L’anello debole della catena


Il ministro Profumo ha detto che la scuola media italiana è l’anello debole della catena. Potrei facilmente confutare questa affermazione, ma il tedio che mi assale quando sento le dichiarazioni estemporanee, approssimative e spesso completamente prive di fondamento di chi avrebbe in teoria l’onere di guidare la scuola italiana verso il rinnovamento mi induce invece ad essere conciso e schematico, così che anche il lettore profano, non saranno solo colleghi i lettori di questo blog, spero!, possa prendere coscienza di quanto la scuola sia veramente l’ultima ruota del carro della politica italiana.

Descriviamo schematicamente le “innovazioni” che la scuola secondaria di primo grado, ex scuola media, ha subito negli ultimi dieci anni:

1) Riforma Moratti, balletto delle ore settimanali: 33, 32, 30, 31, anarchia completa e applicazione dell’autonomia da parte dei singoli istituti. Enorme confusione. Inserimento di una materia obbligatoria in più, seconda lingua straniera, con riduzione delle ore di Ed. tecnica. Benefici: zero.

2) Cattedre a diciotto ore: senza gli insegnanti di lettere che avevano un orario di quindici ore settimanali e mettevano le restanti tre a disposizione, è diventato impossibile sostituire un insegnante assente per malattia e le classi vanno divise con disagio per tutti, specie se gli insegnanti assenti sono due o tre. Inoltre, laboratori per il contenimento del disagio e altre attività, che potevano essere allestite a costo zero sfruttando quelle ore, adesso gravano sul fondo d’Istituto. Benefici: zero. Danni: notevoli.

3) Cancellazione del tempo prolungato, diminuzione drastica degli insegnanti di sostegno, impossibilità di fare compresenze. Gli alunni così detti “caratteriali”, quelli che dopo i disabili avrebbero più bisogno di sostegno, non lo ottengono più. Benefici: meno di zero. Danni: enormi, soprattutto per i ragazzi.

4) Aumento del coefficiente del numero di alunni per classi con deroghe anche in presenza di due o più alunni disabili. Stiamo parlando di preadolescenti e adolescenti, cioè ragazzi in fase di cambiamenti radicali dal punto di vista fisico e psicologico, difficilissimi da controllare quando sono in gruppo, imprevedibili, in grado di fare qualsiasi cosa. La responsabilità degli insegnanti aumenta esponenzialmente per ogni alunno in più nella classe, la paga no. Benefici: nessuno. Danni: enormi.

5) Riduzione progressiva dei fondi d’istituto. Comporta l’impossibilità materiale di allestire corsi di recupero, sostegno, sportelli psicologici, attività per il contenimento del disagio, ecc. Manca la carta igienica, manca la carta per fotocopie, mancano penne, matite materiale di cancelleria. Benefici: nessuno. Danni: enormi per i ragazzi.

Queste sono solo cinque “innovazioni” cadute sulle spalle mie e dei miei colleghi in tutta Italia. Provvedimenti che solo chi non ha mai insegnato in una scuola e non possiede neanche cognizioni rudimentali di psicologia dell’età evolutiva poteva prendere. Adesso ci tocca anche sentirci dire che siamo l’anello debole della catena. Non aggiungo altro,questa volta. Ricordo che, per legge, siamo l’unica categoria che non può criticare l’amministrazione. Quindi taccio. Non per viltà ma per decenza.

L’arrogante stupidità del potere


Questo è un piccolo spazio in cui mi piace confrontarmi ed esprimere le mie opinioni  sugli argomenti più disparati. In un anno e mezzo di vita del blog ho parlato di teatro, televisione, tecnologia, politica, satira, spesso, molto spesso, di scuola, spesso, troppo spesso, di razzismo.

Non scrivo perseguendo nessuna ambizione che non sia quella di condividere con altri gli astratti furori che a volte mi prendono di fronte a una situazione politico- sociale che appare sempre più connotata dalla follia.

Ho un piccolo pubblico di persone che mi seguono fedelmente, che a volte commentano favorevolmente quello che scrivo, altre volte dissentono con grande civiltà. Tra loro ci sono anche miei ex alunni di vecchia data, ragazzi che a me, giovane insegnante alla prima esperienza, hanno insegnato molto e a cui io, forse, se perdono cinque minuti del loro tempo a leggere quello che scrivo dopo tanti anni, ho trasmesso qualcosa  di positivo.

Insomma non credo di danneggiare nessuno né di offendere nessuno, il blog non ha l’ambizione di essere uno spazio giornalistico ma solo una sorta di diario in pubblico. Ma se passerà alla camera la legge sull’informazione, mi sarà impedito, in questa sede, di esprimere la mia opinione, cioè verrà violato per legge un mio diritto costituzionale. Naturalmente parlo per me e per tutti i blogger italiani,molti dei quali hanno spazi ben più importanti e significativi.

Dico che mi sarà impedito di esprimere la mia opinione perché, in caso di protesta , motivata o no, non importa, dovrò pubblicare una immediata rettifica, pensa sanzioni pecuniarie non sopportabili col mio stipendio da insegnante.

Tanto per chiarire: mettiamo che io affermi, per assurdo: “La lega è un partito razzista che fa della discriminazione razziale il proprio manifesto politico”. Bene, se un qualunque leghista affermasse che non è vero, dovrei rettificare quello che ho scritto. Vi giuro che è così. Se scrivessi: “Mussolini era un dittatore fascista e ha fatto la fine che ha meritato” e qualcuno mi scrivesse sdegnato che Mussolini era una bravissima persona rispettosa della democrazia, io dovrei rettificare in tal senso. Per trenta giorni.

Credo non esista paese civilizzato o non civilizzato che abbia mai avuto l’ardire di proporre in un parlamento una norma così cretina. E’ talmente folle che non ci si crede, talmente assurda che a spiegarla ti prendono per pazzo.

Sono certo che la voteranno, perché questo ha smesso da tempo di essere un paese di poeti, santi e navigatori per trasformarsi in una genia malefica di servi e bagasce. Non scomodo Dante e le sue profetiche terzine per descrivere lo stato di alluvione fecale in cui versa il nostro paese. Sono certo che i servi, i sepolcri imbiancati, i cattolici della domenica, i disonesti, i mafiosi, gli intrallazzatori, la faccia peggiore dell’Italia, questa legge la voteranno.

Non c’è neppure un grande moto di rivolta per un fatto che meriterebbe un conato globale che li sommerga nella stessa materia di cui sono fatti. Ormai viviamo quotidianamente in una commedia di Jonesco, in una tela di Bosch, siamo assuefatti alla riduzione quotidiana dei diritti, siamo consumatori abituali di stupidità.

Non chiuderò il blog, continuerò a scrivere perché, vedete, la censura è stupida e arrogante per definizione, come il potere che la guida. Anzi, credo che aumenterò le dosi di veleno per il gusto di alzare un dito medio metaforico verso chi vorrebbe, nel silenzio, sentire una voce sola. Questa gente è troppo limitata per capire che a fare la musica non è il suono, ma il silenzio, che il silenzio può urlare più di qualsiasi spot pubblicitario, può arrivare più lontano di qualsiasi aereo carico di prostitute, può dire più cose di quanto i servi ne possano pensare.

Non so invece se continuerò a votare per la sinistra più imbelle degli ultimi vent’anni, sorda e cieca alle esigenze della gente, incapace anche di lottare e farsi sentire per contrastare una palese violazione di quella che è la più importante delle libertà costituzionali. Io credo che non lo facciano perché questa legge fa comodo a molti, sia a destra che a sinistra, perché la libertà, le persone senza paraocchi, chi ragiona con la propria testa, fa paura. Il nuovo, la rete, i ragazzi che si organizzano via facebook e scendono in piazza, i giovani tunisini che organizzano la rivoluzione via internet, popolano i loro incubi, turbano le loro notti. Sono vecchi e hanno paura, non capiscono il tempo in cui vivono, sono staccati dalla gente, sono sordi alla rabbia e allo sdegno, sono superstiti di un tempo che è già passato.Sono già passati e non se ne rendono conto.

Non chiuderò il blog per i miei quaranta lettori e perché non sopporto i ricatti, perché mio padre per trent’anni ha fatto sindacato per difendere i diritti di chi come lui sputava sangue in fabbrica e non voglio che pensi che non abbia imparato la lezione: bisogna lottare ogni giorno per i nostri diritti, se non altro per rispettare chi ci ha rimesso la vita per garantirli.

L’evidenza svelata


La notizia è di quelle da far tremar le vene ai polsi: dopo vent’anni un’alta carica dello stato ha ufficialmente affermato che la Padania non esiste. Ma come? Dopo anni di “ce l’abbiamo duro” e diti medi alzati, dopo oceaniche adunate di semi analfabeti in trance alcolica sulle rive del Po, dopo tante minacce di sommosse e secessioni, adesso la Padania non esiste? E gli zingari e gli immigrati adesso chi li caccia via?

Onestamente, non sono di quelli che plaudono a un’affermazione del presidente della Repubblica arrivata tanto tardivamente da apparire superflua perché, parliamoci chiaro, se si facesse un referendum sulla secessione nelle regioni del nord, non vincerebbe neanche a Bergamo. Se ci troviamo nelle acque putride su cui galleggiamo a stento, è anche per una certa inerzia di quelle figure istituzionali che avrebbero dovuto agire per tempo, spegnere la scintilla prima che divampasse il fuoco. Tanto per intenderci: Pertini presidente non avrebbe mai permesso che il governo si trasformasse in una corte dei miracoli e un rifugio per pregiudicati. A giorni, ci aspettiamo altre rivelazioni clamorose: un importante uomo di governo è un porco, un altro è un mafioso, un’altra è analfabeta e gestisce un ministero che presumerebbe almeno un minimo di conoscenze geografiche, ecc. Comunque, meglio tardi che mai. Ma è davvero tardi.

Il presidente non è l’unico a svegliarsi tardivamente da una letargia decennale e a scoprire l’acqua calda. Ha cominciato il cardinale Bagnasco, con un comunicato durissimo in cui, sostanzialmente, affermava che nella politica ci vuole serietà, onestà e dirittura morale. Chi l’avrebbe mai detto? Neppure Kant sarebbe arrivato a tanta sottigliezza, a tanto acume. Per inciso, io sono contrario a ogni ingerenza del Vaticano nella vita pubblica e trovo molto ipocrita da parte di certa sinistra plaudire quella che, comunque si pensi, è una chiara ingerenza. Come mai la Chiesa non è intervenuta a stigmatizzare certi comportamenti quindici anni fa? Perché non ha mai fatto da cassa di risonanza, per esempio, alle relazioni della Caritas sulla situazione degli stranieri al nord nei paesi governati dalla Chiesa? Come mai interviene solo ora? E’ finito il do ut des con questo governo? Non c’è più niente da spremere? O ha sentito perfino lei che il vento è cambiato e si mette al vento in attesa di cercare accordi vantaggiosi con i prossimi leader? Da cattolico, continuo ad essere disgustato.

Ma la parte veramente esilarante di questa vicenda riguarda le reazioni. Prima la Lega che alla dichiarazione del cardinale reagisce dicendo:” Caccino i pedofili”. E’ un pò come se un vigile fermasse un tizio dicendogli che andava troppo forte e questo rispondesse:”Sì, ma lei è in sovrappeso”. Ma la risposta davvero impagabile, da inserire nelle antologie scolastiche è quella del presidente del consiglio: “Così ci destabilizza”.

Ora, se vogliamo la prova provata che le facoltà mentali del premier meritano un’occhiata da parte di una squadra di psichiatri, direi che è questa: secondo lui, riempire un palazzo di bagasce, organizzare orge, frequentare papponi, compromettersi con chiunque ovunque, fare festini con un dittatore che speriamo sia arrivato alla frutta, bestemmiare in pubblico, essere imputato per sfruttamento della prostituzione e andare con le minorenni  non è destabilizzante, Napolitano che afferma una verità che conoscono anche i bambini, invece sì.

Ma questa visione di una realtà che non esiste è diventata ormai patrimonio comune delle istituzioni, purtroppo. Non si capisce altrimenti come sia possibile che la più alta carica delle istituzioni scolastiche di Genova se ne esca, qualche giorno fa, con l’affermazione che:”Nelle scuole di Genova non ci sono problemi”.

In effetti, dottoressa, lei ha ragione, perfettamente ragione: a parte le classi sovraffollate, un buon numero di edifici fuori norma, la mancanza di insegnanti di sostegno e di materia in quasi tutte le scuole, la dotazione informatica inesistente, le acrobazie e i sacrifici delle maestre per assicurare i pomeriggi alle elementari, la violazione palese della legge in molte classi dove con due alunni disabili ci sono più di venti alunni complessivi, il debito dello Stato nei confronti delle scuole che fa sì che non ci sia carta per le fotocopie, carta igienica, sapone, ecc., nonostante la categoria degli insegnanti non veda il proprio contratto rinnovato da anni e nonostante non gli vengano pagati gli scatti di anzianità come il governo si era impegnato a fare sei mesi fa, nonostante la mancanza di mediatori culturali e la cancellazione del laboratorio migrazioni, nonostante la questione degli asili nidi, nelle scuole di Genova va davvero tutto bene.

C’è da aggiungere altro? Davanti ad affermazioni di tale arroganza, davanti a una negazione della realtà così ostinata e perversa, davanti all’incapacità di assumersi le proprie responsabilità e cercare di trovare una soluzione ai problemi, c’è da aggiungere altro?

Piccola nota di autoincensamento personale: apprendo che la Consulta regionale ha avviato una azione legale contro le istituzioni scolastiche genovesi per invitare a rispettare la legge sul numero massimo di alunni consentito nelle classi con uno o due alunni disabili. Sembrava che di questa norma se ne fossero dimenticati tutti prima della mia esternazione in proposito a Luglio. Sono contento di aver lanciato un sasso che sta ancora creando qualche problema allo stagno.

Dalle stelle alla stalla


Sarebbe quanto mai deprimente riprendere a postare sul blog parlando delle miserie della politica nostrana e delle acrobazie dei pagliacci al governo per stornare il pericolo di una finanziaria meno iniqua del solito. Ancor più deprimente dopo i cieli stellati che mozzano il fiato e le passeggiate nei dintorni del mio eremo tra le montagne piemontesi verso panorami che ricordano come la natura sia più potente e maestosa di qualsiasi insignificante essere umano e che fanno sorgere spontaneo il pensiero che se un Dio c’è, si trova in alto, tra montagne difficili da valicare, dove raggiungere la meta comporta fatica e sudore, e non certo nelle stanze soffocanti e chiuse del Vaticano.

Riprendo allora da dove avevo finito, parlando di ebook ed editoria. L’iniqua legge anti Amazon e pro Feltrinelli e Mondadori è ormai in via di approvazione, insieme alla finanziaria più iniqua, ipocrita, classista e vergognosa che sia mai stata approvata. Ma volevo approfondire la riflessione sull’editoria elettronica, partendo da un dato che testimonia ancora una volta come viviamo in un paese ormai da quarto mondo. Il dato è questo: l’Iva sui libri è del 5%, l’Iva sugli ebook, considerati prodotto informatico alla stregua di un software o di un pc, è del 20%. Il risultato di questa follia che fa pagare uno più dell’altro due prodotti identici? Mentre negli Stati Uniti gli ebook hanno superato nelle vendite i libri cartacei, con grande sollievo delle foreste di tutto il mondo e dell’ambiente, in Italia l’editoria elettronica non decolla perché un libro elettronico costa poco meno di un libro cartaceo.

Ma c’è dell’altro. E qui, per me, autore in cerca di editore, l’incazzatura è cosmica. Mentre negli Usa il fenomeno del self publishing , dell’autopubblicazione, è esploso con l’avanzata degli ebook permettendo a nuovi talenti di pubblicare e farsi conoscere, spesso raggiungendo risultati sorprendenti, in Italia il fenomeno viene soffocato alla nascita e commentato con snobistica vacuità da pseudo critici che vivono delle elemosine delle case editrici e intellettuali da due soldi come, a parte qualcuno, sono tutti quelli che si fregiano di tale titolo nel nostro fottutissimo paese.

Mi si obietterà: c’è la crisi economica, si rischia di fare la fine della Grecia, non esistono problemi più importanti di cui parlare?

No. Primo perché la crisi non è più eclatante di altre già vissute in passato, né più imprevedibile, ma di questo parleremo prossimamente, quando i cieli stellati saranno un ricordo lontano e potrò tornare con maggiore tranquillità a immergermi nello sterco della nostra stalla. Secondo, perché il problema dell’Italia è di essere un paese vecchio, dove anche l’economia si basa su logiche mafioso-famigliari, dove per emergere non canta la capacità ma conta molto più essere amici degli amici, un paese incapace di guardare al futuro, di captare i segnali che arrivano forti e chiari oltre lo steccato, un paese che gioca sempre per lo zero a zero, meglio se pagando l’arbitro, incapace di rischiare, incapace di diventare moderno. Può esserci anche un genio a ministro delle finanze (e non c’è): non riuscirebbe a cambiare questo stato di caso.

L’unico che sembra aver captato la necessità di guardare avanti, di voltare pagina definitivamente e virare di centottanta gradi verso il futuro è’ Beppe Grillo, di cui non condivido i toni ma sempre più spesso mi trovo ad apprezzare i contenuti. Il resto del panorama politico italiani, Vendola compreso, e mi dispiace dirlo, è vecchiume, minestra riscaldata quando non semplice spazzatura.

Ma una cosa va detta, in tutta sincerità: questo è un paese che ha i politici che si merita. Non ci sarebbe clientelismo se non si ricercassero le raccomandazioni, e si cercano a tutti i livelli, non ci sarebbe evasione se denunciassimo il professionista che ci offre un prezzo più basso per i suoi servigi se rinunciamo alla fattura, non ci sarebbero favoritismi se non si ricercassero scorciatoie per qualsiasi cosa. Questo è un paese senza etica e senza ethos, senza orgoglio e, logicamente, senza vergogna. Ho letto recentemente un bel libro di filosofia, di cui parlerò a giorni, dove si affermava che la democrazia, per essere compiuta, deve essere un’utopia quotidiana. Nel nostro paese la democrazia è un’utopia e basta. 

Affermo questo con grande amarezza perché reputo mio dovere insegnare ai ragazzi e alle ragazze che siedono nei banchi di fronte a me ad avere fiducia negli altri, a credere nella possibilità di crearsi un futuro migliore lavorando duro e onestamente, a essere sempre sinceri prima di tutto con sé stessi.

Parole che qui, nella stalla, suonano sempre più spesso vuote ma che paradossalmente lassù, nel mio eremo, tra cieli stellati e montagne antiche come il tempo, tornano a sorridermi.

Lunga vita e prosperità


Star Trek non è stato solo una serie di telefilm ma, mi riferisco in particolare alla prime tre serie, quelle col capitano Kirk e Spock, il vulcaniano con le orecchie a punta, è stato un evento culturale che ha creato un immaginario collettivo negli Stati Uniti e che da noi ha ancora un seguito quasi religioso di fans.

Durante un puntata di Star Trek ci fu il primo bacio interrazziale della storia della televisione americana, tra il capitano Kirk e la bellissima e nerissima Uhura, ma la serie affrontava, camuffandoli sotto la facile copertura della fantascienza, argomenti importanti: la guerra, il valore dell’amicizia, il rispetto dell’altro al di là dell’aspetto, del colore, della razza, in un momento storico in cui in America vigeva ancora un apartheid nascosto, l’importanza della pace e del dialogo mentre nel mondo reale imperversava la guerra fredda. I riferimenti culturali, le citazioni nascoste nei telefilm erano alti: Shakespeare, Sofocle, Milton, Dante, ecc. Non per nulla fu la serie in assoluto più seguita dagli studenti universitari: nei campus americani si sospendevano addirittura le lezioni quando andava in onda Star Trek.

I protagonisti della serie non hanno perso il vecchio smalto e la voglia di andare controcorrente,se è vero che l’ex capitano Sulu, George Takeì, primo asiatico a diventare protagonista in un telefilm e accanito sostenitore dei diritti civili, campeggia oggi sulle pagine dei giornali per il suo invito agli insegnanti delle scuole medie del Tennessee a pronunciare il suo cognome, Takei, invece della parola Gay, che da ieri è proibita. Un senatore del Tennessee, famoso per aver presentato una legge che richiedeva l’obbligatorietà del certificato di morte per i feti abortiti, è riuscito infatti a far approvare dal governo di quello stato una legge che proibisce di parlare di omosessualità alle scuole medie. Secondo questa norma, l’adolescenza sarebbe un momento della vita in cui i ragazzi potrebbero essere “confusi” da discorsi riguardo l’identità sessuale e dunque, meglio evitare il discorso.

Mi chiedo quando qualche imbecille proporrà la stessa norma da noi, quando una legge stabilirà che non bisogna insegnare ai ragazzi ad accettarsi per quello che sono, a non vivere in modo traumatico i segnali di una eventuale “diversità” sessuale,  che è vietato parlare di sesso a scuola perché riguardo certi argomenti è meglio una sana repressione, meglio il silenzio, meglio nascondere la vergogna per cercare di controllare e deviare i segnali che la natura manda.

Perché l’omofobia è un dato di fatto anche da noi, perché i diritti civili sono un problema anche da noi e non bisogna nasconderselo. Basta vedere le accuse leghiste a Pisapia, che secondo Calderoli vorrebbe fare di Milano gaylandia e zingaropoli, basta ricordare il machismo patetico del presidente del consiglio (meglio amare belle ragazze che essere gay), basta ricordare l’anatema lanciato da un Fini ancora fascista contro i maestri gay qualche anno fa o i maiali di Calderoli ( non c’era bisogno dell’animale) sui siti delle moschee. L’intolleranza è tra noi e cresce come una pianta infestante e velenosa, viene usata come strumento politico da individui irresponsabili, serve per titoli cubitali sulle prime pagine dei giornali, solletica la pancia di una popolazione sempre più ignorante, sempre più succube della volgarità, sempre più felice di farsi ingannare.

Ieri a Genova due balordi ecuadoriani hanno pestato un anziano, come rito di iniziazione per l’ingresso in una gang. Leggo i commenti dei lettori sui giornali e provo conati di nausea insieme a un sussulto di risate. Si fa l’apologia di una Genova antica, non ancora invasa da “foresti”, dove tutto era odore di focaccia, sapore di festa paesana, elegia pastorale. Una Genova deturpata dall’arrivo di orde di nuovi barbari che la stanno distruggendo. I lettori, forse per gioventù, forse per ignoranza, forse per semplice razzismo, dimenticano, per fare solo qualche esempio, la banda dei Puffi, adolescenti terribili che terrorizzavano Cornigliano e lo fecero a lungo, prima di venire catturati. Dimenticano che il Centro storico era terra bruciata dopo una certa ora, che a comandare lì era la piccola mafia cittadina, dimenticano i ragazzi con le siringhe nelle braccia, che sono morti come mosche per anni e chi gli vendeva quella roba, non certo stranieri, dimenticano che non esisteva il Porto antico, che a Cornigliano si moriva dentro la fabbrica e fuori, in quei palazzi anneriti dal fumo, dimenticano quello che succedeva al Biscione, poi al Cep, poi alle lavatrici, poi alla Diga, la vera vergogna della città, una vergogna che parlava italiano. Genova non era un paradiso, ma una città con i problemi di ogni grande città italiana cresciuta in modo incontrollato. Aveva però qualcosa che la rendeva unica, un valore aggiunto per cui chi arrivava, difficilmente se ne andava volentieri, nonostante la sporcizia, gli autobus strapieni e i mugugni: a Genova chiunque era il benvenuto, la città era sempre in prima fila quando c’era da offrire solidarietà e ospitalità, la città si stringeva come un pugno accanto ai suoi operai. E’ quella Genova, figlia della Resistenza, la città in cui sono fiero di essere nato, io siciliano di sangue e legatissimo alla Sicilia, ed è quella Genova che purtroppo,sta scomparendo. Da ragazzino, ho raccolto a scuola cibo e vestiario per i vietnamiti, per i cileni, per tutti i popoli che soffrivano e chiedevano aiuto. A Genova, forse i lettori del Secolo non lo sanno, ma i sudamericani, i neri, i marocchini, ci sono sempre stati, perché Genova è un porto di mare, teste di cazzo che non siete altro, e i porti di mare sono uguali ovunque, un  porto di mare è multietnico per definizione, Genova, vi piaccia no, è come Napoli, come diceva con un inconfondibile accento partenopeo un ignoto viaggiatore che ho ascoltato per caso su un autobus mentre parlava a un amico al cellulare.

Siamo diventati come tutti gli altri, ci siamo lasciati condizionare dall’abile piazzista che governa il paese da quindici anni, siamo razzisti, intolleranti, senza memoria storica, non sappiamo più distinguere chi sono i veri responsabili del degrado, della crisi, dello stato pietoso in cui versano interi quartieri della città. E come gli altri, non proviamo più vergogna. Come gli altri abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo, costruendoci un inesistente passato idilliaco su misura, giusto per illuderci che se siamo diventati così non è anche colpa nostra.

Qualche settimana fa, ho portato la mia classe alla Casa dello studente e mi sono reso conto che i ragazzi non provavano, nel vedere quelle celle, quei sotterranei, quel luogo di orrore, quello che sentivo io. Cose troppo lontane nel tempo per loro, troppi film che non aiutano a distinguere il falso dal vero, troppo immersi nel presente per emozionarsi di fronte al passato, figli di genitori che cominciano a essere troppo giovani per ricordare o per capire l’importanza della memoria, o semplicemente troppo impegnati a cercare di tirare avanti. Mi sono chiesto come potevo far loro capire che lì dentro era passato il sangue di ragazzi poco più grandi di loro, che uomini e donne comuni ma straordinari, avevano scelto e avevano pagato di persona per le proprie scelte e, grazie a loro, oggi possiamo godere di quella libertà che ancora abbiamo e che ogni giorno offendiamo con il nostro qualunquismo, il nostro razzismo, la nostra indifferenza.

Non ho ancora trovato un modo convincente per farlo ma sempre di più mi rendo conto che devo riuscirci. Magari con l’aiuto di Star Trek e del dottor Spock, vulcaniano che non conosce la guerra, perché “altamente irrazionale”.

Lunga vita e prosperità.

C’è un paese, un paese lontano…(IV)


C’è un paese, un paese lontano, dove il leader di uno dei principali partiti di governo può parlare coram populo di secessione, dire che ci sono dieci milioni di persone pronte a insorgere a un altro esponente di un partito di governo che gli rimprovera di aver detto una stronzata e nessuno dice niente, tutto passa nell’indifferenza più totale. Se però accusa la nazionale di questo paese lontano di comprarsi le partite, allora tutti insorgono sdegnati.

C’è un paese, un paese lontano, dove il capo del governo può creare un inutile ministero ad hoc per salvare dalla galera uno dei suoi collaboratori con il pretesto di una norma di legge creata ad hoc per salvare sè stesso dalla galera. Nello stesso tempo, gli iscritti del principale partito d’opposizione litigano su come devono chiamarsi tra di loro.

C’è un paese, un paese lontano, dove uno che dice di essere il dirigente principale di un’industria che avrebbe chiuso da tempo se non fosse stata finanziata con i soldi pubblici, cioè nostri, cioè dei lavoratori, propone ai lavoratori un accordo anticostituzionale, ricattandoli, mettendo sull’altro piatto della bilancia la chiusura della fabbrica, e il governo, invece di dirgli che con i soldi nostri deve fare le cose secondo la legge, lo applaude, proponendo quel contratto schifoso come modello della nuova politica industriale. Il capo dell’opposizione, nello stesso tempo, fa confusione tra google e l’ipod, dicendo che naviga da casa con l’ipod e ascolta musica con Google.

C’è un paese, un paese lontano, dove mentre accade quello di cui sopra, il capo del governo afferma pubblicamente che il suo è il paese più ricco d’Europa, che il consenso attorno alla sua persona è al 68%, che tassare i ricchi per far stare meno peggio i poveri è una cretinata. Nello stesso tempo, il capo dell’opposizione e il suo partito, fanno finta di non sentire, dormono, fanno finta di non capire, o tutte e tre insieme. Nessuno, in ogni caso, chiede l’internamento del capo del governo di quel paese lontano lontano.

C’è un paese lontano lontano, dove la maggiore organizzazione religiosa che vede molti suoi membri coinvolti in scandali sessuali con bambini, si difende dicendo che così fan tutti, poi, applicando i principi di carità ecumenica che fondano la sua dottrina, attacca con virulenza un morto.Per finire, un alto esponente della sua gerarchia viene indagato per corruzione. Come pronta risposta, il principale esponente di questa organizzazione chiarisce con grande energia che approfittare della propria carica per rubare è una cosa brutta.

C’è un paese, un paese lontano, dove il capo della protezione civile ha millantato per mesi i miracoli compiuti in una città colpita da un fortissimo terremoto e oggi si scopre che quella città è ancora un cumulo di macerie. Il capo della protezione civile si è anche vantato a lungo di aver tolto la spazzatura dalle strade di una certa città, e la spazzatura è tornata. Il capo della protezione civile si fa fare i massaggi alla cervicale da una brasiliana in abiti succinti, di notte, in un centro aperto solo per lui e pretende seriamente che tutti ci credano. Il capo della protezione civile ha ottenuto trattamenti di favore, a sua insaputa, da quello stesso imprenditore corrotto che ha regalato un appartamento, a sua insaputa a un ministro. Il capo della protezione civile ha diretto mastodontici lavori inutili a costi assurdi dove lavorava suo cognato ma era solo un caso. Il capo della protezione civile di quel paese è ancora al suo posto, anche se tra breve si dimetterà per intraprendere la carriera di comico.

C’è un paese, un paese lontano dove un importante funzionario di polizia è stato condannato per aver mentito a proposito dell’organizzazione di un pestaggio di massa indiscriminato e ingiustificato organizzato dalla polizia durante una manifestazione democratica e un importante esponente del governo ha detto che è stato un eroe. Qualche tempo prima, lo stesso esponente del governo aveva difeso gli altri importanti esponenti delle forze dell’ordine condannati per gli stessi fatti. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la polizia non è più quella che sognava da piccolo e che oggi non vanno in giro cantando, vestiti di nero, con i manganelli.

C’è un paese, un paese lontano dove un ministro ha accusato di essere fannulloni i dipendenti statali e poi ci si accorge che i dipendenti statali di quel paese lavorano più degli altri loro colleghi europei a metà stipendio. Per ripagarli di questo, il governo gli ha bloccato lo stipendio e bloccato gli scatti di anzianità.

C’è un paese, un paese lontano dove un giornalista ha dovuto pagare una multa  alta ma non eccessiva, non perchè ha detto che un importante esponente del governo che ricopre una carica istituzionale ha amici e frequentazioni mafiose, ma perchè lo ha chiamato."lombrico". Dovrà pagare la multa ai lombrichi.

C’è un paese, un paese lontano, dove alla maturità si dà un tema su un’oscuro episodio della seconda guerra mondiale per mettere in cattiva luce e smitizzare la Resistenza e il tema, a dimostrazione che c’è ancora qualche speranza nei giovani, viene svolto dallo 0, 016% dei candidati all’esame. Cioè, presumibilmente, da un bidello.

C’è un paese, un paese lontano, dove la commissione di controllo sugli appalti pubblici ha scoperto che nel paese spadroneggiano la corruzione e la mafia. Ma, subito dopo, il presidente della commissione ha esclamato all’uditorio sbalordito dalla rivelazione:"C’hai creduto, faccia di velluto!"

C’è un paese, un paese lontano, dove il ministro dell’istruzione ha accolto la proposta di posticipare l’avvio dell’anno scolastico per rilanciare il turismo. Quando gli hanno fatto notare che il paese è in crisi economica, ci sono licenziamenti ogni giorno, l’inflazione avanza, non c’è una lira manco a cercare col binocolo le è venuto un colpo. Il colpo della strega.

Certo che a sentire cosa succede in quel paese lontano lontano viene da pensare che da noi, in Italia, in fondo si sta proprio bene…

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Riprendiamo da dove ci siamo interrotti ieri. La macelleria sulla scuola pubblica non è casuale, non è dovuta alla situazione greca,che ha detto serafico ieri sera Tremonti, ma è probabilmente l’unica scelta programmatica a lungo termine che questo governo abbia mai fatto. In una società dove a comandare è il capitale, le menti libere non sono a ben accette a meno che non siano disposte a vendersi. Quel valore umano che si trova nella scuola di cui parlavamo ieri è assolutamente insignificante per un sistema in cui chi non ha basi culturali a sufficienza può essere sfruttato molto più facilmente e chi le ha può essere comprato altrettanto facilmente. E’ per questo che il ministro della pubblica istruzione non comprende, ad esempio, che il maestro unico, in questa società sempre più complessa e problematica, è un assurdo anacronismo: perchè al ministro e al governo in generale, dell’affetto, della cura, dell’attenzione che le maestre prodigano a ragazzi con cumuli di problemi sempre maggiori, non può importargliene nulla. Nella logica mercantilistica del sistema in cui viviamo, la scuola deve limitarsi a insegnare, insegnare nel senso di programmare perfetti futuri consumatori da inserire nell’ingranaggio. L’insegnante o la maestra che fanno la differenza non solo non sono incentivati, ma sono sgraditi. Facciamo un quiz: quando verrà inserito il merito nella valutazione degli insegnanti secondo voi chi verrà premiato? Quelli che si dannano l’anima per tirare un ragazzo fuori dai guai o quelli che hanno il registro a posto? Quelli che sperimentano nuovi modi di insegnare mettendosi in gioco e rischiando anche la propria credibilità, o gli imbrattacarte? le teste pensanti, (ci sono persone preparate perfino tra gli insegnanti, diceva Benedetto Croce,) oppure i servi? Conoscete già la risposta che non è scontata perchè siamo governati da una banda di cialtroni ma perchè viviamo in questo sistema. Cambiato l’ordine dei fattori, il risultato è il medesimo. Non a caso la distruzione della scuola pubblica è cominciata con un governo di centrosinistra. Non a caso si incentivano le scuole private, in particolare quelle cattoliche. La Chiesa cattolica è la più formidabile indottrinatrice che la storia abbia creato e diventa quindi un prezioso alleato per un governo che ha aumentato i finanziamenti alle scuole private e mantenuto i privilegi che prima Mussolini e poi Craxi avevano assicurato al vaticano. Un collega della scuola privata ha obiettato qualche tempo fa che il governo risparmia risorse incentivando il privato. Vero. Peccato che i colleghi delle scuole private vengano spesso indegnamente sfruttati e che la scuola pubblica sia un settore strategico dove lo Stato non è tenuto a risparmiare.

Lasciamo per il momento la scuola e continuiamo la nostra analisi della società.

La propagazione dell’informazione tramite pubblicità di cui abbiamo parlato ieri, fa sì che i messaggi siano volatili, effimeri, evanescenti, che non ci sia una struttura di pensiero consolidata a cui fare riferimento. Gli stessi discorsi del nostro re nano sono capolavori di inconsistenza, elucubrazioni di un Cicerone in stato di alterazione mentale, grossolani deliri di un commesso viaggiatore. Questa situazione genera smarrimento nelle persone che hanno bisogno di riferimenti semplici, direi totemici, a cui fare capo. E’ a questo punto che entrano in campo i fondamentalismi. Il fondamentalismo, religioso o politico che sia, non è altro che l’ignoranza eletta a sistema, con la malafede come fondamento epistemologico. Il fondamentalismo parte da una presunzione di eccellenza che vediamo spesso espressa dalla nostra classe politica. Ricordate quando Berlusconi proclamò giulivo la superiorità dell’Italia sul mondo arabo? Non ricordate invece, perchè probabilmente le rimuovete come faccio io, le balordaggini di Bossi e co., abilissimo a usare il fondamentalismo come arma, assolutamente spregiudicato nel passare dalla fede nel dio Eridano a quella nella Chiesa senza soluzione di continuità e per puro calcolo politico. Finché il fondamentalismo è propagandato da una banda di idioti, il rischio è minimo ma se la banda di idioti fa parte di un partito di governo, i rischi si fanno grossi. Questa maggioranza, in nome di quell’ignoranza portata avanti con orgoglio, manifesta una costante irresponsabilità nel lanciare i suoi proclami, senza capire che basta un fiammifero ad accendere una miccia. Il fondamentalismo ormai è un fenomeno identitario, il totem di cui parlavamo poco fa. Le frustrazioni quotidiane, il senso di smarrimento, l’angoscia per il futuro vengono taumaturgicamente curate dal totem fondamentalista che apotropaicamente scaccia i mali e i nemici che lui stesso crea. La grande menzogna è sempre quella della superiorità etnica, razziale, culturale, religiosa. Il berlusconismo conosce bene le dinamiche di questo meccanismo e non a caso flirta con la parte più ottusa e reazionaria della gerarchia cattolica, citando spesso le frasi del papa più reazionario degli ultimi cinquant’anni, quel Karol Woytila che ha ignorato il vaticano secondo riportando la Chiesa all’epoca controriformistica, nel suo ambizioso sogno di ricreare una ecclesia universi. In qualche modo Giovanni Paolo II ha preparato (involontariamente) il berlusconismo. Il culto bizantino della personalità, il senso barocco dello spettacolo, il pugno di ferro contro chi non rientrava nei binari dell’ortodossia, sono caratteristiche che ritroviamo nello stile del re nano, involgarite e grossolanizzate. Non a caso, esegeti e e studiosi di parte, hanno trasformato un papato con molte luci e molte ombre, come quello di Woytila, in una parabola splendente. Ma il fondamentalismo non è un fenomeno solo cattolico, basta guardare ai neocon americani, il presidente Bush era uno di loro, che sono riusciti ad ottenere che in molte scuole venga introdotta la dottrina del creazionismo. Se credete che presto non avverrà anche da noi, siete proprio ingenui.

La riscoperta della religione come instrumentu regni è la novità del nuovo millennio. I talebani e la teocrazia iraniana sono partiti da un errore di calcolo: è molto più potente una fede spalleggiata dal potere che una fede che si sostituisce al potere, è molto meglio avere la politica come alleata che come nemica. E’ per questo che gli uni e l’altra sono destinati a soccombere mentre non soccomberà la religione, che presto verrà addomesticata ad usum regni dai nuovi satrapi. Cesare, che di arte del governo se ne intendeva, si guardava bene dal toccare le religioni dei popoli conquistati, mirava invece ad assicurarsi il favore delle classi sacerdotali.

Ma l’altro grande fondamentalismo del nostro tempo è l’ideologia liberale. Tradita nei suoi fondamenti, l’attuale applicazione del liberismo, mutuata sul pensiero della scuola di Chicago, è la prova provata che questo non è il miglior mondo possibile. Non si può definire democratico o giusto il darwinismo sociale basato sull’ homo homini lupus che caratterizza la società attuale, se non altro perchè a venire fuori dalla selezione naturale e dalla competizione non sono i migliori ma i peggiori, è la mancanza totale di scrupoli e di etica finalizzata all’accumulo insensato di denaro a definire la società odierna. Il liberismo è fallito come e più del comunismo, ha portato altrettante guerre, altrettanti massacri, altrettanta ingiustizia. Il trickle down, la redistribuzione a pioggia sui ceti più bassi della ricchezza, non è mai avvenuta, è rimasta un mito, una chimera esattamente come l’utopia comunista. Oggi infatti non si parla più di miglior mondo possibile ma di TINA (there is no alternative) dell’unica alternativa possibile. Vedremo prossimamente quali alternative ci siano al quadro desolante descritto fino ad ora.