Page 114 of 121

Del perdono e dell’impunità


Le polemiche che in questi giorni stanno sommergendo il Vaticano sono assolutamente giustificate. I fatti contestati sono gravissimi e ampiamente documentati, come una tempesta velenosa, se ne aggiungono di nuovi giorno dopo giorno. Riguardo la pedofilia, sposo l’opinione di Vito Mancuso: i pedofili sono delinquenti e vanno consegnati alla giustizia. Se non ci si accorda su questo principio, qualunque altra discussione è inutile. Parlare di pedofilia significa affrontare un argomento delicato, che suscita fastidio e ripugnanza solo al pronunciare il nome. Proprio per questo sarebbe utile, anche per un elementare rispetto verso le vittime, abbassare i toni della grancassa mediatica e lasciare che la giustizia secolare e quella religiosa operino possibilmente di comune accordo per estirpare alla radice quest’erba malefica e infamante.

Anche se ritengo opportuno usare la massima cautela prima di giudicare cosa sta accadendo, ritengo giusto fare alcune osservazioni.

Ho già detto, in questo spazio, che applicare i criteri della giustizia secolare a quella ecclesiastica significa fare un errore epistemologico, in quanto la dottrina cristiana ha come cardine fondamentale il perdono, la giustizia la condanna del colpevole e il suo eventuale recupero alla società. Tuttavia ho l’impressione che in Vaticano troppo spesso, la parola “perdono” diventi sinonimo di “impunità” e non è la stessa cosa. Da cattolico credente e da qualche tempo poco praticante perchè non approvo nè la linea politica di Roma nè il pensiero che vi sta dietro, ritengo che confessare il proprio peccato e pentirsi promettendo di non farlo più non sia più sufficiente. E’ necessario, a mio modesto avviso, ma non sono un teologo, che sia il sacramento della confessione sia la logica del perdono vengano rivisti e adattati alla realtà odierna. E’ un rigore protestante quello di cui la Chiesa ha bisogno, una nuova riforma che metta in primo piano la morale e l’etica cristiana che non possono essere confuse con l’ipocrisia, il relativismo, l’impunità mascherata da perdono. E’ necessaria una rivoluzione copernicana, un cambiamento di prospettiva che riporti ordine e pulizia. Se il capo della Chiesa protestante tedesca, colto al volante un pò alticcio, donna stimata e di riconosciute doti umane e pastorali, si dimette il giorno dopo dalla sua carica non è assolutamente ammissibile che il capo della Chiesa cattolica se ne esca dal mare di accuse piovute in questi giorni scegliendo la strada del complesso di persecuzione, per altro facendo un paragone che giudico sacrilego con l’antisemitismo. Gli ebrei, uomini, donne e bambini morirono a milioni, senza colpa, nei campi di  sterminio, controllati da soldati le cui baionette erano state benedette dai vescovi tedeschi. I vescovi e prelati pedofili hanno passato la vita nelle loro spesso ricche dimore senza aver pagato per la propria colpa. E’ necessario che dalla base cattolica, da tutte quelle persone che non condividono il relativismo morale a la page di Comunione e Liberazione, dalle associazioni come la Comunità di Sant’Egidio e altre centinaia sparse sul territorio, dai parroci onesti che sentono avvicinarsi l’ombra di un sospetto immotivato, parta un grido di protesta, da chi vive quotidianamente la propria fede come servizio verso la comunità, da chi  ritiene che un cattolico debba essere più onesto e pulito degli altri per dimostrare la bontà del proprio credo e perchè questo gli dice la sua coscienza,  una richiesta di chiarezza, un urlo di sdegno, un movimento rinnovatore di tale portata che neppure a Roma possano fare finta di non sentire.

La Chiesa non è il Vaticano, non è, per fortuna!, Bertone, non è neanche Ratzinger, la Chiesa è una comunità il cui fulcro deve essere la solidarietà e l’attenzione verso gli altri. Questo presuppone onestà e pulizia, se necessario, e in questo momento è necessario, anche rigore. Io, e  molti altri come me, non voglio una Chiesa che riporti i mercanti nel tempio, che tenti di influenzare l’opinione pubblica durante una elezione schierandosi per altro con una parte politica che ha fatto della corruzione e dell’amoralità la sua bandiera, non voglio una Chiesa che metta di discussione, usando tutta la sua influenza per modificarle, leggi votate dai cittadini di uno stato sovrano. Non voglio soprattutto una Chiesa che non abbia nulla di meglio che borbottii inconcludenti e sdegnati silenzi da contrapporre ad una serie di accuse documentate. Quando Celestino V si accorse che il mondo era troppo corrotto per la sua purezza di spirito, abdicò. Fu una scelta disgraziata per quel che ne venne, ma coraggiosa e responsabile. Quel che è stato fatto una volta, si può anche ripetere: la Chiesa non crollò allora e non crollerà adesso. Sarebbe molto cattolico introdurre il principio che chi sbaglia paga; dopo viene anche perdonato, certo, ma paga. Avvicinerebbe alla Chiesa molte persone che se ne stanno allontanando. Urlare all’anticlericalismo quando le voci di protesta più sdegnate sono quelle dei cattolici, è puerile, gridare alla persecuzione quando vengono portati documenti circostanziati dei fatti, è ridicolo, tacere o lanciare proclami quando sarebbe necessario dare spiegazioni, è inutile. La Chiesa del nuovo millennio è giunta a un bivio: non ritengo che l’attuale gerarchia vaticana lo abbia compreso o sia adeguata ad affrontare questo cambiamento epocale. Credo invece che il pontefice ne sia consapevole ma deve trovare il coraggio di staccare i rami secchi. Se Dio muore, con lui muore la pietà e di pietà il mondo ha bisogno: è necessario che la Chiesa vinca questa sfida, per tutti noi, credenti e no.

Due porcherie piccole piccole


Sarebbe troppo facile parlare oggi dell’Aquila o del vertice tra Bossi e Berlusconi, o di una sinistra che ormai vaneggia e ha perso ogni contatto con la realtà. Preferisco tornare a preoccuparmi di cose pratiche, in particolare degli effetti di una leggina varata ieri dal governo e delle ripercussioni della demenziale riforma della scuola primaria varata dall’ineffabile Maria Stella Gelmini lacrima facile e cervello immobile.

Ieri sono state abolite le tariffe agevolate delle poste italiane. Sono quelle tariffe che permettono, ad esempio, alle onlus, di dare visibilità alla propria opera nel periodo in cui bisogna decidere a chi assegnare l’8 per mille o comunque di comunicare via posta senza sprecare risorse preziose. Sono proprio le Onlus, le associazioni di volontariato senza fini di lucro che operano ovunque ci sia bisogno di solidarietà e umanità, cito Emergency tanto per fare un  nome noto, a protestare a voce alta contro questo provvedimento. Come sempre questo governo colpisce le categorie più deboli, secondo la regola del “leoni con gli agnelli”. Trattandosi di gruppi di persone che, ad esempio, lavorano per l’integrazione o per l’assistenza agli extracomunitari, viene il sospetto che dietro il provvedimento possa esserci lo zampino della Lega; trattandosi di persone che lavorano a contatto con realtà molto dure e che non sono sempre benevoli con l’esecutivo, viene il sospetto che si sia voluta consumare una vendetta sommaria; trattandosi di associazioni in lizza con la Chiesa per l’8 per mille, viene il sospetto che si sia voluto fare un altro favore al Vaticano togliendo visibilità ai concorrenti; trattandosi di associazioni che operano spesso dove arriva anche la Protezione civile, viene il sospetto che…insomma,sarà pure teoria del complotto, sarà diffidenza comunista ma io metterei la mano sul fuoco che dietro questa legge c’è un gioco sporco, oltre naturalmente la solita abitudine di risparmiare risorse sulla pelle di chi ha più bisogno.

Quanto alla scuola primaria: eliminati gli insegnanti di inglese per l’assurda introduzione del maestro unico, ci si accorge che i maestri unici l’inglese non lo sanno. E allora? Dov’è finita la retorica delle tre I? Informatica e inglese le cancelliamo, l’impresa non l’abbiamo neanche fatta partire…Facciamo un corso di due mesi ai maestri per imparare quello che un professionista apprende in sei anni d’università? Oppure facciamo passare il principio che le lingue straniere non sono così importanti, dato che quando il premier assumerà il posto che gli compete alla guida del mondo, tutti parleranno italiano? Questo governo sembra una riedizione della Corrida, senza la bonomia di Corrado e la surreale simpatia dei concorrenti. Qui, a fare enormi minchiate, sono persone pagate benissimo per svolgere un lavoro che non dovrebbe essere quello di rubare ai poveri per dare ai ricchi, ma quello di operare a vantaggio di tutti e di ridurre le differenze tra le classi sociali assicurando una equa distribuzione di risorse e ricchezza. I nostri politici sono gli unici esseri privilegiati che se anche fanno malissimo quello che dovrebbero fare benissimo, restano saldamente al timone.

A pagare poi, saranno gli ultimi, nel primo caso, e i nostri figli, nel secondo. Se Bersani e co. invece di cercare di capire perchè hanno perso, cosa, per altro, che non capiscono soltanto loro, cominciassero a fare politica sulle piccole cose, cominciassero, per esempio, a denunciare queste piccole schifezze, forse ritroverebbero il contatto con la realtà. Il problema è che dall’altra parte queste cose non interessano, sono piccolezze, non le sanno neanche. Meglio spingere per il federalismo o delirare sulla prossima riforma elettorale che tornare a occuparsi dei problemi della gente. Intanto, legge dopo legge, provvedimento dopo provvedimento, continuano instancabili e erodere una parte dei nostri diritti, a togliere qualcosa, a cancellare quelli che non contano, a modellare il presente secondo il loro pensiero meschino, ottuso e proiettato al potere.

Due piccole porcherie, che pure qualcosa contano nel mare magnum di letame in cui affonda il nostro paese.

Un film degno di nota


Una volta tanto mi concedo una recensione, tornando alle origini di questo blog e tenendomi distante dal panorama politico italiano, giusto per prendere una boccata d’aria. La recensione è un esercizio in cui mi diletterei più spesso, non fosse che il lavoro e la famiglia, limitano in modo drammatico gli spazi ludici concessi a me e mia moglie.

Veniamo dunque a parlare di Happy family, ultima fatica di Gabriele Salvatores, regista atipico nel panorama nazionale, che da sempre rifugge la banalità e le strade semplici, nella continua ricerca di un linguaggio personale in costante rinnovamento. Film molto divertente, con un sottofondo di grande amarezza mascherata da ottimismo. Metacinema, ricco di citazioni che vanno da Woody Allen a Fellini, passando per i fratelli Cohen, i Tenenmbaum, Groucho Marx, arrivando, tarantinamente,all’autocitazione. Strutturalmente il film risente dell’origine teatrale della sceneggiatura, con gli attori che si rivolgono alla camera in prima persona raccontando le loro storie. Racconta di un autore che sta scrivendo un film. Un autore ideale, direi un meta autore: non ha bisogno di lavorare, vive di rendita, scrive per pura passione. Ad un certo punto, pirandellianamente, i personaggi saltano fuori reclamando maggiore spazio e un finale degno. Il tutto sotto lo sfondo di una Milano fiabesca, surreale, quasi incantata, che sfila con le sue molteplici anime in bianco e nero sulle note di Chopin. Una Milano molto diversa da quella di craxiana memoria o da quella che diventerà grazie alla Moratti e a Formigoni in vista dell’expò. Dunque siamo ai Sei personaggi in cerca d’autore, depurati in parte della loro sostanza tragica e riattualizzati con una veste ironica di goldoniana bonarietà.

Protagoniste della storia nella storia sono due famiglie, apparentemente diversissime per condizione sociale, in realtà vicine nella crisi profonda che le attanaglia e nella volontà di rinnovamento. I problemi sotto la lente d’ingrandimento del regista sono importanti: le paure della gente, la malattia e la morte, l’incapacità di amare, l’accettazione dell’omosessualità, il dialogo sempre più complicato e difficile tra genitori e figli, la ricerca della libertà, la crisi della famiglia, la famiglia allargata. Il tutto sfiorato senza approfondire e senza banalizzare, con leggerezza, divertimento, malinconia e affetto. Bravissimo Fabio de Luigi nel ruolo dello sceneggiatore ma bravi anche tutti gli altri: un Bentivoglio crepuscolare e malinconico, un Abatantuono strepitoso ai livelli dei migliori film di Salvatores, una Margherita Buy bella e bravissima come il suo contraltare proletario e ruspante, Carla Signoris.  A farla da padrone sono le due coppie Bentivoglio- Abatantuono e Buy- Signoris, ben sostenuti da comprimari di valore. Salvatores riprende in qualche modo i personaggi di Marrakesh express e Tournèe, ma li fa finalmente crescere e vivere nel presente, invece di ricercare nostalgicamente il passato. Quello che conta è, inutile dirlo, la fantasia, la capacità di sfuggire ruoli prefissati e di cambiare, la capacità di rinnovarsi e passare a un livello più alto di consapevolezza e di accettazione di quello che ci riserva la vita. Tutti i personaggi, alla fine del film, in qualche modo saranno cambiati e cresciuti, cambiamento e crescita avvenuti attraverso lo scambio, l’accettazione e il riconoscimento del diverso. Se c’è un messaggio dietro questa storia, è che non siamo quello che siamo  perchè gli altri ci fanno indossare la nostra maschera, come pensava Pirandello, ma perchè il rapporto con gli altri ci arricchisce e ci fa cambia, quando è onesto e aperto.  Un messaggio assolutamente eversivo al giorno d’oggi che infatti non è stato colto da recensori più autorevoli del sottoscritto.

Nel complesso si tratta di un film assolutamente godibile, consigliabile per chi andando al cinema vuole usare il  cervello per divertirsi e riflettere. Pare che, con buona pace del ministro Brunetta, questo film diretto da uno dei principali esponenti del culturame di sinistra abbia molto divertito gli americani e che sia in fase di progettazione un remake adattato alla loro realtà sociale.

Per passare una sera lontani dal pattume televisivo e prendere atto che in Italia c’è ancora qualcuno che sa usare il cervello.

De bello padano


Non vede chi non vuol vedere, non sente chi non vuol sentire. Ma è cominciata la guerra alla democrazia e ai diritti. La notizia è piccola, apparentemente di poco conto: la lega chiede che vengano fatte liste regionali per gli insegnanti, in poche parole, non può insegnare in una determinata regione chi non ha la residenza. E’ chiaramente in contrasto con qualunque legge europea sulla libera circolazione della manodopera, è chiaramente una sparata, ma quando una sparata segue a un’altra, poi a un’altra…a furia di gridare al lupo, al lupo, il lupo poi arriva davvero. Inserisco come frutto di  questo clima anche il comportamento dell’ineffabile Minzoverme che toglie dal video professioniste di sicura affidabilità ree di non averlo spalleggiato nei suoi blitz a favore del premier. La classica vendetta del vigliacco a giochi fatti. Penso che cose del genere non accadano neppure in Zambia ( e prima o poi quelli dello Zambia si incazzano di brutto a furia di tirarli in ballo).

E’ un clima forcaiolo, quello si respira in questi giorni, da resa dei conti, garantito da un’opinione pubblica che dorme sonni d’oro e da un’opposizione troppo presa a dare la colpa a chiunque della sua debacle piuttosto che a sè stessa. Avevo detto che in caso di vittoria del diversamente alto l’attacco alle regole democratiche avrebbe subito una brusca impennata: o porto sfiga, oppure, per leggere quello che ci circonda, non sono necessarie lenti particolari, basta un pò di sano buon senso. In ogni caso la tattica non è cambiata: si sparano due, tre, enormi minchiate con tanto di titoli in prima pagina e poi si riaggiusta il tiro, erodendo impercettibilmente il terreno dei nostri diritti e riducendolo, poco a poco, giorno dopo giorno, come la tortura cinese della goccia d’acqua. E’ ovvio che Cota, giovane promessa padana, non avrebbe potuto impedire la distribuzione della pillola del giorno dopo. Beh, intanto ha ottenuto, se non l’ha ottenuto, l’otterrà, che venga utilizzata  solo in ospedale. Piccolo aggiustamento, piccola riduzione di un diritto. Le donne svergognate, si sa, in Italia, paese maschilista per eccellenza, governato da un lungocrinito nano tombeur de femmes (a pagament), non hanno grande credito, quindi il provvedimento verrà accolto col plauso della Chiesa, delle bigotte, dei baciapile e del mare magnum degli ipocriti. Negare il patrocinio al gay pride di Torino, altra mossa dell’ineffabile Cota, non disturba nessuno: i gay sono una aberrazione della natura per quelli che ce l’hanno sempre duro e anche qui grandi applausi dalla folla descritta sopra. Salvo che poi, ipocriti e bigotti e anche qualche ce l’ho duro,  con i trans ci vanno di nascosto, ma forse quelli non li considerano gay e vanno bene.

La prossima mossa sarà contro gli extracomunitari. Chi ha avuto la disgrazia di assistere a un comizio leghista ed è riuscito a riprendersi, avrà notato come l’ottanta per cento delle invettive sgrammaticate lanciate dal palco fossero chiaramente xenofobe e razziste. I neri vanno benissimo se giocano bene al pallone, vanno benissimo se zappano la mia terra, perchè i miei sono bravi, ma tutti gli altri devono andare via, perchè rubano il lavoro, perchè questa è casa nostra, ecc.ecc. Questo è il sunto del pensiero dell’elettore leghista medio, quello più colto. Questo è l’elettorato a cui la sinistra dovrebbe mirare. Questa è la provincia italiana, che ci piaccia o no. 

Devo confessarlo, anche se faccio di tutto per nasconderlo: detesto i leghisti. Li considero il braccio armato di questa destra illiberale e fascista, fanno e dicono quello che il nano dai capelli sintetici non osa, gli spianano la strada, come bulldozer che distruggono tutto quello che incontrano sul loro cammino, sono le avanguardie ottuse di un’offensiva pericolosa, gli araldi del governo autoritario. Passano per duri e puri e sono ipocriti e opportunisti. Passano per un partito che sa parlare alla gente ma sanno solo tacitare la cattiva coscienza della gente. La mancanza di valori, la mancanza di etica, l’egoismo fatto programma di questo pseudo partito mi spaventa. Le chiacchiere della sinistra a proposito della lega, del loro radicamento, del loro essersi trasformati in un partito normale, mi spaventano ancora di più perchè sono la testimonianza che la sinistra, per l’ennesima volta, non ha capito un cazzo. Questi sono come i fascisti della prima ora, pittoreschi, un pò comici, irritanti ma cattivi e determinati. La lega non va capita nè interpretata, la lega è come il fascismo: si combatte e basta. Se non combattiamo le avanguardie ottuse, quando arriveranno quelli intelligenti saranno guai grossi.

Berlusconi su Facebook può essere patetico ma è il segnale che l’uomo ha capito che la rete è un mezzo importante. I leghisti non ci sono ancora,devono imparare ad accendere il computer. Bersani, invece, si guarda l’ombelico e vive in una realtà parallela, dove la sinistra ha guadagnato, il vento è cambiato ecc.ecc. Berlusconi sta già guardando avanti, usa il cervello, la sete di potere aguzza l’ingegno. Gli utili idioti stanno per terminare il loro compito. Ripeto: quando arriveranno quelli intelligenti saranno guai.

A chi pensa che ci voglia un Obama, come negli Stati Uniti, per cambiare radicalmente la situazione nel nostro paese, rispondo riportando un paragone di mia moglie: in Italia, tutto arriva in ritardo dall’America. Loro sono a Obama, noi abbiamo appena cominciato con i campi di cotone. Il problema è che, se continua così, a raccogliere cotone ci toccherà andarci tutti.

La Metamorfosi


Improvvisamente la Lega nord è diventata un “partito normale”, una “forza radicata sul territorio”, una “nuova forza politica che sa parlare il linguaggio della gente”, la “forza politica che ha preso il posto della sinistra nel dialogo con gli operai”. Sono tutte definizioni prese dai giornali di questi giorni. Improvvisamente la Lega nord ha abbracciato un cattolicesimo radicale ed è diventata la forza politica “a favore della vita”, quelli che bloccano la pillola del giorno dopo e che “troveranno il modo di non farla arrivare in Italia”. Vediamo quanto profonda sia questa metamorfosi cercando di elencare una serie di brevi flash su quello che è stata la Lega nord negli ultimi anni:

– Bossi che piscia sul tricolore

– Bossi che afferma che i fucili sono pronti

– Borghezio che sui treni vuole lavare i capelli alle prostitute

– I parlamentari leghisti con le forche in parlamento

– Bossi che giura che non farà mai più accordi con Berlusconi e con i fascisti

– L’operazione Snow Christmas: rastrellamento porta a porta di immigrati di colore.

– Il plauso dei leghisti al pogrom di Rosarno

– Calderoli che porta un maiale sul sito dove dovrebbe sorgere una moschea

– Le manifestazioni contro la moschea a Genova con toni da svastica

– Le ronde padane

– La legge sui respingimenti salutata come un trionfo della Lega

– Il cordoglio di Calderoli e Bossi per la morte di Haider, antisemita, xenofobo, omofobo morto mentre guidava ubriaco dopo aver partecipato a un festino gay.

– La ridicola e grottesca difesa del presepe come simbolo italiano.

– I bambini lasciati a pane ed acqua in una scuola elementare perchè in ritardo con i pagamenti della mensa.

– I ripetuti inviti alla secessione.

– I leghisti che regalano sapone per lavare gli immigrati in Toscana.

ecc.ecc.ecc.

Cari commentatori, politici, giornalisti, monsignori: è questa la Lega nord, la forza più reazionaria, razzista, fascistoide, xenofoba e omofoba d’Europa. Viene da rimpiangere Le Pen, pensando alle esternazioni leghiste negli ultimi anni. La metamorfosi di questi giorni è dettata solo dalla condiscendenza verso il peccato nazionale: l’ipocrisia. Ipocrita la Lega ad accondiscendere alle richieste del Vaticano in cambio dell’appoggio ottenuto  alle elezioni regionali, ipocrita la Chiesa ad accettare l’abbraccio di un partito che in tanti modi può definirsi ma non certo animato da autentico spirito cristiano. Non c’è nessun fenomeno nuovo da analizzare, nessuna alchimia particolare: la Lega dà voce a sentimenti, stati d’animo, sensazioni che gli italiani, specie quelli della provincia, hanno sempre provato, solo che prima si vergognavano ad esternarli. Se questo non fosse un paese razzista e reazionario, non avrebbe vissuto vent’anni di dittatura fascista buona parte dei quali, lo sappiamo tutti, con il consenso della maggior parte degli italiani.

La Lega dà voce all’anima nera del popolo italiano con le parole che quegli italiani conoscono: un vocabolario limitato, rozzo, spesso violento, una cultura politica inesistente, una demagogia strapaesana. Non a caso, parliamo del partito che più detesta gli intellettuali e che più degli altri se ne strafotte della scuola. Onestamente, ritengo che se gente che   dell’elettorato di sinistra è passato alla Lega, è stato meglio perderli che trovarli.

Ma il problema vero è un altro e cioè la natura del rapporto con Berlusconi, un legame imprescindibile, un abbraccio appassionato che potrebbe diventare mortale se un giorno la sinistra riuscisse a capire cosa significa fare opposizione e avere una cultura di governo. La Lega nord sarebbe ben poca cosa senza l’apparato mediatico di Berlusconi, senza le sue televisioni e i suoi giornali perchè, parliamoci chiaro, la Padania, l’organo di stampa leghista, può prestarsi a molti usi, non certo a quello della lettura. Quindi la Lega ha bisogno di Berlusconi. Berlusconi, a sua volta, senza la Lega, non otterrebbe il consenso della provincia, cioè di quella parte del nord decisiva per controllarlo. Quindi Berlusconi ha bisogno della Lega. L’errore strategico della sinistra, errore storico che spiega anche i suoi insuccessi al sud, è stato quello di puntare sull’elettorato della grande città, come se esistessero ancora masse proletarie in grado di trascinarla verso il successo. Ho letto in questi giorni inviti a tornare dietro i cancelli di Mirafiori. Per fare cosa? Mirafiori ha visto ridurre i suoi operai dell’80%, tra qualche anno finirà per chiudere. Il proletariato non esiste più, è stato sostituito dalla flessibilità e dal precariato, fenomeni che anche i sindacati confederali, presto o tardi, dovranno prendere in considerazione. La sinistra continua a fare politica come se davanti avesse gli interlocutori di trent’anni fa: nessuno gli ha spiegato che la società si è modificato, nessuno gli ha detto che leggere Marx non serve a nulla se non lo si capisce a fondo.

L’intelligenza dei leghisti, scusate l’ossimoro, è stata quella di catalizzare su temi fissi come il razzismo e la paura, il voto degli agricoltori, dei piccoli imprenditori, dei braccianti, dei manovali,  di quella piccola provincia da sempre snobbata dai grandi partiti, quella piccola provincia chiusa, reazionaria, poco aperta al nuovo, egoista e diffidente. A questo quadro si aggiunge adesso la Chiesa, una gerarchia cattolica che appare disposta a qualunque compromesso pur di conservare i propri privilegi, in grado di muovere voti soprattutto in quello che è il bacino naturale di voti della Lega. I leghisti, con astuzia bertoldina, hanno immediatamente capito che l’appoggio del Vaticano potrebbe forse allentare per un attimo l’abbraccio di Berlusconi che negli ultimi tempi sta diventando un pò stretto, non tanto per le performances amatorie del premier, ricordiamo che stiamo parlando del partito di quelli che “ce l’hanno duro”, quanto per i recenti scandali, come quello della protezione civile, che hanno determinato un netto calo di gradimento dell’alleanza. Un asse clericale-leghista è, a mio parere, quello che ci aspetta nel prossimo futuro se Fini non escogiterà qualche escamotage per rialzare la testa.

Quanto alla sinistra, ne ho già scritto ieri: siamo al momento delle analisi e dell’autocritica, purtroppo entrambe completamente sbagliate. Per chi come il sottoscritto è cattolico e di sinistra, l’unico simbolo possibile alle prossime elezioni è l’effige del ragionier Ugo Fantozzi.

Un copione abusato


Mentre Cota in Piemonte paga il dovuto dazio al Vaticano bloccando la distribuzione della pillola del giorno dopo e togliendo il patrocinio al Gay pride ( donne svergognate e omosessuali sono bersagli facili, per un partito abituato ad essere leone con gli agnelli ), mentre la Bonino, che ricordo è andata da Santoro a difendere il bavaglio all’informazione presentato da un suo compagno di partito, si lamenta di non essere stata sostenuta da una parte della sinistra ( era il candidato peggiore da presentare nel luogo meno indicato: perfino io non l’avrei votata), mentre Berlusconi confortato (in teoria) dal voto degli elettori (che non c’è stato perchè hanno votato Lega) ricomincia a proporre leggi per risolvere i propri guai personali,  nella direzione nazionale  del Pd si affilano i coltelli per la resa dei conti. Un quadro stucchevole, già visto, una recita monotona e senza spessore, uno squallido balletto senza etoiles.

In questo paese tutto va sempre come previsto, senza sorprese o sussulti, senza variazioni sul tema. A farne le spese, naturalmente, sono i disoccupati, i precari, i lavoratori che vedono il costo della vita aumentare, gli insegnanti che si vedono impossibilitati a fare il proprio lavoro, i giovani senza prospettive. A guadagnarci, i furbi, i raccomandati, i corrotti, i criminali, la feccia.

C’è bisogno di aria fresca, di pulizia, di una voce nuova. Ritengo che la direzione nazionale del Pd debba dimettersi e questo principio dovrebbe essere inserito nello statuto: chi perde, quindi sbaglia, paga. Sarebbe già un bel passo avanti.

Beppe Grillo, che amo come comico, non come politico, ha comunque dato degli stimoli, delle idee. Bene farebbe il Pd a riflettere su quello che dice, invece di tacciarlo di fascismo o di nientismo, bene farebbe, invece di dichiarare la propria disponibilità a riforme condivise ( condividere cosa? La riforma sulle intercettazioni? l’impunità del premier? Il depotenziamento della magistratura? Il bavaglio all’informazione? Le centrali atomiche?), a cogliere quegli spunti che, ragionevolmente, possono e devono far parte del programma di un moderno partito riformista: l’attenzione all’ambiente, la questione morale, salario minimo ai disoccupati, tasse di solidarietà per i redditi più alti (è il modo in cui Obama pagherà la riforma sanitaria negli Usa), attenzione ai giovani, potere d’acquisto dei salari, argomenti spariti da qualunque programma politico.  In sostanza, consiglierei al maggiore partito d’opposizione di fare il partito d’opposizione non di inseguire chi governa sulla strada della demagogia. La soluzione non può certo essere quella di strizzare l’occhio al radicalismo, ormai morto e sepolto a sinistra, ma neppure quella di inseguire un centro che non esiste più. Un altro problema su cui sarà necessario far chiarezza è il rapporto con la Chiesa. Da cattolico, l’ho detto altre volte, sono rimasto disgustato dalla discesa in campo del Vaticano e sono ancor più  disgustato dalla pronta pronazione di Cota: facendo parte di un partito che parla chiaro e non guarda in faccia nessuno, almeno a detta di Bossi, un tale baciapilismo dovrebbe lasciare quantomeno sconcertati i suoi elettori. Io penso che lo stato debba essere laico, sempre e comunque e che una tale intromissione del Vaticano avrebbe dovuto provocare una vibrante reazione da parte di tutte le forze politiche, governo compreso. Lascia perplessi, anche in questo caso, la reazione di Bersani che, a parte non avere un programma, non possedere una linea politica, essere privo di carisma personale, era la scelta ideale come segretario: ha affermato, nella sostanza, che il Vaticano è libero di dire quello che vuole. Con buona pace per la laicità dello stato.

Concludo con un consiglio alla dirigenza del Pd: andate via, lasciate spazio a gente giovane e capace come Zingaretti e Vendola o a gente esperta e dotata di cervello come Cacciari, andate via con le vostre vecchie alchimie, i vostri equilibrismi, le vostre giustificazioni. Andate via per favore, Veltroni, Bersani, D’Alema, toglietevi dalle palle, siete vecchi, bolsi, sfiatati, non avete più un briciolo di idee, non riuscite a capire la realtà che vi circonda. Andate via, chiamate Grillo, non come politico ma per avere nuovi punti di vista, chiamate giovani meridionali e  calabresi puliti e onesti perchè in quarant’anni non avete ancora capito che se non si risolve la questione meridionale l’Italia non si governa, andate via, per favore. Fuori dai piedi, lasciate spazio alla base che è fatta da gente migliore di voi, lasciate che a guidare il partito sia un operaio come Lula, lasciate che scelga la gente. Inserite le primarie come regola, non come eccezione. Le cazzate che avete fatto in Lazio e Piemonte forse si sarebbero state evitate e saremmo qui a parlare di qualcosa di  diverso da una sconfitta. Andate via, che la direzione si circondi di ambientalisti, esperti del lavoro, insegnanti, gente che tocca con mano la realtà, gente che sappia di cosa ha bisogno davvero la gente. Tanto che ci siete, prendete anche un esperto del linguaggio, perchè siamo stufi di non capire un cazzo quando parlate. Tanto che ci siete, prendete anche esperti informatici: non ve ne siete accorti ma il successo di Obama è passato anche dalla rete.  Andate via e bruciate il copione: non funziona più.

E se proprio non riuscite a staccarvi dalle vostre poltrone, se proprio dovete tediarci ancora con le vostre facce afflitte, almeno tacete. Tanto il risultato della vostra azione politica è lo stesso.

Chi vince, chi perde e il silenzio degli indolenti


Vediamo di esaminare rapidamente i risultati elettorali, senza l’ipocrisia delle analisi dei commentatori televisivi, senza politically correct, che non è proprio nella mia natura.

Vince il partito di Snow Christmas, quelli che danno pane e acqua ai bambini, quelli che hanno applaudito al pogrom di Rosarno, l’ala più becera, ottusa e incolta della destra, quella più capace di di dare voce a sentimenti di cui una volta ci si vergognava: il razzismo, l’anti statalismo, l’egoismo, quella capace di fare leva sulle paure più meschine della gente. Demagogica, rozza, approssimativa nei programmi e fascistoide nei proclami, con buona pace di chi ha pontificato che i radicalismi sono morti, vince l’ala più radicale della destra.

Vince Berlusconi, con la sua brutta televisione, la sua volgarità,  il bavaglio all’informazione, la sua demagogia, le sue puttane,  il machismo, il maschilismo assurto ad arte, le brutte figure all’estero, i suoi fidi collaboratori corrotti o mafiosi. Vince Berlusconi dopo un non governo durato due anni in cui è riuscito solo a distruggere la scuola pubblica e cominciare a distruggere la giustizia. Vince Berlusconi, ma dovrà sudare sette camice per tenere insieme la Lega e An, due formazioni incompatibili e spesso violentemente in disaccordo. Tuttavia, penso che l’attaccamento alla poltrona e i generosi foraggiamenti del leader terranno ancora insieme la coalizione regalandoci altri tre anni di non governo che ridurranno il paese quasi alla miseria. Dico quasi per mantenere un filo di ottimismo.

Vince l’anima autentica degli italiani. Pavese, nel ‘45, subito dopo la liberazione, osservando le rappresaglie che si consumavano a spese dei fascisti, alla domanda di Fernanda Pivano, se chi aveva vinto non avrebbe dovuto essere migliore di chi aveva perso, rispose:”L’Italia è un paese fascista, dobbiamo prenderne atto e rassegnarci”.

Rimane, a oggi, l’analisi politica più lungimirante e confermata dai fatti che sia mai stata fatta nel nostro paese. Questa è una nazione fascista, l’unica nazione fascista d’Europa, senza una cultura democratica, senza un senso di appartenenza, senza quei vincoli, quel comune sentire, che fanno di una massa di persone un popolo. Un paese razzista e intollerante, che non ha nemmeno il coraggio di esserlo fino in fondo, un paese piccolo che si crede grande, un paese che ha voltato le spalle ai valori della Costituzione e all’unico, autentico atto di coraggio della sua storia: la Resistenza. Un paese dove è nata la cultura europea che si è trasformato nella civiltà dell’anti cultura, un paese provinciale, gretto, senz’anima e senza più dignità. Un  paese che ha dimenticato i suoi eroi, ce ne sono stati tanti, e ha scelto di convivere con la criminalità organizzata e la corruzione. Un paese senza memoria, un paese senza più storia.

Perde la sinistra, senza identità, senza un leader carismatico, senza programmi, la sinistra che scimmiotta Berlusconi , litigiosa, in perenne conflitto, incapace di cambiare linguaggio, la sinistra della lista infinita di scioperi della Cgil che hanno ottenuto il solo risultato di privare di senso lo sciopero, la sinistra dei leader che cambiano ogni sei mesi, la sinistra che strizza l’occhio ai preti e il giorno dopo all’ala radicale, la sinistra che ha cancellato la falce e martello dal simbolo ma non ha saputo sostituirla con un simbolo altrettanto forte, la sinistra che non è più capace di dare una speranza. Inutile dare la colpa a Grillo, al radicamento della Lega, all’astensionismo: la sinistra non ha più la capacità di applicare quella che dovrebbe essere la sua capacità prevalente: il pragmatismo. Non abbiamo ascoltato, in questa campagna elettorale, una sola proposta concreta su come recuperare i posti di lavoro, abbassare la pressione fiscale sui ceti più poveri, sul salario minimo per i disoccupati, sulle energie alternative che sostituiscano la demenziale intenzione di tornare al nucleare. Su questo  dovrebbero interrogarsi Bersani e la dirigenza del Pd invece di accampare scuse e cercare colpevoli.

Hanno perso le persone oneste, che credono nella solidarietà, nell’integrazione, in una giustizia uguale per tutti, nelle pari opportunità, in un  mondo più pulito e più sano dove far vivere i propri figli, in una società più equa, che sono cresciuti con i valori dell’antifascismo e della Resistenza, che il 25 Aprile festeggiano come a Natale e a Pasqua.

Hanno perso anche gli indolenti, quelli che non sono andati a votare per i motivi più diversi o che hanno annullato le schede. Perchè la democrazia è partecipazione, se non si partecipa non c’è democrazia e non si è democratici. Non dare il proprio voto cancella la possibilità di reclamare, toglie il diritto di lamentarsi, non esprimersi significa, di fatto, essere tacitamente d’accordo con quello che sta succedendo. L’astensione non è protesta, è ignavia, stupidità o irresponsabilità.

Comunque la pensiate, il popolo è sovrano e ha deciso. Certo, sono elezioni inquinate dal voto della criminalità organizzata al sud, con una informazione sbilanciata in un senso solo, con una sproporzione di mezzi di propaganda grottesca tra i due poli. In ogni caso, la gente ha avuto la possibilità di cambiare più volte questa situazione nel corso degli anni e non l’ha fatto, confermando la fiducia all’esecutivo. Dunque accettiamo l’esito delle urne e vediamo dove ci porterà questo governo. Non c’è da stare allegri, i tempi sono cupi e questo risultato li incupisce ancora di più. Resta solo la speranza che perfino in Italia, prima o poi, si dovrà voltare pagina.