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Una lezione da imparare


Il premio Pulitzer 2009 è stato assegnato a Propublica, una associazione no profit di giornalisti che lavora esclusivamente on line cedendo poi, a titolo gratuito, i propri servizi ad altri giornali o ai grandi network a patto che non vengano editati a scopo di lucro. Un forma di diritto d’autore, molto in voga sul web, che si chiama Creative Commons. L’associazione è finanziata da due filantropi americani e i giornalisti che ne fanno parte sono in grado di arrivare sulla notizia prima dei loro colleghi perchè in contatto con una rete di blogger in tutto il paese. Dunque siamo di fronte a una interessantissima interconnessione tra stampa classica e private journalism, il giornalismo privato dei blog.

Si tratta di un riconoscimento ufficiale importante per il ruolo che ormai Internet ha assunto nel campo dell’informazione. La rete ha totalmente cambiato le carte in tavola e i grandi giornali, che scrivono seguendo dettami dei consigli di amministrazione e inseguendo le inserzioni pubblicitarie,, segnano tutti il passo. Molta gente è ormai stanca di informazione drogata, faziosa o volutamente menzognera e sono sempre di più le persone che si rivolgono a internet per cercare notizie o approfondire quelle che vengono pubblicate in modo incompleto. Ovviamente questa, che è una notizia da prima pagina perchè segna una vera e propria rivoluzione copernicana nel campo del giornalismo, ha ricevuto sulle pagine dei nostri giornali scarsa e incompleta attenzione. Eppure dovrebbe essere una lezione importante per i giornalisti che nel nostro paese troppe volte affrontano in modo volutamente disonesto il loro lavoro. Articoli scritti in un italiano discutibile, scarsa preparazione, incompetenza totale, sono ormai la norma in tutti i giornali, e lasciamo perdere i cronisti politici perchè allora non ci resta che piangere. Ieri sera da Fazio un grande professionista, Gianni Minà, ha denunciato con grande forza la disonestà intellettuale di molti suoi colleghi, l’incapacità di entrare nel cuore di un mestiere nobile che è diventato invece uno degli strumenti di controllo da parte del potere. Propublica è formata da giornalisti investigativi, una categoria che da noi è scomparsa. Andare a scavare nel fango è un lavoro sporco e difficile, è molto più comodo stare tranquilli dietro la propria scrivania e obbedire agli ordini di scuderia, invece di stuzzicare i cani dormienti del potere.

Addirittura è di ieri la proposta del presidente della società degli editori di tassare internet per finanziare la carta stampata, ovvero, invece di cercare di far funzionare quello che non va,invocando maggiore professionalità, creando regole severe che scaccino le mele marce e promuovano i migliori, proviamo a mandare alla malora quello che funziona. Non è una proposta delirante come può sembrare: Internet sta uccidendo la carta stampata, perchè la rete è libera, veloce, accessibile a tutti in qualsiasi momento e dà spazio a tutte le voci, dalle più deliranti alle più autorevoli. Internet è quello spazio di libertà che i giornali dovrebbero garantire e da troppo tempo non garantiscono più.

Graham Greene diceva che un intellettuale, per funzione che ricopre nella società, debba sempre essere contro: comunista se governano i fascisti e viceversa. Si tratta di un paradosso ma, nella sostanza, il discorso è corretto ed è perfettamente sovrapponibile a quella che è la funzione del giornalista. Non è un caso se in Afghanistan e in Iraq l’esercito americano non vuole reporter: sanno benissimo che non avrebbero potuto imbavagliarli, sanno benissimo che avrebbero denunciato quello che stanno facendo laggiù.

Per capire a quale infimo livello è giunta la stampa nel nostro paese basta leggere i titoli dei giorni scorsi a proposito di Emergency sui giornali di destra. Negli States o in qualunque altro paese europeo, la stampa avrebbe prima di tutto tuonato a gran voce contro il rapimento dei tre connazionali e richiesto la loro liberazione, da noi si è scelto di gettare fango o restare prudenti, per essere poi allegramente smentiti dai fatti.

Una buona notizia, quindi, il Pulitzer a Propublica, un segnale importante che speriamo qualcuno capti anche da noi. Ricordo che mezza Italia non ha la possibilità di accedere alla banda larga, che abbiamo meno computer di tutti in Europa e che il governo ha pensato bene, come rimedio, di alzare i prezzi del materiale informatico. Una miopia che rischiamo di pagare molto caro ma che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio:Beppe Grillo ha ottenuto un risultato straordinario alle elezioni amministrative praticamente utilizzando solo Internet, Obama ha conquistato il voto dei giovani negli Stati Uniti allo stesso modo. Il programma di Santoro trasmesso via web ha avuto un picco di ascolti inaspettato. Il Fatto quotidiano,ilk giornale di Marco Travaglio, sta ottenendo risultati insperati anche grazie alla visibilità che Travaglio si è creato in rete sul suo blog e su quello di Grillo  E’ il futuro, un futuro che è già presente, un futuro a portata di mano di chi ha intelligenza, coraggio e capacità per usarlo. Internet è un presidio insormontabile per quella fondamentale libertà democratica che è la libertà di stampa. I vari tentativi di ingabbiare la rete sono vani e resteranno vani:  Internet è diventata la grande mente globale del mondo e per quanti sforzi faccia, il potere non riuscirà mai a incatenare i pensieri.

Una festa senza sorrisi


Oggi, su il Fatto quotidiano, c’era un’intervista a un mio caro amico, Piero Campagna. Piero è un carabiniere siciliano a cui la mafia ha ucciso la sorella diciassettenne, Graziella. A mandare in galera i colpevoli è stato un giovane avvocato messinese coraggioso, che ha creduto nella tenacia, nell’ostinazione e nel coraggio di Piero. E’ stato il mio amico a trovare gli assassini della sorella, grazie a una intercettazione. Oggi, nell’intervista, afferma: “Non mi riconosco in uno stato che tutela i criminali”. Si riferisce alla nuova legge sulle intercettazioni.

Si può partire da queste parole di sdegno, pronunciate da un servitore dello stato, per comprendere quanto sia particolare il 25 aprile di quest’anno. Si può proseguire ricordando la vicenda di Adro, o parlando della casa regalata da Anemone, uno del clan di Rumentaso, all’on. Scaiola, che, lo ricordo, è il primo responsabile di quello che successe a Genova durante il G8 del 2001 e non ha mai ammesso o pagato per le sue responsabilità. O si può parlare della Protezione Civile trasformata in un consorzio di affari (sporchi), delle escort a Palazzo Grazioli, del Lodo Alfano e di Mills, del pogrom di Rosarno, di tutto quello che quotidianamente ci è concesso venire a sapere dai giornali e di tutto quello che non ci è invece concesso da quella che, ormai lo si può affermare senza timore, è una censura di regime.

La festa dell’antifascismo arriva in un momento in cui il fascismo bianco del premier e quello nerissimo della Lega convivono felicemente e concorrono alla dissoluzione morale del paese. Non basta più dire che l’Italia non è Adro, non è Rosarno, non è Cittadella, ecc.ecc., non basta più perchè l’Italia, ormai, è anche questa. Casomai ha senso impegnarsi e lottare perchè l’Italia non diventi solo questa. Finita la supposta egemonia culturale della sinistra, questa non è stata sostituita dall’egemonia cultura di destra ma dall’assenza di cultura.I fatti di questi giorni lo testimoniano drammaticamente.

Ieri ero con i ragazzi di una delle mie classi all’Ansaldo, una delle fabbriche più antiche d’Italia, per la commemorazione del 25 Aprile, in un luogo fondamentale per i fatti di quel periodo, per la storia di Genova e d’Italia. C’erano moltissimi operai giovani, c’erano vecchi partigiani che, nonostante il tempo segnasse impietosamente i loro volti, rivendicavano ad alta voce il sacrificio pagato col sangue, loro e dei loro compagni, che ha portato la libertà in questo paese. A un certo punto è salito sul palco Bersani. Ha fatto un discorso nobile ma privo di entusiasmo, senza rabbia, senz’anima. Mi sarei aspettato un attacco fortissimo alla Lega, mi sarei aspettato la rivendicazione di quei valori di tolleranza che da sempre sono patrimonio della sinistra, nulla di tutto ciò. Parole, solo parole, in un momento in cui c’è bisogno di parole che si trasformino in sassi. Pacatezza e rassegnazione in un momento in cui c’è bisogno di rabbia ed energia. Mi sono detto che se quello era il rappresentante principale dell’opposizione, allora questo paese è proprio nei guai.

Hanno cercato di infangarlo questo 25 Aprile, per l’ennesima volta. Hanno cercato di ribaltare la storia, di cancellare la memoria e riempirla di bugia. Mezze calzette, vuoti epigoni privi di dignità, squallidi politicanti di quart’ordine, servi del re nano. Non vale neppure la pena citarli, sono già scomparsi nell’anonimato, sono già impegnati nei loro servili affari. Uno dei problemi di questo paese è che non ha più vergogna di mostrare il suo lato peggiore.

Domani, il re nano parlerà alla nazione. E’ già un evento che riconosca che il 25 Aprile è una festa, in genere va in vacanza. Ovviamente il suo è solo calcolo politico, un altro coniglio dal cappello per aumentare consensi in un momento che l’ha visto, per la prima volta, pubblicamente contestato da uno dei suoi notabili principali. Forse lo fa giusto per fare un dispetto all’ex delfino del repubblichino Almirante. Non mi piace, questa non è la sua festa, lui non c’entra. Non mi sono mai indignato, come cittadino, quando gli anni scorsi andava in vacanza. Era uno dei pochi atti di coerenza della sua carriera politica. Ora, manco quello.

Ricordare. In 1984 di Orwell, straordinario romanzo profetico, il regime totalitario che fa da sfondo alla vicenda dei protagonisti è possibile solo perchè la storia viene cambiata ogni momento e viene reso impossibile il ricordo. Il valore della memoria è assoluto, insostituibile. Domani quindi, ricordiamo quelli che sono caduti perchè noi fossimo liberi, uomini di tutte le età e di tutte le classi sociali, di diverso pensiero, di diversa formazione, uniti solo dall’odio verso la tirannia e dalla volontà di liberare questo paese. I morti di entrambe le parti vanno pianti e rispettati, ma non sono uguali. Domani è giusto ricordare quelli che hanno regalato la democrazia a questo paese. Quanto alla conciliazione che per molti anni è stata invocata, credo che sia un’assurdità. Non si possono conciliare gli opposti e io, per fare un esempio banale, non posso avere nulla a che spartire con un razzista, non voglio avere nulla da spartire con chi basa la propria politica sull’egoismo e sull’intolleranza. Non mi piace una sinistra che fa appelli alla Lega, una sinistra che non riesce ad alzare la voce neanche in questo giorno. Cambiare, progredire, allinearsi ai tempi nuovi, non significa tradire le proprie radici, non significa smarrire la propria identità. E’ tempo che si smetta di vergognarsi di dire che la tradizione da cui viene il partito più importante della sinistra è quella del Pci, è tempo di rivendicare quanto di buono è stato fatto dai comunisti in Italia, a partire dai tanti morti nella guerra contro i nazifascisti.

Mi piacciono invece, moltissimo, i partigiani, anziani, stanchi, commoventi nel loro sforzo di far capire ai giovani che la fortuna e il benessere di cui godono è nata dal sacrificio e dal coraggio di pochi, ancora capaci di alzare la voce e infiammare una folla con la loro autorità morale. Sono la nostra memoria vivente, sono la nostra speranza, ieri come allora. Sono l’unica voce nobile, pura e chiara che s’innalza sopra tutte le altre. Con loro per loro, non posso che concludere dicendo: viva il 25 Aprile, viva la libertà.

La belva che è dentro l’anima


Ieri sera ho assistito sgomento alla puntata di Anno Zero di Santoro. A sconvolgermi non è stata certo la candida fuga dalla realtà del ministro Carfagna, donna avvenente, con due grandi occhi spalancati su un mondo che guardano senza vederlo, che enumera dati assurdi che qualche diligente servo del re ha provveduto a consegnarle con la raccomandazione di non darsi pensiero di quello che diranno i suoi avversari. Non è stata neppure la candida ingenuità di Renzi e degli altri due giovani esponenti del Pd presenti, che forse credono davvero che il potere del re nano sia vacillato perchè un vecchio fascista gli ha detto che è nudo e contano sulla preveggenza dei dirigenti del partito, ormai nota a tutti, per invertire una rotta che ormai ha superato il punto di non ritorno.

No, a sconvolgermi è stato il collegamento con Adro, quelle madri inviperite contro altre madri, senza argomenti, senza motivi come senza argomenti e motivi validi è per sua natura il razzismo. A sconvolgermi è stata l’ipocrisia e la spietatezza dei sindaci leghisti, incuranti che quelli a cui non concedono sussidi per l’affitto o la casa popolare sono esseri umani, persone, prima che stranieri, che lavorano, respirano, soffrono, amano come chiunque di noi. A sconvolgermi è stata la litania insensata del “noi non siamo razzisti” ripetuta contro ogni evidenza, sconfessando ogni atto, ogni singola parola pronunciata poco prima.

Ma ad amareggiarmi è stato altro. C’è stata una grande assente ieri sera, ed è forse il dato più sconvolgente, più avvilente della serata: mancava la scuola.

Maestre e dirigente scolastico hanno forse ritenuto più prudente, più opportuno, tenersi fuori da quella disputa meschina, da quella invereconda lotta tra poveri aizzata da politici sciacalli, privi di qualunque scrupolo, senza etica nè morale. Tuttavia reputo gravissima l’assenza della scuola in quanto istituzione. Io sono un insegnante, un educatore, un formatore, ma sono anche parte di un presidio civile, forse del più alto e importante presidio civile di questo paese. Compito specifico e ineludibile della scuola deve essere quello di far introiettare ai ragazzi i valori di tolleranza, uguaglianza, solidarietà su cui si fonda la nostra costituzione. Io, in quanto insegnante, rappresento lo stato (non il governo, attenzione) ed è mio preciso dovere informare i ragazzi dei valori su cui lo stato si fonda. Era dunque preciso dovere delle maestre e della dirigente ribadire pubblicamente anche ieri sera che ad Adro è stato consumato un vile atto di razzismo, che quelle madri inviperite contro chi aveva il solo torto di essere in apparenza diverso da loro dovrebbero solo vergognarsi e che quei ragazzini stranieri costretti a giocare da soli vengono discriminati in assoluta violazione delle norme della costituzione della repubblica italiana. La scuola non può e non deve anteporre la prudenza alla affermazione di valori ineludibili, a noi non è concesso operare per il quieto vivere in questi casi, al contrario sarebbe stato necessario un dibattito pubblico chiarificatore che partisse dalla scuola.

Di Ponzio Pilato in questo paese ce ne sono troppi e di Ponzio Pilato che dirigono scuole c’è inflazione. Se non si reagisce in questi casi, se non si opera immediatamente per mettere a tacere la belva che dorme silente nella coscienza di ciascuno di noi, la belva che ha portato al fumo di Auschwitz, alla guerra etnica nei balcani, allo scontro tra Hutsi e Tutu  in Rwuanda, al rinfocolare di scontri etnici oggi in Sud Africa, si dà ragione all’azione di questo governo che contro la scuola ha cominciato e sta portando a termine una campagna di devastazione senza precedenti nell’indifferenza generale. Se ci rifiutiamo di fare educazione civica, di servire lo stato fino in fondo, di essere garanti e propagatori dei principi costituzionali, se non ci schieriamo nettamente contro la marea montante del razzismo, allora i tagli sono giusti perchè il nostro ruolo può benissimo essere tenuto da Wikipedia o da Internet.

Magister scholae et magister vitae, dicevano gli antichi sintetizzando il connubio tra formazione, educazione e stimolo alla coscienza critica che deve essere il nucleo del nostro lavoro. Bisogna stare molto attenti perchè la belva trova terreno fertile nelle menti dei giovani, portate ad estremizzare, a fantasticare, a trasformare qualsiasi cosa in satellite del proprio ego. Per essere cattivi maestri non è necessario predicare la violenza sovversiva, basta tacere quando è necessario alzare la voce, basta lavarsi le mani quando è necessario sporcarle, basta rifugiarsi in una mediocre vigliaccheria da uomini comuni quando è necessario il coraggio.

A confortarmi, sui giornali di oggi, la notizia dei tanti giovani iscritti all’A.N.P.I., ragazzi che hanno scelto di continuare un tradizione di libertà, ragazzi che hanno scelto di ricordare chi siamo e da dove veniamo, perpetuando con la Resistenza una delle più grandi lezioni di civiltà della storia europea. Tuttavia lo sconforto è grande, la Lega, al consueto sproloquio razzista ha aggiunto l’arroganza del potere. Sta facendo quella che ha promesso e quello che ha promesso è orribile. E’ il partito neofascista più forte d’Europa, con legami e rapporti con i più importanti gruppi neonazisti del continente. Il suo credo è cavalcare la paura, il radicamento al territorio, lo ripeto e lo ripeterò ancora, non c’entra nulla. Questa è gente che cavalca la paura, che aizza la belva, che scherza col fuoco e non sarà in grado di fermare l’incendio quando sarà divampato. Questa gente si combatte, non si blandisce, non la si controlla e non ci si tratta. Chi aizza la belva ne assume parte della sua natura perversa, chi aizza la belva perde la sua anima e cerca proseliti.

Ricordo lo spettacolo di Moni Ovadia visto da poco a teatro, il monologo di Shylock dal Mercante di Venezia di Shakespeare ripetuto ossessivamente, in lingue diverse, in modi diversi eppure sempre uguali. A un certo punto, sullo schermo, il volto di Adolf Hitler che ripete il monologo in tedesco. Provo un brivido sovrapponendo quella immagine ai volti delle brave madri italiane di Adro e del loro sindaco. Forse, cominciare a far studiare quella pagina straordinaria a memoria ai ragazzi, può essere una buona idea. Forse se la scuola tornasse a fare cultura vera, coinvolgendo le famiglie, ritrovando l’orgoglio di un mestiere antico come il mondo che il mondo cerca di spiegare e di migliorare, forse vivremmo in un paese diverso, un paese dove la belva dorme senza essere disturbata, nel luogo più oscuro dell’anima.

La libertà di stampa ai tempi del re nano


Due notizie, una su tutti i giornali, si tratta del decreto sulle intercettazioni, l’altra solo su alcuni giornali, la condanna di “Libero” per le accuse ad Antonio Di Pietro. Due notizie emblematiche sul modo di concepire la libertà di stampa tenuto dal re nano e sullo stato della democrazia nel nostro paese.

Sul decreto sulle intercettazioni verrebbe da pensare a una boutade, uno spot di presentazione di Zelig, tante sono le trovate ilari al suo interno. Ad esempio quella che per intercettare un deputato è necessario il permesso del parlamento, oppure che diventa vietato registrare anche sè stessi mentre si sta parlando con un altro. Vediamo due applicazioni pratiche: l’on x sta trattando l’acquisto di una partita di cocaina. Va in parlamento e scopre che si vota per intercettarlo. Vota a favore e poi non compra più la coca e non parla più con lo spacciatore, a meno che non sia un perfetto idiota (in effetti, non mancano). Altro scenario: sono un funzionario pubblico e qualcuno mi ha offerto del denaro per favorirlo in una gara d’appalto. Registro la telefonata che prova il tentativo di corruzione e mi mettono in galera per sette anni. Sento già l’orribile Ghedini dire “Ma va là!”, ma la realtà è questa.  Non a caso, il decreto viene chiamato sui giornali “Anti- D’Addario”. Di idiozie simili il decreto è pieno: la speranza è che mafiosi, camorristi e ndranghetisti scoppino durante i bagordi che allestiranno per festeggiare. Sul bavaglio messo ai giornalisti non è il caso di soffermarsi: viola tutte le normative europee e la corte europea lo dichiarerà illegittimo in cinque minuti. Siamo davanti all’ennesima legge ad personam, l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio a tutti quelli che la pensano diversamente dal re e di evitare indagini imbarazzanti per il suo prestigio pubblico, per altro già ampiamente sputtanato (in tutti i sensi). E’ anche un favore al caro amico Rumentaso (i genovesi capiranno al volo, per gli altri, mi riferisco a quello che toglie la spazzatura e va a puttane pensando di essere James Bond), anche lui incappato in spiacevoli incidenti di percorso. La stampa deve essere ossequiosa o muta: non ci sono altre vie. Anzi, un’altra c’è.

Antonio Di Pietro ha vinto la querela contro Libero, che lo aveva attaccato mesi fa sui rimborsi elettorali. Sono stati condannati al risarcimento di duecentoquarantamila euro Mario Giordano, ex direttore del quotidiano di famiglia di Berlusconi, e vari altri collaboratori. Notizia che a quanto mi risulta, appare solo sul “Fatto quotidiano” del sempre ottimo Travaglio. La stampa per il premier deve essere ossequiosa o funzionare da killer, mentendo con la consapevolezza di mentire, distruggendo reputazioni senza tenere conto che le persone sottoposte a questi volutamente calunniosi attacchi hanno anche una vita privata, delle famiglie. Il caso Boffo è stato emblematico, con tanto di ipocrite scuse dell’insopportabile Feltri a danno fatto e consumato.

E’ la logica di un potere spietato, che non conosce regole e non ha nessuno scrupolo a usare tutte le armi di cui dispone, anche quelle proibite. I nauseabondi editoriali di Leccolini sul Tg1, con l’aggravante dell’uso personale del servizio pubblico, rientrano in questa ottica di gestione totale del potere a qualunque costo, senza fermarsi di fronte a nulla. Il fatto che l’attuale direttore di Libero non sia stato definitivamente radiato dall’albo dei giornalisti e Minzolini sia ancora al suo posto, è la prova che l’albo dei giornalisti è inutile, visto che qualunque camion dell’immondizia può riversare spazzatura su chiunque, e che la Rai è ormai una roccaforte inamovibile del nuovo ordine imposto dal re nano. Santoro, Floris, la Dandini, l’innocuo Fazio, sono avvertiti: la scure del re nano è pronta a calare su di loro. Attenti ai piedi.

La sinistra, come al solito, borbotta, dissente, si indigna a bassa voce, senza gridare, trovando anche lati positivi in questo nuovo passaggio del Rubicone contro la democrazia. Non credo che Fini, in questo suo meritorio ma assai tardivo tentativo di democratizzare il Pdl trasformandolo in un partito normale possa riuscire nel tentativo. Il Pdl è una corte, con un re e i suoi servi, non c’è spazio per la normale dialettica democratica. Non è mai stato un partito e non si capisce perchè il leader di An abbia scelto di farne parte. O forse si capisce benissimo.

Leggo ancora, con orrore, che Berlusconi prepara un congresso. Immagino faraoniche strutture da far impallidire quelle di craxiana memoria, immagino guitti e soubrette debitamente denudate fare da corollario all’immane pagliacciata, immagino lui, il re nano, scendere dall’alto accompagnato dal nuovo inno creato apposta per l’occasione da Apicella, non voglio andare oltre, ho terminato adesso di pranzare.  Sarebbe bello poter evitare di vedere l’ennesimo scialacquamento di denaro pubblico, l’ennesimo sfoggio di cattivo gusto da paese delle banane, le ennesima stupidaggini trite e ritrite ribadite a gran voce dai telegiornali che riprenderanno l’evento via satellite, sarebbe bello,quando avverrà, essere ricchi e famosi e potersi comprare un’isola deserta bandendo televisioni e giornali.

Vorrei, attendendo spasmodicamente il congresso del re nano, suggerire al centro sinistra alcune paroline da inserire nel prossimo programma elettorale:

Anti trust: norma che impedisce il concentramento di poteri nelle mani di una persona.

Conflitto di interessi: Quello che c’è quando è necessario l’antitrust. In Italia c’è.

Servizio pubblico: Guardatevi i video della rai di vent’anni fa. Quella roba lì, appunto. Sì quello era Fede, sì sembra un giornalista. Sì, anche Vespa. No, non sono gli stessi di adesso. Li hanno clonati e riprogrammati.

Radiazione dall’albo dei giornalisti per chi volontariamente pubblica notizie false tese a screditare qualcuno: un modo come un altro per invitare Feltri ad andare a fare il muratore.

Provate a rimetterle in cima alla lista, insieme alla nuova politica industriale, al supporto per i disoccupati e i licenziati, alle norme sul precariato, a una riforma seria della scuola, ma impegnatevi a farle, queste cose. Almeno finchè ne avete la possibilità. Ammesso che tra tre anni si voti. Ammesso che durante il congresso non decida di incoronarsi papa e instaurare una teocrazia. Indovinate chi sarebbe quello da adorare.

Turarsi il naso


Io detesto Marcello Lippi. Lo ricordo elegante libero della Sampdoria, grande classe, la giusta cattiveria. Come allenatore l’ho sempre trovato molto presuntuoso, arrogante, abbastanza ottuso. Trovo inoltre che sia molto stupida la sua determinazione a non convocare Cassano in nazionale. Di riflesso, mi sta antipatica anche la nazionale,infarcita di milanisti e juventini, espressione dell’aristocrazia supponente e truffaldina del calcio italiano. Tuttavia, dopo le parole di Renzo Bossi, mi toccherà turarmi il naso e tifare Italia ai prossimi mondiali, Cassano o non Cassano, Lippi o non Lippi. Che un perfetto idiota che ha diritto di parola solo perchè paparino ha deciso di avviarlo alla carriera politica, constatata la sua totale incapacità negli altri campi, si permetta di disquisire sull’unità d’Italia che, detto per inciso, risale a centoquaranta anni fa e non a  cinquanta, come ha detto l’idiota, mi dà ai nervi. Già mi dà ai nervi la Lega nord in genere, figuriamoci un rampollo degenere che invece di tacere cercando di imparare improperi e sparate da papà, si permette anche di esprimere pensieri (esprimere pensieri, nel suo caso, è un’ossimoro) sulla nazione. Dunque tiferò Italia per reazione a Renzo Bossi. Non diventerò anche “culattone” (pure omofobi  adesso sono diventati) perchè  sarebbe troppo e sono felicemente eterosessuale, in ogni caso se il Gay pride dovesse tornare a passare da Genova vi parteciperò.

L’Inter non mi piace niente. Una squadra di mercenari stranieri guidata da un allenatore bilioso e arrogante che non si rende conto della spropositata fortuna avuta nella vita, quella di guadagnare miliardi avendo come unico merito quello di guidare undici ragazzotti in mutande a infilare un pallone dentro una rete,e parla come un capitano di ventura impegnato in una guerra gloriosa.

Ma l’Inter è l’altra squadra di Milano. Il Milan è la squadra di Berlusconi. Se l’Inter vince la Champions League provocherà ai milanisti, e quindi al presidente del consiglio, un travaso di bile. Dunque, tiferò perchè l’Inter vinca scudetto e Champions League, turandomi il naso.

A me non piace molto Santoro. Lo trovo troppo gigione, troppo fazioso, troppo demagogico. Ritengo che il suo programma più che giovare alla sinistra la danneggi, dando un’immagine vecchia, ormai accantonata, da’ l’illusione che esista ancora un movimento operaio, che il cambiamento possa davvero arrivare da una base che si suppone esausta e vogliosa di rinnovamento. Tralascia il fatto che una parte di quella base ha votato Lega e che il futuro va verso una specializzazione del lavoro, con la scomparsa del proletariato, sostituito da lavoratori occasionali, non organizzati, per lo più stranieri che hanno sacrosanto diritto a essere tutelati ma non costituiranno mai una forza in grado di fare pressioni politiche . Però Santoro è odiato da Berlusconi e da tutta la destra, odiato a morte. Quindi mi turo il naso e lo guardo. Ogni giovedì. E comunque amo molto Travaglio, quindi non faccio questo grande sforzo.

Sono antifascista, visceralmente, senza compromessi. Ho detestato l’Msi e poi An, Gasparri e La Russa mi provocano nostalgie staliniste, Storace mi fa venire l’ernia iatale, la Mussolini mi fa pensare che forse, con i Mussolini si sarebbe dovuto fare come con i Romanov. Ho detestato anche Fini, quando ancora era fascista. Ma adesso Fini è odiatissimo da Berlusconi. Non lo voterò mai ma mi turo il naso e cerco di seguire quello che dice, in qualche modo, lo apprezzo, farò il tifo per lui se, in mancanza di un valido antagonista di sinistra, dovesse giocarsi la presidenza del consiglio col nano.

Ho sempre votato comunista quando c’era il Pci, tranne nel periodo in cui lo guidava Natta, e ho votato poi le sue varie incarnazioni, senza tesserarmi, mi piace essere libero di fare le mie scelte. Ho apprezzato Ochetto, quando sembrava intelligente, ho applaudito D’alema e sperato in Veltroni, anche se via via sempre più sfiduciato,sempre più rassegnato. Bersani non mi piace, non ha carisma, non ha idee, non si capisce perchè lo si sia scelto come segretario. Però è l’unica opposizione credibile contro Berlusconi. Quindi, turandomi il naso, ho votato e continuerò a votare a sinistra, chiunque sia il segretario.

E’ l’Italia del nuovo millennio, questa. Un paese senza leader, senza idee, perso in una deriva autoritaria guidata da un giullare che sembra la copia del Grande dittatore di Chaplin. Solo che non fa ridere. Un paese in cui si tira a campare (male), in cui chi non gradisce l’attuale leadership politica è costretto a fare le sue scelte “contro” perchè dall’altra parte non esiste nulla. Un paese dove la corruzione, la criminalità organizzata,il vuoto etico e morale salgono come una marea maleodorante e allora è necessario turarsi il naso per cercare di lasciare fuori il puzzo e respirare un pò d’aria fresca. Non è per niente bello andare avanti così ma la realtà è questa. ‘Molti sono stufi di votare contro e vorrebbero votare a favore di qualcuno, qualcosa, un’idea, un’ideale nuovo che li coinvolga. Non c’è niente di tutto questo all’orizzonte e allora continuiamo ad andare avanti così, turandoci il naso e sperando che la marea non finisca per sommergerci.

Troppi galli nel pollaio


L’on. Fini, tacciato dai suoi avversari di scarsa lungimiranza, secondo me in realtà sa guardare molto lontano. Trovatosi davanti a un bivio, lasciare il Pdl e una parte dei suoi uomini poco disposta a lasciare il potere dopo averlo assaporato, oppure fare la conta dei fedeli e restare a fare il quarto incomodo disturbando  il triumvirato Berlusconi- Bossi- Tremonti, ha scelto la seconda via, quella più difficile e irta di pericoli. Io penso che l’obbiettivo di Fini sia quello di logorare i nervi del premier fino a farsi cacciare via dal Pdl nella speranza di catturare una parte consistente dei voti moderati, andando anche a recuperare una parte degli astenuti. Ha imparato dal leader simil capelluto che piangersi addosso è un’ottima tattica per racimolare voti e sta preparando dignitosissime lacrime.

Nel pittoresco e avvilente panorama della destra, Gianfranco Fini rappresenta un’eccezione. Da delfino di Almirante, con tanto di elogi all’abilità di statista di Mussolini, ha fatto le prove per diventare delfino di Berlusconi, traghettando An dalle nostalgie neofasciste verso una dimensione di destra europea, fino ad assumere una rispettabile dimensione di statista in proprio. La metamorfosi del suo partito non è del tutto riuscita, ma certamente è andata meglio del passaggio del partito comunista alla socialdemocrazia. Fini si è circondato in questi anni dei migliori intellettuali di destra, gente aperta, che non mette in dubbio le regole democratiche e non  ha nessuna intenzione di aderire a derive autoritarie. Più volte ha difeso il welfare dagli attacchi  della Lega e del premier, più volte è stata l’unica voce contraria nel coro belante dei sudditi. Ha certamente interpretato il ruolo di presidente della camera con senso dello stato e dignità. Personalmente, è un nemico che rispetto.

Sicuramente, l’ingresso di An nel Pdl è stato un errore tattico perchè il partito di Fini è lontano sia dalla xenofobia razzista della Lega sia dalla demagogia populista di Berlusconi ed è rimasto schiacciato tra queste due forze. Gli ex colonnelli di Fini, che dei fascisti hanno mantenuto il coraggio, appena avuto sentore che stava tirando una brutta aria, si sono immediatamente stretti attorno al loro munifico padrone guardando in cagnesco il reprobo. Credo che Fini non pianga la perdita di Storace, La Russa e Gasparri, una triade di gerarchi in sedicesimo buona da mandare allo sbaraglio nei talk show, dove sono soliti rimediare magrissime figure, e poco altro. L’idea del leader di An è quella di una destra che ricalchi il modello di Sarkozy, che in Francia ha immediatamente fatto piazza pulita dei suoi legami con l’estrema destra, legami che gli sono serviti per diventare  capo del governo, e ha attuato una politica che, seppur per alcuni versi non condivisibile e contestata dai francesi, è tuttavia ben diversa da quella del nostro nanopremier.

Insomma, tutti in Francia hanno temuto che LePen potesse diventare il capo del governo, nessuno ha gridato allo scandalo per la vittoria di Sarkozy. In questa ottica vanno intese certe uscite “di sinistra” di Fini: il voto agli stranieri, la difesa del welfare, ecc.ecc. nell’ottica di una destra che vuole essere sempre più centrista ed europea e lasciarsi alle spalle svastiche e fasci littori.

Non bisogna dimenticare che parliamo del redattore della Bossi-Fini, dell’uomo che ha inasprito insensatamente le leggi sulla detenzione di droga rendendo reato anche il semplice consumo, dell’uomo che deplorava la possibilità che il figlio potesse avere un maestro omosessuale. “Chi nasce tondo non può morire quadro” si dice al mio paese e ritengo che questa massima sia applicabile anche al presidente della camera. E’ indubbio che, da uomo di sinistra, dando per scontato che non vedo in tempi brevi un possibile riscatto della mia parte politica, un governo guidato da Fini mi rassicurerebbe di più di un governo guidato da Berlusconi, Bossi o Tremonti. Da qui a cercare assurde alleanze, come subito si è affrettato a fare qualcuno a sinistra, ce ne corre. “Mai con i fascisti” mi dicevano da giovane, ed è una regola aurea che ritengo la sinistra debba continuare ad applicare. Va bene la conciliazione, annullare le differenze però sarebbe troppo.

Non resta che sperare che il tentativo dell’onorevole Fini di scardinare il patto di ferro Berlusconi- Bossi- Tremonti riesca e che la cappa opprimente che stagna sulle nostre teste da qualche anno a questa parte si possa, almeno in parte, diradare.

Se poi a sinistra qualcuno cominciasse a prendere dagli avversari non il peggio ma gli spunti più interessanti e moderni, se si tornasse a un sano pragmatismo e si ascoltasse la gente, se si individuasse una linea politica condivisa che metta d’accordo le varie anime dilaniate, forse si riuscirebbe a ricreare una speranza. Ma ci sono troppi “se” di mezzo.

Attenzione però a elogiare e a sperare troppo nel presidente della camera. Un governo Fini sarebbe gradito agli Stati Uniti, che non amano nè Berlusconi nè Bossi e graditissimo a una Chiesa in cerca di un referente politico che non può certo trovare nella Lega. In questo quadro, Fini rischierebbe di portare a compimento in modo morbido quello che Berlusconi ha cominciato in modo traumatico, le basi per un governo autoritario, tentazione irresistibile per il leader di qualunque destra.

Attendiamo gli eventi e speriamo che se qualcosa deve cambiare, cambi in meglio. Guai a chi dice che peggio di così non si può!

Pagliuzze e travi


Così sono esattamente come gli altri, solo, forse, un pò più ipocriti, un pò più falsi degli altri. Avidi e nepotisti, come gli altri, tronfi e scialacquatori dei pubblici beni esattamente come gli altri. Si sono seduti su quelle poltrone tanto agognate, dove prima stavano quelli contro cui hanno pontificato, lanciato anatemi, aizzato le folle perchè facevano esattamente quello che loro stanno facendo adesso. Quelli che sanno parlare alla gente, quelli che si sono radicati sul territorio, quelli che hanno riempito la bocca dei tanti imbecilli che hanno cercato di spiegare il loro successo elettorale, sono esattamente come gli altri, come i peggiori democristiani, come i socialisti di Craxi, come i lacchè di Berlusconi: interscambiabili, sovrapponibili, perfettamente compatibili. Abilissimi scrutatori di pagliuzze negli occhi degli altri, ormai completamente sepolti dalle loro travi. Sono un pò più ignoranti, un pò più gretti, un pò più meschini, dicono quello che prima di loro nessuno diceva per decenza o per vergogna, non hanno scrupoli, senso dello stato, non hanno rispetto per niente e per nessuno. In realtà sono nichilisti, manipolatori del nulla, sorta di sciacalli di questa società che ormai ha perso il senso della dimensione umana, che non conosce più etica, che ha trasformato la politica in una concubina dell’economia.

Ma loro no, loro corrono anche contro il tempo, verso un passato immaginario, la Padania, le banche, un’insula felix agognata dove tutti parlano bergamasco, le banche fanno credito solo ai padani e non si pagano tasse perchè nei fiumi scorre latte e vino. Follia. La Padania non è mai esistita, l’Italia non ha una razza pura e se ce l’ha è bastarda, l’autarchia e’ una incredibile idiozia nell’era della globalizzazione. Invece di pensare ai posti di lavoro persi in Piemonte e Veneto, a una crisi che sale lentamente ma inesorabilmente e che ha già sommerso buona parte del nord est, invece di guardare all’immediato futuro, a provvedimenti urgenti che favoriscano la ripresa delle imprese, a strumenti che possano aiutare chi perde il lavoro e si ritrova all’improvviso senza un domani, loro si triplicano lo stipendio, acquistano arredi sontuosi per le sedi del potere appena conquistato, si comportano esattamente come gli altri. All’occorrenza, sono anche baciapile e buoni cristiani, disposti a farsi accogliere dalle braccia di nostra madre Chiesa sempre accogliente con gli ultimi? No. Sempre accogliente con i peggiori. Qualcosa di diverso c’è, a dire il vero.

Loro non danno da mangiare ai bambini a scuola in nome del rispetto delle regole in un paese in cui le regole non esistono e dove il leader del governo, con il loro consenso, le cambia suo piacimento, come un bambino egoista che bara anche quando gioca da solo. E se qualcuno, in un sussulto di umanità, si vergogna e si mette la mano sul cuore, lo criticano, lo osteggiano, perchè la legge, la loro legge, deve essere uguale per tutti, soprattutto per quelli che parlano una lingua diversa.

Loro protestano perchè i genitori di una bambina islamica vogliono seppellirla col capo rivolto alla Mecca. Poi il Capo manda a dire che non è il caso, che i giornali di sinistra ci andrebbero a nozze e loro non si pentono, no, ma da bravi vigliacchi, obbediscono.

Loro chiedono che gli insegnanti vengano assunti a seconda della provenienza geografica e diano prova della conoscenza del dialetto, per tramandare un’inesistente cultura padana. gMa in fondo della scuola non gliene importa niente, basta cacciare via gli insegnanti terroni.

Loro non vogliono islamici, moschee, zingari, neri, marocchini, slavi, rumeni, tutti uguali, tutti colpevoli, tutti criminali, non vogliono le loro donne, tutte puttane, tranne quando, coperti dalla notte, le cercano per placare il loro noto priapismo.

Loro fanno eleggere il figlio semianalfabeta del Capo che viene immediatamente accolto nella stanza dei bottoni.

Loro sono stati anticlericali, berlusconiani e antifascisti e adesso sono diventati baciapile, berlusconiani e fascisti.

Loro senza Berlusconi, le sue televisioni, i suoi giornali non sarebbero nulla. Tra le tante colpe per cui la storia condannerà il nano canuto con i capelli più lunghi del mondo, una delle principali sarà quella di aver dato dignità politica e potere a questa banda di mentecatti.

Bisogna essere onesti e prenderne atto: i leghisti non sono come i peggiori democristiani e i socialisti di Craxi, è vero.

Loro sono molto peggio.