsiasi mancanza disciplinare, non importa che l’alunno marini o alzi le mani su un compagno, è sempre colpa della sensibilità del ragazzo/a che si lascia trascinare dagli altri.

3) Sgridare un alunno/a significa provocare uno stato di tale prostrazione che perdura per mesi e ne pregiudica ineluttabilmente il rendimento scolastico.

4) Le parole “l’anno scorso l’abbiamo promosso/a nella speranza che quest’anno mostrasse un atteggiamento diverso, non l’ha fatto e c’è la possibilità che venga bocciato/a” equivalgono a una sacrilega bestemmia e non vanno mai pronunciate.

5) Lo sport è prioritario rispetto alla scuola.

6) C’è in ogni consiglio di classe un insegnante che tratta male gli alunni: a turno, è ognuno di noi.

7) Mai dare compiti per il week end e tutelare il giusto diritto al riposo dei ragazzi. Possibilmente, mai dare compiti.

8) Se il ragazzo si addormenta in classe è colpa dell’insegnante 

9) Non stupitevi e non fate facce se un genitore alla notizia che il figlio non combina un accidente, risponde compiaciuto:- proprio come suo padre/madre.

10)  Se un ragazzo/a presenta insufficienze in tutte le materie è evidente che gli insegnanti si sono messi d’accordo per bocciarlo.

Forse questo decalogo fa sorridere chi non vive di scuola ma vi garantisco che è basato sulla realtà. L’atteggiamento di molte famiglie, per fortuna non tutte, è esattamente questo.

Non voglio fare una difesa aprioristica della categoria e nei prossimi post parlerò anche dei problemi della scuola e delle responsabilità di chi svolge la mia professione, ma è indubbio che il clima che si respira è questo.  Da qui alle aggressioni, se ci riflettete un istante, il passo è breve.

Come se ne esce? Restituendo dignità alla categoria e mettendo mano ai problemi reali della scuola che non sono l’uso delle nuove tecnologie o quello dello smartphone. ma, se volete, ne riparleremo.

bes e Dsa: dietro le sigle ci sono ragazzi in difficoltà


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Ogni qualvolta si è in procinto di firmare un nuovo contratto, cosa che non accade ormai da ben otto anni, sui giornali e sui siti specializzati parte una sottile, ineffabile campagna di denigrazione verso gli insegnanti.

L’ultima riguarda la discussione su Bes e Dsa., acronimi dietro cui si nascondono i ragazzi con bisogni educativi speciali, cioè tutti quelli che avrebbero bisogno di un aiuto che non gli è concesso dallo Stato ma che viene delegato agli insegnanti e i ragazzi con dislessia, idem come sopra.

La più esilarante delle tante idiozie lette in rete viene, naturalmente, da uno psicologo che ha affermato che per scaricarsi la responsabilità del loro fallimento scolastico gli insegnanti utilizzano questi acronimi con quanti più studenti possibile.

Ovviamente lo psicologo non sa, ma molti psicologi, compreso il tanto lodato Recalcati, in realtà di scuola nulla sanno, che  il carico di lavoro per un insegnante, quando si occupa di bes e Dsa in realtà aumenta.  programmare interrogazioni mirate, compilare mappe concettuali, compiti scritti differenziati, etc. non è esattamente un modo piacevole e rilassante di passare il tempo.

Se le dichiarazioni sono aumentate è perché lo Stato concede l’insegnante di sostegno con il contagocce, sottoponendo i genitori del ragazzo in difficoltà a un iter piuttosto umiliante che molti non sono in condizione o, semplicemente, si rifiutano di fare.

Quanto alla proposta di eliminare gli acronimi e dare libertà agli insegnanti di usare gli strumenti didattici che vogliono, altra proposta delirante proveniente da un altro psicologo insipiente, questa libertà esiste da sempre e si chiama libertà d’insegnamento.

La verità è che la favola raccontata agli italiani negli ultimi due decenni riguardo alla scuola, non contempla ragazzi in difficoltà ma solo insegnanti incapaci di motivarli e sviluppare le loro competenze. La ricaduta sociale di questa narrazione del tutto fuori luogo la vedremo tra qualche anno e non sarà piacevole.

Il problema della scuola, in Italia, è un problema politico e culturale. Politico perché da troppi anni le riforme sono strumento di macelleria sociale e l’interesse reale dello Stato italiano nei riguardi di una scuola moderna che funzioni e che garantisca a tutti un livello di istruzione adeguato è pari a zero.

Culturale perché l’italiano medio concepisce la scuola dell’obbligo come una spiacevole incombenza a cui ottemperare in attesa che il figlio si riveli un talento sportivo o la figlia una starlette televisiva. Sto generalizzando, ovviamente, ma meno di quanto si creda e gli insegnanti sono considerati una casta privilegiata di semi nullafacenti a cui chiunque, soprattutto gli psicologi, può insegnare il mestiere.

Nessuno considera la scuola come una istituzione strategica e fondamentale per il futuro del paese, come accade nel resto del mondo.

Così chiunque si ritiene in grado di pontificare su ciò che non conosce, sulla base di reminiscenze scolastiche personali e di chiacchiere da autobus. Perché anche la psicologia, all’estero, è cosa seria e chi pontifica sulla scuola tra i banchi c’è stato.

La polemica su Bes e Dsa è particolarmente sgradevole perché sulla pelle di quei ragazzi cui basterebbe davvero poco, a volte, per arrivare a buoni livelli di rendimento ma che si portano dietro problemi spesso irrisolvibili che un insegnante che deve occuparsi anche degli altri, senza alcun supporto, non può risolvere.

Avere cinque, sei ragazzi  Bes o Dsa in una classe, tenuto conto che spesso i Bes sono quei ragazzi definiti “caratteriali”, eufemismo per problematici, che una volta godevano del sostegno e a cui oggi non possono accedere, senza alcun insegnante di supporto, rende il lavoro quotidiano molto più pesante, e talvolta ai limiti della sostenibilità.  Oltre all’organico potenziato, che è stato il benvenuto anche se non viene sempre usato come dovrebbe, sarebbe stato opportuno definire un organico rafforzato di sostegno, ipotesi di pura fantascienza nella scuola italiana di oggi. Ma i ragazzi non sono sigle e dietro quegli acronimi c’è un mondo che è meglio nascondere, perchè rovina la favola.

Siamo noi insegnanti a sentir pesare sulle spalle la frustrazione di un fallimento didattico, a chiederci se avremmo potuto fare di più, se c’erano strategie diverse, a maledire quel po’ di aiuto che non è arrivato e che sarebbe stato sufficiente a cambiare una situazione, a dare una possibilità e una prospettiva diversa a quel ragazzo.

Personalmente, i miei fallimenti li ricordo tutti, hanno nome e cognome, e l’unica cosa che mi solleva da quel peso è sentirmi chiamare per strada e scoprire che, in qualche modo, quei ragazzi hanno trovato una strada e non ce l’hanno con me, anzi, mi salutano con piacere, consapevoli di quello hai provato a fare per loro. Credo che molti miei colleghi condividano queste mie parole.

Sarebbe opportuno che a parlare di scuola fosse chi la scuola la vive dall’interno, ogni giorno e ne conosce la realtà e le difficoltà

Agli psicologi ed esperti vari, non posso che ricordare le parole di Brecht che tutti i ragazzi delle mie classi conoscono: “Ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”.