Page 118 of 118

C’è un paese dove…


C’è un paese, un paese lontano, dove i sindaci del partito di maggioranza promuovono crociate contro le prostitute, le arrestano, schedano i loro clienti, le cacciano dai centri storici in nome della morale. Poi si viene a sapere che il capo del governo di quel paese , riceve interi pulmini di prostitute in una sede istituzionale, le paga profumatamente in moneta sonante o con la promessa di incarichi pubblici e, prima di usufruire dei loro favori, le costringe a guardare mezz’ora di filmato in cui si autoesalta….

C’è un paese, un paese lontano, dove il capo del governo e i suoi ministri vantano un successo senza precedenti nella lotta contro la criminalità organizzata. Poi si viene a sapere che il parlamento decide di non dare l’autorizzazione a procedere per quello che è considerato il referente politico della camorra, il braccio destro del presidente del consiglio è stato condannato per associazione mafiosa, l’ex presidente di una regione, amico del presidente del consiglio, è stato condannato per collusione con la mafia, il presidente del consiglio ha definito un mafioso condannato per atroci delitti all’ergastolo un eroe, uno dei ministri del governo ha detto che con la mafia bisogna imparare a convivere…

C’è un paese, un paese lontano, dove il capo del governo insulta i comunisti, li reputa colpevoli di tutti i mali dell’Italia, dà del comunista a chiunque non la pensi come lui. Poi si viene a sapere che uno dei suoi amici più cari è l’ex capo del Kgb e il presidente di quel paese lontano non ha disdegnato, unico tra i governanti europei, l’invito di uno degli ultimi dittatori comunisti esistenti, andando d’amore e d’accordo con lui e stringendo accordi commerciali.

C’è un paese, un paese lontano, dove il presidente del consiglio e i suoi ministri difendono l’unità della famiglia contro gli assalti dei comunisti e dei gay. E’ una questione morale, dicono. Poi, sono tutti pluridivorziati, frequentano prostitute, sniffano cocaina.

C’è un paese, un paese lontano, dove il presidente del consiglio ha il massimo rispetto per la magistratura e il presidente della repubblica. Poi si viene a sapere che ha detto ai giudici che devono essere geneticamente modificati per fare il loro lavoro, gli dà dei comunisti, dei delinquenti,dei persecutori, dal del comunista al presidente della repubblica dicendo che basta guardare da dove viene per capire il perchè di certi comportamenti…. (qualcuno dovrebbe spiegargli che il comunismo è una ideologia e non un insulto).

C’è un paese, un paese lontano, dove il presidente del consiglio ha detto che la crisi non esiste, ormai è superata e chi mette in giro certe notizie porta sfiga. Poi, in un anno vengono licenziate seicentomila persone, aziende floridissime licenziano i lavoratori italiani per succhiare i sangue ai lavoratori all’estero, si taglia sulle forze dell’ordine, si taglia sulla scuola, si tagliano i fondi ai comuni,

C’è un paese, un paese lontano, dove i problemi dell’ambiente sono tenuti in grandissima considerazione dal governo. Poi si progetta la costruzione di centrali atomiche, si apre la caccia dodici mesi l’anno, si permette di aumentare la cubatura degli edifici anche nei centri storici, si buttano giù costruzioni abusive per poi condonarle di nuovo, si privatizza l’acqua.

C’è un paese, un paese lontano, dove il presidente del consiglio ritiene di essere perseguitato dai giudici. Ogni volta che viene accusato di qualcosa, i suoi avvocati propongono una legge che depenalizza il reato. Poichè ad essere accusati sono anche il fratello, il figlio, gli amici e molti dei suoi deputati, attendiamo la prossima abolizione del codice penale.

Ma per fortuna, tutto questo accade in un paese lontano…(continua…)

Una scuola per pochi


Il decreto legge che stabilisce che l’obbligo scolastico, dopo i quindici anni, può essere assolto con l’apprendistato, è un ennesimo passo in direzione di una scuola che sia sempre più elitaria, che escluda le classi meno abbienti dalla possibilità di accedere a titoli di studio elevati, una scuola che torni a essere appannaggio delle classi dirigenti.

D’altronde, il disprezzo per la cultura e la svalutazione dello studio come mezzo di riscatto sociale viene di continuo proclamata da questo o quell’esponente del governo senza meritare, di solito,le prime pagine dei giornali. Basta pensare al “culturame” di Brunetta, o a Castelli che in una puntata di Anno zero ha affermato che gli italiani devono tornare a fare certi lavori che oggi sono appannaggio degli stranieri. Emma Marcegaglia, ha affermato che il decreto dei quindici anni è un ottimo passo verso un ingresso più rapido nel mercato del lavoro. Peccato che poi questi illuminati cultori dello stakanovismo mandino i loro figli a studiare in Inghilterra o negli Stati Uniti e si guardino bene dall’applicare a sè stessi quanto predicano per gli altri.

In una società capitalista e illiberale come quella in cui ci troviamo a vivere, dico illiberale perchè questo capitalismo non è certo quello di Ricardo o di Malthus ma una sua deriva, tutto diventa merce. E’ merce la vita privata e intima delle persone da mettere in mostra nei reality show, è merce la diversità, sono merce da mettere all’asta su ebay gli organi interni, è merce che permette ricavi altissimi il dolore, da esibire, da scrivere, da sfruttare fino all’ultima goccia. Sono merce, inevitabilmente, le persone. Dopo l’alienazione dal lavoro siamo arrivati all’alienazione dal lavoratore considerato come qualcosa di cui ci si può sbarazzare in qualsiasi momento come, appunto, un oggetto che non serve più. Il disegno della lega è tanto chiaro da essere imbarazzante: la possibilità di andare a lavorare a quindici anni oltre a permettere di tagliare ulteriori cattedre alle superiori a causa di un inevitabile calo nelle iscrizioni, permette di immettere sul mercato in tempi brevi manodopera a basso costo,non specializzata, per forza di cose ignorante, pronta a fare qualunque lavoro e italiana. Lo scopo è di sostituire la carne da macello straniera ( e su questa ossessione xenofoba dei leghisti qualche psichiatra prima o poi dovrà fare luce) con carne da macello nostrana. Trasformiamo la scuola media in una fabbrica di manodopera a basso costo, di schiavi legalizzati, facciamo un altro passo verso il mito di mussoliniana memoria dell’autarchia, in una corsa autistica fuori da ogni realtà contingente. Così, mentre in tutta Europa e negli Stati Uniti, si cerca di contrastare il “pericolo giallo” investendo in ricerca e sapere, il nostro paese prende la direzione opposta, in una corsa sempre più folle e insensata verso il baratro. Che l’indirizzo del governo sia quello appena descritto lo provano i provvedimenti recenti che hanno colpito in modo particolare la scuola media, cioè l’ordine di scuola in cui, nel bene o nel male, un ragazzo decide buona parte del proprio futuro. Guardiamo al realtà delle scuole medie oggi: classi numerosissime, niente più attestazioni di disabilità per i ragazzi “difficili”, meno insegnanti, meno risorse per provvedere ad attivare attività di recupero ed extracurricolari, meno ore di italiano, la materia che dovrebbe sviluppare lo spirito critico, ovvero l’incubo di ogni governo autoritario. Chi esce vincente da questa devastazione? I figli delle classi abbienti, le scuole delle classi abbienti. Nelle realtà di periferia, i ragazzi che partono già svantaggiati, arrivano inevitabilmente alla fine della corsa senza più risorse per lo scatto finale. Già si parla di finanziamenti differenziati per le scuole, che saranno assegnati sulla base dei risultati. Quali, secondo voi, saranno le scuole più finanziate?

Tanto, al prossimo sondaggio Ocse tutti daranno la colpa alla scarsa professionalità degli insegnanti…

La politica da bar


“Meno immigrati uguale meno delinquenti” ha detto oggi il presidente del consiglio a Reggio Calabria, in occasione del consiglio dei ministri. Siamo dunque arrivati alla politica da bar, alla filosofia da autobus, al luogo comune più vacuo e trito della retorica leghista. Qualcuno dovrebbe spiegare al presidente che parlare come l’uomo della strada non implica necessariamente pensare come un uomo della strada, che i politici dovrebbero contribuire ad educare il popolo non a riproporre il suo lato peggiore confermando i suoi falsi sillogismi. Perchè l’assunto che una diminuizione del numero di stranieri in Italia equivarrebbe a una proporzionale diminuizione dei tassi di criminalità, è molto più che falso: se non fosse pura malafede si potrebbe tranquillamente affermare che si tratta di pura stupidità.

Per altro, un’affermazione simile fatta a Reggio Calabria, capoluogo della regione dove comanda la ‘ndrangheta, un posto dove i giudici girano con la scorta da anni e dove sono caduti, vittime delle ferocia mafiosa, decine di uomini, donne, bambini, assume connotati che sarebbero umoristici se, trattandosi di argomenti di così tragica attualità, non risultassero semplicemente irritanti. Perchè, egregio signor presidente, lei forse non lo sa, ma i problemi della Calabria non sono quei poveri africani che i carabinieri hanno caricato su un autobus a Rosarno e scaricato in un centro di accoglienza come pacchi restituiti al mittente, i problemi della Calabria sono una corruzione diffusa ad ogni livello, una politica connivente con la mafia, un’omertà diffusa che nasce sia dalla natura stessa della ‘Ndrangheta, che non ha un’organizzazione gerarchica come quella della mafia siciliana, sia dalla paura delle gente, l’assenza totale e cronica di uno Stato che troppo spesso è stato complice invece che giudice. Era forse opportuno scegliere un’altro luogo e un’altro momento per toccare i cuori dei padani, se non altro in segno di rispetto per quei magistrati come Nicola Gratteri che fanno una vita da prigionieri e per le troppe vittime innocenti di una guerra ben lontana dall’essere vinta.

Ma la campagna elettorale sta entrando nel vivo e Lei, da bravo imprenditore, guarda ai suoi affari e blandisce i suoi alleati. Solo così si può giustificare un’affermazione così irresponsabile e assurda. Non starò a citare le statistiche che provano che si tratta di un’affermazione priva di fondamento: chiunque è in grado di trovarle in rete.

Cosa riesce a spingere il popolo italiano all’indignazione? Cosa può far scattare la molla che porti alla civile presa di coscienza, alla consapevolezza che un governo che ha nella menzogna sistematica, nella orwelliana alterazione della realtà, nel razzismo e nell’intolleranza le basi della propria azione non è un buon governo, non fa gli interessi del popolo italiano, non porta da nessuno parte?

Qualunque sia la risposta, sono convinto che il presidente del consiglio la conosce e la tiene gelosamente nascosta.

Della geografia e di cose molto più grandi


Leggo sui giornali di sdegnate levate di scudi da parte di docenti e associazioni a proposito dell’eliminazione o sensibile riduzione delle ore di geografia dai curricola delle scuole superiori. In un mondo sempre più globale, dove i flussi di migranti cambiano ogni mese e masse di disperate arrivano dai più remoti angoli della terra, in un mondo in cui mangiamo cinese, indossiamo abiti confezionati in India, mastichiamo un inglese maccheronico e interagiamo quotidianamente con arabi e ispanoamericani un simile provvedimento sembra ai più assurdo ma non lo è se si guarda alla reale natura della geografia e all’ideologia che fa da sfondo all’attuale classe dirigente.

Scopo della geografia nelle scuole superiori non è quello di analizzare la morfologia dei paesi o di studiare i punti cardinali e la lettura approfondita delle cartine, tutte cose che, bene o male si fanno o si dovrebbero fare alle medie. Scopo delle gegorafia è la conoscenza dell'”altro”, l’approfondimento di tematiche politiche, sociali, economiche che ci permettano di inserire in una dimensione naturale lo straniero, l’altro appunto, e quindi di comprenderlo e, forse, accettarlo. Per la nostra attuale classe dirigente, ormai guidata trionfalmente dalla lega nord, l'”altro” non va studiato nè capito ma soltanto usato come merce, consequenza inevitabile in una società capitalista che tende a disumanizzare il lavoro, o come capro espiatorio, nel senso caro a Renè Girard che su questo tema ha scritto molti bei libri. L’esclusione della Geografia quindi, in quella guerra che la lega ha intrapreso contro gli stranieri in genere, e già il fatto che usino il termine extracomunitari o stranieri in maniera indistinta la dice lunga sulla malafede e sulla pochezza culturale di certi suoi esponenti, è semplicemente un tentativo di procedere in quella disumanizzazione del nemico che si verifica in ogni conflitto: se non conosco lo straniero, i motivi che lo portano da me, la sua cultura, le differenze e i punti di contatto con la nostra cultura, ne ho paura e quindi faccio il gioco di chi innalza peana a un inesistente concetto di “italianità”.

Mi piace concludere oggi, giorno della memoria, citando un passo della prefazione a “Se questo è un uomo” di Primo Levi:

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni “straniero” è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena, sta il Lager”

Per non dimenticare, mai.

Shakespeare, Arbasino e Muccino


Ho assistito venerdì sera a “Molto rumore per nulla”, una delle grandi commedie del bardo inglese. Portavo la mia classe e ai ragazzi è piaciuta molto, un pò meno al sottoscritto che, afflitto dalla sindrome da liceo classico, ho poco amato l’andamento rappeggiante con cui venivano declamati i versi e le movenze degli attori che, a tratti, sembravano prese da Zelig piuttosto che dall’accademia di arte drammatico. Gabriele Lavia ha ben diretto suo figlio, che promette bene, ma nel complesso, lo spettacolo mi è sembrato soffrire di un “giovanilismo” che la senilità all’orizzonte non mi ha fatto apprezzare. Ma ben vengano rap e Zelig per far apprezzare Shakespeare ai giovani…oppure no?

Domenica sera, guardando lo spettacolo di Fazio, uno dei pochi programmi tv vedibili senza provocarsi un travaso di bile, assisto all’intervista ad Arbasino, uomo raffinato ed elegante, assolutamente “fuori” dal panorama intellettuale italiano, con la sua ironia anglosassone e il suo humour tagliente. Non lo apprezzo molto come scrittore ma il personaggio è unico e inimitabile. Segue alla sua itnervista quella a Gabriele Muccino e qui una domanda è d’obbligo: perchè il più popolare regista italiano del momento è uno che parla come se lo stesse inseguendo la polizia, utilizzando la lingua italiana per massacrarla senza pietà? Le cose che dice a proposito del suo nuovo capolavoro sono sconcertanti: l’uomo si propone di raccontare la vita nel suo evolvere, in tutte le sue sfaccettature. Senza saperlo, abbiamo in casa un nuovo Proust. Ma la rivelazione più sconvolgente deve ancora arrivare: nel film si racconta di un uomo che ha lasciato la moglie e solo quando la perde si accorge di quanto contasse per lui, di un altro che viene tradito e non sa come reagire, e via discorrendo. Io non so se il cinema italiano è pronto ad argomenti così innovativi, profondi, inediti…speriamo di no.

Domanda: Lavia ha forse concepito la regia di Molto rumore per nulla in quel modo per far capire Shakespeare a Muccino? In quel caso il mio giudizio cambierebbe radicalmente e apprezzerei l’impresa titanica ma vana.

Consiglio musicale: dopo aver ascoltato Muccino è necessario un momento di relax. Consiglio a tal fine i Gov’t mule, sublime jam band americana orientata al blues. Ovviamente se li chiedete in un negozio di dischi italiano il negoziante farà la faccia di Muccino quando gli chiedono se conosce Kant, ma su internet si trovano i loro concerti. Scaricare è illegale e rappresenta una violazione dei diritti d’autore, bla, bla, bla….

Alla prossima

Buongiorno a tutti


Questo blog vuole essere uno spazio di discussione libero che spazi dalla letteratura all’arte, dalla politica alla cronaca senza altro filo conduttore che non sia quello di una riflesisone meditata sulla realtà che ci circonda.

Perchè Genova blues?

Genova è la mia città e Genova è profondamente, intimamente blues, malinconica e pigra, impregnata di grigiore e nostalgia, trait d’union assurdo di opposti inconciliabili. Ma è blues anche questo nostro tempo, così irto di contraddizioni e conflitti, così irrazionale e cieco, così distante dalla lentezza e teso in una corsa talmente folle da culminare in una immobilità fatta di ripetizioni costanti…ma soprattutto, il blues è la mia musica preferita…

Un saluto e un rigraziamento anticipato a tutti quelli che vorranno partecipare a questo modesto diario in pubblico…