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Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone


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Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”

Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.

Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.

Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.

Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.

Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.

Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.

Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.

Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.

E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.

Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.

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Essi vivono, in mezzo a noi: Nazitalia, di Paolo Berizzi.


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“Il fascismo è in grado di riproporsi sempre e il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”   Umberto Eco

 

I nuovi fascisti non cercano seggi in parlamento ma l’accettazione sociale, il consenso delle fasce più basse della popolazione per portare avanti le loro istanze violente.

Il nuovo fascismo non è organico, ma costituisce un galassia frammentata e variegata, non per questo meno pericolosa, godendo di una bassa visibilità mediatica anche quando consuma azioni violente secondo  lo stile squadrista.

Il nuovo fascismo esiste, vive e cresce accanto a noi e ha spalleggiato la Lega di Salvini che ha tradito la propria vocazione regionalista trasformandosi in quel partito fascio leghista che riscuote ampi consensi in zone del paese fino a ieri considerate tabù per i lumbard, come il meridione.

Sono alcune delle tesi debitamente sviluppate da Paolo Berizzi in questo libro, documentato e inquietante perché descrive un’ombra nera che lentamente sta salendo alle nostre spalle nell’indifferenza generale e con la compiacenza di molti.

Berizzi descrive un fascismo liquido, capace di fornire un’identità a una gioventù culturalmente deprivata, che trova nella legittimazione della violenza contro quel diverso che percepisce come responsabile del proprio disagio esistenziale, in un comodo processo di auto assoluzione e deresponsabilizzazione, il mezzo per sfogare la propria rabbia.

Berizzi mette in evidenza l’esistenza di una lunga linea nera, mai interrotta, che parte dalla Marcia su Roma, passa per Salò, arriva a Ordine Nuovo e ai giorni nostri, un fascismo sempre presente sullo sfondo sociopolitico del nostro paese e sempre portato avanti con gli stessi argomenti: l’estrema semplificazione di problemi complessi, la colpevolizzazione del carpo espiatorio di turno, la violenza come strumento inevitabile e necessario. Un fascismo tollerato, ridicolizzato ma mai domo, che ha continuato a covare nell’ombra odio e rancore, in attesa della rivincita.

Il matrimonio con il leghismo salviniano era inevitabile. Salvini suona sempre la stessa canzone, quella della xenofobia, quella dell’Italia agli italiani e questo nazionalismo da operetta, questo grottesco richiamo a uno spirito nazionale inesistente collima perfettamente con le deliranti idee dei vari gruppi neofascisti sparsi per la penisola. E’ un richiamo identitario talmente ridicolo, considerata la storia del nostro paese, che appare sconcertante che qualcuno risponda; il problema è che nell’era dei social, conoscere o non conoscere la storia del nostro paese è indifferente, quello che conta è vomitare insulti, dare libero sfogo alle pulsioni peggiori.

La complicità della stampa e una sorta di sguardo benevolo da parte delle forze dell’ordine, che arretrano intimidite dalle minacce cialtronesche del leader di Casapound ma non esitano a sfollare gruppi di poveracci temporaneamente accampati in attesa di trovare una destinazione, fanno il resto e contribuiscono all’ascesa di questi gruppi. E’ una piccola storia ignobile, questa, che si ripete da troppo tempo.

Quindi il fascismo c’è, anche nelle sue espressioni squadriste, violente, ignorate dai media, un fascismo che cerca radici nei luoghi dove la rabbia ribolle con più forza, dove è più facile trovare adepti da indottrinare, a cui riempire la testa di verità fabbricate ad arte, modificando la storia e la realtà.

Il rischio è che il vecchio errore si ripeta, che Salvini creda di controllare il mostro per poi scoprire che il mostro non si controlla, che quando la bestia dell’odio si libera, richiamarla indietro può costare un prezzo altissimo.

Nel libro potete trovare un lungo elenco di episodi di violenza fascista consumati ai danni di stranieri, gay, ragazzi di sinistra, ecc., le solite vittime dello squadrismo vigliacco, perché cambiano i modi, le parole d’ordine, gli slogan, ma la cifra della viltà che definisce il fascismo è sempre la stessa: sempre dieci contro uno.

Vi chiederete, dopo aver chiuso il volume, in preda a una rabbia e a un malessere crescente, in che razza di paese viviamo e perché, di molti di quegli episodi, non avete mai sentito parlare.

Il nodo della questione sta tutto nella risposta a questa domanda.

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Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.


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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.

Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.

Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.

Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.

Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.

Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.

Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.

Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.

Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.

Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.

Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.

Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.

Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.

Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.

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Ta-Nehisi Coates: Tra me e il mondo


Trame eil mondo

Un  libro durissimo, edito negli Stati Uniti qualche anno fa, ma assolutamente attuale. Un atto d’accusa violento, diretto, feroce contro il sistema di potere americano e il razzismo che lo sostiene.

L’autore è un giornalista che scrive al figlio, raccontando gli episodi salienti della propria vita, contraddistinti dalla violenza brutale e gratuita consumata dai bianchi contro i neri.

Il corpo dei neri, scrive l’autore, non è umano, i neri possono essere percossi, derisi, uccisi a sangue freddo, denigrati e  umiliati perché i bianchi possano ribadire la propria supremazia.  Il corpo dei neri è un peso da cui non ci si può liberare e che bisogna imparare ad accettare.

Questo libro è una memoria dell’infamia, un j’accuse e un incitamento alla rivolta, la storia di una presa di coscienza, di una emancipazione da un destino segnato. Coates è una voce autorevole di quei neri nati dopo la fine del Movimento dei diritti civili, dei suoi (pochi) successi e del suo sostanziale fallimento, della rabbia seguita alle speranze nate dopo l’elezione di Obama e della desolazione dell’era Trump.

Figlio di un ex militante delle Pantere nere, Coates racconta al figlio della propria adolescenza a Baltimora, della progressiva acquisizione dei codici di soipravvivenza per restare vivo in strada; racconta la sconfitta di una scuola bianca nata per i bianchi, dell’invenzione della negrezza come costruzione culturale talmente sedimentata da divenire reale, della scoperta, all’università, del mondo della cultura nera, del razzismo e della violenza contro il corpo nero come necessario complemento al Sogno americano.

La storia di Prince Jones, studente brillante, figlio di una dottoressa, bello, elegante, colto, ucciso solo perché nero da un agente di polizia assolto da qualunque accusa, ossessiona l’autore, diventa il simbolo della fragilità del corpo nero, della sua inermità.

Non sono solo i figli del ghetto a morire per le strade d’America, sono i neri in quanto neri.

Coates non dà parole di speranza al figlio, non scrive un Razzismo spiegato a... in chiave americana, al contrario, lo mette in guardia sulla precarietà del corpo nero, sulla necessità di lottare ogni giorno per i propri diritti, consapevole che la sua diversità, la sua oppressione, serve ai bianchi per stare tranquilli ed è, quindi, irredimibile.

Le pagine più commosse sono quelle dell’incontro con la madre di Prince Jones: malata, distrutta dal dolore, incapace di spiegarsi l’accaduto se non come l’ennesima prova di una segregazione non più stabilita in termini di legge ma culturale, una segregazione che esiste nella mente dei bianchi e nella mente di quei neri che aspirano, vanamente, a diventare bianchi, che vivono fingendo di non essere quello che sono.

Noi italiani, fino a qualche anno fa, ci siamo limitati a considerare il razzismo come una forma di ignoranza, un prodotto culturale circoscrivibile a pochi. E’ stato un errore di prospettiva.

La miseria intellettuale ed etica che traspare da molti interventi sui social, lo squallore di una politica disposta a sacrificare i diritti degli ultimi sull’altare del consenso elettorale, il consenso di cui gode questa politica spietata, ottusa, alla ricerca di un nemico verso cui incanalare la rabbia sociale per distoglierla dai problemi reali a cui è incapace di fare fronte, fanno sì che questo libro descriva una realtà presente e prossima molto più vicina a noi di quanto ci piacerebbe.

Coates pone l’accento sulla razza, su come  i principi democratici dei sistemi occidentali e capitalisti, libertà, uguaglianza, fraternità, presuppongano, sottintendano, un “altro” da sottomettere, da sfruttare, da educare, da mettere all’indice quando i tempi diventano duri. Il razzismo non nasce, dunque, dall’ignoranza ma dal sistema in cui viviamo, è figlio di quei diritti di cui ci vantiamo. La storia coloniale dell’Europa èì la prova di questo assunto.

Un libro duro e necessario, che non può neanche lontanamente permetterci una immedesimazione con chi scrive, possiamo capire solo con uno sguardo distaccato: perché noi siamo bianchi, non ci svegliamo ogni mattina con un colore che è l’emblema della violenza e del sopruso giustificato, socialmente accettato, necessario, nella logica terribile della razza dominante. Perché noi siamo la razza dominante.

Bisogna cominciare a modificare il paradigma della lotta al razzismo, partendo non da un presupposto d’ignoranza da parte dei troppi che lo predicano, ma dal rimettere in discussione quei valori che ci hanno permesso di vivere in un mondo libero ma bianco che presuppone l’odio verso i neri, verso l’altro, come fondamento.

L’ho scritto molte volte: affrontare fenomeni nuovi con parole vecchie significhe essere sconfitti in partenza. Coates scrive parole nuove, il punto di vista di chi tace da troppo tempo e non è mai stato invitato a partecipare al dibattito. Non scrive parole dure e taglienti per noi, ma contro di noi.

Possiamo considerare questo libro la testimonianza di una realtà sociale lontana da noi o come la denuncia di una realtà in cui ci stiamo, progressivamente immergendo, ma sarebbe opportuno considerarlo la testimonianza di una realtà in cui siamo sempre stati immersi e che abbiamo nascosto a noi stessi.

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Il ritorno di Murakami Haruki


Commendatore

Dopo un paio di prove al di sotto dell’altissimo livello a cui ci ha abituati, Murakami torna alla sua altezza con L’assassinio del Commendatore, è in libreria da poco il primo volume, il secondo uscirà a gennaio.

I libri di Murakami sono difficilmente incasellabili in un genere letterario preciso: sono quasi sempre romanzi di formazione con accenni di ghost story, fantasy, fantascienza, horror, romanzo onirico ecc., in un melting pot che nelle mani di qualunque altro autore risulterebbe indigesto ma in quelle di un grande narratore come il Nostro funziona perfettamente. Grazie anche a quegli elementi della cultura giapponese che, distribuiti in picolle dosi donano uno stuzzicante sapore esotico.

In quest’ultima prova la trama ruota attorno a un ritrattista che, dopo essere stato a sorpresa abbandonato dalla moglie e aver girovagato per il Giappone, va ad abitare nella dimora di un altro pittore molto più famoso di lui, internato in una  casa di cura. Nell’abitazione del pittore, isolata, in una località di montagna, come obbedendo a un richiamo, trova una tela nascosta, quella che dà il titolo al quadro.

Da questo punto in poi il romanzo cambia genere eMurakami inserisce quegli elementi stranianti che sono ben noti ai suoi lettori. Il pittore, che aveva scelto quell’abitazione nel tentativo di ritrovare un’ispirazione autentica persa negli anni della gioventù, sente una notte suonare una campanella e…

Non rivelo altro per non fare dello spoiler, basti sapere al lettore che ci muoviamo apparentemente in quel terreno già esplorato nella trilogia di 1Q84.

Dico apparentemente perché, a mio avviso, il paragone è improprio. Nell’ Assassinio del Commendatore c’è maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, più storie nelle storie che completano lo sfondo, meno divertimento e più profondità. E’ un romanzo polisemantico, che merita una lettura e un rilettura approfondita per i tanti temi affrontati.

Murakami usa strumenti collaudati per scrivere un apologo sulla creatività artistica come fonte di rigenerazione, sulla necessità di perdersi per ritrovarsi, sul potere dell’amore e il peso del passato sulle scelte che hanno condotto la nostra vita su certi binari invece che su altri. Lo fa col suo consueto stile chirurgico, quasi asettico, riuscendo a rendere plausibile e convincente l’incredibile.

Mentre 1Q84 era una favola, un fantasy post moderno, L’assassino del Commendatore è un apologo raffinato, una meditazione profonda sull’arte, su dolore come fonte di  ispirazione e sulla difficoltà di essere autentici.  Tutto il romanzo verte su un pirandelliano gioco degli specchi tra ciò che siamo, ciò che percepiamo di noi stessi e ciò che percepiscono gli altri, tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente.  E’ una meditazione condotta sul filo di un’ironia a tratti beffarda a tratti amara, l’autore parla di sé ma, come accade nei grandi libri, de te fabula narratur, è giusto mettere in guardia il lettore.

Bisogna attendere il secondo volume per giudicare l’opera in modo adeguato ma l’impressione è quella di trovarsi tra le mani un altro capolavoro.

Commendatore

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La crociata dei miserabili


preservativi

La crociata della Lega contro i migranti ha un qualcosa di patologico, di morboso, che esula dal cinico calcolo politico di fare leva sulle paure ingiustificate della gente, o dalla volontà di trovare un comodo capro espiatorio per distogliere l’interesse dai reali problemi del paese che ne’ la Lega né i Cinque stelle hanno la capacità e la voglia di affrontare.

Bocciare un emendamento che prevede, in funzione della prevenzione anti aids, i preservativi gratis anche per i migranti, non è solo un atto di stupido razzismo, ne abbiamo visti tanti, ma anche un irresponsabile danno alla salute pubblica. L’odio per l’altro arriva al punto di danneggiare chi si dice di voler difendere.

Ai migranti viene negato, dunque, un presidio sanitario necessario per tutelare la propria salute e quella degli altri. È un salto di qualità nella catena dell’infamia, il migrante, che può morire annegato o essere torturato purché lontano da noi, il migrante offeso e umiliato, privato dei suoi diritti da un decreto ignobile, adesso non è degno neanche di protezione sanitaria.

È una escalation di violenza nei riguardi di una minoranza che non è in condizione di difendersi, escalation di cui i Cinque stelle sono corresponsabili e quindi complici, che arriva adesso alla negazione del corpo del migrante, indegno di essere preservato. La salute tocca a noi, il popolo eletto, non agli invasori.

In realtà è il sesso che si vuole negare al migrante, nel nome della preservazione di una razza pura che esiste solo nella mente malata di chi vive un’ossessione, appunto.

La stampa, ancora una volta, minimizza una notizia grave, che testimonia che la stagione dell’odio non è ancora finita ma anzi, si intensifichera’ con l’avvicinarsi della elezioni europee. E non tengo conto dei commenti ironici e del sarcasmo della carta igienica stampata di destra da parte di quelli che si fa fatica a definire uomini, figuriamoci giornalisti.

Non bastano più. da tempo. proclami estemporanei e belle parole, fiumi di retorica inutile e richiami a un antifascismo di maniera, servono, contro questa melma che sembra inarrestabile, controproposte sensate, un piano articolato e chiaro che convinca la gente che la soluzione non può essere questa politica degradante, che esiste un’altra strada che parte dal riconoscimento dell’altro e non dalla sua negazione. Serve la politica contro la propaganda, la prassi contro gli slogan, la ragione contro il silenzio della ragione. Serve una società civile attiva e partecipe, serve che il fiume silenzioso di chi non si schiera devii  il suo corso e faccia sentire la propria voce.

Il cambiamento non può certo arrivare dai Cinque stelle o dalla Lega, è chiaro, come è altrettanto chiaro il motivo di questa miserabile crociata controi gli ultimi: a chi non ha argomenti, non restano che l’odio e la violenza.

L’eroina non è mai andata via


siringhe

Ieri, mentre andavo a scuola, ho visto negli squallidi giardini del centro commerciale attraverso cui passo ogni giorno, cinque siringhe tra l’erba.

Non capitava da un po’; certo, il posto è frequentato da spacciatori e l’odore dolciastro della marijuana e dell’hashish aleggia qui e là, ma erano anni che non vedevo siringhe per terra.

È tornata la droga? Non è mai andata via, i ragazzi in questi anni hanno continuato a farne uso, sempre di più, qualche volta a morirne nell’indifferenza generale, a meno che la loro fine non fosse utile per squallide strumentazioni politiche.

La droga, nell’opinione comune, è un non problema di non persone che si consuma in non luoghi, come lo squallido prato di un centro commerciale, a pochi metri da dove giocano i bambini, quasi un simbolo: la gioia di vivere vicino al dolore di vivere, da’ da pensare, se andasse ancora di moda pensare.

Sarebbe il caso di non parlare più di lotta alla droga che, se mai c’è stata, è stata persa da tempo. La mia generazione, per certi versi, è una generazione di reduci, difficile trovare un cinquantenne che non abbia conosciuto qualcuno che quella lotta l’ha persa.

Sarebbe il caso di parlare di contenimento, legalizzazione, educazione all’uso responsabile, pura fantascienza in un paese che vive una stagione di ipocrita neo integralismo religioso, governato da una destra per cui l’unica soluzione ai problemi sociali è la repressione, che non funziona e non ha mai funzionato.

Avere a che fare con un tossicodipendente è un’esperienza straziante, con un corollario di rabbia, sensi di colpa e impotenza che lascia segni profondi, come sanno i genitori che hanno fatto quest’esperienza. Senza contare il pietismo dei conoscenti e la vergogna, del tutto ingiustificata ma presente. Ma il problema principale è che quei genitori sono soli, alle prese con qualcosa che non capiscono e che li spaventa. Senza contare la vergogna, il discredito, la sensazione di aver fallito. Solo uno degli esempi del fatto che la droga non riguarda solo chi la usa.

La droga è un problema sociale ignorato, nascosto, messo da parte. È scomodo parlarne, non esistono soluzioni facili né slogan da sbandierare.

Esistono però gli operatori dei Sert e quelli delle comunità di recupero, persone spesso straordinarie che svolgono un lavoro duro, ingrato, nascosto, che salvano vite e cambiano storie di vita, che non finiscono mai in prima pagina sui giornali, che suppliscono ogni giorno all’assenza dello Stato.

La droga non è mai andata via perché è una delle figlie del male di vivere, del degrado, dell’indifferenza, dell’incompetenza e dell’indifferenza genitoriale, problemi che negli ultimi anni sono aumentati, problemi che non importano a nessuno tranne a chi ci fa i conti ogni giorno.

La stampa amplifica ed esagera fenomeni marginali come la ludopatia e il bullismo, su cui si sprecano convegni, corsi di formazione, programmi TV e dimentica il problema giovanile per eccellenza e non solo giovanile. Quando si occupa di tossicodipendenza lo fa in modo dilettantistico, irritante, approssimativo. Esattamente come la politica.

Intanto i ragazzi muoiono o bruciano le loro vite, si perdono, e con loro tutti perdiamo qualcosa: sogni, possibilità, speranze.

Speriamo solo che dopo la caccia al nero non cominci la caccia al tossicodipendente, speriamo solo che lascino lavorare in pace chi i tossici li salva.

Intanto ieri ho rivisto delle siringhe nel brutto parco di un centro commerciale, ma forse c’erano anche prima, forse avevo solo smesso di guardare.