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Ministero della pubblica (d)istruzione


 

La pagliacciata della doppia mensilità assegnata, (in via sperimentale), ai “bravi” insegnanti, è solo l’ultimo atto del progressivo e inesorabile smantellamento della scuola pubblica avviato ormai da anni. Noi insegnanti sappiamo già come andrà a finire, se l’esperimento dovesse tramutarsi in legge: a usufruire di questa elemosina governativa saranno i servi, abituati a lambire estremità poco nobili di dirigenti e funzionari per un piatto di lenticchie. Perché la scuola ormai funziona così, come tutto il resto. Quali sono i criteri per cui un insegnante può essere definito “bravo”? Chi decide? Magari il dirigente con cui un insegnante ha battagliato  per settimane per veder riconosciuti i propri diritti? Oppure i genitori, la maggior parte dei quali è corresponsabile del declino della scuola, sempre insofferenti ai consigli e alle convocazioni dei docenti ma sempre pronti ad attaccarli appena ne hanno l’appiglio? Una fantomatica commissione di saggi scelti tra i cortigiani del/della dirigente? Un ispettore ministeriale che nulla conosce della realtà delle singole scuole? Ovviamente, l’etereo ministro che ha il compito di mandare a bagno la scuola pubblica, sorride giuliva e non entra nei particolari. Dopo aver mandato a casa i precari, tagliato i fondi alle scuole, dopo essersi ben guardata dall’attuare quelle riforme strutturali di cui la scuola italiana ha bisogno, dopo aver accettato sempre col sorriso sulle labbra i tagli di Tremonti, ecco che tira fuori dal cappello l’elemosina, l’ultima umiliazione per una classe di lavoratori che da troppi anni si sentono abbandonati dagli inutili ministri che si sono susseguiti alla direzione del ministero, da uno stato che li considera servitori di serie B, da una società che considera la scuola una spiacevole incombenza, una perdita di tempo  nell’era del gratta e vinci, del Grande Fratello, degli X Factor, opportunità di ricchezza senza fatica. Il Grande Fratello ha dimostrato che un rutto in diretta vale più che imparare a memoria un canto di Dante, un peto sommerge Leopardi e Kant. Invece di riqualificare la professione la si umilia, come se i buoni insegnanti fossero talmente pochi da dover essere premiati, come se dal letame della classe insegnanti sorgessero rari diamanti da valorizzare. Un’offesa alla nostra dignità, alla nostra professione, a tutti noi.

Al di là di quello che è evidente e che appare sulle pagine dei giornali, la situazione nelle scuole sta peggiorando di giorno in giorno. Sono sempre più frequenti i casi di dirigenti autocrati, che pretendono di possedere la formula magica per rendere efficienti le scuole, dirigenti asserviti alle segreterie che, avendo in mano i cordoni della borsa, di fatto ,comandano. Dirigenti che dovrebbero svolgere una funzione di coordinamento tra gli insegnanti, essere di supporto, risolvere problemi e invece ne creano ogni giorno di nuovi. Dirigenti capaci di farsi uscire gli occhi fuori dalle orbite per una programmazione scritta senza l’inutile, sovrabbondante, barocco linguaggio tecnico ma badando al sodo e che invece tentennano quando si chiedono interventi disciplinari o (horribile dictu!) fondi per progetti di ampio respiro e di qualificazione degli istituti.  Quello dei dirigenti scolastici, dei criteri con cui vengono assegnati, delle competenze e del ruolo che dovrebbero ricoprire, è un problema irrisolto che incide spesso in modo decisivo sulla qualità dell’offerta formativa. 

La parola d’ordine del ministero sembra essere quella di dare l’apparenza di cambiare tutto per non cambiare nulla.  In molte scuole, con la grande truffa dei recuperi sulle ore di scuola inferiori ai sessanta minuti, gli insegnanti lavorano  un considerevole numero di ore più del dovuto, permettendo ad accorti dirigenti di risparmiare fondi. In altre scuole il Fis, cioè quel poco denaro che dovrebbe andare a finanziare i progetti extracurricolari e le iniziative della scuola mirate al recupero degli alunni più svantaggiati e alla valorizzazione delle eccellenze, va nelle mense, che se in certe realtà sono necessarie, in altre sono assolutamente inutili. La scuola è diventata un circo e gli insegnanti di questo circo sono i clown, costretti a sorbirsi fiumi di parole inutili nei collegi docenti, parole con le quali i dirigenti, partendo dai massimi  sistemi e passando per lodi sperticate al corpo docenti tutto,  arrivano poi puntualmente, inesorabilmente, regolarmente, alla sodomia virtuale.

Sul lavoro degli insegnanti, sulla sua utilità o inutilità, sulla sua qualità, chiunque ritiene di aver voce in capitolo per avanzare critiche, proteste, obiezioni. Dal dirigente che non entra  da anni in un’aula scolastica e non si rende conto dell’ambiente e della realtà in cui opera la scuola, al genitore colto o analfabeta che sia, dai giornalisti (quasi sempre analfabeti) ai politici, tutti a insegnarci il mestiere, tutti a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, tutti a dirci come migliorare l’efficienza e la produttività, orribili termini che andrebbero banditi da ogni scuola. Non parliamo poi dell’orribile genia dei pedadoghi, che per professione parlano di quello che non conoscono o degli psicologhi, che fanno per denaro quello che un amico fa gratis ( non me ne vogliano i pedagoghi e gli psicologi capaci: ce ne sono, per fortuna, molti, ma troppi sono quelli incapaci).

Perchè allora continuare a fare questo lavoro malpagato, vilipeso quando non apertamente disprezzato? Qualche settimana fa a una mia ex alunna, (una scommessa vinta, a suo tempo), che mi chiedeva cosa mi aveva spinto a insegnare, ho risposto, temo annoiandola un pò con la prolissità che mi è solita, in modo articolato, mostrandole onestamente i pro i e i contro di questa professione. Ma ho dimenticato di dirle una cosa, una cosa importante: facciamo questo mestiere, tutti, a tutti i livelli, perché sappiamo  di avere in mano un potere enorme, che solo pochissime altre professioni possono vantare, quello di poter fare la differenza. Una maestra può restituire il sorriso a un bambino e fargli capire che ci sarà sempre qualcuno che lo ascolterà, ridandogli fiducia nel futuro,  un insegnante della scuola media può far cambiare strada a un ragazzo che ha preso una via sbagliata con il suo esempio, con la capacità di ascoltare, a volte con un libro, e così via. Ci sono momenti magici in questo lavoro, quando capisci di essere riuscito nel tuo intento, che ti ripagano di tutti i momenti maledetti in cui ti mettono i bastoni tra le ruote o devi alzare la bandiera bianca della sconfitta. Per quei momenti, per fare la differenza, continuiamo ogni giorno ad entrare in una classe, nonostante la Gelmini e Tremonti, nonostante i dirigenti, le segretarie e i genitori bellicosi. Tutti questi prima o poi passano, noi lavoriamo ogni giorno per seminare e tracciare segni che restano. Nel nostro piccolo, proviamo a formare persone migliori, cittadini pià responsabili, uomini e donne più solidali e consapevoli.  Non ci compreranno con un’elemosina, non ci spingeranno a pugnalarci alla schiena per due lire. Questa gente che pensa di poter comprare tutto, anche la dignità delle persone, dimentica che noi, ogni giorno, insegniamo a nostri ragazzi l’esatto contrario: che non c’è prezzo che possa comprare il rispetto  e la dignità.

Il brodino della democrazia


Dylan, a un certo punto della sua carriera, decise di fare un disco orrendamente brutto per togliersi di torno buona parte dei suoi fans. Non voleva essere l’idolo di una generazione, non voleva essere l’idolo dei diritti civili, voleva solo tornare ad essere un artista libero, senza etichette. Così fece uscire “Self Portrait” che il più grande critico musicale rock del tempo, Greil Marcus, recensì con una sola frase: “ Che è stà merda?”. Il disco è onestamente orribile, anche per un fan sfegatato come il sottoscritto. Passò del tempo e Dylan fece uscire “New Morning”, disco non dei migliori ma che fece gridare al miracolo. Il menestrello era tornato, il disco era un brodino ma il brodino di un genio.

Si può spiegare più o meno allo stesso modo il successo del programma di Fazio.  La trasmissione è onestamente debole e, come tutte le cose nobili, inclina al tedioso. Sa di già sentito, è una amplificazione di temi e argomenti che il conduttore ha già trattato nel suo programma del fine settimana. L’idea degli elenchi poteva andare bene per una puntata, ma allungarla anche per le altre risulta una forzatura, sa di ripetizione. Saviano poi, rispettabile e lodevole nelle sue intenzioni, è un affabulatore pessimo, non ha i tempi giusti, non sa catturare lo spettatore. Le parole sono giuste, ma conta anche il modo in cui si trasmettono. Ieri sera la trasmissione ha avuto punte di grande intensità emotiva con l’intervento di Beppino Englaro e Mina Welby, anche se, personalmente, ho trovato una somiglianza sinistra con la tv del dolore, tanto esecrata sui giornali di sinistra. Beninteso: Englaro e la Welby meritano assoluto rispetto e tutto lo spazio possibile per la loro battaglia e il coraggio con cui hanno affrontato i loro drammi, questo senza se e senza ma. Tuttavia il buonismo di Fazio è stucchevole, gli interventi di alcuni degli altri  lettori di elenchi abbastanza irrilevanti. Su Bersani e Fini non mi dilungo. Un esibizione penosa che speriamo non diventi un’abitudine. Veniva quasi voglia di compatire Berlusconi a sentirli declamare quella sequela di banalità! Bersani ha le qualità oratorie di un bradipo e Fini, beh Fini è sempre un fascista, scusate, ma non ho ancora la capacità di andare oltre la mia educazione.

Perfino Paolo Rossi è stato fiacco. Stranamente frenato, non aveva la verve e la capacità di strappare la risata che gli sono consuete. A risollevare la trasmissione, ancora una volta, un comico: uno straordinario, tagliente, velenosissimo Antonio Albanese che, al contrario del lodatissimo Benigni, ha sempre fatto satira feroce anche in pieno berlusconismo. Satira amara e cattiva, satira rabbiosa, satira vera.

Magnifica in chiusura, l’esibizione dei fratelli Servillo.

Mi è parsa nel complesso  una ripetizione in tono minore della prima puntata. Come si spiega allora il successo dei nove milioni di spettatori?

Si spiega con Self Portrait. Dopo anni di porcherie inguardabili, satira annacquata, servi e ciambellani del potere a fare le loro comparsate, volgarità profusa a piene mani, tette, culi, e annessi  in bella mostra, ballando sotto le stalle e dentro le stalle, grandi fratelli e amichette un pò troppo piccole,mezzogiorno col cuoco, Piazze Italie, isole dei penosi, dopo anni di informazione avvelenata e adulterata, di Rossella e Minzolini, di Santori furiosi e Floris gaudiosi, di striscia la notizia striscia che faccio finta di fare controinformazione e invece sono fedele al re, anche un brodino democratico, educato, buonista e leggero come quello servito da Fazio e Saviano, una rassegna un pò superficiale di valori importanti, una catalogo, molto superficiale, delle porcherie di questo paese che da quindici anni vengono nascoste e taciute, una voce che parla a quelle brave persone che in questo paese esistono, lavorano e si incazzano ogni giorno di fronte allo schifo in mezzo a cui sono costrette a vivere,anche questo brodino abbastanza innocuo, politically correct, appare come un pranzo sontuoso, una portata da grand gourmet, un tartufo da esposizione. Si sente di nuovo l’odore della libertà, l’aria fresca della parola che può vagare libera dalle catene del potere, e si sa che quando quest’odore si spande nell’aria è difficile farlo tornare indietro. 

Viva Fazio e Saviano dunque, che ci restituiscono un pò di fiducia, che ci confortano nella certezza della fine di questa specie di dittatura da burlesque, che inchiodano per un paio d’ore davanti alla tv anche chi, come il sottoscritto, non la guarda quasi mai. Continuo a trovare il programma debole e pieno di difetti, ma il tocco è quello giusto, gli ingredienti anche. Manca solo,   un pò di coraggio in più, il coraggio della zampata che lascia ferite profonde.

Dylan, dopo New Morning, registrò quel grande capolavoro incompiuto e mai pubblicato ufficialmente che furono i “Basement Tapes”, su cui lo stesso Greil Marcus scrisse un libro entusiasta e importante. Speriamo che la Rai torni a produrre, quando la tempesta sarà passata, programmi di alto livello. Speriamo di non restare al brodino, speriamo che i valori della sinistra, se a lei toccherà governare, non siano le minchiate recitate da Bersani. Dopo questa ventata d’aria fresca, sarebbe uno scherzo davvero crudele.

Un paese dalla memoria corta


Partiamo dal programma di Fazio e Saviano. Avevo approntato il video registratore perché convinto che non sarei riuscito a vederlo tutto. Non amo Saviano, pur rispettandolo, e trovo che Fazio, quando va oltre la durata del suo programma di fine settimana, sia potentemente soporifero. Sono riuscito a vedere lo spettacolo fino alla fine solo grazie all’intervento di Benigni, di cui dirò più avanti.

Senza Benigni il programma sarebbe stato francamente inguardabile. Demagogia profusa a piene mani, un inutile monologo di Saviano su Falcone durante il quale, tra l’altro, ha mescolato Sciascia con i mestatori della macchina del fango, interventi di Fazio e dei suoi ospiti civili, corretti e mortalmente noiosi. Un quadrettino politically correct, una rassegna di buoni propositi e ramanzine infantili che riporta alla memoria il catastrofico buonismo di Veltroni. La misura di quanto chi ci governa sia ormai in pieno delirio paranoico, può essere trovata nei ripetuti tentativi di boicottaggio di un programma sostanzialmente innocuo, schierato, forse, ma in modo talmente ingenuo e irrilevante da risultare irritante. Sia nel caso si volesse fare giornalismo di denuncia, sia nel caso si volesse fare intrattenimento intelligente, l’esperimento è fallito. Per altro, sia Saviano, ma questa è una sua abitudine, sia Fazio, hanno accuratamente evitato di fare nomi e cognomi dei responsabili dello sfacelo in cui versa l’Italia, hanno anzi evitato qualunque cenno all’attualità. Non si è parlato né della corruzione, né della protezione (in)civile, né dello sfacelo della scuola, né dell’ipocrisia della politica.  Questo di parlare dei massimi sistemi evitando di entrare nel merito delle questioni, è un antico e mai risolto vizio della sinistra moderata,  che ne ha determinato l’attuale stato comatoso. Quanto all’altra sinistra, quella meno moderata, si è suicidata da sola da tempo. Con la nobiltà d’intenti e con le dichiarazioni scontate di tolleranza e l’amore generico per la libertà, non si fa politica. Si chiacchiera, e basta. Tra la coppia Fazio e  Saviano e uno incazzato per davvero, come Travaglio, passa la stessa distanza che c’era tra Fabio Massimo il Temporeggiatore e Attila. Non è un caso se cinque minuti di Travaglio ad Annozero fanno più paura di tre ore di spettacolo di Fazio. Intendiamoci, Fazio mi è simpatico, è un professionista serio e Che tempo che fa è una trasmissione intelligente e gradevole. E’ certamente una brava persona, di quelle che si indignano e dicono che così non si può andare più avanti. Un pò come il personaggio di Brancati che ogni sera andava a dormire dicendo: “Domani cambio tutto”. Un pò come Bersani.

Veniamo a Benigni. Il suo intervento è stato straordinario, un Benigni in stato di grazia. Come non si vedeva da anni. Appunto. Viene il sospetto che il comico toscano ritrovi la sua vena migliore quando può maramaldeggiare, quando può attaccare senza timore di essere contrattaccato. I suoi interventi televisivi nell’era berlusconiana, non si sono mai distinti per il coraggio, l’acutezza satirica e quel pizzico di poesia che ha mostrato l’altra sera. Il tanto vituperato Beppe Grillo, attaccò i socialisti in modo veemente e chiaro quando erano all’apice del potere, pagando l’oltraggio con un lunghissimo esilio dalla Rai. Il regista Benigni, forse, ha avuto in questi anni la necessità di produrre i suoi film e quindi ha in  qualche modo, certo inconsciamente, frenato la sua esplosiva comicità. Tutti quelli che l’hanno ricoperto di lodi sperticate l’altra sera si sono dimenticati di questo. Dico queste cose con rammarico, perché considero Benigni una straordinaria maschera comica, al pari di Totò, e i comici, a mio parere, dovrebbero essere sempre fustigatori del potere, non solo quando è facile diventarlo. Un comico dovrebbe sempre meritarsi sul campo l’onore di essere sepolto fuori dalle mura.

Ma che questo paese abbia la memoria corta lo dimostra la vicenda dell’uomo che sta decretando la fine dell’attuale esecutivo. Per quindici anni quest’uomo ha appoggiato Berlusconi. Ha firmato una legge iniqua e razzista come la Bossi-Fini, ha appoggiato numerosissime leggi ad personam, era a Genova mentre la polizia massacrava i manifestanti del G8 e nei giorni successivi deve aver avuto una amnesia temporanea  riguardo le regole democratiche che oggi afferma di voler far rispettare, ha tuonato contro i maestri gay e esternato riguardo la statura di grande statista di Mussolini, ai suoi comizi il servizio d’ordine era fornito dai naziskin, ecc.ecc.

Oggi, che con un atto che non si può definire altrimenti se non puro trasformismo, si reinventa paladino della democrazia  e accusa Berlusconi di quelle malefatte di cui è stato complice per quindici anni, ecco che viene salutato come il salvatore della patria e tutti vogliono fare un nuovo governo con lui.

E’ uno straordinario caso di ipocrisia collettiva, uno scurdammece o passato all’ennesima potenza, una follia tutta italiana. Ma il culmine si raggiunge con le profferte che in modo più o meno velato stanno giungendo in questi giorni alla Lega. Il partito più becero, razzista, intollerante, nazistoide del panorama politico italiano, è diventato improvvisamente un partner desiderato, un interlocutore con cui discutere. Discutere di che? Degli immigrati sulla gru a Brescia che disturbano lo shopping delle signore o dei bambini di Adro? Discutere di cosa, discutere perché?  Perché dialogare con chi ha la pretesa di cambiare la storia, con chi vuole condurre il paese a una pericolosa deriva secessionista, con chi usa abitualmente toni da repubblichino, con chi sta violando la costituzione e i diritti civili di migliaia di persone nei paesi che amministra? Penso con orrore al momento in cui si trasformerà in un valido interlocutore anche la Trota.

Il trasformismo è un male tutto italiano, nato all’origine della repubblica e mai guarito, frutto della coscienza collettiva di un paese che non ha memoria storica, che non ha mai chiuso i conti col passato, che non sa rinnovarsi. Se il re nano cadrà non sarà perché ha provocato un decadimento morale e strutturale di questo paese, non sarà perché ha limitato e violato i diritti civili di tutti noi, non sarà perché ha ammorbato l’etere di orribili programmi televisivi funzionali al suo regno, non sarà perché si è dimostrato disposto a tutto pur di mantenere il suo trono, perché è chiaro che di questo, agli italiani, non importa nulla, perché questo, l’opposizione più inutile della storia italiana, non glielo ha mai rimproverato né l’ha mai denunciato con la forza necessaria. Se il re nano cadrà sarà per la sua immensa arroganza e stupidità, per un decadimento mentale che appare ormai innegabile, per un delirio di onnipotenza che non poteva che condurlo a una caduta tanto rovinosa quanto era stata rapida e fulminea la sua ascesa. Ma non cambierà il sistema di potere che ha creato, la rete di servi e lacchè, che troveranno solo altri deretani sui quali espletare la loro funzione, non cambierà la catena di corruzione che stringe il paese in una morsa soffocante, non cambierà l’inconsistenza di una opposizione che appare oggi patetica nel suo tentativo di alzare fuori tempo massimo i toni della polemica politica.

Non ci sarà rinnovamento, perché non è sorta nessuna nuova forza nuova in grado di restituire dignità al nostro paese, di risollevarlo dalla palude maleodorante a cui si è ridotto. Non c’è nessun Obama e nessun papa straniero  che portino parole nuove e idee nuove. Chi paga oggi, gli stranieri, gli operai, i giovani, gli anziani, la povera gente, continuerà a pagare domani, perché i burattinai saranno sempre  gli stessi e a cambiare sarà solo Mangiafuoco, “che comanda e muove i fili” per citare un  artista a me caro a cui per anni hanno impedito di fare dischi, forse perché avevano paura di quello che avrebbe potuto dire. E’ inutile cantare vittoria perché cade un re travicello (venderà cara la pelle, potete giurarci), perché l’unica alternativa possibile è metterne un altro sul trono che, se sarà un pò più furbo, farà mostra di cambiare tutto per non cambiare niente. Il problema, in questo fottuto paese, non è chi siede sul trono, è il trono. Il sistema non funziona più, non è questione di legge elettorale, è questione di rifondare il paese, di creare un nuovo patto sociale, di suturare le ferite gettando calce viva sul passato e costruendo fondamenta democratiche talmente solide che durino nel tempo., che non permettano a un futuro re nano, più furbo e cattivo, di terminare il lavoro che questo ha cominciato.

Ascolto in questi giorni, quasi ossessivamente, i primi dischi di Dylan, editi nella versione originale, in mono, che restituisce ai pezzi il suono con cui sono nati, perso nelle rimasterizzazioni stereofoniche.. Canzoni di una potenza straordinaria, poesie che hanno lasciato il segno, testimonianza di un tempo, breve ma straordinario, in cui gli artisti pronunziavano, cantavano, scrivevano parole pesanti come pietre che lasciavano solchi profondi nelle coscienze. Oggi, le parole si perdono e si confondono in un chiacchiericcio indistinto, sono diventate segnali del nulla, asservite a un potere che cambia abito ma ha sempre lo stesso volto. La caduta del re nano sarà l’inevitabile epilogo di  un capitolo di una storia già scritta ma se qualcuno non arriverà a pronunciare parole realmente nuove, la storia continuerà ancora a lungo, con le sue comparse i suoi protagonisti pronti a scambiarsi i ruoli e a confondere gli spettatori assonnati, pronti ad accondiscendere agli istinti più bassi del pubblico pur di ottenerne il favore. Perché lo spettacolo, anche  se si tratta di una farsa, deve continuare.

Bunga bunga alla scuola pubblica, bunga bunga al futuro


Mentre gli scherani del satiriaco e tascabile sovrano si affannano a relativizzare le sue colpe, invitandoci a considerare un’orgia con minorenni un giusto relax per l’indefesso lavoro svolto dal nostro, il ministro Tremonti, che qualche idiota a sinistra (ahi! quanti ce ne sono, pullulano, pullulano…) si ostina a considerare una persona capace, con un trafiletto di poche righe ripristina i finanziamenti tagliati alla scuola privata mentre continua a mantenere i tagli per la scuola pubblica. Poichè anche la Gelmini dovrà firmare qualcosa, altrimenti si potrebbe pensare che sia un fantoccio messo lì per ripetere meccanicamente quello che gli viene ordinato da Tremonti e dall’altro moralista della coalizione di governo, Brunetta, detto anche trecentoabotta, ecco la sua firma sul decreto per i tagli alle borse di studio.

Ricordate i discorsi sulla scuola moderna, le pagelle elettroniche, l’offerta formativa ampia e disponibile, la meritocrazia di docenti e studenti? Palle, letame, cacca, fumo. Niente di niente.

L’orgiastica compagine di governo, tra una ragazzina e l’altra, aspirando fumi non ben definiti ma certamente euforizzanti, con sadica puntualità, pezzo dopo pezzo, sta distruggendo un sistema scolastico pubblico che, se non eccellente, era quanto meno dignitoso, prima di diventare una fonte di finanziamento dello stato. Con il plauso di varie componenti del tessuto sociale italiano, ovviamente tutti esterni alla scuola. Lo stesso Cacciari, che farnetica di una riforma fondamentale come l’abolizione del valore legale del titolo di studio e plaude alla riforma dell’università, o si è completamente bevuto il cervello a furia di pensare ad astrazioni metafisiche o ha deciso di scordare il passato e diventare il cantore di una borghesia progressista che nel nostro paese non è mai esistita e mai esisterà. In ogni caso, anche lui come tanti altri pontificatori, vive fuori dal mondo, certamente fuori dalle aule della scuola vera, non dell’università dove può pontificare liberamente per chi pende dalle sue labbra.

Si distrugge il futuro dei ragazzi minando alle fondamenta la scuola pubblica ma si distrugge anche il presente  dei ragazzi, propugnando una morale gretta e rivoltante, proponendo modelli e stili di vita corrotti e indecorosi, cancellando dal vocabolario la parola “dignità”. Questo schifoso relativismo morale per cui se uno va con una prostituta a Genova è un reprobo che va additato al pubblico ludibrio e se il presidente del consiglio fa la stessa cosa è un uomo stressato che si rilassa, sta producendo danni inenarrabili e, probabilmente, irrimediabili.

Pensate solo a quanto, in questi quindici anni di governo, la figura femminile sia stata umiliata, diminuita, ridotta a merce seriale di consumo, a oggetto di piacere sempre disponibile e sempre accessibile. Le donne del lider maximo devono essere belle in modo sfacciato, meglio se un pò volgari, affette da ipertrofia della glandola mammaria e ipotrofia cerebrale, bambole gonfiabili viventi, oggetti di consumo. Poi ci stupiamo se aumentano gli stupri, se un padre di famiglia strangola la nipote giovane e bella che non ha voluto cedergli, se lo stalking è un reato ormai diffusissimo. Aberrazioni, certo, ma aberrazioni figlie di un clima, di una temperie culturale soffocante, miasmatica, ferale.

L’altro messaggio che costantemente viene lanciato e ribattuto, è che tutto è lecito per arrivare al successo e che una volta arrivati al successo tutto diventa lecito perché il denaro rende intoccabili.

Le madri che aspirano a una carriera di modella per le figlie, che vorrebbero vederle al Grande fratello, che le sognano veline, sono sempre di più, specie nei quartieri sottoproletari, dove la televisione allontana con i suoi messaggi rassicuranti lo spettro della miseria. La spregiudicatezza, l’amoralità, la mancanza di un progetto di vita, sono delle costanti in molti giovani d’oggi, insieme all’irresponsabilità e all’apatia. Non è più spiegabile tutto con la crisi della famiglia perché le famiglie stanno diventando inermi di fronte al fetore che appesta l’aria, di fronte ai messaggi che passano dai mezzi d’informazione, di fronte allo stile di vita che viene proposto e imposto, pena essere tagliati fuori dalla realtà.

Un recente e magnifico libro di Gianrico Carofiglio ci illumina sulla manomissione delle parole da parte del potere autoritario e sull’impoverimento progressivo della nostra lingua che si sta riducendo a una serie di slogan pubblicitari e di messaggi contraddittori e subliminali. Siamo alla neolingua di Orwell, siamo al Grande Fratello quello vero, il protagonista di quell’atroce  e magnifico libro che è 1984. I nostri ragazzi questa neolingua la stanno imparando, assorbendo, respirando, e i risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di chi vuole vedere.

Un altro libro doloroso e splendido, di Victor Klemperer, un filologo vissuto all’epoca del nazismo, spiega come la manomissione progressiva delle parole, l’uso mirato della lingua da parte del potere, ha contribuito in modo determinante a tracciare la strada che conduce ai lager. Una riflessione illuminante e spaventosa sul potere della parola.

La società italiana è stata infettata da questa gente, contagiata in profondità, un’epidemia di ignoranza, pregiudizio, menzogne, razzismo, violenza e intolleranza, che non potrà che lasciare a lungo segni profondi nella vita quotidiana di tutti noi. La destrutturazione e cancellazione della scuola pubblica, la modificazione del linguaggio, il relativismo morale ormai assurto a norma, rientrano perfettamente nel proposito di creare non solo un popolo di sudditi, come afferma qualcuno, ma peggio, un  popolo di clientes, costretti a mendicare ciò che spetterebbe loro di diritto, costretti a vendersi in cambio di ciò che avevano e hanno perso. Molti di noi clientes non lo saranno mai, ma possiamo in tutta coscienza dire lo stesso dei nostri figli?

Non mi si tacci di moralismo, la mia non è l’invettiva di un bigotto ma piuttosto, si parva licet componere magnis, la sdegnata e livida ira di un Giovenale di fronte allo sfacelo che ormai investe tutto il nostro paese. Non è facile sedersi in cattedra ogni giorno e spiegare ai ragazzi che solo il lavoro duro e i sacrifici portano a ottenere risultati, è quasi impossibile fargli comprendere il primato dell’essere sull’avere. Vedere che si usa il vetusto ma sempre valido metodo di epater le bourgeois per mascherare le porcate vere, le coltellate alle spalle della povera gente, mi provoca a un tempo rabbia, avvilimento e stupore, stupore per un popolo assopito, narcotizzato, rimbambito da un re che non è mai stato così nudo. Ma forse non vogliono alzare lo sguardo per vedere chi hanno messo sul trono. A quelli che si rifiutano di vedere, di ascoltare, di pensare, voglio ricordare le parole di un poeta che tanto ci manca: anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

Consigli per la lettura

Gianrico Carofiglio,  La manomissione delle parole, ed. Rizzoli

Victor Klemperer

LTI, la lingua del terzo Reich. Taccuino di un filologo. ed. Giuntina

Talmente belli e indispensabili che qualsiasi commento non gli renderebbe giustizia.

Mentre il re nano…


Mentre il re nano insulta i gay e si atteggia  a mastro trombatore, la Gelmini taglia i soldi per le borse di studio, alla faccia della meritocrazia (che in realtà è solo un pretesto per pagare ancora meno gli insegnanti) e della scuola di qualità.

Mentre il re nano si sollazza con una minorenne e poi la fa uscire di galera con un atto assolutamente lecito ( in una monarchia assoluta), a Napoli la gente protesta perché vuole vivere e non morire avvelenata, la spazzatura aumenta così come il fetore, nonostante le promesse di Rumentaso, che in televisione, con una faccia da tolla davvero straordinaria e una mancanza di pudore altrettanto notevole, ha vantato come uno dei suoi successi lo sfacelo dell’Aquila. Poi è andato a chiudere un altro centro sportivo abusivo per farsi massaggiare l’organo con cui ragiona.

Mentre il re nano si sollazza con le minorenni, i leghisti minacciano rivolte in caso di un(assolutamente legittimo) governo tecnico e nessuno dice una parola.  E poi ci stupiamo del fatto che la criminalità organizzata governa indisturbata! Se un coglione può dire impunemente che fa una rivoluzione perché  gli tolgono la poltrona da sotto il culetto, figuratevi quelli cattivi davvero!

Mentre il re nano organizza orge (pare) con hascisc e marijuana di contorno, un paio dei suoi servi insultano gli omosessuali paragonandoli prima agli evasori fiscali, tacciandoli di immoralità, ecc. Certo che davanti alla statura etica del re nano e dei suoi servitori, ci si può solo inchinare…

Mentre il re nano mette nei guai questori e poliziotti che hanno confuso lo spirito di servizio con l’ossequio al sovrano, si mette a tacere quel piccolo affare delle case in quella tale isola a cui l’Italia ha azzerato il debito mentre non ha azzerato una cippa a paesi dove i bambini muoiono di fame. Perché il re nano è un porco, corrotto, ladro e forse peggio, ma non commettete l’errore di pensare che sia stupido.

Mentre il re nano si vanta delle sue conquiste e crede che regalare cinquemila euro a una donna non significhi pagarla, non si parla più di lodo, di crisi economica, di disoccupazione, di Marchionne, di cassa integrazione, ecc.ecc. Perché è la gnocca, l’oppio dei popoli.

Mentre il re nano passa dalla donna oggetto alla donna merce, prodotta in serie, disponibile, accessoriata, vera bambola gonfiabile vivente, le donne ministro di questo governo tacciono, tacciono, tacciono…e non si dimettono schifate…mah!

Due considerazioni finali:

1) Mi vergogno di essere italiano. Provo imbarazzo verso mia moglie, le mie colleghe, le mie amiche, le mie alunne,  pensando al concetto di donna che oggi è moneta corrente nel nostro paese. Mi vergogno di essere un uomo italiano.

2) Se penso che con le mie tasse pago il suo stipendio, mi taglierei le palle.

E’ di Aldo Busi, purtroppo non è mia, la sottoscrivo senza remore.

Classi differenziali e politici miserabili


Ha cominciato un professore di conservatorio e proseguito un onorevole leghista. Se tanto mi dà tanto, siamo ai ballons d’essais, strumento consolidato della politica di questo governo, che fanno da anticamera a una proposta di legge. Mi riferisco all’ignobile proposta di classi differenziali per gli alunni handicappati.

Mi è capitato solo una volta di perdere la calma di fronte a un genitore, quando una signora, riferendosi a un alunno disabile che era in classe con la figlia, affermò che “quelli lì dovrebbero metterli in classi a parte, non con i ragazzi normali”. Sorvolando sul concetto di “normalità” che male si adatta a quel microcosmo festosamente folle che è una classe scolastica di adolescenti, le risposi, lo ammetto, gridando, oggi sarei sanzionabile, che se c’è qualcosa di cui la scuola italiana può ancora andare fiera è l’integrazione degli alunni disabili.

Il lato veramente avvilente di questo problema è che i ragazzi non fanno alcuna differenza, accettano la disabilità di alcuni compagni, in qualche modo non la notano neppure dopo qualche giorno. Più volte ho assistito a manifestazioni di affetto commoventi e spontanee verso alunni disabili da parte dei compagni che rientravano nella assoluta normalità, effettuate quasi inconsapevolmente da ragazzi che non possiedono il concetto di “diversità”, che non sentono come diversi da loro ne’  i disabili ne’   gli stranieri. Provvederanno poi le famiglie o la società a instillare il pregiudizio razzista e la diffidenza.

Naturalmente il merito va anche al lavoro straordinario degli insegnanti di sostegno, risorsa preziosissima del nostro ordinamento scolastico, infaticabili e coscienziosi, sempre sull’orlo del “burnout”.

Va anche tenuto conto di un altro fattore: il concetto di disabilità oggi si va allargando. Sono sempre di più i bambini e i ragazzi che patiscono disagi legati alle condizioni economiche familiari, a separazioni dei genitori spesso burrascose,  a contesti socio culturali deprivati e deprivanti. Alunni che soffrono di crisi di panico, depressi, apatici, demotivati, son o presenti ormai in ogni classe. Per non parlare dei Dsa, gli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento come la dislessia e la disgrafia sui quali proprio in questi giorni è stata emanata una legge che speriamo non resti lettera morta. Ritengo che siamo arrivati a un punto tale che sarebbe opportuno richiedere la presenza di un insegnante di sostegno in ogni classe perché con i problemi che hanno i ragazzi oggi e il numero di alunni per classe che lievita ogni anno, è umanamente impossibile che un solo insegnante possa seguire allo stesso modo 25-28 alunni, curando in modo particolare quelli più deboli. I continui tagli ai fondi d’istituto, per altro, impediscono la creazione di laboratori ad hoc per il recupero degli alunni in difficoltà.

Quanto alla storia che disabili e stranieri rallenterebbero i programmi è una stronzata che viene pronunciata da chi non ha mai messo piede in un’aula scolastica. Per prima cosa il programma non è un feticcio, un totem da adorare e seguire alla lettera, grazie a Dio esiste ancora la libertà d’insegnamento. In secondo luogo, gli alunni disabili hanno una programmazione personalizzata concertata tra insegnante di sostegno e consiglio di classe che viene costruita sulle effettive capacità del ragazzo.  Si tratta quindi di una idiozia bella e buona, accolta con entusiasmo solo da genitori con la puzza al naso che cercano ogni scusa per mascherare il proprio razzismo. Sono convinto che i ragazzi che  hanno in classe compagni disabili, stranieri, caratteriali, ecc. diventeranno domani uomini migliori, più solidali, più aperti, meglio disposti ad assumere il punto di vista di chi ci sta di fronte, a comprenderne le debolezze e le qualità.

Basterebbe quanto ho scritto per definire la miseria umana e la pochezza intellettuale di chi intende risolvere il problema della disabilità tornando alle classi differenziali. Tuttavia vorrei sottolineare come il concetto del lager, del ghetto dove confinare i diversi, sia congeniale a quella parte politica che fa del razzismo e della intolleranza la propria bandiera. Alla fine, come sempre accade, i nodi vengono al pettine e i soloni che hanno pontificato di radicamento al territorio, bla bla bla, dovranno arrendersi al fatto che l’unico radicamento della lega e della borghesia di destra italiana è quello nella cattiva coscienza di un popolo che vede lo spettro della povertà e invece di rimboccarsi le maniche cerca facili capri espiatori.

La scuola ha già sufficienti problemi e un ministro sufficientemente incapace perché se ne aggiungano di nuovi. Il razzismo e l’intolleranza devono restare fuori dalle aule perché noi ai ragazzi diamo la possibilità di essere migliori non l’opportunità di mostrare il peggio di sé. Quella la lasciamo ai politici.

A Parva magna


C’è solo l’imbarazzo della scelta per chi vuole scrivere sui problemi che affliggono il nostro paese. Basta aprire le pagine di un qualunque giornale o (meglio), girovagare un po’ per la rete per trovare di tutto e di più.

Oggi non voglio però pontificare sui massimi sistemi ma limitarmi a illustrare una situazione particolare che, in qualche modo, contiene in sé in nuce vizi e problemi di una situazione generale, secondo la buona norma degli antichi che vedevano il macrocosmo riflesso nel microcosmo.

Lavoro, per mia scelta, in una scuola particolare, in un quartiere particolare dove i problemi che affliggono la città si amplificano per tutta una serie di motivi che occuperebbero articoli su articoli di questo blog. Io e i miei colleghi cerchiamo di fare il possibile per dare ai ragazzi  un’ opportunità, la possibilità di un futuro diverso da quello che sembra scritto, l’opportunità di poter scegliere almeno in parte del proprio futuro. Questo, secondo noi, significa fare scuola. Da rappresentante sindacale ho sempre cercato di  difendere i diritti ed evitare le alzate d’ingegno che ultimamente sembrano aver contagiato come una influenza pestifera molti dirigenti.

Il problema sta nel fatto che fare scuola , fare scuola nel senso che ho descritto sopra, sta diventando impossibile e che noi rappresentanti sindacali siamo costretti a muoverci per difendere diritti che dovrebbero essere scontati, come quello che vuole che un insegnante venga pagato per le ore che ha lavorato.

Ieri sono stato costretto a consegnare ai miei alunni un biglietto in cui, di fatto, la scuola chiedeva l’elemosina alle famiglie. Che razza di stato è quello che non riesce ad assicurare alle sue scuole la carta per le fotocopie, il sapone liquido, la carta igienica? Che razza di scuola pubblica è la nostra che fa una questua in un quartiere dove aumentano ogni giorno i cassintegrati, dove gli immigrati cercano di sopravvivere massacrandosi di lavoro dalla mattina alla sera, dove i ragazzi spesso sono abbandonati a loro stessi?

Sottolineo che questo accade a Genova, Liguria, Italia del Nord, Padania (ahaha! Buffoni!) non allo Zen di Palermo o in provincia di Caserta, con buona pace di tutti i cialtroni che blaterano del nord ricco e produttivo che deve mantenere il sud.

Ma c’è dell’altro. Io e i miei colleghi attiviamo ogni anno delle attività extracurricolari per potenziare le capacità dei ragazzi con un livello di preparazione avanzata e per permettere a quelli che hanno più difficoltà di migliorare. I risultati ottenuti sono lusinghieri: vittorie in concorsi letterari nazionali che hanno permesso ad alcuni alunni di pubblicare i loro racconti, percentuali altissime di promossi ad un esame di potenziamento della lingua inglese notoriamente difficoltoso, progetti di notevole livello portati avanti dalle colleghe maestre delle elementari,  ecc.  Ebbene, il sottoscritto e i suoi colleghi a tutt’oggi hanno ricevuto metà del compenso per il lavoro svolto lo scorso anno e la notizia che non è possibile pagare l’altra metà. Il consiglio ricevuto è stato quello di ricorrere al giudice del lavoro!

Quando i rappresentanti sindacali devono intervenire per far pagare lavoratori che hanno svolto le ore di lavoro previste, significa che il sistema è in tilt, che la macchina che dovrebbe guidare e indirizzare la pubblica istruzione non funziona. Chi pagherà lo scotto di questa situazione? Le famiglie ovviamente, i ragazzi, perché è chiaro che né io né i colleghi quest’anno lavoreremo un’ora più del dovuto, vista la situazione.

Viene da pensare che il recente decreto Brunetta che impedisce di criticare l’Amministrazione, violando la Costituzione che garantisce a tutti, perfino ai comunisti, la libertà d’opinione, sia stato fatto ad hoc, per continuare impunemente a distruggere la scuola pubblica. Come si può pretendere che non  si critichi la Gelmini? Come si può pretendere che non venga denunciato lo sfacelo criminoso in cui versa un’istituzione fondamentale per la salute del paese? Come si può pretendere che mentre questa gente fa a pezzi il futuro, si debba tacere?

Un’ultima considerazione: mentre ci sono state legittime levate di scudi,palate di demagogia meno legittime, servizi televisivi e manifestazioni giustamente oceaniche per difendere il diritto al lavoro degli operai, della scuola e dei lavoratori della scuola, maestre, professori e personale ata, si parla poco e male. Giusto per gettare altre palate di demagogia facendo finta di difendere i precari. La riforma del maestro unico che ha tagliato posti di lavoro è passata senza colpo ferire, come il riordinamento orario della secondaria di primo grado e la riforma delle superiori. Una manifestazione oceanica e poi la divisione sindacale. E’ brutto dirlo, ma sembra che un insegnante mal pagato o che ha perso il lavoro, valga meno di un operaio nella stessa situazione. Mi vien voglia di dire, a volte : se ci ferite, non sanguiniamo anche noi? ecc. ecc. La nomea di privilegiati che ci portiamo dietro, la fama di gente che lavora solo quattro ore al giorno, e tutte le altre banalità sul nostro lavoro sparse in giro da chi non è mai entrato in un’aula e non comprende cosa significa mettersi in gioco ogni giorno e assumersi l’onere di educare un centinaio di ragazzi l’anno, ha tolto dignità alla nostra funzione, ha fatto in modo di farci contare sempre meno. Un insegnante non pagato, una scuola che chiede la carta igienica alle famiglie, in questo fottuto paese non fa più notizia. Non facciamo audience, siamo fuori dal gioco dell’informazione. Anche i sindacati che ci rappresentano trovano poco spazio, se chiedete a un passante come si chiama il segretario nazionale della Cisl scuola o della FlC, tranquilli che non  risponderà.  Come uscire da questa situazione?  Bisognerebbe rinunciare a due parole che per ogni insegnante sono come le tavole della legge: spirito di servizio. Perché noi, quelli delle quattro ore al giorno, quelli dei privilegi, quelli a cui tutti si sentono in diritto di insegnare il mestiere, lo spirito di servizio ce l’abbiamo dentro. Ci incazziamo, siamo sempre scontenti, ci sentiamo frustrati, poi entriamo in classe e vediamo i ragazzi o i bambini negli occhi e ci ricordiamo che, sempre e comunque, noi siamo lì per loro. E’ questo che ci fa onore ed è questo che ci frega. L’unico privilegio che abbiamo, è di fare il mestiere più bello che ci sia. Ma stanno facendo di tutto per toglierci anche questo.