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Le dimissioni della decenza


Nel Luglio del 2008 il presidente della regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, esponente del Pd, venne arrestato con l’accusa di aver chiesto tangenti a un industriale che operava nel campo della sanità. Si disse sicuro che la magistratura avrebbe accertato la verità, anche dopo aver trascorso ventotto giorni in carcere. A Gennaio 2010, il resoconto delle indagini fa apparire sempre più probabile un suo proscioglimento dall’inchiesta. Sono recenti gli avvenimenti in Puglia e a Bologna. Nicky Vendola, in Puglia, chiede e ottiene le dimissioni di alcuni assessori coinvolti in uno scandalo di escort, mentre il sindaco di Bologna si dimette dopo essere stato accusato dalla sua ex compagna di aver usato il bancomat del comune per acquisti privati. Sono episodi che testimoniano sia un malessere diffuso e trasversale nel paese, sia di un residuo di dignità (di grande dignità, nel caso di Del Turco) da parte di esponenti di una parte politica che si è illusa per anni di essere immune dalle tentazioni del potere e dalle sue sirene.

Io non ho mai stimato Guido Bertolaso, non ho mai sopportato la sua arroganza e il modo di mettere a tacere le polemiche accampando meriti che sicuramente ci sono stati ma che non erano sempre sufficienti a nascondere le pecche e i demeriti. In questi anni ha accumulato un grande potere, facendo sì che Berlusconi acquisisse un grande credito con la questione dei rifiuti in Campania (per cui su Bertolaso pende un procedimento giudiziario di cui non si è saputo più nulla) ed è stato ampiamente beneficiato dallo stesso premier, ottenendo carta bianca per l’ente che dirige. Dove si accumula grande potere, in Italia quasi sempre si accumula molta sporcizia e la sporcizia è sulle cronache dei giornali in questi giorni. Sono d’accordo con Scalfari, che considero uno dei pochi giornalisti che ancora si possono definire tali in questo paese, quando afferma che Bertolaso, se anche fosse estraneo all’immondizia che sta venendo fuori in questi giorni ( e sembra quasi un contrappasso ironico per l’uomo che l’immondizia ha fatto scomparire) è in ogni caso ricattabile per il suo modo di soddisfare certe esigenze che l’hanno spinto ad avere contatti con un ennesimo imprenditore-lenone. Quindi sarebbe stato opportuno che Bertolaso rassegnasse le sue dimissioni, anche per sgombrare ogni ombra dall’azione della protezione civile. A mio modesto avviso, il governo avrebbe dovuto avallare le dimissioni di Bertolaso, nominare un commissario straordinario di assoluta e specchiata onestà per guidare l’ente fino a quando la faccenda non fosse stata definitivamente chiarita. Inoltre, avrebbe dovuto nominare una commissione di saggi che valutassero, una ad una, le imprese coinvolte nella ricostruzione dell’Aquila, depennando quelle anche solo lontanamente riconducibili ai gentiluomini che ridevano la notte del terremoto. Naturalmente, quando Bertolaso fosse stato liberato da ogni sospetto, avrebbe potuto riprendere il suo posto. Ma questo è un paese strano, è un paese dove a un uomo di potere, per il semplice fatto di aver svolto bene il suo compito, cioè il minimo che si richieda a chi presiede un ente tanto importante come quello deputato all’intervento in caso di calamità, si promette un ministero, è un paese dove basta un avviso di garanzia per gridare alla persecuzione, al tentativo di alterare il verdetto elettorale, alla disonestà e inferiorità genetica dei magistrati, ecc.ecc.

Intanto, gli esponenti del centro sinistra coinvolti in faccende di poco conto, si dimettono. Sono migliori? In caso di una loro colpevolezza, no di certo, ma forse mantengono ancora il senso della decenza, forse un pallido rossore colora le loro guance al pensiero di una reputazione rovinata, forse si rendono conto di aver tradito la fiducia di chi aveva creduto in loro delegando la propria rappresentanza. Dov’è la decenza in questo governo? Nel macello che si sta facendo della scuola pubblica? Nelle promesse di tagli alle tasse mai mantenute? Nel tentativo di macellare anche la magistratura? Nelle proposte di legge che, sono parole di Gratteri, favoriscono indiscutibilmente gli interessi della criminalità organizzata? In questa difesa a oltranza di chiunque, anche di chi appare francamente indifendibile? In questi slogan pubblicitari di bassa lega che ci vengono continuamente elargiti dai dignitari di corte, l’ultimo, dopo il “partito dell’amore”, è che questo sarebbe” il governo del fare”? E sorvolo su altri fatti recenti, come il presunto attentato al premier, su cui ci sarebbe molto da discutere…

Qui la questione non è più ideologica nè legata all’avversione che lega gli esponenti di due fazioni opposte, la questione è diventata morale e da essa dipende la conservazione della struttura democratica di questo paese. La questione riguarda tutte le persone oneste, di destra o di sinistra, e da tutte le persone oneste deve partire una risposta forte e chiara, deve partire un moto di rivolta democratica verso questo stato di cose, verso la deriva in cui sta scivolando il paese. Oggi non servono fucili e carrarmati per instaurare un governo autoritario, non serve la violenza. Siamo nel secondo millennio, gli strumenti del potere si sono evoluti: per incantare il popolo bastano una televisione di bassa lega, un pugno di giornali, la reiterazione ossessiva di slogan facili da ricordare, una generosa dose di demagogia, la menzogna allo stato dell’arte, un sorriso smagliante e battute da avanspettacolo regalate a profusione, una controparte politica inerte e, soprattutto, basta far dare le dimissioni alla decenza.

I tempi sono cambiati…?


Guardo con mia moglie la registrazione del concerto alla Casa Bianca in occasione delle celebrazioni per le lotte dei diritti civili negli Stati Uniti. In particolare si celebra la grande manifestazione di quarant’anni fa e il celebre discorso di Martin Luther King. I momenti di commozione sono numerosi, come quello in cui Morgan Freeman racconta la prima volta che prese coscienza di essere un bambino nero, quindi diverso dagli altri. Ma due in particolare ci commuovono: Joan Baez che canta We shall overcome e Bob Dylan che intona la sua The times they are a changin’, i tempi stanno cambiando. Mentre la Baez intona l’inno di una generazione, la telecamera indugia sui volti commossi di Obama e dei vecchi liberal bianchi. Quando è Dylan a cantare, basta la forza profetica dei suoi versi, intonata con la sua voce di cartavetrata, a toccare corde insospettate nell’anima. Io e mia moglie ci guardiamo, gli occhi un pò lucidi, la stessa tristezza dentro. Loro ce l’hanno fatta, comunque vada la presidenza di Obama, gli americani hanno cambiato la storia, hanno riacceso la speranza in un mondo migliore. Le immagini   ci scorrono davanti alla memoria come un film: le olimpiadi di Berlino,  l’omicidio di Luther King, Bob Kennedy che accompagna il primo studente nero all’università, scortato dall’esercito, gli atleti neri che alzano il pugno ancora alle olimpiadi,  Cassius Clay arrestato, Cassius Clay che si riprende il titolo, Malcolm X, Ragazzo negro e L’uomo invisibile, Indovina chi viene a cena e Sidney Poitier, il film con Denzel Washington, ecc. Tutte cose che noi abbiamo visto di riflesso, ma che gli americani hanno vissuto sulla propria pelle, arrivando finalmente a una conciliazione almeno simbolica. Finalmente i neri sono americani come gli altri.  Ed è significativo che siano due cantanti bianchi a toccare le corde della commozione, una pasionaria sempre in prima linea nella difesa dei diritti civili e della libertà di tutti i popoli e il vecchio poeta anarchico e imprevedibile, capace solo di andare sempre in direzione opposta a quello che gli hanno chiesto fans e discografici, che adesso canta il blues esattamente come quei vecchi neri che tanto ama e che sempre lo hanno rispettato.

La tristezza arriva al pensiero del nostro paese. Intanto manca e continuerà a mancarci l’unico artista italiano che si possa paragonare, senza apparire ridicoli, a Dylan: il grande Fabrizio De Andrè, che ha cantato le puttane dei vicoli di Genova, i drogati, i diseredati restituendo loro dignità e grandezza, e beffeggiato, disprezzandolo, il potere. In secondo luogo il pensiero va ai vecchi partigiani, che incontro ogni anno con le mie classi il 25 Aprile, sempre più stanchi, sempre più disillusi, eppure ancora con una scintilla di speranza nello sguardo. Loro, noi, che siamo tutti figli della loro lotta, non ce l’abbiamo ancora fatta. Immagino il nostro premier al fianco di Obama: probabilmente, vedendo la Baez, avrebbe sussurrato all’orecchio del presidente che gallina vecchia fa buon brodo e poi avrebbe consigliato un buon collutorio per la voce a Dylan. Si ride per non piangere, quando ci sarebbe da disperarsi. Eppure, nonostante questo potere puttaniere e corrotto, nonostante l’ipocrisia che tutto corrode come un acido, nonostante le bugie, le revisioni della storia e le libertà negate a chi cerca solo di sopravvivere, nonostante i vuoti a perdere mentali di chi dovrebbe alzare la voce e stigmatizzare certi comportamenti, nonostante chi alza troppo la voce per ogni cosa rischiando di non essere ascoltato esattamente come se restasse in silenzio, nonostante la realtà quotidiana che viviamo…ascoltando il vecchio Bob e vedendo quei volti lucidi di commozione, penso che dobbiamo continuare a credere che i tempi stanno cambiando…se non altro, per rispetto a quel lampo di speranza sul volto dei partigiani il 25 aprile…

Ricordo, come annunciato nel post precedente, l’incontro con il giudice Caselli, il 23 Febbraio alle 21 a Chiusa di Pesio, in provincia di Cuneo, presso la Sala Vignolo organizzato da una locale organizzazione di partigiani per preparare il 25 Aprile.

L’Italia che sogniamo


Ci sono persone, poche, che rischiano la vita ogni giorno in nome di un’idea di stato che sembra allontanarsi ogni giorno di più, soffocata dai miasmi di quella palude oscura che è diventata l’Italia. Sono persone che meritano almeno una stretta di mano e un grazie, quando si ha il privilegio di incontrarle, sono loro che ancora  tengono viva la speranza che questo paese possa cambiare. E’ per questo che pubblico con grande piacere la notizia che a Chiusa di Pesio. un bel paese in provincia di Cuneo, il 23 Febbraio alle 21 ci sarà un incontro aperto al pubblico con il giudice Gian Carlo Caselli, in occasione della presentazione del suo ultimo libro che illustra la lotta dello stato contro il terrorismo e la mafia. In calce a questo articolo inserisco la locandina di questo incontro e lo farò anche nei post che seguiranno, perchè penso che ascoltare il giudice Caselli valga l’ora e mezza di strada per arrivare a Chiusa di Pesio da Genova.

L’uomo non ha bisogno di presentazioni: in prima linea contro il terrorismo a Torino e poi contro la mafia a Palermo, osteggiato da una certa destra che gli impedì, inserendo un cavillo all’ultimo momento, di assumere la guida della Dia, sempre misurato e chiaro nei suoi interventi pubblici senza per questo essere meno incisivo e duro. Ricordo una sua recente apparizione al programma di Fazio, in cui con tono pacato pronunciò parole pesanti come macigni, esattamente come ha fatto Nicola Gratteri, magistrato in prima linea nella lotta alla Ndrangheta calabrese qualche giorno fa. Uomini onesti, che vivono sotto scorta, pagando la colpa di aver cercato la giustizia in una paese dove il potere ha spesso flirtato con l’illegalità. Paradossalmente, in questo paese, a remare “in senso opposto e contrario”, come direbbe De Andrè, ad essere autenticamente anarchici e “diversi” sono proprio le persone oneste, i magistrati come Caselli e Gratteri, che hanno sacrificato una parte importante della loro vita per noi tutti, per la nostra libertà, per assicurare al paese sicurezza e stabilità. La loro voce pacata e lo sguardo appena velato da un’ombra di amarezza induce al rispetto in un paese in cui la norma è diventata lo strepito e l’insulto. E’ la stessa voce e lo stesso sguardo di Falcone e Borsellino, non due eroi, come molti ipocritamente e retoricamente oggi affermano nelle occasioni ufficiali, magari gli stessi che li lasciarono soli ad affrontare la loro sorte, non due eroi, ma due persone che hanno onestamente creduto nel loro lavoro e nei valori che hanno guidato la nascita della repubblica.

Si prova, di fronte a queste persone, tante purtroppo cadute sul campo, altre ancora in prima linea a combattere, qualcosa di molto raro e prezioso: l’orgoglio di essere italiani e la speranza ancora viva di poter cambiare le cose. Mi sono forse lasciato trascinare dalla retorica ma, per una volta, mi sento sollevato a non parlare di guitti, nani e ballerine ma semplicemente di uomini onesti.

Questa è la locandina dell’incontro:

VERSO IL 25 APRILE 2010 “RESISTENZE”

Nel 65° anniversario della Liberazione l’Associazione Partigiana “Ignazio Vian”
l’associazione “Resistenza sempre nel rinnovamento” con il patrocinio del Comune di Chiusa Pesio si propongono di arrivare al 25 aprile
attraverso un percorso che sappia declinare i valori della Resistenza e della Costituzione con i linguaggi ed i problemi di oggi attraverso incontri incentrati sui temi fondamentali del nostro vivere insieme.
Un percorso fatto di incontri con personaggi significativi che, partendo
dalla nostra storia, riesca ad avviare una riflessione sulle ragioni che
portarono allora i giovani a combattere per la libertà, la legalità
democratica e la giustizia sociale contro le discriminazioni ed il
razzismo. Se ne parlerà, nel primo di questi appuntamenti  con
Gian Carlo Caselli il 23 febbraio alle 21 presso la sala del Parco Naturale Alta Valle Pesio.
Verrà presentato il suo ultimo libro ed attraverso quelle pagine
proveremo a riconoscere il filo rosso della legalità che lega il passato
con il presente.

Il sonno della ragione


Diceva Miguel Unamuno che il sonno della ragione genera mostri. Leggo su Il Secolo XIX la dichiarazione di Biasotti, candidato della Casa delle libertà alla presidenza della regione Liguria, e mi chiedo se i la ragione dorme o è andata definitivamente in letargo.

“Se sarò eletto, la Moschea non si farà” ha affermato Biasotti. Dichiarazione programmatica ineccepibile, che strizza l’occhio ai voti della Lega, fatta per altro al momento giusto, dal momento che i fatti accaduti ieri sera a Milano verranno presi a pretesto per una nuova ondata di xenofobia. Peccato che sia inammissibile e anche un pò vergognoso, ma la vergogna non ha più residenza nel nostro paese, che un candidato alla regione faccia una dichiarazione palesemente anticostituzionale, per altro corredandola di una serie di inesattezze su cui mi soffermerò più avanti. Perchè la libertà di culto, quindi di preghiera, quindi anche di costruirsi un luogo dove pregare, è sancita dall’art.  8 della costituzione. Quanto alla necessità di difendere le nostre radici cristiane accampata dall’ineffabile Biasotti,  ( e dopo le storie di festini, corruzione, killeraggi giornalistici, ecc.ecc. che hanno coinvolto importanti esponenti di questo governo l’affermazione fa un pò sorridere e si spera che la Chiesa possa avere paladini migliori) l’art. 7 della Costituzione recita che: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Traduco per i leghisti: non sta allo Stato italiano difendere i valori della religione cattolica, perchè a quello è deputata la Chiesa. Quanto ai valori cristiani, in ogni caso, comprendono l’accoglienza, la solidarietà, e la tolleranza, anche questi sono scritti, Vangelo di S. Matteo, perdonate se non ricordo i passi esatti.

Affermare poi che la disoccupazione in Liguria è colpa degli extracomunitari, come ha fatto ancora Biasotti, significa non conoscere minimamente la storia della regione che ci si candida a guidare e dare credito ai pregiudizi più biechi di certa parte della popolazione. La disoccupazione in Liguria nasce da lontano, da una dissennata politica industriale, dalla crisi che ha colpito il settore portuale e quello siderurgico negli anni scorsi, dal fatto di essere la regione con l’età media più alta d’Italia con tutto quello che ne consegue, da privilegi difesi a oltranza per anni, da un imprenditoria senza coraggio, da un vocazione turistica soffocata per decenni e riscoperta solo negli ultimi anni, gli anni della rinascita di città come Genova, Savona e La Spezia . Al contrario di quello che afferma Biasotti, l’immigrazione ha abbassato l’età media e portato forze lavoro fresche in campi in cui c’era assoluta carenza.  Per altro, e mi soffermo su Genova, Biasotti forse non sa che la città è un porto di mare e che l’immigrazione è nella sua natura. A Genova i sudamericani ci sono sempre stati, come i marocchini e gli altri africani. Genova traffica da mille anni con il mondo islamico, ai tempi delle crociate Gugliemo Embriaco saliva sulle mura di Gerusalemme e i mercanti stringevano accordi con la loro controparte islamica. Usare come cavallo di battaglia della propria campagna elettorale l’intolleranza religiosa è anche un insulto alla storia di questa città.

Fare propaganda politica sulla pelle di persone che quotidianamente vengono discriminate è un atto che non ha bisogno di essere ulteriormente commentato. I fatti accaduti a Milano ieri,a Rosarno l’altro ieri, e tanti altri, sono segnali di una situazione che, se non la si smette di versare benzina sul fuoco, finirà per esplodere. Sarebbe opportuno un richiamo forte del Presidente della Repubblica ai valori della Costituzione, quantomeno per chi si candida ad essere delegato dalla gente per rappresentarla. Prima che l’ombra della rivolta delle banlieues Parigine diventi troppo vicina. Ma in quel caso, chiameremo Bertolaso a mettere a posto la situazione…

I due Milton, ovvero gli sciacalli ridono


Milton Keynes e Milton Friedman, due nomi che ai più dicono poco ma che hanno contribuito a trasformare la nostra società così com’è oggi, con i suoi agi, le sue contraddizioni, i suoi orrori. Il primo è l’artefice del new deal, il patrono dello stato sociale, fautore di un liberismo dal volto umano in cui lo stato ha il compito di vigilare sull’equa ridistribuzione della ricchezza, di evitare i conflitti di interesse e le speculazioni. E’ tornato alla ribalta con Obama, che ha riproposto, finora senza fortuna, i punti chiave della sua teoria politica. Il secondo, è il mentore di Reagan e della Thatcher, i suoi discepoli hanno fatto da consulenti economici al Cile di Pinochet, al Sudafrica di Mandela (provvedendo a fare sì che l’economia continuasse a restare saldamente nelle mani dei bianchi), ai vari dittatori che si sono susseguiti in Sud America. La linea di Friedman è quella di un liberismo non vincolato da regole, lo stato deve fare da spettatore e sarà il mercato ad autoregolarsi. Uno dei cardini della teoria di Friedman è quella che Naomi Klein, una delle madrine del movimento antiglobalizzazione, chiama “Shock economy”. La Shock economy teorizza che i disastri ambientali, terremoti, tsunami, inondazioni e i rivolgimenti politici che portano a una svolta autoritaria, permettono agli imprenditori di avere una tabula rasa su cui poter prosperare. Dalla loro prosperità, in teoria, dovrebbe in seguito generare un benessere diffuso per tutti. Ma tra la teoria e la pratica c’è di mezzo l’avidità dell’uomo.

Faccio due esempi per essere più chiaro: inondazione di New Orleans. Bush coglie l’occasione per smantellare il sistema scolastico pubblico che funzionava ottimamente e aveva un programma all’avanguardia per le famiglie più povere, smantella l’ospedale pubblico e privatizza tutto, creando scuole e servizi per i più abbienti.

Tsunami in Indonesia: i villaggi distrutti dei pescatori vengono espropriati per fare spazio a grandi alberghi costruiti da compagnie americane. Naturalmente, oltre ai disastri e ai colpi di stato, sono ottimi affari anche le guerre e su queste non c’è bisogno di fare esempi.

Le delocalizzazioni della Fiat, i licenziamenti da parte di imprese in attivo, le storie spesso drammatiche che leggiamo sui giornali in questi giorni, sono frutto della visione dell’economia di Friedman, o meglio, della scuola di Chicago, la sua scuola, visione che il nostro premier abbraccia in pieno con variazioni sul tema ad personam. Perchè allora stupirci se due imprenditori sorridono fregandosi le mani alla notizia del terremoto in Abruzzo? E’ la shock economy, un’ottima occasione per concludere affari d’oro. Perchè indignarsi? Guardiamo ogni giorno in tv gli spot della Nike, che ha delocalizzato in Asia e in sud America e produce magliette e palloni pagando stipendi da fame ai bambini che lavorano nelle sue fabbriche, sorridiamo alla pubblicità della Ciquita, che in sud America è stata condannata per aver pagato dei sicari allo scopo di uccidere dei sindacalisti, sentiamo nei telegiornali nazionali presunti esperti sorridere e scuotere il capo nominando Chavez, che ha il solo torto di aver impedito alle multinazionali americani di sfruttare totalmente il petrolio venezuelano pretendendo che una parte dei proventi dell’estrazione andassero al suo paese e che è stato oggetto di sette tentativi d’omicidio organizzati dalla Cia, ci infastidiscono i polacchi e i rumeni che vengono in massa in Italia per il semplice motivo che i loro paesi hanno applicato le direttive della scuola di Chicago riducendo il popolo alla fame, ci commuoviamo per Haiti inviando l’obolo tramite cellulare e dimentichiamo che Haiti c’era anche prima del terremoto e continuerà ad esserci anche dopo con la sua miseria e i suoi bambini senza futuro, accettiamo tutto questo senza battere ciglio e ci indignamo se nel nostro paese accade quello che accade in tutto il mondo? Quanti si fregano le mani e sorridono pensando alla guerra prossima ventura in Iran? Quanti bambini combattono in Africa al seguito di eserciti che imbracciano armi europee, molte italiane?

Il sistema in cui viviamo è questo, i compari di Bertolaso sono solo squallidi comprimari in una recita che va in onda sugli schermi di tutto il mondo dall’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti, con successo immutato. Non c’è spazio per l’umanità, in questo sistema, non c’è spazio per i sentimenti, infatti l’amore si compra a chilo, le donne sono oggetti da “ripassare” o da usare come moneta di scambio, il latrocinio è la norma, la legge un fastidioso contrattempo e i magistrati forse sono davvero geneticamente modificati se hanno l’illusione di poter cambiare questo stato di cose facendo giustizia. Etica e morale sono parole quasi incomprensibili, la Chiesa flirta col potere, l’informazione dovrebbe ottemperare l’assurdo compito di denunciare chi la finanzia. Accettiamo passivamente centinaia di ingiustizie ogni giorno e poi ci indigniamo per una risata! La maggioranza degli italiani vota questa gente da anni e poi si stupisce se accade quello che accade. Eppure non c’è bisogno di essere economisti per capire che nel nostro paese si fa una politica ad esclusivo vantaggio della granbde imprenditoria, possibilmente disonesta. Quanto alla mafia, siamo seri, la mafia non esiste, è un mito inventato dal culturame di sinistra per denigrare gli amici del sovrano.

Vivendo in Italia, si aggiunge a questo quadro desolante un che di farsa da strapaese, un sovrappiù di squallore e di schifo, un senso latente di nausea. Fanno sorridere i sindaci leghisti con le loro campagne contro la prostituzione, la pubblicazione dei nomi dei clienti sui giornali, ecc.ecc. Ma chiedo scusa: Berluscono, Bertolaso, e co. sono soltanto usufruitori finali di escort, la prostituzione non c’entra.

Il pensiero va al G8 del 2001 a Genova, a una folla immensa che voleva gridare il suo no! a questo sistema di cose. Ripensando a come è andata, viene il sospetto che nulla accade per caso…

Consiglio di lettura:

John Steinbeck, Furore – Per capire cosa è successo a Rosarno

Naomi Klein, Shock economy – Per capire cosa succede a tutti noi oggi

Una mano di vernice sporca


Sarebbe troppo semplice oggi parlare di Bertolaso, della protezione civile, dell’ennesimo vergognoso scandalo che coinvolge un settore cruciale del nostro paese. Voglio invece soffermarmi su un fatto che, purtroppo, non ha avuto sui quotidiani il riscontro che avrebbe dovuto avere. MI riferisco a quanto detto ieri a Genova dal capo della polizia Antonio Manganelli in occasione dell’insediamento del nuovo questore.

Dunque Manganelli, secondo quanto riportato dai giornali cittadini, ha affermato che Genova deve guardare avanti e che i fatti del G8 del 2001 sono stati causati da un’aggressione di migliaia di persone alle forze dell’ordine e dalla conseguente reazione, che sulla Diaz e sui fatti di Bolzaneto ci sono inchieste in corso che chiariranno tutto. Riporterei volentieri le dichiarazioni del capo della polizia, mettendo vicino ad ognuna il timbro “falso” come accade in certi programmi televisivi. Perchè in questo caso per smentire ciò che ha affermato, c’è ampio materiale documentario, visivo e fotografico, oltre alle testimonianze dei diretti interessati. Ma i fatti sono così noti ed evidenti a tutti, a chi c’era e a chi non c’era, che evito di farlo.

Chi scrive ritiene che i poliziotti siano persone coraggiose che svolgono un servizio pericoloso, ingrato e mal pagato e ritiene anche che la quasi totalità delle forze dell’ordine sia composta da persone oneste che svolgono con coscienza il proprio lavoro, ma penso anche che quando un poliziotto sbaglia, quando abusa del proprio potere, quando usa la violenza e l’insulto come è accaduto in quei tre giorni a Genova, debba essere punito e non coperto. Questo vale per i poliziotti, i medici, i magistrati, gli insegnanti, per chiunque svolga un lavoro di pubblica utilità al servizio della collettività. Non furono migliaia gli assalitori del G8 di Genova, i black block erano poche decine e la polizia ha permesso loro di mettere a ferro e fuoco la città senza intervenire, come dimostrano ore e ore di filmati. La polizia non agì solo per reazione agli assalti ma in molte occasioni attaccò senza motivo manifestanti pacifici che non mostravano alcuna ostilità. Abbiamo molti filmati che ritraggono persone sedute a terra, con le mani alzate, brutalmente percosse dalle forze dell’ordine. A Bolzaneto, poliziotti, secondini e persino il personale medico, infierirono sui fermati insultandoli, malmenandoli, umiliandoli, costringendoli al saluto romano e a cantare cori fascisti. Tutto questo, Egr. Dott. Manganelli, è ampiamente documentato e non mi risulta che chi ha affermato in tribunale di aver subito queste violenze sia stato accusato da nessuno di falsa testimonianza. Quanto alla Diaz, un suo subalterno, Egr. Dott. Manganelli, ha parlato di “macelleria messicana” per descrivere quell’assalto brutale a persone indifese nel cuore della notte. E lei ha il coraggio morale di venire a Genova e dire che bisogna guardare avanti? Io credo che per rispetto a un padre che ha perso suo figlio, per rispetto alle persone che in quei giorni hanno subito violenze da parte di chi aveva il dovere di tutelare il loro diritto a manifestare il dissenso, per rispetto a questa città, che un così alto tributo di sangue ha pagato per la democrazia in questo paese ma soprattutto, per rispetto a quelle forze dell’ordine che lei dirige, composte da una grande maggioranza di gente onesta, meglio avrebbe fatto a complimentarsi col nuovo questore e a evitare commenti. A meno che le coscienze sporche per quanto accaduto in quei giorni non siano troppe, in questo caso il suo discorso sarebbe coerente col clima in cui viviamo, con questo tempo in cui si confonde il diritto con l’arbitrio, l’amicizia con la complicità, la giustizia con l’impunità. Il G8 per questa città è un vulnus ancora aperto, una macchia troppo sporca per lavarla via con una mano di vernice. Le persone che lei dirige rischiano la vita ogni giorno, hanno bisogno come noi di sapere che hanno al fianco una persona onesta, pronta ad agire secondo giustizia inc aso di necessità, non un picchiatore sadico o uno squadrista in divisa. Va fatta chiarezza e giustizia su quei giorni non per attaccare le forze dell’ordine, ma per tutelarle, perchè la gente possa ancora scendere in piazza sicura di essere protetta dai provocatori e non con la paura di essere picchiata a sangue. Genova, e mi permetto di dire, questo paese, ha bisogno che venga fatta chiarezza e che paghi chi deve pagare: sono convinto che non accadrà mai ma venire in questa città e dire che quel tuffo nel sudamerica degli anni settanta è stata una normale reazione della polizia e che non bisogna pensarci più è veramente inaccettabile.

Trovo che sia molto grave quello che il capo della polizia ha affermato ieri, perchè evidenzia il tentativo di cancellare il passato cambiando la realtà dei fatti e a farlo, questa volta, non è un giornalista di parte ma il capo della polizia. Trovo che sia molto grave che il giornale cittadino si limiti a riportare la notizia, senza un commento, senza un editoriale, quello stesso giornale che nei giorni del G8 pubblicava i bellissimi editoriali di Maggiani, trovo che sia molto grave che in questo paese a guadagnarsi le prime pagine dei giornali siano i festini a base di escort (puttane, sono puttane, accidenti!) e non l’orwelliana operazione di alterazione della realtà storica che ormai quotidianamente viene condotta ad arte dagli scherani di corte, per fortuna in modo talmente grossolano da essere facilmente confutata. Dal culturame di sinistra, naturalmente…

Mercanti nel Tempio


Il caso Boffo occupa di nuovo le prime pagine dei giornali, questa volta inquadrato in una logica di lotte di potere all’interno della gerarchia vaticana. Per mesi abbiamo creduto che Boffo, reo di lesa maestà, fosse stato liquidato da un ordine diretto del premier al fido sicario Vittorio Feltri. Adesso lo stesso Feltri, il fatto che tra breve l’ordine dei giornalisti deciderà sulla sua radiazione naturalmente non conta, scombina le carte in tavola e accusa, facendo nomi e cognomi di illustri porporati che avrebbero provveduto ad affossare il povero Boffo. Detto per inciso: se Feltri ha mentito su Boffo, perchè dovremmo credergli adesso? Ancora: la campagna elettorale in corso non c’entra con questo tentativo alquanto patetico di scagionare il premier da ogni accusa?

Il problema non è la malafede di Vittorio Feltri e la sua interpretazione del mestiere di giornalista come sicario che spara alle spalle, il problema è quello irrisolto dei rapporti tra stato e chiesa. Un rapporto che, con l’avvento del centrodestra, è diventato più stretto, più opprimente, più invasivo. Gli scambi di favori continui tra il Vaticano e i centri del potere politico ormai non si contano: i voti e il consenso dei cattolici in cambio dei finanziamenti alle scuole private, della detassazione delle scuole cattoliche, dei crocifissi in classe, dei niet  alla ricerca genetica, della revisione della legge sull’aborto, ecc.ecc. E’ una chiesa sempre più temporale e sempre meno spirituale, una chiesa affollata di mercanti che vive ormai fuori dal tempo. Basterebbero le posizioni anacronistiche sul divorzio, sull’aborto, sul celibato dei sacerdoti a testimoniare dello scollamento dalla realtà. Chi scrive è cattolico, moderatamente praticamente, credente.  Ed è stufo di Comunione e liberazione, delle andreottiane maniere del cardinale Bertone, dell’ipocrisia dei neocon, della religiosità da baraccone della lega nord, dei difensori dei valori della famiglia pluridivorziati, dei privilegi medioevali concessi al vaticano. Chi scrive vorrebbe una Chiesa che fosse la chiesa degli ultimi, che ritrovi lo spirito del messaggio evangelico e si schieri apertamente con gli ultimi, con i derelitti del mondo, con chi vive ai margini. Una Chiesa che beatifichi l’arcivescovo Romero, ucciso in articulo dei mentre somministrava la comunione per aver difeso i contadini salvadoreni, e non Echevarria, connivente di Francisco Franco e fondatore dell’Opus dei, una Chiesa che si occupo dello spirito ma che non trascuri i richiami alla giustizia e all’eguaglianza di tutti gli uomini. In un nuovo millennio dove il materialismo e l’avidità sembrano dominare sull’uomo, ritrovare la propria autenticità, rinnovare il messaggio eversivo del Vangelo, provocare scandalo, schierarsi senza titubanze dalla parte di chi soffre o è oppresso, è l’unica strada possibile per ritrovare una propria identità, altrimenti la religione continuerà la strada dell’individualismo intrapresa agli inizi del secolo scorso, trasformandosi da attività sociale per eccellenza a fatto privato, diventando sempre più instrumentum regni per governanti spregiudicati e una gerarchia ecclesiastica meschina e assetata di potere.

Almeno fino a quando qualcuno non scaccerà di nuovo i mercanti dal tempio…