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Ripensare l’antimafia


Leggo, con una certa perplessità, il comunicato di Libera riguardo un provvedimento contenuto nel decreto sicurezza, più precisamente quello riguardante la vendita dei beni confiscate alle mafie.

La legge attuale prevede il riutilizzo di questi beni da parte di cooperative e associazioni che svolgano compiti utili alla collettività.

La legge non funziona, come hanno dimostrato i fatti di Palermo, dove si era creata una gestione a fini di lucro di questi beni a cui partecipava anche un magistrato incaricato di assegnarli, o come dimostrano i numerosi beni per cui i comuni non fanno la messa all’asta, o la fanno e non trovano acquirenti. La legge non funziona e andrebbe perfezionata e modificata, come la stessa Libera chiede da tempo. Ci sono d’altronde magistrati integerrimi, come il Procuratore Gratteri, che ritengono che i beni confiscati alle mafie vadano venduti dallo Stato.

La mia opinione in proposito è che, nel nostro paese, senza regole ferree e un controllore esterno allo Stato, i beni tornerebbero inevitabilmente nelle mani delle mafie. Ma non è questo il punto.

Il motivo della mia perplessità è che, ancora una volta, l’antimafia civile, di cui Libera è una autorevole esponente, sceglie di combattere una piccola battaglia, di partire da quello che Guicciardini denominava il particulare, senza trovare la forza di combatterne una grande.

E’ tutto il decreto sicurezza ad essere potenzialmente mafiogeno, mi si perdoni l’orrido neologismo. Creare dall’oggi al domani migliaia di immigrati clandestini privandoli di diritti riconosciuti fino ad oggi, non fa altro che aumentare il numero di potenziali elementi da reclutare nelle mani  delle mafie nostrane e in quelle straniere che operano nel nostro territorio.

Non inserire provvedimenti efficaci che limitino il controllo di ampie parti del nostro territorio da parte delle mafie, rinunciare completamente alle politiche sociali ignorando il problema delle periferie, condonare e premiare, invece di sanzionare l’illegalità diffusa, favorisce la cultura mafiosa.

Ogni diminutio in termini di diritti civili è un regalo alle mafie, dirò di più, anche un falso diritto come il reddito di cittadinanza, al sud ma anche, ormai, in molte zone del nord, favorisce per diverse vie l’ingresso delle mafie; sia indirettamente, facendolo concedere a chi non ha diritto, non certo un problema per organizzazioni che controllano interi comuni, sia direttamente, perché si tratta di una cifra ridicola e vincolata che non intacca minimamente quell’humus di disagio sociale, mancanza di prospettive e disperazione in cui le mafie prosperano.

Giova alle mafie anche la continua, ossessiva, maniacale demonizzazione e criminalizzazione degli immigrati da parte del governo, perché portando l’attenzione dei media sulle mafie straniere, la distoglie da quelle nostrane.

Su tutto questo, l’antimafia civile, a parte poche, retoriche prese di posizione fini a sé stesse, sembra non avere nulla da dire.

Io credo, senza voler mettere in discussione né l’operato di Libera che tanto ha fatto per la coscienza civile di questo paese, né la figura di Don Ciotti, che non si discute, e parlo di Libera perché capostipite dell’antimafia civile ma intendo la parte per il tutto, credo, dunque, che l’antimafia vada ripensata, credo che sia debba comprendere che non ci troviamo di fronte a un problema, la presenza delle mafie, ma al frutto di reiterate scelte politiche che hanno aumentato e nutrito il problema. Combattere la mafia senza pretendere una politica sociale diversa che soffochi sul nascere la crescita delle organizzazioni criminali, equivale a quei farmaci che promettono una terapia sintomatica e coadiuvante dell’influenza ma non la curano. Pretendere una politica diversa senza denunciare puntualmente le mancanze di quella attuale, è inutile, una pia illusione.

Non a caso, qualche tempo fa, Gratteri, parlando ai ragazzi di un liceo, alla domanda riguardo quanto può pesare la società civile nel combattere la mafia ha risposto: nulla.

Io non sono così pessimista: credo che molto si possa fare con i giovani, nelle scuole, ma che lo si faccia male, utilizzando una prassi che se era valida vent’anni fa, oggi mostra tutti i suoi acciacchi. Credo che si faccia poco e, a volte, male, sprecando una grande occasione. Perché i ragazzi sono manichei, sensibili al problema, interessati ma anche facili alla noia e abituati a consumare e dimenticare ciò che non li colpisce nel profondo. E a volte, per colpirli nel profondo, bisogna aprirsi, andare sopra le righe, avvincerli con. la verità delle proprie convinzioni, non recitare il compitino. Non sono ammesse improvvisazioni, con i ragazzi.

Chi lavora a scuola, chi fa scuola, sa che non si può usare lo stesso metodo con tutti i ragazzi di tutte le classi ogni anno, ma che bisogna costantemente reinventarsi, a volte giorno dopo giorno, rimettersi in discussione, capire cosa non funziona e ricominciare da zero.

Ecco, credo che questo manchi all’antimafia civile che si limita a riproporre più o meno nello stesso modo, le stesse proposte, le stesse modalità di azione. Non ha la forza di rimettersi in discussione, di lasciare il vecchio, mantenendo ciò che non deve andare perso, per il nuovo.

Gli altri, invece, i mafiosi, si aggiornano e sono sempre un passo avanti a tutti, tanto che un geniale Antonio Albanese, in un programma recente in cui interpretava un capo mafia, alla richiesta della cupola su cosa fosse necessario fare per rilanciare le attività, diceva: dobbiamo fare antimafia.

Albanese ha messo il dito su un nervo scoperto: ciò che è debole è infiltrabile e l’antimafia civile oggi, è debole e infiltrabile. La retorica della memoria, legittima e necessaria ma diventata stucchevole, grazie anche a una pletora di fiction, spesso anche ben fatte, che hanno però il difetto di rappresentare la mafia come qualcosa di legato al meridione e al passato, la trasformazione di figure critiche del movimento antimafia come Peppino Impastato in santini o icone pop, l’idea che le manifestazioni piene di bandiere colorate riescano a convincere la gente che la mafia è un problema di tutti, sono strumenti che hanno fatto parzialmente il loro tempo, che non incidono più sul presente perché il presente, per le mafie, è già futuro. Se Peppino Impastato fosse vivo, sarebbe parecchio incazzato oggi, come lo fu al tempo.

Questo senza togliere nulla a chi ci crede e si impegna quotidianamente per un mondo migliore, lungi da me l’idea di mettere in dubbio la buona fede e l’onestà intellettuale di tutti gli aderenti del movimento antimafia, che però, spesso, sono più simili a chi attende il verbo dall’alto invece che a chi il verbo lo rende realtà e prassi quotidiana. Perdonate il mio eloquio da cattocomunista, ma il movimento antimafia ha bisogno di preti operai, chi ha una certa età e i capelli bianchi sa cosa voglio dire.

Per concludere, mi sarebbe piaciuta una presa di posizione netta contro il decreto sicurezza sia da parte di Libera, che da parte di tutte le associazioni che fanno parte della sua rete. Una presa di posizione, chiara, forte, decisa, che andasse a tutelare i diritti civili e costituzionali, una presa di posizione che sarebbe già dovuta arrivare ai tempi del decreto Minniti e in molte altre occasioni.

Forse non si possono combattere tutte le battaglie, ma io credo che oggi siamo arrivati al punto in cui bisogna almeno provarci.

Dei due DiDi, di marce dei colletti bianchi e della libertà di stampa.


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Essendo il parto di un comico annoiato, i Cinque Stelle, inevitabilmente, non possono esulare dal ridicolo. Non si capisce, altrimenti, la riabbia livorosa dei due DiDi dopo la sentenza che ha assolto Virginia Raggi.

Di cosa accusano i giornalisti della parte avversa i due autorevoli esponenti di un movimento politico che appare sempre più allo sbando?

Non certo di essere bugiardi come Marco Travaglio, il cantore delle loro gesta condannato per diffamazione nei riguardi del padre di Renzi. Perché, tolti i  titoli maschilisti e volgari dei brogliacci di destra, quindi vicini al loro alleato di governo, gli altri, i giornali vicini alla sinistra, hanno scritto il vero.

Virginia Raggi non è stata assolta per non aver commesso il fatto ma perché l’ha commesso e non costituisce reato. Sentenza bizantina e un po’ sospetta, per chi non mastica i codici, ma tant’è se vi pare, la legge ha parlato e va rispettata. Ciò detto,  chi ha accusato la Raggi dei fatti addebitati, al contrario del bugiardo Travaglio, non ha diffamato nessuno.

Sembra di rivivere i giorni seguenti alla presunta assoluzione di Andreotti , che assoluzione non fu, perché venne accertato che aveva avuto rapporti con la mafia ma i reati erano stati prescritti. Ovviamente, nel caso del sindaco di Roma, si tratta di fatti meno gravi, di una ineleganza, una caduta di stile o, se volete, di un peccato minore rispetto ai peccati ben più gravi di cui si macchiano i nostri amministratori locali, diverso insomma dal fare affari con la ‘ndrangheta,tanto per restare all’attualità.

La reazione dissennata, triviale e fuori luogo dei due DiDi è l’ennesima prova dell’incapacità congenita di comprendere cos’è la politica da parte del Movimento, incapacità ampiamente dimostrata dal fatto che a dirigere questo governo, ormai, è il solo Salvini, fino a ieri solo un brutto comprimario della nostra politica, oggi una pessima parodia dell’uomo forte. E’ anche, naturalmente, la reazione isterica di chi l’ha scampata bella e può continuare, ancora per un po’, a fare finta che vada tutto bene.

Mi ha inoltre particolarmente disturbato il termine “puttane” usato dai due Abbot e Costello nostrani: le puttane svolgono un lavoro triste e antico quanto il mondo perché uomini per bene le disprezzano pubblicamente di giorno e vi si accompagnano in segreto. “Clienti” sarebbe stata imprecazione più adeguata anzi, perché no, “Clientes”, tanto per smentire chi li taccia di ignoranza. Ma viviamo in una società maschilista, come ben sanno gli esponenti di un esecutivo che si appresta a votare il decreto Pillon.

Non che la stampa nostrana brilli per onestà ed equilibrio, asservita com’è da una parte e dall’altra alle logiche editoriali. L’epoca dei grandi giornalisti sembra finita, tuttavia, chi canta fuori dal coro è sempre gradito, offre un punto di vista diverso, dà la possibilità di riflettere e rivedere, a volte, le proprie posizioni, tutte cose sgradite ai due DiDi. Salvini, furbo e scafato, ha avuto una reazione molto più misurata, nonostante pregustasse già, se fosse arrivata una condanna, l’ennesimo Sacco di Roma.

Se è questa la novità della politica italiana, un giustizialismo di facciata, il turpiloquio per zittire il dissenso, la tentazione di una voce unica e di un unico pensiero, direi che di nuovo ha veramente poco e che quando la gente finalmente si accorgerà che non solo il re è nudo ma è anche idiota, saranno guai.

Una piccola riflessione: personalmente, non sono entusiasta dell’adunata dei trentamila a Torino,  sono sempre stato no Tav anche perché amo molto quei luoghi e considero la ferrovia un’opera inutile e un inutile scempio ambientale, mi ricorda la marcia dei colletti bianchi che, sempre a Torino, produsse una sconfitta storica del sindacato che portò alla stagione del terrorismo. In un paese diviso, avvelenato da liti continue, sempre più partigiano e sempre più incapace di considerare le ragioni dell’altro, la libertà di stampa è un bene imprescindibile, un diritto di tutti, anche di chi oggi sui social plaude ai due DiDI, invitandoli a chiudere la bocca al nemico. A parte che nell’era di Internet è impossibile mettere a tacere il dissenso, i Cinque Stelle dovrebbero fare un monumento ai giornali di sinistra che li hanno creati dal nulla, continuando anche adesso a descriverli come se fossero qualcosa.

Mi permetto per concludere,di dare ai due DiDi un consiglio: comprate un mazzo di rose e distribuitelo alle poveracce che si vendono per vivere nelle strade di Roma: perché oltre al buon senso e al decoro, avete offeso loro.

Sciacalli di Stato


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La Lega, dal suo apparire sullo scenario della politica italiana, ha sempre perseguito la stessa linea d’azione, anche perché intellettualmente non è in grado di produrre altro: infierire su chi non può difendersi, creare un inesistente allarme sociale e cercare, con mezzi coercitivi e repressivi, di trasformarlo in vero allarme sociale così da reiterare ad libitum l’unica cosa che sanno fare.

Non stupisce, quindi, che nel decreto sicurezza manchi anche solo un cenno ai veri allarmi sociali del nostro paese: le mafie, la corruzione ( dai, non scherziamo, anche se viene nominata non c’è una reale volontà di combatterla), la condizione dei giovani, che imporrebbe una seria riflessione sulla politica proibizionista del governo ma si sa che l’aggettivo serio accanto a questo esecutivo costituisce ossimoro ( per leghisti e pentastellati: figura retorica che accosta due termini che si escludono a vicenda).

La Lega non può attaccare seriamente le mafie, perché un consistente numero di suoi elettori con le mafie fa affari d’oro al nord, citando testualmente Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, i provvedimenti contenuti nel decreto sono: «piccole cose, robetta, riforme molto marginali rispetto a quella che è la realtà criminale in Italia, sia comune che organizzata».: https://www.valigiablu.it/decreto-sicurezza-salvini-immigrazione/,  non può attaccare la corruzione seriamente per lo stesso motivo, e la grottesca pantomima sulla prescrizione ne è la prova, non può riflettere seriamente sui problemi dei giovani perché la sua politica è l’emblema del presentismo, ovvero di chi  si occupa di ascoltare la pancia degli elettori qui e ora, per acquisire consensi fregandosene allegramente del futuro. Il presentismo è lo stesso modello politico che ha fatto la fortuna di perfetti imbecilli come Trump e Bolsonaro, dalle nostre parti di Di Maio e Salvini, appunto, anche se la fortuna di Di Maio sta calando a vista d’occhio. Il presentismo è la non politica, la ricerca del consenso a qualunque costo, senza remore morali ed etiche. Il primo, grande presentista della nostra storia politica è stato Benito Mussolini, gli altri, squallidi comprimari e stiamo parlando di un miserabile.

I provvedimenti adottati colpiscono, vigliaccamente,oltre che i migranti, privandoli di diritti riconosciuti fino a ieri dallo Stato,  le cooperative che lavorano con loro, quel mercato del lavoro sociale che supplisce alle carenze di un Stato che si è preoccupato, negli ultimi vent’anni, di demolire il welfare, invece di modernizzarlo e renderlo efficace. So che è un concetto complesso da capire per leghisti e grillini, pari alla Fenomenologia dello Spirito o a Essere e tempo, ma colpendo le cooperative sociali per colpire gli immigrati, Salvini finirà per ridurre sul lastrico tanti italiani che sul sociale ci lavorano seriamente, con dedizione e impegno. Ma la creazione di un finto nemico , di un capro espiatorio, è il primo passo di ogni stato autoritario e da ieri, viviamo in uno Stato governato da una destra radicale che si distingue per l’assenza di qualunque riferimento culturale e di qualunque logica nella sua prassi di governo.

Intascato il plauso della lobby delle armi con la legittima difesa, lobby di cui non si parla mai ma che nel nostro paese è potentissima e annovera autorevoli esponenti nel governo, Salvini pregusta già le orde di immigrati privi di cittadinanza, ridotti alla fame e costretti alla clandestinità da una legge che, mi auguro, la Corte costituzionale o quella dei Conti possano frenare, orde da sfruttare per creare un altro menzognero allarme sociale e reiterare all’infinito l’opera di sciacallaggio. Orde inesistenti ma che i suoi imbelli fedeli e i più furbi manipolatori dei social, stanno già creando ad arte.

E’ già successo con i rom: invece di favorire i processi di integrazione  si è preferito usare la politica delle ruspe, imitata nella mia città anche dalla ex giunta di sinistra con un atto vergognoso di speculazione elettorale, passato sotto il silenzio colpevole di tanti che a quella giunta dovevano favori, politica che crea nuovi disperati, e, soprattutto, impedisce una seria alfabetizzazione dei giovani, quelli che domani potrebbero cambiare la situazione.

E’ una politica razzista, anticostituzionale ed eticamente spregevole ma che sembra gradita alla maggior parte degli italiani, ben lieti di prendersela con chi non può difendersi invece di guardarsi allo specchio e trovare i veri responsabili dello sfacelo.

Dei Cinque stelle non parlo, trovo il fideismo acritico di molti adepti, soprattutto gli ex compagni, quasi tenero se non fosse un atto di fede verso un partito che sta approvando, con la scusa del cambiamento, tutti i provvedimenti repressivi dei suoi amici e alleati post fascisti. Nutro rispetto per le persone serie che si ostinano ancora a militare nel movimento e mi auguro, senza crederci, che possano cambiare la situazione tragica in cui versa.

Quanto alla sinistra, non una voce seria di contrasto a questa oscenità si è levata da un partito che non esiste più. Forse per pudore, visto che Minniti ha aperto la strada. Il penoso, irritante, patetico sforzo di Renzi di tenere in mano un partito che ha distrutto è l’ennesima testimonianza di una irredimibile vocazione al fratricidio e al suicidio che accompagna la sinistra sin dalla sua nascita. Pur avendo pagato un prezzo troppo alto per la reale entità delle sue colpe, qualcosa di buono ha fatto, in confronto a questi è stato uno statista lungimirante, è diventato ormai insopportabile anche a chi non lo ha sempre osteggiato. E’ un impresentabile, un patetico cialtrone che si ostina a voler cercare di recuperare un potere che ha perso in modo cretino. Faccia un favore al paese e alla sinistra e si tolga dai piedi.

Sperare nella gente, non si può, in chi governa, peggio che andar di notte, l’opposizione non esiste, cosa rimane a chi non ha mai cambiato bandiera e valori, a chi non si è lasciato irretire dal finto anarchismo del movimento e non si è illuso che la grande buffonata del reddito di cittadinanza fosse uno straccio di politica sociale?

Non rimane nulla, solo la consapevolezza che presto o tardi, anche Salvini cadrà, facendo parecchio rumore (più si gonfiano più forte è il botto) e bisogna essere pronti a quel momento. Ci rimane l’etica del lavoro ben fatto, il sogno di un futuro migliore e la volontà di continuare a lavorare con onestà per costruirlo. Così è, se vi pare.*

* N.d.r. Per i leghisti e i pentastellati: citazione pirandelliana.

M, di Antonio Scurati: un libro necessario per capire chi siamo


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Il fascismo, raccontato dall’interno con la voce del suo artefice, di cui si traccia un ritratto obiettivo, privo di pregiudiziali ideologiche. Questo è M, di Antonio Scurati, la storia romanzata ma autentica e basata su dati storici rigorosi, dell’ascesa di Mussolini e del fascismo al potere e, in parallelo, la storia  delle lotte fratricide della sinistra e la vita tormentata dell’unico, vero oppositore che cercò di denunciare con la costanza che è propria dei martiri, la barbarie fascista: Giacomo Matteotti.

Sul dualismo tra questi due uomini, il figlio di un fabbro salito sul gradino più alto del potere e il figlio di un proprietario terriero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, i contadini, i senza diritti, si snoda la narrazione, avvincente e costellata di brevi documenti d’epoca,  che fa giustizia di tanti luoghi comuni sul fascismo.

No, l’ordine non regnava al tempo del fascismo e la corruzione era diffusa anche più che ai giorni nostri, Mussolini usò l’omicidio dei suoi avversari politici come strumento abituale per mantenere il controllo, sia contro i socialisti sia contro quei fascisti che si illudevano di militare in un partito dove era lecito esprimere opinioni contrarie a quelle del capo. Mussolini sapeva di essere a capo di un gruppo di psicotici miserabili ma sapeva anche di non poterne fare a meno.

Viene descritta con dovizia di particolare la farsesca, grottesca marcia su Roma che solo l’istinto da giocatore d’azzardo di Mussolini e il tradimento di un sovrano imbelle trasformarono nella porta che aprì la strada al ventennio. Lo stato d’assedio era stato dichiarato, l’esercito fascista non esisteva, molti squadristi erano già stati arrestati, sarebbero stati sufficienti i carabinieri a fermare la sparuta armata brancaleone che si avvicinava alla capitale. Invece il re si rimangiò la sua parola e tradì il paese per motivi che restano, ancora oggi, oscuri.

Viene sfatato anche il mito del consenso popolare al fascismo, che fu oceanico al sud, dove, ancora oggi, si accolgono come oro colato le promesse di chiunque e invece minoritario al nord, dove non a caso si sviluppò la resistenza. Il duce governò con la paura e l’omicidio, il suo fu il governo criminale di un criminale.

A occupare la maggior parte delle pagine è Mussolini, traditore compulsivo della moglie e di tutte le fazioni politiche in cui ha militato, opportunista, doppiogiochista, narcisista patologico, spregiudicato affarista, corrotto,  capo crudele e spietato di una banda di psicotici, sbandati, assassini, frustrati che trovarono la propria ragione di vita nell’uso di una violenza vile e spesso gratuita. Mussolini umorale, Mussolini che vende l’Italia alle compagnie petrolifere americane e quando Matteotti sta per smascherarlo lo fa uccidere, Mussolini che commenta sprezzante l’omicidio di don Minzoni, Mussolini che inganna tutti, anche sé stesso, credendo di essere quello che non è, confondendo la volontà ferina di arrivare con la grandezza.

L’autore descrive impietosamente anche la sinistra divisa, la violenza del biennio rosso, la mancanza di coraggio della classe dirigente di portare a compimento una rivoluzione annunciata a cui mai diede il via. Sullo sfondo il popolo, gli ultimi: traditi dai socialisti, traditi dai fascisti, i soliti sconfitti dalla storia. Perfino Gobetti e Amendola spesero parole lusinghiere per il fascismo, tanto riuscì a quel grande imbonitore.

A dominare, durante la lettura del libro, è la rabbia: rabbia per un paese meschino, dilaniato da assurde lotte interne che tollerò e arrivò a consegnarsi a una banda di corrotti psicopatici guidata da un uomo che avrebbe voluto essere grande ma che in ogni suo atto mostrava la sua piccolezza, il suo squallore interiore.  Come è stato possibile? Ci si chiede a un certo punto, come si è potuti arrivare a tanto?

Libro che dovrebbero leggere i giovani, troppo spesso infarciti di false informazioni, facili a creare miti di cartapesta. Libro che dovremmo leggere tutti noi, per ricordarci chi siamo stati, per capire che il periodo in cui viviamo non ha nulla in comune con quello che vide l’ascesa del fascismo e che quello di Salvini non è fascismo, ma altro, una forma nuova di abiezione sociale che va combattuta con nuove parole e nuovi strumenti.

Libro che ci ricorda cos’è l’antifascismo e perché è un requisito indispensabile per essere uomini, semplicemente uomini. Troppo spesso questa parola viene usata a sproposito, troppo spesso si spendono fiumi di retorica  insulsa e inutile. L’antifascismo è una cosa seria e questo libro serve anche a ricordarci perché siamo antifascisti.

Le ultime pagine, scandite dalla tragica cronaca degli omicidi del mostro di Roma e dalle fasi che portarono all’omicidio di Matteotti, sono commosse, rispettose, dolenti, come si conviene a chi sta celebrando il primo grande eroe civile che questo paese abbia mai avuto. Di  fronte a tanta grandezza, lo squallore umano, etico e morale del fascismo risalta ancora di più.

Alla fine dei conti, quello tra Mussolini e Matteotti fu lo scontro tra un nano deforme e iracondo, un figlio del popolo che tradì e usò il popolo per acquisire potere e ricchezza, fuggendo alla fine come un miserabile morendo, e un gigante dallo sguardo limpido, che rinunciò ai suoi privilegi per il popolo degli ultimi, un santo laico che sacrificò tutto, anche la vita, per la libertà.

Un libro necessario, impegnativo, definitivo: per fare i conti con una storia che è anche la nostra, per ricordarci chi eravamo e decidere chi vogliamo essere.

Della destra italiana e della irresistibile attrazione per l’uomo forte.


Salvini isoardi  bellunese

La foto è glamour, per quanto tale aggettivo possa legarsi al soggetto ritratto: Salvini, seminudo, mollemente adagiato su una Elisa Isoardi in accappatoio. Sotto, un titolo annuncia che la loro storia d’amore è finita, la Isoardi lo ha comunicato su un social che non nomino altrimenti mi censurano l’articolo (sic!).

La prima, spontanea reazione è uno sticazzi! che avrebbe tutta l’approvazione di Rocco Schiavone, ma no, si va oltre l’inutilità, si scava ancora e un’ articoletto collegato riporta una breve nota biografica del rapper, poeta e umorista (sic!) da cui la Isoardi ha tratto la frase con cui si è accomiatata da Salvini.

Il paese é in pieno allarme idrogeologico, l’Europa minaccia la procedura d’infrazione per una manovra di bilancio talmente demenziale che ci si chiede se non stiano scherzando, i giovani che usano droga sono sempre più giovani e ci se ne accorge ( e se ne parla) solo quando muoiono per ucciderli due volte speculandoci sopra, il razzismo dilaga, si tagliano soldi alla scuola e alla cultura e Repubblica (sic!) inserisce tra i titoli di testa Salvini nudo e la notizia della fine della sua love story. Come direbbe ancora Schiavone, dobbiamo riflettere su questa cosa.

Perché questa cosa, lo dico ai miei quaranta lettori, è qualcosa di fascista, perché il mito dell’uomo forte ma tenero, amatore indefesso di donne naturalmente più giovani che sacrifico al lavoro indefesso per la patria, è un luogo comune della retorica del ventennio e trovo francamente insopportabile che il più venduto quotidiano italiano debba inserire tra i titoli principali questa merda, per citare il commento del critico Greil Marcus a Self Portrait, il disco più folle di Bob Dylan.

Evidentemente Repubblica fiuta il vento e quello che spira nel nostro paese è un vento di destra. Piaccia o no, e a chi scrive non solo non piace ma disgusta proprio, Salvini ormai ha occupato la scena, la gente lo percepisce come l’unico capo del governo al cui confronto il presidente del consiglio nominale, tale Conte, appare come poco più che un maggiordomo, e il povero Di Maio come il suo giullare.

Il lento, inesorabile e penoso suicidio politico dei Cinque stelle, incapaci non solo di fare la rivoluzione ma di fare politica tout court, sta consegnando il paese alla Lega, una forza politica che, forse, avrebbe credito solo nel Brasile di Bolsonaro.

Rivoltato in parodia, perché in Italia nulla è serio, sembra di assistere a quanto avvenne con l’avvento di Mussolini, quando il suicidio politico e ideologico dei socialisti, ma largamente maggioritari e l’ignavia del sovrano, aprirono la strada per il potere a una banda di vigliacchi coraggiosi solo quando si trovavano in cento contro uno e al loro capo, un narcisista patologico, voltagabbana, criminale, che per vent’anni governò il paese ( per molta parte del ventennio col plauso di tutti, e non raccontiamoci storie, per favore, perché la storia non si cambia) con i risultati che sappiamo.

Non c’è bisogno di evocare lo spettro del fascismo con Salvini, ideologia troppo complessa per lui, né di fare paralleli tra Gentile e Fusaro, ubi maior minor cessat e qui sarebbe più opportuno parlare di minoratus paraculus, non c’è bisogno di ricorrere a una retorica stantia e ormai vuota, basti solo dire che non arriveremo a scatenare una guerra per ridurci in rovina, basterà continuare sulla strada dei favori che la Lega e Salvini continuano a fare ai poteri forti, a quella imprenditoria italiana retrograda e reazionaria rimasta uguale a sé stessa, che ieri applaudiva il duce alla Scala di Milano e oggi applaude la sua versione muppets show.

La destra è sempre la stessa: priva di valori e di contenuti, ipocrita, violenta con i deboli e mite con i forti, un’accozzaglia di cialtroni che badano solo al proprio tornaconto. Questi rivoluzionari al contrario, gente che delibera per le multe agli abiti succinti e toglie la mensa ai bambini stranieri, gente che mette un ex militante del Fronte della gioventù alla direzione del Tg1 e un creatore di bufale a dirigere la Rai,  finirà dove finiscono tutte le rivoluzioni, non nel sangue, perché, ripeto, l’Italia non è un paese serio, ma quando incontrerà il denaro. E sono già partiti avvantaggiati, vista la messe di amministratori leghisti indagati.

A cambiare, ma neanche tanto, è la gente. C’è solo un plus d’ignoranza, di arroganza, di vis pugnandi dietro la tastiera, di meschinità rispetto al consueto. Perché questo era, è, sarà sempre un paese di destra e quando ha votato in massa Renzi lo ha fatto sempre seguendo il mito dell’uomo forte, che per qualche tempo lo scout di Rignano ha incarnato, un mito che è di destra. Non a caso, nella sua follia onanistica e narcisista, Renzi propone quale suo successore il più a destra dei suoi scherani, quel Minniti cui i pentastellati dovrebbero fare un movimento perché è il vero artefice del loro effimero successo.

Con una opposizione inesistente e una maggioranza divisa su tutto, litigiosa e inconcludente, il cui unico risultato, fino adesso, è una legge di bilancio che sembra scritta da un ragioniere sotto acido, effettivamente si comprende che Repubblica, per vendere qualche copia, sia ricorsa all’eterno binomio sesso-potere. Si capisce ma fa schifo lo stesso.

E speriamo almeno che sia scampato il pericolo di avere come consigliere rai l’autore della Prova del cuoco.  O di non doverlo rimpiangere.

Il pensiero squallido della destra italiana


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Un’alta carica della regione Liguria, che non nomino perché mi auguro che il suo nome torni nell’oblio al più presto, ha stigmatizzato il comportamento della sindachessa di centro destra di Savona, rea di aver preso parte a una manifestazione antifascista in una città medaglia d’oro della Resistenza.  Lo ha fatto sulla sua pagina facebook, il da tze bao dei nuovi padroni del paese, con argomenti talmente triviali e capziosi da da suscitare, oltre che rabbia e sdegno,  imbarazzo in chi legge.

Fedele suddita del verbo di Salvini non ha esitato, mostrando una statura morale sul cui livello tutti possono giudicare, ad attaccare chi difende i diritti civili e la Costituzione argomentando riguardo l’omicidio orribile della ragazza sedicenne di Roma e vomitando i soliti, scatologici attacchi contro gli immigrati, facendo, naturalmente di tutt’erba un fascio. Dimenticando per altro da donna, che il novanta per cento dei femminicidi sono compiuti da italiani, parenti, mariti traditi, compagni che non accettano la rottura, ecc., e che il delitto si di Roma si è consumato in un clima di degrado e abbandono per risolvere il quale nella finanziaria del governo in cui si riconosce, non c’è scritta una riga.

Lo stesso genio della politica, tempo fa, durante una manifestazione di Libera contro la mafia, aveva lasciato il corteo sdegnata perché dagli altoparlanti si suonava Bella ciao, canzone secondo lei di parte. Qui non è questione di fascismo, ma di pura stupidità.

A me non preoccupa il fascismo. Il fascismo erano assalti vigliacchi nel cuore della notte nelle case dei contadini, violenze consumate sempre e comunque in cinquanta contro uno, omicidi brutali, la violenza come strumento politico al servizio della grande borghesia, la viltà come metodo. Il fascismo era guidato da un voltagabbana che aveva tradito ogni bandiera, un narcisista patologico amorale e immorale ma dotato, indubbiamente, della capacità di sentire l odore del vento e di cavalcarlo. Il fascismo godeva dell’appoggio delle forze dell’ordine e di quelli che oggi chiamiamo poteri forti. Non tornerà, perché persino gli italiani di oggi non lo tollererebbero e perché il fascismo aveva dietro un pensiero, per quanto spregevole e abietto, che questa destra non ha.

Ecco, non mi spaventa il fascismo ma il pensiero squallido e opportunista dei ras della destra, scusate l’improprio termine del ventennio, anzi il non pensiero, che supera il concetto di pensiero liquido e diventa pensiero volatile, cangiante, un pensiero per ogni stagione e per ogni sussulto dello stomaco della gente.

Non temo il fascismo, temo il crollo delle istituzioni, quando rappresentate da individui come quella sopra descritta e il caos, temo la scomparsa della politica a scapito della sete di potere di pochi, temo l’ignoranza e la cecità di quel popolo che, lungi dall’essere sovrano, ammesso che lo sia mai stato, non è mai stato schiavo come da vent’anni a questa parte.

E il Pd? Chiederebbe a questo punto il solito cinquestelle imbelle. Al Pd basterebbe togliersi dai piedi Renzi e i renziani, che forse hanno .pagato e continuano a pagare un prezzo troppo alto per il loro reale demerito ma che hanno ormai rotto le palle a tutti, a destra e sinistra; tolti di mezzo loro, ormai improponibili, basterebbe mettere alla guida del partito un normodotato per riguadagnare quel venti, ventiquattro per cento di consensi storici della sinistra e fare un’opposizione sensata e puntuale. Già fare opposizione, sarebbe una novità.

Certo è che ci vorranno anni per riportare questo paese a un livello accettabile di dignità civile, per ripulire le ferite lasciate da una classe politica che non è tale, piuttosto un manipolo per metà di idioti ( non per questo meno colpevoli) e per metà di razzisti e disonesti al soldo della grande borghesia italiana, la palla al piede di questo pase.

Certo è che prima che si possa ricominciare, bisognerà ancora toccare parecchi fondi.

Il consenso di cui gode Salvini, l’alfiere del non pensiero, è lo specchio del non pensiero della gente, disacculturata, disinformata ad arte, indifferente e capace di guardare solo un metro davanti ai suoi occhi, di lato è già troppo. E’ così che ragiona la destra italiana postfascista ed è così che sta portando il paese alla rovina.

Agli ex compagni che trovano nei provvedimenti del governo accenni di politica sociale  anti sistema (ma dai! Questi sono i servi del Sistema) oltre a consigliare  una ripulita agli occhiali  dalle illusioni senili, vorrei ricordare che sostenendo questo governo sostengono anche individui come quella che ha stigmatizzato una manifestazione antirazzista, che sostengono il razzismo , la liberalizzazione delle armi, ecc. Perché, cari compagni, o si sta da una parte o dall’altra, non esistono distinguo in politica.

Io, personalmente, sto sempre dalla stessa.

Lettera al ministro Bussetti: sulla scuola e il suo senso.


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Egre.gio Ministro Bussetti.

finora si era tenuto distante dalle esternazioni demenziali dei suoi sodali di governo e aveva mantenuto un apprezzabile basso profilo, da persona di scuola qual è.

Mi ha quindi lasciato basito la sua affermazione  riguardo al fatto che a scuola non si deve fare politica.

Lei è laureato in Educazione fisica, quindi non la tedierò con affermazioni filosofiche né perderò tempo a spiegarle che la sua affermazione è politica e invita la Scuola a  prendere una posizione politica. 

Io credo sia importante, oggi più che mai, usare le parole nel modo giusto, restituirgli la dignità che meritano, perché noi siamo le parole che diciamo e la forma è sostanza.

Se lei voleva dire che non si devono plagiare né indirizzare i ragazzi verso una determinata fazione politica, sono d’accordo; personalmente non amo vedere i bambini alle manifestazioni. Ma quello non è fare politica, è svolgere male il proprio lavoro, non essere professionali ed essere irresponsabili, esattamente come sono irresponsabili, poco professionali e inetti molti dei suoi sodali al governo.

In caso non intendesse questo, la invito a rimettere il suo mandato, perché non sa cosa significa fare scuola.

Se c’è un ambito in cui si “fa” politica, nel quale il dettato costituzionale diventa prassi, è la scuola e se la scuola non si immerge nella realtà con spirito attento e critico, perde il suo significato e la sua funzione sociale. Se dovessimo limitarci a tramettere nozioni e non valori, sarebbe sufficiente wikipedia, quella su cui si sono acculturati, con esiti a dire il vero imbarazzanti, molti dei suoi colleghi di governo.

Un insegnante deve formare teste pensanti, pensanti con la propria mente, giovani uomini e donne in grado di esercitare lo spirito critico e fornire un contributo attivo alla società. Per fare questo la scuola non può esimersi dal “fare” politica.

Come si può spiegare, secondo lei, il novecento senza la contrapposizione tra capitalismo e comunismo? Come si può parlare dei Promessi sposi senza illustrare la situazione politica dell’Italia  nel seicento e al tempo di Manzoni? Oppure pensa che si debbano saltare fascismo e nazismo, le lotte operaie, la Resistenza?  La libertà d’insegnamento prevede che si possa scegliere quali parti del programma svolgere e quali no, su cosa soffermarsi di più e su cosa di meno e fare sì che questo processo non venga svolto sulla falsariga di quello che fanno i nostri quotidiani, disonestamente e dilettantisticamente, dipende dalla professionalità degli insegnanti, che è altra cosa rispetto al ruolo della scuola. Inoltre, nel corso della loro carriera scolastica, i ragazzi incontreranno insegnanti con opinioni diverse e potranno così valutare, riflettere, criticare o trovarsi d’accordo. Il pensiero unico a scuola costituisce ossimoro.

Comincia  a rendersi conto dell’enorme bestialità che ha detto?

Ministro, le parole sono importanti, pesano come sassi, restano nella memoria, la gente oggi le ripete come un mantra. La scuola non ha bisogno di legacci, di ulteriori pressioni. Ha letto le statistiche sul fallimento della scuola come ascensore sociale? Io vado oltre: la scuola sta fallendo, punto e basta. Non riusciamo più a far fronte a una situazione sociale devastata, all’ignoranza dilagante, alla mancanza di una politica culturale seria, alla tv spazzatura e alla manipolazione delle informazioni. E mi viene a dire che non devo fare politica? Invece di spingere per potenziare i servizi sociali, aumentare i fondi d’Istituto, firmare il nuovo contratto, rivedere i programmi, assumere uno psicologo in ogni scuola per far fronte a una vera emergenza sociale, mettere in sicurezza gli edifici, lei se ne esce con queste bella pensata?

Non ho mai fatto mistero delle mie opinioni ai ragazzi, dicendo che erano mie, mutuate dalla mia personale storia, dai miei studi, dal mio percorso di vita e che non erano per questo giuste, solo personali. Dico anche loro di parlare con i genitori, di confrontarsi sulle cose che accadono, di leggere il più possibile,  soprattutto di documentarsi perché, come ho imparato dalla mia splendida maestra il primo giorno di scuola, “ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”. (E’ Brecht, lo aboliamo?). Non credo per questo di essere un cattivo insegnante, cerco di svolgere al meglio il mio lavoro, per cui sono pagato poco e male, e se ci riesco, saranno i ragazzi a dirlo. Per me conta solo il loro giudizio. perché è per loro che lavoro.

La scuola dovrebbe essere una palestra della mente, una terra di nessuno al di fuori del vociare quotidiano dove si insegna a decifrare le voci del mondo, a esercitare il libero arbitrio, a stare insieme e ad ascoltare cosa ha da dire l’altro. Dove si insegna a cooperare e a riconoscere noi stessi nell’altro, di qualunque colore sia e forse è questo a dare fastidio ai suoi colleghi.

Il tipo di scuola che avete in mente voi non è apolitica, cosa impossibile, è monocolore: ci ha provato Giovanni Gentile, il più brillante dei nostri filosofi del novecento, che ha pagato di persona l’aver provato a fare del pensiero prassi. Era una scuola orribile quella gentiliana,, classista, escludente, tetra, abbastanza simile a quella uscita dalla riforma renziana, con il potere in mano a uno a scapito della collegialità, la premialità per chi lavora tanto e gratis e fa quello che dice il capo, ecc.  Eppure, anche quella riforma balorda, conteneva del buono, eppure, al vostro confronto, Faraone, che l’ha scritta (malissimo), si staglia come un gigante.

Lasciateci lavorare in pace, Ministro, non nominateci: lasciateci ancora uno straccio d’illusione di servire a qualcosa. Lasciate che la scuola resti una terrà di nessuno, dove il confronto sia civile e sereno, al contrario della canea quotidiana a cui siete abituati. Tanto le promesse elettorali sono già lettera morta, come sempre.

Ma riflettete sul fatto che oggi la scuola funziona solo per i ricchi: è il tradimento più doloroso della Costituzione, è il risultato finale del saccheggio continuo fatto ai nostri danni  in questi anni, è un deficit di civiltà e spiega  molto di questo paese.

Per favore, torni a mantenere il suo basso profilo da burocrate e,se non ha nulla da dire, taccia. Ma tenga conto che anche quella è una decisione politica.