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Segnali di fumo (viziato)


Monsignor Rigon ieri, all’apertura dell’anno giudiziario ecclesiastico, ha affermato che “l’omosessualità è un problema da estirpare con la psicoterapia ai primi sintomi”.

Mi aspettavo che una affermazione talmente fuori dal tempo, talmente distante da quello che afferma l’OMS,  che l’omosessualità non è una patologia né fisica né psicologica, così evidentemente razzista, avrebbe occupato le prime pagine dei giornali e  suscitato commenti sdegnati e polemiche. Invece nulla, il silenzio più totale. Evidentemente, con elezioni che incombono e un clima politico torbido e imprevedibile, nessuno vuole andare a disturbare il Vaticano, che potrebbe rappresentare, in caso di elezioni, l’elemento decisivo per far pendere la bilancia da un lato o dall’altro.

Ma io, seguendo la massima che a pensar male, spesso, si indovina, ho la mia opinione su questa esternazione fuori dalle righe dell’alto prelato. Parliamoci chiaro: la gerarchia cattolica, lasciando da parte il pontefice che, come è noto, è fuori dalla gestione politica della Chiesa, è fortemente sbilanciata a destra; Comunione e Liberazione e la Compagnia delle opere, la sua estensione imprenditoriale, sono organiche a questo esecutivo o comunque a una gestione del potere che contempli strumenti e modi di questo esecutivo, un divorzio dal re nano, dopo anni di di scambi di amorosi sensi, sarebbe impensabile. Come risolvere però l’attuale impasse, che vede il premier impastoiato in una storia che con i dettami evangelici ha ben poco a che fare? Semplice, l’antico gioco del dot ut des, la logica del compromesso in nome dell’unità cattolica, la solita vecchia, cara ipocrisia che riprende a fumare dai camini di Roma.

Ha cominciato il governo, tagliando i fondi a tutte le scuole tranne quelle private, in massima parte cattoliche. Giorni fa, ha deliberato un aumento dei biglietti del cinema che esclude quelli parrocchiali. Ieri Mons. Rigon ha alzato il tiro, ricordando al governo (e ammonendo la sinistra, perchè non si sa mai, imperscrutabili sono le vie del Signore) che non accetterà leggi sulle coppie gay e che mal tollererebbe anche l’inserimento nel codice penale dell’aggravante per motivi razziali nei confronti delle aggressioni verso omosessuali, provvedimento già deprecato dal ministro delle (dis)Pari Opportunità .

Aspettiamoci altre esternazioni, attacchi alla legge sull’aborto, ad esempio, o la richiesta di fondi ulteriori per le scuole cattoliche, o una manifesta irritazione per la costruzione di moschee, che non viene mai espressa ufficialmente ma localmente sì, da bravi soldatini disposti sempre a ubbidire e a animare le folle di bravi credenti facendo leva sul loro razzismo.

La Chiesa ha il coltello dalla parte del manico, chiunque vinca, comunque spiri il vento: in un paese diviso a metà può tranquillamente costringere l’una e l’altra parte a scendere a compromessi, può tranquillamente gettare sul piatto della bilancia quanto più le preme. La sinistra ha già dato ampi segnali di pronazione, in questo senso: non si parla più di leggi sulle coppie di  fatto anzi, siamo arrivati a una grottesca svolta moralista e neo bigotta su cui ci  sarebbe da sbellicarsi se non rappresentasse un tragico esempio di incapacità di proporre una politica nuova con nuovi valori. La destra risponderà presto, lo vedremo nei prossimi giorni, ammiccando e dando di gomito, come ha sempre fatto in questi anni. La dimostrazione che la mafia, l’atteggiamento mafioso, quello connotato dai messaggi occulti e traversali, è organico agli italiani, è presente nel loro Dna e dovrebbe avere un marchio D.O.C., come la pizza, il vino e il pesto.

Da credente, da cattolico, provo un senso crescente di nausea a vedere quanto la Chiesa sia ormai sempre meno quello del Vangelo, sempre più quella dei Farisei. Questa schizofrenia non è più tollerabile, il missionario e Bertone non possono più appartenere allo stesso organismo, padre Zanotelli e Formigoni non hanno nulla in comune, appartengono a due mondi diversi, a due Weltanschaung  opposte che non possono essere conciliate. La gerarchia vaticana sta ridicolizzando e vanificando la dottrina sociale della Chiesa, sta cancellando l’operato di pontefici diversi ma illuminati, come Papa Giovanni e Paolo VI. Con Woityla, abbiamo assistito a un apparente trionfo della Chiesa in realtà a un suo progressivo arretramento su posizioni reazionarie, razziste, autoreferenziali e assolutamente fuori dal tempo e dal mondo.

Beatificare il franchista fondatore dell’Opus dei, invece di Monsignor Romero, morto in articulo dei per aver difeso i campesinos dalle malefatte degli americani, significa fare una scelta di campo che non può appartenere a chi  crede che il messaggio evangelico sia ancora oggi più rivoluzionario di quello di Marx, a chi pensa che le istanze di quella che un tempo era la sinistra fossero molto più vicine a Cristo di quelle della Democrazia cristiana di Andreotti, a chi, nella sua vita quotidiana, mette a frutto quei valori di solidarietà, abnegazione, apertura all’altro, operosità che sono, dovrebbero essere, il cuore del messaggio cattolico.

Dunque sono i cattolici di base, quelli fuori dalle sette come Cl, quelli che quotidianamente si impegnano per una società migliore e più giusta a dover alzare la voce, a dover pretendere un rinnovamento della gerarchia vaticana in nome di una questione morale che non può più essere ignorata né rimandata. Altrimenti sarà inevitabile, secondo me ci si sta avvicinando a passi da gigante, un nuovo, dolorosissimo scisma. E non ci vuole certo Nostradamus a prevederlo, visto come vanno le cose.

Scrivo queste righe con grande amarezza, sono di quei cattolici che ogni volta che il Pontefice parla si aspettano che  dica “qualcosa da papa”, sperano che con un colpo di coda cancelli le troppe ombre che si addensano sul Vaticano. Dio c’entra poco con la Chiesa di Roma, ne è fuori, Dio è con i drogati di Don Gallo, nelle baracche con padre Zanotelli, con tutti i sacerdoti sconosciuti che si battono ogni giorno contro la mafia, contro la violenza, contro ogni intolleranza, che non molestano i bambini ma collaborano a farli diventare persone migliori di noi. 

Prendiamo atto che, ancora una volta, Barabba è libero ma, per favore, almeno non nominate invano il nome di Dio, quando dovete  dire e fare le vostre porcherie.

Al servizio di sua maestà


Se il ministro della (d)istruzione mettesse la metà dell’ardore che è solito usare per difendere il re nano anche quando è palesemente indifendibile, per curare gli affari del ministero che dovrebbe dirigere, probabilmente avremmo una scuola e una università  migliori di quelle che abbiamo.

Per altro, seppure lo zelo con cui svolge il proprio compito di brava cortigiana è ammirevole lo stesso non si può dire della lucidità delle sue argomentazioni. Liquidare infatti come “poche radical chic” le centinaia di migliaia di donne scese in piazza domenica scorsa è improprio semanticamente e falso oggettivamente. “Radical chic” è un termine inventato dallo scrittore statunitense Tom Wolfe (straordinario, leggete almeno “Il falò delle vanità”) per designare quell’intellighenzia liberal che flirtava distrattamente con l’ala più radicale del movimento di liberazione  dei neri. Dunque è una connotazione politica, impropria nel caso specifico in quanto domenica scorsa erano state espressamente messe al bando tutte le insegne politiche e alla manifestazione ha partecipato una folla politicamente eterogenea. Quanto al fatto che il rinvio a giudizio del premier viola la volontà dell’elettorato, qui siamo di fronte a una stupidaggine giuridica e a una menzogna. La stupidaggine giuridica è palese: se anche uno è stato eletto ma poi si macchia di reati gravi, la magistratura ha il dovere di agire. L’elezione, anche se molti sembrano pensare il contrario, non pone al di sopra del bene e del male. Il secondo dato di fatto, la bugia, sta nel considerare come immutabili i dati che hanno portato al trionfo personale del re nano a suo tempo. Ma poiché chi di sondaggi ferisce di sondaggi perisce, sono proprio i sondaggi di questi giorni a confermarci che la volontà dell’elettorato è cambiata e il re nano non è più gradito.

Chiosa personale: a mio parere, è inopportuno che un ministro delegato ad amministrare l’istruzione in un paese civile, dunque anche l’educazione civica, difenda pubblicamente un presunto sfruttatore di minorenni e attacchi quella magistratura e quelle leggi che sono il fondamento della civitas, la base su cui poggiano quei principi di uguaglianza e solidarietà che il ministro invita a spiegare agli alunni nelle aule del regno. E’ un po’ come se la Chiesa difendesse un pluridivorziato accusato di aver consumato rapporti sessuali a pagamento con una meretrice minorenne.

Due giorni fa ho visto il futuro della scuola, anzi ho visto il presente delle scuole europee e americane e il lontano, remoto futuro della nostra.  In Inghilterra, il governo ha fatto installare lavagne elettroniche multimediali in tutte le scuole e computer per tutti gli alunni, in tutte le scuole statali, of course. Negli Stati Uniti, addirittura, ci sono installazioni simili nei supermercati, così i ragazzi possono studiare mentre la mamma fa la spesa. Ho visto applicazioni multimediali per cellulari, la possibilità di seguire online i ragazzi da casa, durante i compiti, ecc.ecc. Software fantastici che accompagnano il ragazzo nell’apprendimento e facilitano il compìto degli insegnanti. 

Una rivoluzione nel concetto di  istruzione. non più l’insegnante che somministra il sapere, ma il ragazzo che apprende autonomamente, che si istruisce e l’insegnante che lo aiuta in questo compito.

Auto apprendimento con l’insostituibile apporto del fattore umano. Una nuova scuola. Insomma, ho visto cose che voi umani italiani non avete mai osato pensare.

Fantascienza? No. realtà. Fantascienza per il nostro paese, dove a scuola manca carta igienica e carta per lo fotocopiatrici, dove i computer sono obsoleti anche quando sono nuovi, dove gli edifici sono fatiscenti, dove il ministero sembra preoccuparsi più di creare una guerra fra poveri (insegnanti) che di avviare una rivoluzione tecnologica che cambi la scuola per portarla a livelli europei.

Provo rabbia a ripensare a quello che ho visto perché sono convinto che con quella tecnologia, gli insegnanti italiani, dalle elementari all’università, riuscirebbero a fare una rivoluzione del sapere, a perdere molti meno ragazzi per strada, a preparare meglio e in modo molto più efficace. Rabbia per la cecità di una amministrazione pubblica inesistente, preoccupata solo di sanzionare chi si ammala e di premiare chi china la testa, sempre presente quando si tratta di abbassare la scure, sempre assente quando è il momento di ripianare i debiti e investire per il futuro. Che il ministro negli ultimi mesi abbia alzato la voce più per difendere il padrone che per parlare seriamente di scuola, spiega più di tanti discorsi lo stato miserando in cui versa la scuola italiana.

Sono le contraddizioni di un governo che non sa neppure decidere se festeggiare i centocinquant’anni di unità, dove in Francia, Germania o Inghilterra si trasformerebbe la ricorrenza in un evento epocale.

Anni fa i miei alunni, in un film girato a scuola, ripetevano in coro: “Un paese senza memoria è un paese senza storia”. Sarebbe uno slogan ideale per l’Italia di questi ultimi anni.

Concludo dicendo che se un insegnante non fa il proprio dovere viene pesantemente sanzionato, secondo le nuove norme disciplinari introdotte dal secondo nano per i dipendenti statali, mi chiedo se questo principio valga anche per i ministri.  Perché da noi la legge è uguale per tutti, no?

Di bacchettoni, sputi, picchiatori e dignità


Per un volta mi trovo in parziale disaccordo con l’ottimo Massimo Fini che sul Fatto quotidiano parla degli errori di mira della sinistra, che, sulla vicenda delle feste di Arcore, ha concentrato il fuoco sulla questione morale eludendo l’unico dato penalmente rilevante: la telefonata in questura per chiedere il rilascio di Ruby, la concussione esercitata dal presidente del consiglio.

Che la sinistra abbia sbagliato mira, non c’è dubbio: lo fa da anni. Che faccia ridere sentire disquisire di morale persone che in gioventù hanno predicato il libero amore, donne che marciavano al grido di “Il corpo è mio e lo gestisco io”, ecc. è un dato di fatto,  non perchè queste persone siano o siano state immora, ma perché  tanto si sno battute contro una certa morale. Perfino un essere  come Giuliano Ferrara, può beffeggiare, solo in apparenza, con qualche ragione i compagni che ha tradito.  Ma un punto dell’articolo mi trova in totale disaccordo: quando Fini dice che ci sono diciassettenni sessualmente attive che dimostrano molti anni in più e che non si chiede la carta d’identità prima di andare a letto con una ragazza. Sarebbe il caso, dice il giornalista, di rivedere le leggi riguardanti i reati sessuali con minorenni. No, egregio dott. Fini, per quanto la stimi e sia un suo assiduo lettore, questo proprio non va. Perché a diciassette anni una ragazza potrà anche apparire più grande, con un pò di trucco, potrà anche consumare rapporti sessuali, ma resta una ragazzina. I ragazzi oggi maturano fisicamente prima, sono più belli e più prestanti ma mentalmente, mostrano sempre la loro età. Sono dunque facilmente plagiabili, specie se, come Ruby, hanno storie travagliate alle spalle. Aggiunga alla naturale curiosità per il sesso della gioventù il miraggio del benessere economico, dell’automobile, di tutto quello che le sue coetanee possono sognare, e il plagio è bell’e consumato.  In ogni caso, la legge al momento è quella in vigore e l’ignoranza della legge non è una attenuante.

A mio avviso, ci sono altri fatti per cui il comportamento del premier va stigmatizzato. In primis, la ricattabilità, evidenziata dalle intercettazioni, provocata dal suo modo di agire, ricattabilità che mette in pericolo la sicurezza dello stato e la stessa credibilità della democrazia nel paese. In secondo luogo, l’assegnazione di cariche pubbliche come regalia in cambio di favori sessuali: questo è sicuramente un reato penale, anche se difficilmente dimostrabile in un’aula di tribunale, me ne rendo conto. In terzo luogo, e anche questo è, a mio parere, un reato, che se non esiste dovrebbe essere introdotto d’urgenza nel codice penale, c’è la sequela di menzogne, bugie, tentativi di rovesciare la verità, calunnie, che il re nano ha messo in moto per difendersi. Ricordo che il presidente Clinton non venne rieletto per una, una singola bugia.

Ma l’errore più grave della sinistra sta nel non sfruttare questo momento di debolezza dell’esecutivo per attaccarlo politicamente, per mostrare pubblicamente gli effetti di anni di malgoverno, per stigmatizzare l’inefficienza dei ministri più importanti, le promesse mancate, le bugie, le difese dell’indifendibile.

Faccio due esempi, tanto per chiarirci. A Milano, una macchina si ferma per la strada, l’autista abbassa il finestrino e sputa su due bambini rom che stanno andando a scuola. Insieme alle vergognose scritte comparse a Roma dopo la morte dei quattro bambini, questo episodio è certamente figlio di un clima di odio alimentato nel paese da una forza importante di governo come la Lega nord. Clima di odio e di razzismo che il presidente del consiglio non si è mai sognato di criticare, di mettere all’indice, di limitare. Anzi, il comportamento suo e dei suoi organi di stampa, ha collaborato a rendere lecita l’espressione dell’odio, l’umiliazione dell’avversario, la denigrazione sistematica di chi è diverso da te. Quegli sputi ai bambini e quelle scritte, moralmente, li hanno tirati e fatte il presidente del consiglio e il capo della della Lega. E, perdonatemi se per una volta eccedo, mi auguro che quegli sputi ricadano per cento volte sull’autore materiale, che da ora cominci per lui una spirale che lo conduca alla rovina: non esistono esseri più spregevoli di quelli che se la prendono con i bambini.

L’altro episodio accade Roma: tre ragazzi chiedono a un coetaneo a una fermata d’autobus se lui è antifascista e, alla sua risposta affermativa, lo pestano fino a mandarlo all’ospedale. E’ ancora il presidente del consiglio ad avere la responsabilità morale dello sdoganamento dell’estrema destra in Italia, sdoganamento che non rientra nel gioco democratico perché, giova ricordarlo ogni tanto, la ricostituzione del partito fascista e implicitamente della ideologia che lo sottende, è vietata dalla costituzione. Quel pestaggio, moralmente, è stato effettuato da lui e dal sindaco Alemanno, che sfoggia croci celtiche  e ha la stessa ritrosia alle dimissioni del suo capo.

Su questo clima di ottusa violenza la sinistra dovrebbe puntare i suoi strali e su tutte le altre malefatte del peggior governo che si ricordi dal 1946 a oggi. Invece andiamo avanti con foto di ragazze discinte, racconti boccacceschi e minacce di foto ancora più piccanti, richiamandoci a valori morali che non hanno più corso legale neppure per una Chiesa che è diventata una holding, una multinazionale che sceglie i suoi alleati in base alle convenienze economiche.

A farne le spese è la dignità delle persone oneste, di chi rispetta le leggi e le fa rispettare, di chi non cerca scorciatoie e va avanti a sacrifici per vedersi poi accomunato, nell’opinione comune dei commentatori stranieri, a una Italia che non gli appartiene. “Italiano” sta diventando sinonimo di “maiale” all’estero, si sta cominciando a pensare che, se la gente non scende in piazza e non protesta contro lo schifo, è perché approva lo stato delle cose. A essere sinceri, comincio a pensarlo anch’io.

Figli di un dio minore


Lo schifo vero di questa politica, la bassezza degli esponenti di questa maggioranza non si vede solo nel coro di servi del satrapo che in questi giorni, ossessivamente, testardamente, stanno cercando di convincere l’opinione pubblica che il sole sorge a occidente, la luna è una palla di formaggio e il premier non è un vecchio porco, né nella stupida , becera, idiota cecità degli elettori del centro destra che continuano a difendere il loro signore e padrone sulla base di non si sa quali fatti concreti e sul principio che in casa propria ognuno fa quel che vuole, anche comprare minorenni, se può e gli aggrada.

Lo schifo vero sono i commenti della “Padania”, il giornalaccio neonazista della Lega, alla notizia dei quattro bambini rom bruciati vivi a Roma, “a causa del sinistro buonismo”, il commento di Tiziana Maiolo, che una volta militava a sinistra e ora sta con i fascisti, che ha elegantemente affermato che “è più facile educare i cani che i rom”, le penose recriminazioni del sindaco Alemanno, che ha basato la propria compagna elettorale sul proposito di “ripulire” Roma dagli stranieri, ha chiesto e ottenuto ampi poteri e non ha fatto nulla.

Lo schifo è nel commento di una mia alunna, che quando ho parlato della notizia ha detto:”Quattro di meno”. Una cosa talmente orribile che non può venire dalla mente di una ragazzina di quattordici anni, ma da qualcuno della sua famiglia sì ed è inaccettabile che si dicano certe cose di fronte a una ragazzina, è inaccettabile che certe cose si pensino e che si cerchi di inculcarle nella testa dei ragazzi. 

La famiglia di quei bambini è stata “sgomberata” 40 volte in dieci anni. “Sgomberare” mi riporta alla mente Johannesburg, le ruspe della polizia sudafricana che abbattevano le baracche dei “cafri”, così chiamavano i neri, senza pietà, senza alcuna considerazione, senza rispetto.  C’è un vice sindaco a Milano, un losco figuro,  che si vanta di aver effettuato 400 sgomberi da quando è salito in carica, un record degno di Botha ( ex presidente razzista del Sud Africa, lo preciso per i leghisti che hanno difficoltà con la storia). Forse non tutti sanno che metà di queste persone che vengono sgomberate, sono minori, forse non tutti sanno che queste persone sono regolari, che il papà dei bambini di Roma è un muratore, non un ladro, non un malfattore, un lavoratore con regolare permesso di soggiorno. I minori in Italia, di qualunque etnia, hanno diritto alla scuola, alla sanità, a tutti i diritti di cui godono i nostri ragazzi. Come si  giustifica il rispetto di questi diritti con gli sgomberi? Ci sono ragazzini e ragazzine che cambiano scuola cinque, sei volte in un anno, come possiamo pensare solo di cominciare un processo di integrazione? Come si giustifica in uno stato di diritto la dichiarata ostilità di molti comuni anche di grandi città che si mostrano dichiaratamente ostili verso le onlus che prestano assistenza ai Rom? Come si giustificano in uno stato di diritto certi cartelli della Lega nord che sembrano ricalcati di pari passo dai cartelli nazisti contro gli ebrei?

Non dimenticate che un pò di tempo fa, la Lega aveva avuto la bella pensata di proporre una legge per schedare tutti i minori rom. Una presunzione di colpevolezza, insomma, in barba a tutte le leggi che riguardano i diritti civili.

Tutti sapevano a Roma che il campo nomadi era a rischio, nessuno ha fatto nulla, nessuno pagherà. Questa è la barbarie vera, lo scandalo vero di quindici anni di governo di destra, questa è la deriva morale di un paese, la pattumiera dove finisce la solidarietà, la morte dell’etica. Gli zingari non piacciono a nessuno, sono una categoria che viene bene da mettere all’indice in una campagna elettorale, un capro espiatorio perfetto. Non importa se sono la minoranza etnica più importante d’Europa e se anche loro sono, come gli ebrei, dei superstiti dell’Olocausto, non importa se il 90% di loro non sono nomadi, se non sono irregolari, se la grande maggioranza lavora onestamente, non importa se tutti i gli esperimenti di integrazione, soprattutto con i minori, hanno avuto risultati incoraggianti. Conta solo che sono vittime perfette da sacrificare alla meschinità, all’egoismo e al razzismo di un popolo ignorante, senza memoria, assuefatto agli slogan, a pessimi programmi televisivi e drogato di un calcio finto e truccato. E allora via, sgomberiamoli, sdradichiamo i bambini rom dal territorio, strappiamoli dalle loro maestre, dai loro compagni, facciamoli sentire senza terra sotto i piedi fin da piccoli, priviamoli di calore umano e poi giù a bastonarli se da grandi delinquono.

Nel  quartiere in cui lavoro, tempo fa, un prete tuonò contro gli zingari. Lo conoscevo, era stato mio collega, scrissi in questo spazio una articolo durissimo. Lo scrissi perché sapevo che i frutti di  quel dissennato intervento li avrei visti crescere a scuola e così è stato. Perché la frase di quella ragazzina esprime il pensiero di molti, lo dico senza ipocrisia, e senza paura di ricevere smentite violente, perché non si può smentire l’evidenza, anche se molti, in questi giorni, lo fanno. Molti, certo, anche nel quartiere, non la pensano così. Spero siano la maggioranza ma, onestamente, non lo so. Il sacerdote è stato allontanato ma i semi avvelenati che ha gettato nel quartiere, evidentemente, hanno attecchito. Piccolo esempio di come un potere grande o piccolo che sia, implica una responsabilità che è sempre grande, che deve essere sempre grande.

Cosa ho risposto alla mia alunna? Ho risposto che l’indifferenza, presto o tardi si paga, che se ne riceve quanta se ne dà, ho risposto che essere indifferenti non è umano, perché gli esseri umani possono sopravvivere solo in società, solo aiutandosi l’uno con l’altro, ho risposto che oggi toccava agli zingari, ma di stare molto attenti, perché domani poteva toccare a loro.

Certo se dopo tre anni una mia alunna concepisce un pensiero così mostruoso, sono stato un pessimo professore, e questo è un cruccio che mi porterò dentro per un bel pò.

Il problema è che non si può combattere i cattivi se chi dovrebbe supportarti nella lotta, dei cattivi fa parte, non si può educare i ragazzi alla legalità se il capo dell’esecutivo non riconosce le leggi dello stato, così è difficile educare i ragazzi contro il razzismo se perfino i sacerdoti fanno, in buona fede, affermazioni razziste. Non è una giustificazione ma solo la desolata accettazione di una realtà che sta diventando sempre più cupa, sempre più sinistra, sempre più carica di nuvole pesanti.

Quando al posto di giovani ragazze discinte e vecchi bavosi senza dignità sulle prime pagine dei giornali tornerà la politica, quella vera e nobile, quella che i problemi dovrebbe risolverli e le tragedie evitarle, forse potremo tornare a sorridere timidamente. Ma non sono per niente ottimista. Quantomeno, non oggi.

Miserabili


Adro e Fossalta di Piave: segnatevi questi nomi, stampateli nella memoria. Rappresentano uno spartiacque, una linea di confine,  sono lo specchio di un paese governato da miserabili che, per fortuna, non sono riusciti ancora a contagiare col loro veleno tutta la popolazione. C’è bisogno di riassumere la storia, in un paese normale occuperebbe le prime pagine dei giornali ma nel nostro, queste sono occupate da articoli dove ci si chiede se salteranno fuori le foto penose e squallide di un vecchietto nudo, penoso e squallido, attorniato da una corte di puttane.

Questa è la piccola storia ignobile: una bambina di quattro anni viene privata della mensa alla scuola materna, per i soliti problemi di mancati pagamenti delle tasse, da un amministratore che in un paese normale sarebbe considerato indegno di ricoprire il suo incarico, con il plauso di una preside che ha confuso la fedeltà alle direttive del ministero con il servilismo più ottuso di fronte al potere. Le maestre della scuola materna si privano a turno del loro pasto per darlo alla bambina e vengono richiamati dall’ignobile preside perché procurerebbero un danno all’erario. Sono certo che l’ineffabile ministro della (d)istruzione interverrà immediatamente con vigore, premiando la prona funzionaria. Un pensionato decide di non far pagare più l’affitto al padre della bambina fino a quando non troverà lavoro e un altro ignoto benefattore offre un blocchetto di buoni pasto che le permetteranno di usufruire della mensa.  La bambina, non è neppure il caso di dirlo, è africana. Il finale alla Frank Capra, non toglie il senso di nausea che si prova di fronte a storie come questa.

Fare la maestra è un lavoro ingrato, duro, mal pagato e difficile. E’ impossibile, per una maestra, mantenere quel minimo di distanza dai suoi alunni per non lasciarsi troppo coinvolgere dai loro problemi, è difficile considerarlo solo un lavoro, è difficile vedere un bambina di quattro anni piangere perchè non può stare con le sue amiche, non può mangiare e non fare nulla. Quelle tre maestre non sono una rara avis, lo spirito di servizio nella categoria è altissimo, l’impegno profuso per cercare di insegnare ai bambini i valori di solidarietà, uguaglianza e rispetto è costante, la creatività e la capacità di sperimentare strade sempre nuove, altissime. Si vuole riconoscere il merito? bene, si cominci a dare uno stipendio decente alle maestre italiane, si ritiri la norma sul maestro unico, si reinserisca il tempo piano. Altrimenti, si abbia il buon gusto di tacere. 

La scuola italiana è un presidio civile, un forte assediato da più parti dove testardamente ci si ostina a voler dare una possibilità a chi verrà rifiutato, a far sentire uguale chi per tutta la vita si sentirà diverso, a dare una speranza a chi la speranza la perderà. Le maestre sono il primo, fondamentale tassello nel percorso formativo di un ragazzo, sono l’imprinting, creatrici di input fondamentali perché quel ragazzo diventi una persona onesta. I  bambini di quella scuola materna, forse, grazie alle loro maestre, saranno persone diverse dalla loro dirigente e dal loro sindaco.

E’ l’unico dato positivo di una vicenda squallida, miserabile, oscena nella sua spietata coerenza con quello che questo paese sta vivendo.  Siamo all’azzeramento delle regole della convivenza civile, alla totale cancellazione della parola “solidarietà” dal vocabolario politico del nostro paese. Non sono casi isolati, non illudiamoci: dove governa la Lega episodi di questo genere sono all’ordine del giorno. Certo, non colpiscono direttamente i bambini e non occupano le prime pagine dei giornali  ma i continui abusi comminati ai danni degli extracomunitari non sono meno gravi, non dovrebbero toccare meno la nostra coscienza. Non sono casi isolati e proseguono la linea di nefandezze che passa dalle risate sul terremoto dell’Aquila, allo scandalo della protezione civile , dalla spazzatura di Napoli alla cementificazione del paese, da un finto federalismo che servirà solo a farci pagare più tasse alle leggi  ad personam, in un crescendo rossiniano di nefandezze, corruzione, abusi. Chi si allea con i miserabili, non può che essere fatto della stessa pasta. Se i leghisti puliti sono questi, figuriamoci quando scopriremo quelli sporchi.

Il governo dei miserabili è anche lo specchio di una sinistra che, più che fare la bocca a cul di gallina davanti a certi episodi o far scrivere nobili, demagogici editoriali di sdegno dai suoi giornalisti, non sa fare. Come non esiste un piano per la scuola a sinistra, non esiste neppure un piano per l’immigrazione, una proposta di legge umana che possa prendere il posto di quell’abominio che è la Bossi- Fini. Non sentiamo neanche più parlare di diritto di voto per gli stranieri, semplice provvedimento che impedirebbe ai miserabili di vessare questi poveracci, nel timore di dover alzare il culo dalla sedia che occupano indegnamente.

Per fortuna c’è ancora la gente ma la gente deve capire che l’atto di pietà estemporaneo, seppure nobile, a nulla serve, se non a mettere in pace la coscienza del singolo. La solidarietà è un esercizio quotidiano, una pratica di abluzione della mente e dello spirito che deve diventare istintiva come l’abluzione del corpo. Altrimenti i mostri prenderanno il sopravvento e la ragione scivolerà in un inesorabile letargo.

Viviamo in un paese dove 315 servi senza dignità, tra cui i razzisti leghisti, quelli con le mani pulite, hanno firmato un documento in cui fanno passare per verità la menzogna, con un esercizio degno dei funzionari del governo orwelliano. Ma il male non è neppure questo: il male è il consenso che il capo di questa banda di miserabili continua a riscuotere tra la gente comune che tutto giustifica, tutto ritiene lecito. Non nascondiamocelo: molti plaudiranno all’atto di quel sindaco e quella preside che hanno messo la piccola africana al suo posto, molti più di quanto sia lecito pensare, molti più di quanto siano sufficienti a far correre un brivido sulla schiena di chi crede ancora  nei valori civili.

Spero che nessuno dica ancora che la democrazia in questo paese non è in pericolo: è profondamente malata, perché le sta venendo a mancare il suo nutrimento naturale, perché sta assistendo imponente alla devastazione morale di un paese che non ha più onore.

Ricordatevi di Adro e di Fossalto di Piave, ricordatevi dei miserabili e delle brave persone, ricordatevi di loro quando toccherà a voi essere umiliati e offesi.

La fine della scuola


E’ strano che la notizia del rifiuto da parte di numerosissimi collegi docenti di sottoporsi alla sperimentazione della valutazione proposta dal ministro della pubblica (d)istruzione non abbia avuto neppure l’onore di una prima pagina. Una magnifica occasione persa per prendersela con gli insegnanti, forse la categoria più odiata nel nostro paese dopo i politici. Ma si sa, gli insegnanti fanno notizia solo se si fanno palpare o palpano il posteriore agli alunni o se abusano del loro ruolo, se cercano di far valere i propri diritti, non interessano a nessuno.

Ma perché i docenti rifiutano la valutazione?

Bisogna fare un premessa prima di rispondere a questa domanda. La valutazione proposta dal ministro viene effettuata, in base a criteri assolutamente non chiariti e non specificati, da una commissione formata da due docenti eletti dal collegio che hanno la sfiga di essere rispettati dai colleghi ma di non poter essere valutati per il merito, dalla dirigente scolastica e da due rappresentanti dei genitori. Perché i docenti rifiutano la valutazione? Perché non si fidano  della buona fede dei colleghi, perché si fidano ancora meno della buona fede dei dirigenti e non si fidano per nulla della buona fede di alcuni genitori.

La scuola non è un’isola felice, anzi, negli ultimi anni è diventata sempre più un’isola infelice. Rivalità, gelosie, invidie sono all’ordine del giorno nelle aule professori e, spesso, si trasformano in meschine ripicche personali, spiate, delazioni. Non è un ambiente diverso da quello di qualunque altro posto di lavoro. Proprio per questo è assolutamente fuori luogo inserire in questo fantomatico comitato di valutazione degli insegnanti. La valutazione dei colleghi è troppo legata a considerazioni personali, idiosincrasie, antipatie o simpatie per possedere l’obiettività necessaria. Il problema non è,ovviamente, la mancanza di degne persone, ma un principio sbagliato alla radice.

Veniamo ai dirigenti. Da sindacalista ho una naturale antipatia per la categoria che rappresenta la mia controparte e dunque non pretendo di essere minimamente obiettivo. Per la mia esperienza, i dirigenti si dividono in due categorie: quelli inutili e quelli dannosi. Tutte e due le categorie hanno uno scopo comune: evitare problemi e, quando possibile, scaricare le responsabilità sui sottoposti. Non c’è dirigente che non si presenti al collegio docenti affermando di essere “uno di noi”, chiedendo collaborazione e comprensione, lamentandosi assolutamente giustamente degli oneri e delle responsabilità che il governo mette sulle sue spalle. Peccato che omettano tutti un particolare: il loro è un lavoro ben pagato, il nostro no. peccato che quando chiedono solidarietà questa si traduca, spesso, nella richiesta di un supplemento d’impegno da parte dei docenti, ovviamente non retribuito.

Chi lavora nella scuola sa che il collegio deve stare bene attento nelle sue delibere altrimenti si rischia di lavorare più del dovuto, di rinunciare ai propri diritti, di gettarsi la zappa sui piedi perché anche il migliore dei dirigenti è felice quando può affermare: “Il collegio non ha deliberato”.

Non svelo nulla se dico che in ogni scuola il dirigente cerca di crearsi un piccolo nucleo di persone fidate con cui fare muro e cercare, se possibile di dividere i collegi. I clientes sono una vecchia abitudine, nel nostro paese. Purtroppo, bisogna ammetterlo, spesso anche i rappresentanti sindacali che dovrebbero tutelare i diritti dei lavoratori, si inseriscono in questa poco nobile schiera. Ovvio che esistono dirigenti con i quali si può collaborare realmente, stabilire un rapporto di reciproca stima e collaborare al buon andamento della scuola. Non sono purtroppo la maggioranza e comunque, quando il gioco si fa duro, tutti stanno dalla parte del più forte, del Ministero. Vi sono obbligati dal loro ruolo? Vero. Non hanno spazio di manovra né libero arbitrio? Falso. Se tutti gli insegnanti italiani di ogni ordine e grado si limitassero a seguire le norme, le scuole si paralizzerebbero.

Pensate che alla luce di tutto questo i docenti possano accettare di essere valutati dal dirigente con cui magari hanno avuto un alterco il giorno prima della riunione del comitato  che mal tollera le critiche al suo operato? Anche il dirigente migliore non sta in classe durante le lezioni, non conosce il rapporto che si è creato con gli alunni, non ha gli strumenti per fare una valutazione obiettiva.

Stesso discorso per quanto riguarda i genitori che possono basarsi per il loro giudizio sul sentito dire di altri genitori o, peggio, dei ragazzi. Possono certamente valutare la cortesia e la disponibilità al dialogo degli insegnanti, la loro puntualità nell’informarli dei problemi e la capacità di trovare soluzione per risolverli, ma non tutto il resto.

Dunque gli insegnanti sono invalutabili?

No, anzi, saremmo lieti di essere valutati da un’agenzia non governativa, che si occupa solo di questo, che è inserita nel territorio e conosce i problemi dei ragazzi e delle famiglie, che segue quotidianamente il lavoro degli insegnanti sul campo senza interferire. Il mio sindacato è contrario a questo tipo di valutazione all’inglese, io ritengo che sia l’unica accettabile e obiettiva.

In realtà, questa porcheria allestita in modo dilettantistico dal ministero, mira ad alcuni risultati assolutamente chiari: dividere i collegi docenti creando una guerra tra poveri, aumentare il potere dei dirigenti e dei clientes, cancellare quei legami di solidarietà e di comune appartenenza che, nonostante tutto, ancora esistono nelle nostre scuole, dove un giorno ci si accoltella alle spalle ma quello dopo ci si dà ancora un mano. Si vuole sancire insomma la fine della scuola, la sua dissoluzione come presidio sociale, come ente preposto alla diffusione di valori etici e morali che, alla luce di quello che sta accadendo in queste ore, appaiono sempre più obsoleti nella nostra società.

Il rifiuto dei colleghi a farsi valutare, e avrò molto da dire in proposito in sindacato alla prossima riunione, è pura autodifesa, il disperato tentativo di non farsi strappare via anche l’ultimo valore rimasto agli insegnanti italiani (alla maggioranza, almeno): la dignità.

Noi non siamo in vendita, la scuola non è in vendita, se vogliono distruggerci facciano pure, ma senza il nostro permesso.

Naturalmente il ministero, i dirigenti, ecc. scaricheranno su di noi il fallimento della sperimentazione e quello della scuola italiana, con l’avallo di giornalisti che devono essere stati davvero pessimi alunni per mostrare un tale astio nei nostri confronti.

Ai ministri, agli Ichino, ai pontificatori di cazzate e luoghi comuni, ai qualunquisti, a tutti quelli che preferiscono scaricare sugli altri le loro responsabilità, a tutti quelli che pensano che lavoriamo quattro ore al giorno e rubiamo lo stipendio, dico solo questo: a stento, in silenzio, quotidianamente, modestamente, mestamente, rabbiosamente, noi serviamo lo stato, noi, e stiamo diventando gli unici in questo mare di fango, resistiamo.

Mentre Roma brucia…


La situazione in nord Africa non sembra preoccupare minimamente il  nostro ministro degli esteri che, evidentemente, reputa più importante servire fedelmente il piccolo Cesare propagando come prova decisiva quanto già era stato pubblicato dai giornali a proposito della casa a Monte Carlo del presidente della camera. Il Maghreb sta bruciando, è alle porte una vera e propria rivoluzione spinta dalla fame di popolazioni stanche di essere oppresse e portata avanti dalla rete con il suo tam tam digitale, rete che, dopo wikileaks, sta mostrando tutta la sua capacità eversiva, suonando la musica della libertà per chi libero non è. Dovremmo essere un tantino interessati a tutto questo: primo perché il mediterraneo è anche il nostro mare e tutto quello che vi accade ha inevitabili ripercussioni su di noi; secondo perché pensare di rimandare indietro le immani masse di profughi che potrebbero arrivare sulle nostre coste spinti dalla reazione dei dittatori, è disumano, inconcepibile, praticamente impossibile e sarebbe forse necessario approntare un piano che non si riduca a creare  altri  lager, perché tali sono i centri di prima accoglienza; terzo perché l’Italia, insieme all’Europa e agli Stati Uniti ha sempre appoggiato Mubarak e se la svolta fosse rappresentata, Dio non voglia, dalla creazione di una serie di repubbliche islamiche sul modello iraniano, ci ritroveremmo a due passi da casa capi di governo fanatici assetati di vendetta. Ma tutto questo Silvio non lo sa e continua l’unica battaglia di cui gli importi qualcosa: quella per la sua impunità.

Cambiamo scenario. A Napoli, un ragazzo di sedici anni è stato ucciso mentre stava rapinando un supermercato assieme ad un altro giovane. Una notizia che non merita neanche la prima pagina dei giornali, tanto siamo assuefatti, abituati all’idea che a Napoli, i ragazzi muoiono per strada.

E’ successo in quella Napoli dove le primarie del Pd hanno mostrato ancora una volta dilettantismo, approssimazione, incapacità di gestire anche una consultazione interna. Come possiamo pensare che questi possano governare il paese? Non sono neppure capaci di governare sé stessi!

E’ successo in quella Napoli dove sono inquisiti per aver gettato rifiuti tossici in mare, importanti esponenti politici e l’ex vice di Rumentaso alla protezione civile.

Più che le squallide orge di un vecchio, questi due episodi mostrano lo stato penoso del paese. Nessun ideale, nessuna visione che vada oltre il proprio naso, nessuna capacità di incidere, anche dove sarebbe non solo possibile ma doveroso, sullo scenario internazionale, nonostante il millantato e inesistente prestigio del premier, nessuna volontà di risolvere i problemi veri del paese. Nella morte di quel ragazzino c’è il fallimento della scuola, la crisi della famiglia, il dominio assoluto della criminalità organizzata in certe aree del paese, la mancanza di prospettive per i giovani, la latitanza della politica. La morte di quel ragazzino pesa sulla coscienza di un esecutivo corrotto e impegnato solo a restare saldamente ancorato al potere, inetto e colluso, ma anche di una opposizione che invece di richiamare il governo alle proprie responsabilità, invece di inchiodarlo con argomenti puntuali, precisi, inoppugnabili, invece di elencare le mancanze di tutti i suoi esponenti, ministero per ministero, con nome e cognome, sceglie di seguire la strada del moralismo, dello scandalo, della critica sterile. E’ lo sfacelo della nostra società, la dissoluzione lenta e inesorabile dei valori che avevano portato un popolo a combattere contro un invasore spietato e incattivito e a sconfiggerlo con le proprie forze. L’atmosfera da basso impero che si respira in questi giorni non può che condurre a un crollo, a una evoluzione della situazione che, temo, a questo punto non potrà essere indolore per nessuno. Nessuna si illuda che la fine di Berlusconi salverà il paese: il paese è ormai un cumulo di macerie da ricostruire e non vedo, al momento, qualcuno che abbia la forza di farlo.

Come è stato possibile tutto questo? Leggetevi il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Giacomo Leopardi, scritto nel 1824. Per quanto possa sembrare assurdo, il giovanissimo poeta aveva individuato i vizi e le debolezze del nostro popolo con precisione chirurgica: l’assenza di regole, l’amoralità, la tendenza all’autoassoluzione, l’insofferenza verso tutto quello che è società e Stato.  Ci siamo solo illusi di essere cambiati. Cesare Pavese, osservando i fascisti impiccati a Torino, poco dopo la fine della guerra, confidò a Fernanda Pivano: “Ci siamo sbagliati. Non siamo diversi. L’Italia è un paese fascista e resterà sempre tale”.

Io credo che ci siano italiani diversi, persone oneste, persone in grado di cambiare questo degrado che appare irreversibile: bisogna trovare chi gli dia voce, chi restituisca loro una dignità offesa e violata da quanto sta accadendo da quindici anni a questa parte.

Nerone cantava mentre Roma bruciava, Berlusconi canta mentre brucia l’Italia.