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Il difficile mestiere d’insegnare


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Da anni il mestiere dell’insegnante viene quasi quotidianamente denigrato e delegittimato dai media, dalla politica e perfino dall’organo che dovrebbe tutelarlo, quel ministero dell’Istruzione che ha visto avvicendarsi titolari improbabili.

Siamo passati dalla scuola supermercato di Berlusconi e co. alla scuola-azienda renziana, senza ascoltare il parere di chi nella scuola lavora quotidianamente e guardandosi bene dall’intervenire sui problemi reali.

Siamo passati dai Presidi, a volte autoritari ma più spesso interpreti del ruolo di primus inter pares  e abili mediatori di conflitti interni ed esterni ai Dirigenti, burocrati interessati più alle carte da riempire che alle persone e alle relazioni tra le stesse.

Inutile stupirsi se oggi i professori vengono aggrediti da genitori e alunni. Inutile stupirsi dello svilimento di una professione che tutti credono di poter svolgere facilmente e che diventa ogni giorno più dura, difficile, faticosa.

I social networtk, la creazione delle chat di classe dei genitori, hanno portato allo stato dell’arte il processo di distruzione della figura dell’insegnante, trasformando il pettegolezzo in verità e inventando un figura mitologica: l’adolescente sincero.

Internet ha trasformato persone che non leggerebbero un libro di pedagogia neanche sotto tortura in esperti di didattica che si sentono in dovere di dare consigli a insegnanti con una carriera ventennale su come insegnare la Storia o la Geografia. 

Sono  così venute alla luce  alcune leggi naturali, teoremi che ogni nuovo insegnante dovrebbe mandare a memoria, che consiglio al Ministero di inserire nei corsi di formazione:

1) Non esistono alunni/e che non studiano. Tutti restano alzati fino a tardi e sapevano una lezione su cui non hanno spiccicato parola fino a cinque minuti prima di uscire di casa.

2) Qualsiasi mancanza disciplinare, non importa che l’alunno marini o alzi le mani su un compagno, è sempre colpa della sensibilità del ragazzo/a che si lascia trascinare dagli altri.

3) Sgridare un alunno/a significa provocare uno stato di tale prostrazione che perdura per mesi e ne pregiudica ineluttabilmente il rendimento scolastico.

4) Le parole “l’anno scorso l’abbiamo promosso/a nella speranza che quest’anno mostrasse un atteggiamento diverso, non l’ha fatto e c’è la possibilità che venga bocciato/a” equivalgono a una sacrilega bestemmia e non vanno mai pronunciate.

5) Lo sport è prioritario rispetto alla scuola.

6) C’è in ogni consiglio di classe un insegnante che tratta male gli alunni: a turno, è ognuno di noi.

7) Mai dare compiti per il week end e tutelare il giusto diritto al riposo dei ragazzi. Possibilmente, mai dare compiti.

8) Se il ragazzo si addormenta in classe è colpa dell’insegnante 

9) Non stupitevi e non fate facce se un genitore alla notizia che il figlio non combina un accidente, risponde compiaciuto:- proprio come suo padre/madre.

10)  Se un ragazzo/a presenta insufficienze in tutte le materie è evidente che gli insegnanti si sono messi d’accordo per bocciarlo.

Forse questo decalogo fa sorridere chi non vive di scuola ma vi garantisco che è basato sulla realtà. L’atteggiamento di molte famiglie, per fortuna non tutte, è esattamente questo.

Non voglio fare una difesa aprioristica della categoria e nei prossimi post parlerò anche dei problemi della scuola e delle responsabilità di chi svolge la mia professione, ma è indubbio che il clima che si respira è questo.  Da qui alle aggressioni, se ci riflettete un istante, il passo è breve.

Come se ne esce? Restituendo dignità alla categoria e mettendo mano ai problemi reali della scuola che non sono l’uso delle nuove tecnologie o quello dello smartphone. ma, se volete, ne riparleremo.

bes e Dsa: dietro le sigle ci sono ragazzi in difficoltà


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Ogni qualvolta si è in procinto di firmare un nuovo contratto, cosa che non accade ormai da ben otto anni, sui giornali e sui siti specializzati parte una sottile, ineffabile campagna di denigrazione verso gli insegnanti.

L’ultima riguarda la discussione su Bes e Dsa., acronimi dietro cui si nascondono i ragazzi con bisogni educativi speciali, cioè tutti quelli che avrebbero bisogno di un aiuto che non gli è concesso dallo Stato ma che viene delegato agli insegnanti e i ragazzi con dislessia, idem come sopra.

La più esilarante delle tante idiozie lette in rete viene, naturalmente, da uno psicologo che ha affermato che per scaricarsi la responsabilità del loro fallimento scolastico gli insegnanti utilizzano questi acronimi con quanti più studenti possibile.

Ovviamente lo psicologo non sa, ma molti psicologi, compreso il tanto lodato Recalcati, in realtà di scuola nulla sanno, che  il carico di lavoro per un insegnante, quando si occupa di bes e Dsa in realtà aumenta.  programmare interrogazioni mirate, compilare mappe concettuali, compiti scritti differenziati, etc. non è esattamente un modo piacevole e rilassante di passare il tempo.

Se le dichiarazioni sono aumentate è perché lo Stato concede l’insegnante di sostegno con il contagocce, sottoponendo i genitori del ragazzo in difficoltà a un iter piuttosto umiliante che molti non sono in condizione o, semplicemente, si rifiutano di fare.

Quanto alla proposta di eliminare gli acronimi e dare libertà agli insegnanti di usare gli strumenti didattici che vogliono, altra proposta delirante proveniente da un altro psicologo insipiente, questa libertà esiste da sempre e si chiama libertà d’insegnamento.

La verità è che la favola raccontata agli italiani negli ultimi due decenni riguardo alla scuola, non contempla ragazzi in difficoltà ma solo insegnanti incapaci di motivarli e sviluppare le loro competenze. La ricaduta sociale di questa narrazione del tutto fuori luogo la vedremo tra qualche anno e non sarà piacevole.

Il problema della scuola, in Italia, è un problema politico e culturale. Politico perché da troppi anni le riforme sono strumento di macelleria sociale e l’interesse reale dello Stato italiano nei riguardi di una scuola moderna che funzioni e che garantisca a tutti un livello di istruzione adeguato è pari a zero.

Culturale perché l’italiano medio concepisce la scuola dell’obbligo come una spiacevole incombenza a cui ottemperare in attesa che il figlio si riveli un talento sportivo o la figlia una starlette televisiva. Sto generalizzando, ovviamente, ma meno di quanto si creda e gli insegnanti sono considerati una casta privilegiata di semi nullafacenti a cui chiunque, soprattutto gli psicologi, può insegnare il mestiere.

Nessuno considera la scuola come una istituzione strategica e fondamentale per il futuro del paese, come accade nel resto del mondo.

Così chiunque si ritiene in grado di pontificare su ciò che non conosce, sulla base di reminiscenze scolastiche personali e di chiacchiere da autobus. Perché anche la psicologia, all’estero, è cosa seria e chi pontifica sulla scuola tra i banchi c’è stato.

La polemica su Bes e Dsa è particolarmente sgradevole perché sulla pelle di quei ragazzi cui basterebbe davvero poco, a volte, per arrivare a buoni livelli di rendimento ma che si portano dietro problemi spesso irrisolvibili che un insegnante che deve occuparsi anche degli altri, senza alcun supporto, non può risolvere.

Avere cinque, sei ragazzi  Bes o Dsa in una classe, tenuto conto che spesso i Bes sono quei ragazzi definiti “caratteriali”, eufemismo per problematici, che una volta godevano del sostegno e a cui oggi non possono accedere, senza alcun insegnante di supporto, rende il lavoro quotidiano molto più pesante, e talvolta ai limiti della sostenibilità.  Oltre all’organico potenziato, che è stato il benvenuto anche se non viene sempre usato come dovrebbe, sarebbe stato opportuno definire un organico rafforzato di sostegno, ipotesi di pura fantascienza nella scuola italiana di oggi. Ma i ragazzi non sono sigle e dietro quegli acronimi c’è un mondo che è meglio nascondere, perchè rovina la favola.

Siamo noi insegnanti a sentir pesare sulle spalle la frustrazione di un fallimento didattico, a chiederci se avremmo potuto fare di più, se c’erano strategie diverse, a maledire quel po’ di aiuto che non è arrivato e che sarebbe stato sufficiente a cambiare una situazione, a dare una possibilità e una prospettiva diversa a quel ragazzo.

Personalmente, i miei fallimenti li ricordo tutti, hanno nome e cognome, e l’unica cosa che mi solleva da quel peso è sentirmi chiamare per strada e scoprire che, in qualche modo, quei ragazzi hanno trovato una strada e non ce l’hanno con me, anzi, mi salutano con piacere, consapevoli di quello hai provato a fare per loro. Credo che molti miei colleghi condividano queste mie parole.

Sarebbe opportuno che a parlare di scuola fosse chi la scuola la vive dall’interno, ogni giorno e ne conosce la realtà e le difficoltà

Agli psicologi ed esperti vari, non posso che ricordare le parole di Brecht che tutti i ragazzi delle mie classi conoscono: “Ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”.

La scuola è aperta a tutti e a tutte


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Invito tutti, ma proprio tutti i miei 25 lettori e i loro amici/e a sottoscrivere la petizione del manifesto Scuola bene comune, redatto dai sindacati confederali per la difesa di una istituzione che, da anni, subisce attacchi e tagli da governi di ogni colore.

  1. La scuola è un bene comune che appartiene al Paese e non può essere oggetto di riforme non condivise e calate dall’alto: rappresenta invece una risorsa fondamentale di crescita umana e civile per le persone e la società, una priorità su cui far convergere gli interessi dell’intera comunità nazionale

Così recita il primo articolo del manifesto: sembrerebbero parole scontate, quasi banali in ogni paese democratico ma così non è in Italia, dove le riforme scolastiche sono, negli ultimi anni,  sempre state  calate dall’alto,  spesso redatte da chi non è mai entrato in un’aula o da chi, basta leggere il testo della 107, ha scarsa confidenza con la grammatica e le arti retoriche in genere.

Questo è un paese dove stiamo assistendo al tentativo deliberato e reiterato di trasformare gli insegnanti in meri erogatori di un servizio secondo regole e contenuti imposti.

La scuola vive una condizione di diseguaglianza diffusa: alle differenze strutturali tra scuole del nord e scuole del sud, si aggiungono le differenze tra scuole all’interno della stessa città, tra “buone” scuole e “cattive” scuole, tra scuole di periferia e del centro. Sono differenze che influiscono in modo significativo sul lavoro quotidiano e che mettono in crisi, talvolta limitano in modo inaccettabile, il diritto allo studio.

Diritto allo studio garantito per tutti/e e libertà d’insegnamento sono i due pilastri su cui si fonda la scuola , la conditio sine qua non   perché, almeno a scuola, sia garantita equità per tutti.  Tutte e due hanno rischiato in questi anni di essere seriamente limitate da una politica ottusa orientata solo a fare della bassa macelleria sociale, incurante della qualità dell’insegnamento e della qualità di vita all’interno delle scuole.

Gli insegnanti sono stati progressivamente delegittimati, anche grazie a campagne stampa sapientemente orchestrate, la conflittualità con le famiglie è aumentata, una brutta legge come quella del presunto merito ha creato ambienti divisivi minando alla radice la collegialità.

Il problema di fondo è culturale: la scuola non solo deve essere aperta a tutti, la scuola è di tutti. La scuola produce cultura e forma i  cittadini di domani, rende viva e rinnova quotidianamente la lettera della Costituzione, deve sviluppare le competenze necessarie per orientarsi nel mondo e lo spirito critico necessario per contestare ciò che non va e guardare al futuro.

Dietro questo compito fondamentale e strategico per la democrazia, ci sono gli insegnanti e tutte le altre figure professionali che operano nelle scuola, tutte necessarie, tutte importanti: senza la presenza degli uni, il lavoro degli altri non sarebbe possibile.

La scuola è comunità, aperta al mondo e nel mondo, non una torre d’avorio ma una casa di vetro, non è un luogo dove si imparare a diventare lavoratori o consumatori, ma dove si impara a diventare uomini e donne.

La scuola vuole misure concrete, non grandi proclami e il  recupero di spazi di dignità che le sono stati sottratti con il tacito consenso di troppi, con la colpevole indifferenza della maggioranza silenziosa.

Per questo vi invito a firmare e a far firmare un manifesto che riguarda ognuno di noi: disinteressarsi della scuola significa disinteressarsi del futuro di questo paese e dimenticare il passato.

Il link per firmare la petizione è:  http://www.petizioni.net/manifesto-scuola-bene-comune

La curiosa schizofrenia del ministero dell’Istruzione


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La parola d’ordine del Miur, per quest’anno, sembra essere: contrastiamo il bullismo.  Le scuole sono obbligate da quest’anno ad avere un referente per il contrasto al bullismo e il referente è obbligato (ahimè) a formarsi sull’argomento, così da ritrovarsi la posta elettronica piena di offerte di formazione, tutte a pagamento, of course, dai vari angoli d’Italia.

E’ mia opinione personale che il bullismo sia fenomeno molto più marginale di quanto i media ci facciano credere, tuttavia, fosse anche solo una l’anno la vittima di tali atti, va tutelata, e l’autore va recuperato o punito. Già.

Dico già perché qui arriviamo alle dolenti note. Da quest’anno, il voto di condotta, oltre ad essere, per motivi oscuri, di nuovo espresso ” con una valutazione del comportamento con giudizio sintetico e non più con voti decimali, per offrire un quadro più complessivo sulla relazione che ciascuna studentessa o studente ha con gli altri e con l’ambiente scolastico” non ha più valore ai fini dell’ammissione della classe successiva.  Come poi io possa offrire un quadro di più complessivo sulla vita di relazione di uno studente all’interno della scuola con un giudizio di poche righe è oggetto di esilaranti discussioni tra noi insegnanti e frutterà, probabilmente, formule alchemiche standardizzate.

Il povero referente sul bullismo si chiede: senza un deterrente efficace, come lo spettro della bocciatura, senza soldi per attuare progetti ad hoc, senza un rapporto costante e cooperativo con la famiglia, come te lo recupero il bullo ?

Il professore, specie se lavora in una scuola di periferia, con quei criteri di disagio economico e sociale che le fanno attribuire la qualifica di scuola a rischio, si chiede: come la mantengo la disciplina se il comportamento non vale neanche per la media finale di ammissione all’esame?

Nel giro di tre anni siamo passati dalla possibilità di bocciare un alunno con solo un cinque in condotta ( follia pura),  al non poter più non ammettere alla classe successiva un alunno che si comporta in modo non adeguato con compagni e professori, che è maleducato, ecc. ( follia purissima).

Personalmente non credo nelle sanzioni disciplinari ma nei deterrenti sì e questa schizofrenia ministeriale, questo andare incontro a genitori iperprotettivi e sempre assolutori nei riguardi dei figli, invece che a insegnanti  sempre più delegittimati, mi preoccupa molto.

In realtà il mistero è presto svelato: le bocciature costano e il ministero, non potendo (ancora) vietarle del tutto, forse per un residuo di pudore, forse per mera dimenticanza, mette comunque dei paletti sulla strada degli insegnanti sempre più ardui da superare.

Peccato che così ad essere danneggiati siano i primi fruitori della scuola, i ragazzi e le loro famiglie, anche quelle iperprotettive. 

Perché un ragazzo che non rispetta gli altri non rispetta, prima di tutto, sé stesso, un ragazzo che ignora le regole non è libero e intraprendente, la maggior parte delle volte è solo maleducato, un ragazzo “difficile” può essere recuperato, con lo sforzo congiunto dei suoi insegnanti, molta pazienza  e adeguati deterrenti ma, se questi mancano, sarà perso. A meno che il Miur non voglia risparmiare ulteriormente aumentando i tassi di dispersione scolastica.

Spesso, gli unici a curarsi veramente dei ragazzi, a tendergli la mano, sono gli insegnanti, dal momento che, specie in certe realtà, le famiglie, quando ci sono, sono occupate a tirare avanti a stento. Con questa schizofrenia costante, queste normative che sono evidentemente mirate esclusivamente al risparmio e ignorano totalmente il lato educativo e formativo della scuola, si sta via via indebolendo e delegittimando un’Istituzione che dovrebbe essere a fondamento della democrazia di un paese civile.

Quando a quegli insegnanti verrà tolta la possibilità di tendere la mano, sta già succedendo e succederà, creeremo generazioni di ragazzi infelici, arrabbiati, disadattati,  autoreferenziali e nichilisti, e il successo che riscuotono presso i giovani certi movimenti è la prova evidente di quanto sto scrivendo.

Io, quando devo fermare un alunno, mi faccio mille scrupoli e problemi e così ognuno dei miei colleghi: valutiamo i pro e i contro, la sua situazione familiare e sociale, i margini possibili di miglioramento, ecc.

Tutto questo, che è parte del nostro lavoro, che è una importante assunzione di responsabilità, da quest’anno non avrà più senso perché un burocrate ha deciso che la scuola deve continuare ad essere oggetto di macelleria sociale.

Tanto non importa nulla a nessuno. Tranne a chi quei ragazzi e quelle ragazze li vede ogni giorno, li guarda negli occhi, a volte li sgrida, più spesso li ascolta e, ogni giorno, sente la frustrazione di non poter fare altro per loro se non svolgere al meglio il proprio lavoro.

Ed è proprio il nostro lavoro che non vogliono più farci fare.

La scuola che si apre al mondo non è quella che ci state imponendo


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Mentre scrivo ascolto Blue  maquams dI Anouar Brahem, grande suonatore di Oud, strumento a corde maghrebino. E’ accompagnato da Dave Holland, Jack de Johnnette e Django Bates, nomi che chiunque ami il jazz conosce molto bene.

E’ musica che profuma di mediterraneo, di deserto, di spezie e tristezza, l’ideale colonna sonora per una panoramica sui volti tristi dei migranti su una nave, in attesa che il mare decida la sentenza. E’ musica che arriva all’anima, che ti avvolge come un abbraccio caldo e ti fa viaggiare con la mente.

Nella scuola che sogno, durante l’ora di musica, i ragazzi, ad occhi chiusi, ascoltano queste note di una bellezza struggente, aprono la mente ad altri suoni, ad altre possibilità e sentono l’odore del mondo.

Si potrebbe partire da quei suoni per parlare di migrazioni, o della desertificazione del pianeta, degli squilibri sociali, del terrorismo, dell’arte islamica paragonata a quella cristiana, delle tre grandi religioni monoteiste che nascono dove nasce questa musica…

Si potrebbe, se avessimo una scuola attrezzata, dove la musica si può ascoltare e apprezzare in modo decente e non attraverso orribili registratori portatili, se in ogni scuola ci fosse una lim e una connessione adeguata, per aprire Google earth, se si potesse, senza attendere il placet di dirigenti che spesso lavorano su più scuole, invitare a scuola, a parlare con i ragazzi un Imam, un sacerdote, un rabbino, confrontandosi con loro e cercando risposte alle domande che certamente sorgerebbero numerose nei ragazzi.

E’ un esempio banale di scuola che si apre al mondo. Ma perché lo faccia, perché i ragazzi possano comprendere quello che gli si propone, bisogna fargli qualche orribile lezione frontale e dargli anche qualcosa da approfondire a casa. Perché comprendano anche che,se si vogliono avere risultati, bisogna impegnarsi per ottenerli.

La scuola proposta dal ministero, la scuola della 107 e oggi della ministra Fedeli, non è scuola. Nella narrazione renziana la logica del sacrifico non esiste ad nessun livello, esiste invece la velocità, quella tanto amata dai futuristi. I ragazzi vanno preparati presto ad entrare nel mondo del lavoro, tanto presto da pensare di eliminare un anno di scuola alle superiori, per accelerare il processo, nel nome di un schizofrenia motoria assolutamente incomprensibile e incompatibile con quello che è l’istruzione.

Non pensare, corri, è il mantra dei nostri tempi.

Fermati    e rifletti, dopo che l’hai fatto, rifletti ancora, questo è quello che dovremmo insegnare a scuola. Pensa, guardati attorno, cerca di capire cosa ti circonda, di decifrare i messaggi con cui ti bombardano, trova la tua strada. Questo insegniamo ai nostri ragazzi e ancora: nessuno ti regala niente, non ci sono scorciatoie, a pagare è il sacrificio, l’onestà, l’impegno.

Sono consapevole che sono valori in contrasto sia con la scuola supermercato berlusconiana sia con la scuola azienda di Renzi, ma questo è quello che fanno gli insegnanti quando mettono un brutto voto o quando, malvolentieri, bocciano un ragazzo. Perché la bocciatura non è un atto di sadismo gratuito, ma una decisione collegiale presa da tutti i docenti del corso per il bene del ragazzo.

Così come i compiti a casa sono il necessario complemento del lavoro svolto a scuola. Mi spieghi il ministro Fedeli come potrebbe insegnare qualcosa di utile senza assegnare un ripasso o un’ esercitazione sul lavoro svolto in classe un insegnante che ha due ore a settimana con quei ragazzi, magari attaccate o una all’inizio e una a mezzo settimana. Mi spieghi anche come possiamo verificare quello che hanno capito, le famose competenze di cui il ministero e lei, Ministro, mostrate di non capire niente, senza compiti, senza studio, lavorando solo in classe?

Le competenze sono una cosa seria, non sono d’accordo con chi dice che non servono a nulla, ma presuppongono un’altra scuola e un altro modo di lavorare. Lavoro per classi parallele, modalità cooperativa, classe capovolta, sistemi che possiamo utilizzare sporadicamente, per singole attività e non sistematicamente per quella carenza di strutture e materiali di cui parlavo all’inizio.

La compilazione del foglio che indica le competenze dei ragazzi, obbligatoria da quest’anno, è una presa in giro, alberi distrutti inutilmente per fabbricare cartaccia perché non siamo in grado, nel sistema attuale, di valutare nessuna competenza.

Avendo perso i docenti, il Ministero cerca di recuperare i genitori , con proposte prive di senso senza un cambiamento strutturale di programmi e modalità operative differenti. La scuola dovrebbe cambiarla chi la scuola la vive e la fa ogni giorno, non dei burocrati che fanno calare dall’alto riforme che sembrano copiate a spizzichi e bocconi da manuali di pedagogia vecchi di trent’anni.

La scuola non è una torre d’avorio e non è una fucina di lavoratori, è un luogo dove si maneggia materiale delicato e incandescente: gli uomini e le donne del futuro, i cittadini del futuro. Andrebbe trattata con più rispetto, andrebbe considerata un bene comune e, come tale, qualunque modifica andrebbe sottoposta al giudizio di chi  alla scuola riesce ancora a dare un senso col proprio lavoro quotidiano.

Siamo stanchi di frasi buttate a caso, di esternazioni estemporanee, di considerazioni da viaggio in metropolitana senza capo né coda, che sottintendono che gli insegnanti passano il loro tempo a trastullarsi invece di pensare al proprio lavoro.

Gli insegnanti italiani lavorano con spirito di servizio, affrontano e risolvono problemi spesso da soli, sono punti di riferimento per famiglie ed alunni e meriterebbero ben altro rispetto e considerazione da chi dovrebbe garantirli ed aiutarli a svolgere al meglio i propri compiti.

La funzione educativa va di pari passo con quella formativa, il mondo è sempre più complesso e sono gli insegnanti, in prima battuta, a fornire le chiavi per decodificarlo mentre il loro compito prioritario sembra essere diventato quello di riempire moduli su moduli che non dicono niente e non servono a niente.

Non magister scholae sed magister vitae, dicevano gli antichi, trovando perfetta consonanza tra il sapere, la conoscenza e la vita. Questo dovrebbe essere la scuola, un luogo in cui si studia la musica del mondo perché ognuno possa trovare la propria melodia.

La scuola che non vogliamo


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“L’attuale rivoluzione tecnologica deve essere ben gestita se vogliamo ricadute positive sotto il profilo sociale ed economico. Per questo occorre un’evoluzione profonda di tutto il sistema formativo dove conoscenze e competenze sono fondamentali per le sfide globali che ci attendono.

E’ importante governare i cambiamenti e non subirli se vogliamo realizzare un corpo docente competitivo”. 

Sen. Angela  D’Onghia, sottosegretaria al Miur, fonte: Orizzontescuola.

In queste parole sono compendiate tutti i fraintendimenti, gli errori e le sviste  della politica scolastica degli ultimi dieci anni e di quella del governo Renzi in particolare.

Il pensiero che il percorso formativo debba essere sottomesso all’attuale rivoluzione tecnologica, che vadano rivisti modalità e temi dell’insegnamento alla luce dei nuovi strumenti e vada quindi formata una nuova classe di tecno insegnanti al passo con i tempi, è semplicemente aberrante. Corpo docenti competitivo con chi, con cosa?

Qual è l’epistemologia sottesa a questa frase? Perché c’è un mondo dietro, il mondo della narrazione che chi ci governa ci propina da più di vent’anni, un mondo dove tutto funziona alla perfezione e ad emergere  sono i migliori, i più giovani e i più bravi ( la gioventù è condizione irrinunciabile nella narrazione, l’esperienza non conta nulla), un mondo dove la competizione è sempre salutare, un mondo dove chi resta indietro non esiste.  La scuola di questo mondo non è costituzionale.

Manca completamente, in questa visione distorta e parziale, uno dei compiti istituzionali fondamentali della scuola, quello formativo. Manca completamente la scuola come rapporto, il valore umano che fa la differenza, manca la scuola come fucina di valori, manca la scuola come ricettacolo dei problemi sociali, come punto di riferimento in mezzo al deserto.

Profilo sociale ed economico non sempre vanno di pari passo, anzi, negli ultimi anni, l’economia sta distruggendo il sociale in ogni suo aspetto. Asservire la scuola alle logiche aziendalistiche, renderla azienda a sua volta, sarebbe un errore gravissimo e il governo Renzi sembra aver intrapreso esattamente questa strada. Sostituire l’obbedienza allo spirito critico è il sogno di ogni sistema totalitario e un mondo dove le logiche economiche definiscono quelle sociali e politiche, è un mondo totalitario.

La scuola è prima di tutto cultura, uno sguardo sul mondo per trovarne chiavi di lettura, il tentativo di decodificare e smascherare tutto ciò che limita, controlla o cerca di influenzare la nostra libertà di giudizio. Non c’è macchina che possa fare questo, la tecnologia non sostituirà mai un buon insegnante. La scuola deve educare alla bellezza, non a bruciarsi le diottrie dietro uno schermo.

Bisogna educare i giovani insegnanti ad ascoltare i ragazzi, a mettere da parte quanto imparato sui libri e negli osceni corsi di formazione istituzionali, bisogna che comprendano chi hanno davanti, le sue esigenze, il suo linguaggio, che entrino nel suo mondo per aiutarlo a uscire e ad entrare nel mondo reale. Altro che  innovazione tecnologica e corpo docenti competitivo.

Chi scrive non è un luddista, sono un appassionato di nuove tecnologie e credo che, se usate con parsimonia, possano risultare utili nel lavoro. ma si tratta di meri strumenti, come i libri di testo: non possono essere la base di definizione del mio programma didattico né influenzarlo in alcun modo.

Per altro, questa fantomatica tecnologia latita nella maggior parte delle scuole, questi input che arrivano dal ministero sono un vacuo ciarlare di nulla.

Ovviamente i ragazzi vanno educati a un uso intelligente delle nuove tecnologie,  ne devono conoscere le potenzialità e soprattutto, i pericoli. Forse il sottosegretario non sa che mettere tra le mani di un adolescente uno smartphone di ultima generazione o un laptop senza controllo, equivale a farlo giocare con una rivoltella carica. Ed è grave che il sottosegretario non lo sappia, ancor più grave che non lo sappia il ministro.

Prima di governare i cambiamenti è necessario comprenderli, non seguire lo spirito del tempo in modo supino, senza avere idea di cosa si sta facendo. Sarebbe opportuno che pedagoghi, psicologi, filosofi e politici la piantassero di dire cosa la scuola deve essere e cosa non deve essere e lasciassero che a farlo siano gli insegnanti, che la scuola la tengono in piedi, nonostante tutti quelli di cui sopra, e la mandano avanti ogni giorno.

Ultima osservazione: quanto affermato dal sottosegretario entra in contrasto, seppure in limine, con la libertà d’insegnamento. Attenzione, perché è il fondamento della democrazia in questo paese, la conditio sine qua non  per definirci ancora un paese libero.

La scuola e la narrazione di un mondo diverso


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Tutti quelli che tra qualche giorno si siederanno in cattedra nelle loro aule, me compreso, dovrebbero farlo con la consapevolezza che mai come in questi tempi il nostro lavoro rappresenta un argine all’epidemia di stupidità, egoismo e ignoranza dilagante.

La scuola deve tornare ad essere, nonostante le pessime finte riforme e i discutibili ministri, il personale che manca, i problemi strutturali degli edifici, la conflittualità con le famiglie, un presidio di democrazia e recuperare quel ruolo di ascensore sociale e palestra di spirito critico che, negli anni, è andato sempre più scemando.

Dobbiamo tornare a offrire una narrazione diversa del mondo, spiegare ai ragazzi che questo non è il migliore dei mondi possibile e che cambiarlo è loro preciso dovere, se non vogliono essere risucchiati nella deriva etica e morale che ci circonda. Narrare il mondo presuppone conoscerlo, raccontarlo significa riconoscerlo e vederlo da nuove prospettive, l’atto di insegnare non è mai unidirezionale: è sempre un dare e ricevere, un aprire e un aprirsi.

E’ tempo che la scuola torni a creare valori, a porre le basi per una cittadinanza attiva e consapevole, a informare e invitare a leggere con occhi critici e attenti la realtà che ci circonda.  Senza dogmatismi, senza disonestà intellettuale, senza verità in tasca: a scuola bisogna invitare a ricercare ognuno la propria verità.

Per fare questo, a mio parere, è necessaria una scuola nuova, libera da programmi predefiniti, vecchi di trent’anni e modalità di insegnamento ancora più vecchie, una scuola che educhi, formi e informi, aperta al mondo e al dialogo, che sperimenti quotidianamente nuove strade, che metta al primo posto i ragazzi e il valore che questi ragazzi rappresentano per il mondo. Una scuola che non integri, ma condivida un parte di strada con chi arriva da lontano. Il verbo integrare presuppone l’esistenza di una cultura dominante, migliore, esattamente quello che la scuola non deve insegnare.

Gli insegnanti devono assumersi la responsabilità del proprio ruolo comprendendo che mostrare la bellezza e insegnare ad apprezzarla, trasmettere le lezioni del passato che spieghino il presente e preparino il futuro, entrare in empatia con ragazzi sempre più smarriti, privi di valori di riferimento e spinti ad omologarsi è compito gravoso, da far tremar le vene e i polsi, ma prezioso e necessario, ineludibile in un mondo in cui dilaga l’odio. Canta Chico Buarque che “figlia della paura la rabbia è madre della codardia”, sarebbe una bella frase da scrivere alla lavagna il primo giorno.

Personalmente, trovo aberrante la riduzione imperante della scuola a trampolino per il mondo del lavoro, pur essendo consapevole della necessità di un percorso virtuoso che vada in questa direzione, soprattutto negli ultimi anni delle superiori.Nello stesso tempo, riscontro la necessità di riportare a scuola quelle attività pratiche, manuali, oggi scomparse, che un tempo permettevano di stabilire un canale di comunicazione con i ragazzi più problematici, impermeabili a una pagina di Dante ma affascinati da un circuito elettrico. Ecco, bisogna tornare a spiegare Dante partendo da fili e lampadine, si faceva, si può tornare a fare, si deve tornare a farlo. Il valore formativo di ogni attività che si svolge a scuola non può essere messo in discussione dalle logiche economiche imperanti: prima di tutto formiamo uomini decenti, il resto verrà da sé.

Trovo altrettanto fastidioso il dibattito sui compiti a casa e sulle bocciature: la vita è assunzione di responsabilità, la vita è risolvere problemi consapevoli che ogni porta che si apre ne chiude altre, ogni scelta avvia un cammino. Oggi è più che mai necessario che i ragazzi comprendano che non esistono scorciatoie nella vita, nonostante la visione portata avanti dai media, che la finzione non è realtà e che l’unica strada che permette di andare avanti nella vita è quella che comprende onestà, impegno, sacrificio e responsabilità. L’atto banale di assegnare un compito a casa, e chi mi conosce sa che io preferisco lavorare in classe, è di per sé formativo, perché spiega al ragazzo che vivere non è solo divertirsi, che la conoscenza va acquisita a volte con fatica, che bisogna imparare a gestire il tempo, insegna soprattutto il piacere del lavoro ben fatto, del risultato ottenuto con fatica: un valore fondamentale per la democrazia in questo paese, secondo Havel, l’arma più forte contro l’autoritarismo.

Sono polemiche inutili di chi non comprende che il tempo scuola non è staccato dalla vita ma è tempo di vita fondamentale, per imparare a socializzare, a guardare all’altro senza pregiudizi, per ottenere possibili chiavi di decifrazione del presente, per crescere conoscendo, per stabilire rapporti, per comprendere e comprendersi.

Dobbiamo recuperare la dignità e il valore del nostro lavoro, consapevoli che se qualcosa può ancora cambiare, quel cambiamento può partire solo dalle nostre brutte e scomode aule e dagli occhi pieni di domande inespresse che ci guarderanno il primo giorno di scuola.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi e le colleghe, nonostante tutto e nonostante tutti, a volte, nonostante noi.