Il diritto di non essere d’accordo


Scrivo poco, per non litigare quasi con tutti, perché in questo momento sono in disaccordo quasi con tutti, non per voler fare il bastian contrario a tutti i costi, ma perché mi sembra che sia opportuno comprendere, riflettere, capire la situazione in cui ci troviamo, piuttosto che sciorinare facili verità o barricarsi dietro convinzioni preconcette.

Non sono d’accordo con chi contesta a priori il governo, anche se questo governo non mi piace per niente. Certo poteva e doveva fare meglio, è stato poco preveggente, intempestivo, incerto e ondivago nella sua azione.

Ma il problema non sono i numerosi Dpcm, o le mascherine obbligatorie, i problemi sono vent’anni di politiche che hanno fatto terra bruciata del welfare e di tutti i principi etici che dovevano informare la politica, il problema è la degenerazione della destra liberale e della sinistra riformista a mere ancelle dello strapotere economico, il problema è il sistema in cui viviamo, più o meno comodamente, più o meno accondiscendenti.

Sarebbe irreale pretendere da uno uomo buono per tutte le stagioni e per tutte le bandiere, come l’attuale presidente del Consiglio, faccia marcia indietro sullo sradicamento dei diritti civili, o una virata decisa verso politiche egualitarie orientate. a ricreare uno stato sociale dignitoso.

Il problema non è come dice Michele Ainis oggi su Repubblica, che i decreti ci hanno messo gli uni contro gli altri, siamo da tempo uni contro gli altri: privati contro statali, centro contro periferia, destra o quel che rimane contro sinistra o quel che rimane, vegani contro carnivori, omofobi contro omosessuali, nord contro sud, ecc.ecc.

Non è vero che durante la prima ondata ci siamo chiusi a pugno: avevamo solo una paura fottuta. Ma eravamo divisi nel nostro silenzio, come sempre.

Uno stillicidio di fazioni, di contrapposizioni irreali e grottesche che ha leso forse irreparabilmente un’unità nazionale mai compiuta, facendo il gioco del potere. E qui nascono i miei dubbi e il mio non essere d’accordo.

Non sono d’accordo con chi, acriticamente, pensa che il governo faccia quello che deve perché, storicamente, e la storia è il mio mestiere, non è mai successo. Non sono d’accordo con i negazionisti, perché vivono immersi nella paura e la risolvono negandone l’origine. Non sono d’accordo con chi, acriticamente, pensa che il governo faccia male e sia un atto il tentativo di instaurare una bio-dittatura e ridurre le nostre esigenze alla nuda sopravvivenza ( ma su questo rifletto, e molto, e non mi piacciono le conclusioni a cui arrivo). Non sono d’accordo con gli apocalittici e con gli integrati, perché non mi sembra che mettano a fuoco il cuore del problema.

Il cuore del problema è che un bambino di sei mesi annega su un gommone e, per un momento, solo per un momento, ci accorgiamo che una mentecatta disumana dà la colpa alla madre e per un momento, solo per un momento, ci indigniamo, poi torniamo a prendercela con i negazionisti, col governo, ecc. Un bambino di sei mesi, annegato, su un gommone. Trenta secondi di indignazione.

Il problema è che stiamo perdendo il senso della realtà, anche Michele Ainis, che pure è persona stimabile, il problema è che la storia si ripete ma, questa volta, ha scelto la via della tragedia invece della farsa, il problema è che stiamo diventando emozionalmente aridi, la paure ci impedisce di guardarci intorno e vedere che i mali di ieri sono ancora lì, amplificati dalla nostra indifferenza, ignorati perché la preoccupazione principale non sono i poveracci che crepano in mare, le periferie che muoiono, i tossici in astinenza, ecc., ma dove passeremo il Natale, se potremo abbuffarci in santa pace tradendo il significato della ricorrenza e facendo rivoltare il bambino Gesù nella mangiatoia o dovremo passarlo in famiglia, magari più frugalmente del solito, magari, per una volta, pensando a cosa significa davvero. E noi non vogliamo pensare.

Rivendico il mio essere in disaccordo, il mio voler capire e il mio non dimenticare mai che un uomo non è un’isola, che ogni campana che suona suona sempre anche per noi, perché se anche ci salveremo dal Covid, difficilmente riusciremo a salvarci dall’indifferenza e dall’egoismo, dalla disperata ricerca di un nemico, dall’ostinazione a cercare risposte confortanti invece di formulare pensieri inquietanti, disturbanti, forse, ma necessari.

Non ci stanno togliendo la libertà, ce la stiamo togliendo già da soli, e no, non credo che andrà tutto bene.

Basso impatto sulle economie, alto impatto sulle vite


Basso impatto sulle economie è la parola d’ordine non solo dei fratelli De Rege che governano la Liguria e Genova ma anche del governo, in questo momento critico della gestione Covid nel nostro paese.

E’ la stessa parola d’ordine che ha determinato uno sconsiderato liberi tutti quattro mesi fa, portando a una doverosa e necessaria riapertura delle scuole senza aver fatto nulla di sostanziale per permettere che avvenisse in sicurezza, scaricando la responsabilità sui dirigenti scolastici e sugli insegnanti, la stessa parola d’ordine che sta orientando i provvedimenti degli ultimi giorni, di pura facciata e privi di efficacia, perché non riguardano il cuore del problema, che nessuno vuole affrontare veramente.

Ammesso ma non concesso, perché ci vuole ancora tempo per avere dati certi, che la scuola non ha avuto in Italia l’effetto volano dell’epidemia che ha avuto in altri paesi dove non c’è stato lockdown e che hanno pagato e stanno pagando a caro prezzo la loro scelta ( Paesi bassi, Inghilterra, Francia, Spagna, Paesi del nord), la nostra situazione è simile a quella della Germania, dove la prima causa di contagio sono le aziende e l’incoscienza della gente.

A definire una correlazione tra lockdown e deregulation della sicurezza nelle aziende, basta il numero impressionante di morti sul lavoro dalla ripresa delle attività a oggi, senza contare le vittime della sconsiderata e tardiva chiusura delle attività nel bergamasco. Morti sul lavoro di cui nesssuno, sindacati a parte, che però non hanno stampa, parla, una vera e propria strage silenziosa e impunita, quotidiana. Per altro, non abbiamo dati sui lavoratori atttivi colpiti dal virus e sui luoghi in cui lavorano.

Ma nelle aziende ci si guarda bene dal mettere piede, specie con un presidente di Confindustria che sembra venuto fuori dagli anni cinquanta, spalleggiato dai liberisti de noartri e dalla destra. Imnmaginate i piangnistei e gli alti lai se si mandassero ispettori del lavoro in aziende che non siano Amazon. Una tragedia tale che Eschilo sarebbe da riporre in libreria.

Allo stesso modo, il discorso dei trasporti neanche si apre. Nessuno prende in considerazione di potenziarli e razionalizzarli, magari in ottica ecologista. No, la soluzione è chiudere in casa più gente possibile. Aumentando la possibilità di contagio, ovviamente.

Venendo allo specifico della Liguria, regione tra le più irresponsabili del paese, dove si fanno il minor numero di tamponi e si ha il più alto numero di infetti per tamponi fatti, dove la disinformazione giornalistica sta diventando modello di riferimento per chi vuole fare della disonestà intellettuale il proprio credo, i fratelli De Rege, con piglio guerresco, hanno chiuso le macchinette del cibo, quelle che vendono schifezze a poco prezzo, le sale giochi ( cosa buona e giusta) e i negozi di alimentari negli orari in cui già sono chiusi. Geniali. Non contenti e, forse, rimembrando con nostalgia i divieti di assembramento di quando c’era lui, hanno deciso che nei quartieri più sfigati della città, non certo ad Albaro, a Castelletto o, per dire, davanti a un famoso bar di Pegli, sia proibito camminare in più di due persone e fermarsi, fosse anche per guardare una vetrina.

Il De Rege minore, quello che appare sporadicamente perché quando parla fa più danni di una guerra, ha detto di non disdegnare il coprifuoco sancito da Macron ( un altro bell’idiota) perché ha..indovinate? Un basso impatto sull’economia.

Ovviamente questi provvedimenti sono stati salutati con gioia dal notissimo infettivologo cittadino, che si smentisce un giorno sì e l’altro anche ed è corresponsabile, insieme a un buon numero di suoi colleghi, della situazione in cui ci troviamo. E su questo asservimento della scienza alla politica, sulla deontologia e sull’etica di chi parla al pubblico, ci sarebbe molto da dire.

I dati di oggi non sono paragonabili a quelli di Marzo, quando si facevano dieci volte meno tamponi, ma sono comunque preoccupanti e la politica, se così la si può chiamare, non sembra aver imparato nulla dalla dura lezione dei mesi passati. Neanche la gente, se è per questo, ma la politica dovrebbe essere migliore della gente.

Stiamo toccando con mano la regola aurea del capitale: guadagnare a ogni costo, considerare la vita umana una merce deperibile e, se necessario, sacrificabile. E tanto che ci siamo, porre le basi per limitare le libertà in nome del bene comune, azzerare i sindacati, tacciare di disfattismo chi protesta legittimamente, ecc.

Quando poi l’emergenza sarà finita, potremo sempre prendercela con i migranti o trovare nuovi capri espiatori.

Discorsi da vetero comunista e uomo del novecento, direbbero i renziani. Incidentalmente, sono vetero comunista e uomo del novecento, i’m sorry.

A chi interessa davvero la scuola?


Questo è un post multitasking, rivolto al governo, alle famiglie, ai sindacati e ai colleghi professori, la domanda non è per nulla retorica ma necessaria, dettata dall’incredulità per l’incompetenza, l’arroganza e l’approssimazione con cui l’ultimo ministro dell’Istruzione, l’ultimo di una lunga serie di inadatti al ruolo, neanche il peggiore, sta affrontando il proprio compito.

Lungi dall’elaborare protocolli operativi chiari e dettagliati che servano di orientamento per la ripresa delle lezioni prospettando, nella migliore delle ipotesi, il ritorno in classe, e nella peggiore, il ritorno della Dad; lungi dal richiedere un potenziamento della Rete così che ovunque, chiunque abbia a che fare con la scuola, possa connettersi gratuitamente; lungi dall’attuare provvedimenti semplici e banali, come il dimezzamento delle classi per assicurare il distanziamento, l’hanno fatto in Olanda, provvedimento che comporterebbe necessariamente rapide assunzioni di personale, quindi spese. il nutrito pool di esperti e la mente vulcanica della giovane e volenterosa ma ahimè, poco competente ministra, ha partorito i seguenti provvedimenti: banchi girevoli, un’idea talmente idiota da sembrare quasi parodistica, il ritorno al medico scolastico, figura mitica che solo chi ha un’età da capelli bianchi ricorda, test obbligatori per gli insegnanti (che non si possono fare e devono essere volontari), a tampone per gli studenti. Punto.

Chiedo quindi: a chi interessa la scuola?

Perché io ho forti dubbi che un paese che regala cinquecento euro di bonus vacanze e non trova soluzioni per l’edilizia scolastica abbia a cuore la scuola, ho forti dubbi che un ministro che non chiede al ministero dei trasporti interventi straordinari perché a Settembre i mezzi non siano congestionati come sempre, abbia a cuore la scuola, ho forti dubbi che le famiglie che richiedevano la riapertura in piena epidemia abbiano a cuore la scuola, ecc. ecc.

Viviamo in un paese governato da un finto governo, che sta in piedi semplicemente perché l’alternativa sarebbe un disastro peggiore.

Ascoltiamo quotidianamente il mantra della ripartenza e del rilancio dei consumi mentre i lavoratori hanno ripreso a morire sui loro posti di lavoro con una regolarità impressionante, abbiamo sentito i deliri del nuovo presidente di Confindustria che crede di essere il padrone delle ferriere, a cui nessun politico ha saputo replicare per le rime, viviamo in un paese dove il finto governo neanche prova ad affrontare i veri problemi: ambiente, criminalità organizzata, evasione fiscale, disagio giovanile, razzismo, omofobia ecc.ecc.

Last but non least, viviamo in un paese in cui dei parassiti imbecilli in motoscafo hanno il coraggio di affermare che la Cassa integrazione, cioè il presidio della dignità dei lavoratori, l’ultima barriera contro la fame, è assistenzialismo e va abolita per rilanciare l’economia.

Viviamo insomma in un paese che ha un disperato bisogno di tornare ad avere una classe dirigente e dei quadri competenti, preparati, responsabili, che abbiano una visione diversa del futuro, un paese che ha bisogno di lavoratori consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, un paese che umilia da anni l’unica istituzione in grado di creare quella classe dirigente, quei quadri e quei lavoratori: la scuola.

L’hanno voluta trasformare in azienda, senza tenere minimamente conto che la libertà d’insegnamento, la trasmissione dei valori fondanti di un popolo e della sua storia, lo sviluppo dello spirito e del pensiero critico, i saperi di base che possano permettere una scelta ragionata riguardo il proprio futuro, tutto quello che, insomma, è il cuore dell’insegnamento, non possono essere aziendalizzati, sottoposti alle regole del Dirigente di turno, decisi per legge e divulgati allo stesso modo in ogni realtà scolastica del paese.

Hanno voluto uniformare ogni cosa dimenticando il fattore umano, raccontandoci la favola che tra il ragazzo della famiglia bene e quello disagiato che vive in periferia, la differenza la fa solo il merito e l’impegno, non la partenza con l’handicap.

Hanno toccato con mano con la Dad quanto pesa il disagio sociale ed economico e continuano a fare finta di niente.

C’è voluto del tempo, ma sono riusciti a fare a pezzi la scuola pubblica e oggi raccogliamo i cocci di quello che è stato distrutto ieri. I segnali e gli avvertimenti su quello che sarebbe successo sono stati numerosi, ma non ci avete ascoltato. Siete stati indifferenti, quando non ostili.

Mi chiedo: dov’erano tutti mentre succedeva questo? Noi insegnanti eravamo (quasi) tutti a Milano, nella più grande e partecipata manifestazione di protesta contro la riforma peggiore degli ultimi trent’anni, dov’era la politica, dov’erano le famiglie, dov’erano i colleghi che sono rimasti a casa?

Invece siamo tornati alle solite polemiche trite e ritrite sugli insegnanti che hanno fatto sei mesi di vacanze, perché per l’opinione comune, la didattica a distanza è una passeggiata, dal momento che tutti gli insegnanti hanno connessioni perfette e strumentazioni adeguate, grazie ai lauti stipendi che percepiscono, e sono stati adeguatamente formati negli anni.

Siamo tornati agli insegnanti che, secondo l’opinione comune, non hanno voglia di lavorare e per questo i sindacati hanno l’assurda pretesa di chiedere di rientrare in sicurezza, di non rischiare la vita sul posto di lavoro.

Torneremo, quando si riprenderà in presenza, anche agli insegnanti malmenati e insultati.

Lo dico da anni anche in sindacato: il problema della scuola in questo paese è culturale, un disinteresse e un’incompetenza generalizzati da parte di tutti gli attori che dovrebbero contribuire a riformare e rendere moderna ed efficiente la scuola, non come un’azienda, ma come un laboratorio che produce valori.

Forse proprio questo teme la politica: che si torni a produrre valori in un paese in cui sono stati azzerati, che si torni a formare persone capaci di smentire i bugiardi e sbugiardare gli ipocriti, che i ragazzi, come hanno cominciato a fare da qualche tempo, si ribellino a una società che li ignora e li usa solo per fare propaganda.

Il problema della scuola è un problema culturale e non stupisce in un paese che ha un’alta percentuale di analfabetismo di ritorno, che legge meno di tutti in Europa e in cui una parte consistente della popolazione manifesta senza pudore un’odio viscerale vero tutto quello che odora di cultura, competenza, ragionevolezza. Senza che la politica faccia nulla per impedire questo sfacelo.

Siamo molto vicini alla linea di non ritorno: o si cambia oggi, tutti insieme, si avviano gli stati generali della scuola per ripartire su nuove basi, serie e condivise da tutti quelli che la scuola la fanno, o continueremo, come un’eterno ritorno, a ubriacarci di chiacchiere. O a organizzare gare sui banchi a rotelle.