Lavorare insieme per una scuola diversa


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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

Libera: formarsi sulle mafie e ritrovare l’entusiasmo.


 

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Una quarantina di insegnanti riuniti in un quartiere complicato ad ascoltare e interagire con i qualificati formatori di Libera che spiegato le mafie e le azioni sociali che si possono individuare per contrastare il fenomeno. Tutto questo un sabato di Maggio per otto ore filate.

E’ successo sabato a Genova, ma si è ripetuto molte volte quest’anno in varie città d’Italia, senza contare l’incontro nazionale di Abitare i margini, così si chiama il corso di formazione di Libera, che vede ogni anno 100 insegnanti provenienti da tutta Italia riunirsi per tre giorni ad ascoltare. dialogare, proporre.

Questi sono alcuni degli insegnanti italiani, tanto diversi dalla narrazione ufficiale, che li vuole demotivati, stanchi, vecchi e da rottamare. Se adeguatamente stimolati, se trovano un senso e una utilità pratica in quanto viene loro proposto, se non gli si propina propaganda ministeriale,.gli insegnanti riaccendono l’interruttore dell’entusiasmo e trovano nuove motivazioni, voglia di mettersi in gioco, idee e strategie che vadano a vantaggio dei ragazzi. Non importa se devi sacrificare un pomeriggio di sole a confrontarti con gli altri e se quello che metti in campo comporterà un aggravio di lavoro per prepararlo, è il nostro lavoro e riscoprire che dentro di noi brucia ancora un po’ di sacro fuoco, che non siamo ancora “normalizzati”, che il nostro unico scopo non è accaparrarci l’elemosina del bonus ministeriale, è come aprire la finestra e respirare aria pura.

Libera ha un rapporto privilegiato con la scuola, perché ha compreso quello che né l’assurda burocrazia scolastica, né l’apparato ministeriale, nè, purtroppo, molte famiglie, riescono a capire: la relazione educativa, il rapporto tra un ragazzo/a e i suoi insegnanti, è fondamentale per la crescita dell’individuo come cittadino di domani, fornisce le coordinate per muoversi nel mondo, per comprenderne alcune dinamiche, per rendersi conto di quanto sia importante scegliere e non essere scelti, di quanto sia necessario, per essere liberi, che sia libero anche chi ti sta accanto. Solo agendo sulle nuove generazioni si riuscirà a cambiare davvero le cose.

La scuola è una comunità, gli insegnanti, che hanno la visione globale di una classe, sono istintivamente portati a ragionare non in termini individuali ma in termini di dinamiche collettive. E’ molto difficile,contrasta con lo spirito del tempo, far comprendere  a un genitore, per banalizzare il concetto, che è molto più utile e gratificante lavorare in una classe di alunni cooperativi, uniti, disposti ad aiutarsi che magari ottengono risultati medi nelle loro performances, piuttosto che gestire una classe di alunni magari eccellenti ma in perenne competizione tra loro e disposti a tutto pur di primeggiare.

Alla competizione va sostituito il concetto di responsabilità: sei più bravo? Aiuta gli altri ad esserlo, non essere autoreferenziale, sii solidale. Le classi migliori sono quelle in cui si attiva un meccanismo di sana emulazione: voglio essere come lui o come lei perché mi tende la mano, collabora,  mi fa capire dove sbaglio.

In questa ottica, l’insegnante non deve sedersi in cattedra a distribuire un sapere preconfezionato, ma mettersi in gioco, stimolare, rendere la materia scolastica attuale, viva, aprire le finestre della scuola sul mondo. Soprattutto deve saper ascoltare chi ha davanti, rispettarlo prima di pretendere di essere rispettato, guadagnarsi stima e fiducia giorno dopo giorno.

Discorsi che possono apparire quasi anarchici di fronte alla realtà di una scuola che la nuova riforma vuole sempre più competitiva e selettiva, dove sulla bocca di tutti circola una parola priva di contenuti sensati come “meritocrazia” e dove si sta erodendo quel comune sentire tra gli insegnanti senza il quale non c’è scuola.

Eppure ieri, dopo aver ascoltato gli interventi di alto livello dei relatori invitati da Libera, nonostante il quadro abbastanza sconfortante che è venuto fuori riguardo argomenti come la corruzione e il dilagare del potere delle mafie, durante il momento laboratoriale, questi discorsi nascevano spontanei, ci siamo riconosciuti tutti figli dello stesso desiderio di tornare a incidere sulla società,

Inutile negare che non tutti gli insegnanti sono così, altrimenti non sarebbero mai riusciti a devastare la scuola come hanno fatto, ma la consapevolezza che insegnanti così ci sono, che si impegnano quotidianamente nel loro lavoro credendoci, non con spirito missionario ma con onestà intellettuale, dovrebbe essere di conforto alle famiglie, alla comunità e perfino al Ministero.

Il nostro compito adesso è di non lasciar spegnere la scintilla che si è accesa ieri ma di alimentare la fiamma, progettare insieme, trovare una visione comune: e chissà che, così facendo,il prossimo anno non si riesca ad essere molti di più.

Essendo uno dei promotori della giornata di ieri, non posso che ringraziare Libera per la disponibilità dimostrata e per aver organizzato un incontro formativo di enorme spessore. Ieri, per l’ennesima volta, abbiamo dimostrato che sostituendo la narrazione dell’io con la narrazione del noi si possono ottenere risultati importanti. L’unica strada per cambiare le cose in questo paese, a parere di chi scrive, è questa.

La scuola buona di Libera


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Cento insegnanti di tutta Italia riuniti a Monteporzio Catone, in un bene confiscato alla mafia, per discutere della scuola che potrebbe essere e non è, per cominciare a costruire un’idea, una narrazione condivisa.

Questo, in sintesi, lo scopo di “Abitare i margini” il corso di formazione che Libera organizza ormai da anni per fare il punto sulla scuola.

Quattro relatori di alto livello hanno illustrato le linee guida della moderna economia, i campi di azione delle nuove mafie e le connessioni con quella zona d’ombra che ha assunto un ruolo sempre più determinante nell’assicurare il successo della criminalità organizzata, per poi parlare di sociale e di capitale umano.

Dopo aver ascoltato e dibattuto le relazioni, gli insegnanti si sono divisi in gruppi di lavoro e hanno cominciato a costruire concreti percorsi di cambiamento, accompagnati dai facilitatori di Libera che, con pazienza, hanno mediato i conflitti e smussato le divergenze d’opinione.

E’ stato emozionante rivedere le amiche dello scorso anno e scoprire che quel filo rosso, quel sentire comune che ci aveva unito non si è spezzato ma che, in qualche modo, la lotta continua in tutta Italia, come è stato confortante conoscere nuove colleghe (parlo al femminile, perché gli uomini non arrivavano alle dita di una mano) ascoltare esperienze e proposte, scoprire che esiste una scuola che funziona, che sperimenta, che vive, lontana dagli stereotipi governativi.

E’ una scuola che non ha bisogno né di presidi sceriffi, né di merito, ma di tornare a sentirsi comunità, di tornare a dare un valore alla parola “insieme”.

I tragici fatti di Parigi ci hanno fatto comprendere una volta di più quanto la partita della civiltà e della barbarie, dell’incontro e dello scontro, passi dalle nostre mani, quanto il nostro ruolo, in un momento cruciale per la nostra cultura, assuma un’importanza capitale. Il futuro si gioca nelle nostre classi ed è una partita che non possiamo prendere.

Un altro tema portante della tre giorni di discussioni è stato quello del “fuoco”, della necessità di accendere la scintilla della curiosità nei ragazzi, di iniziarli al viaggio della conoscenza qualunque sia la strada che decidano di prendere. Diventa fondamentale il concetto della “perdita di tempo” come strumento per recuperare qualità al rapporto educativo, mettendo da parte programmi e burocrazia e assumendo come principio che nulla è extracurricolare, tutto può essere argomento di narrazione e di memoria.

In tutti c’era la consapevolezza che cambiare questa scuola si può, se la scuola torna a farsi coscienza critica della società, se non si chiude e non si adegua alle logiche comuni. Cambiare la scuola si può, restituendo dignità agli organi collegiali, lavorando con la consapevolezza di dovere, a volte, fermarsi e ascoltare chi abbiamo di fronte, capire la sua storia, toccare le corde delle sue emozioni.

Sono stati tre giorni entusiasmanti di racconti, esperienze, ipotesi e sogni attorno a un’idea condivisa, quella di una scuola viva che operi nei territorio in sinergia con quel mondo sociale e cooperativo il cui sviluppo dovrebbe essere la chiave di volta per invertire il corso di un’economia che schiaccia l’uomo, lo spersonalizza, lo mercifica, e che la scuola non può e non deve condividere.

Si torna a casa con un filo di rabbia per tante buone energie che rischiano di disperdersi in tanti rivoli, per tanta scuola buona che in tutto il paese opera e crea, inventa e riscopre senza chiedere in cambio nient’altro che la possibilità di continuare a farlo senza passare per le forche caudine della burocrazia scolastica.

Si torna a casa con l’angoscia per la tragedia che ha colpito Parigi e con il desiderio di lavorare ogni giorno sugli uomini di domani perché non succeda mai più.

Grazie a Libera e a chi ha condiviso con me e Claudia queste giornate. Alla prossima.

Libera, la costituzione e la scuola


Partecipare con mia moglie al seminario di formazione di Libera, Abitare i margini, che si è tenuto a Monteporzio Catone lo scorso week end, è stato un modo bellissimo di terminare ufficialmente le vacanze e non c’è argomento migliore per riprendere a scrivere in questo spazio.

Cento insegnanti provenienti da tutta Italia, di ogni disciplina, di ogni ordine e grado, riuniti per redigere un documento da portare a Contromafie, gli stati generali di Libera che si terranno a fine Ottobre a Roma, e poi alle autorità competenti. Non un documento che si contrappone a quello del governo, ma una voce dal basso, da chi nella scuola ci lavora ogni giorno, ne conosce a fondo i problemi reali e vuole proporre soluzioni concrete per risolverli.

Divisi in sei gruppi che avevano come compito quello di approfondire un tema specifico, abbiamo lavorato alacremente insieme, discutendo e confrontandoci, portando le nostre storie e la nostra esperienza, producendo una sintesi condivisa e ricca di contenuti. Tra di noi, ad ascoltare, consigliare, mediare, i giovani di Libera, visi e sguardi limpidi di chi crede in un paese migliore, più, giusto, più equo, più solidale.

Dopo aver lavorato per gruppi, ci siamo ascoltati, presentando i risultati e abbiamo scoperto, senza troppa sorpresa, di avere una comune visione della scuola, di essere tutti insegnanti di un certo tipo, di desiderare tutti una scuola diversa. Sono stati tre giorni di attività politica alta, politica intesa nel senso proprio, di persone che si dedicano alla polis, alla comunità, di persone a cui importa realmente degli altri, non per calcolo o convenienza.

Di cosa abbiamo parlato? Entrerò nel dettaglio quando avrò il documento finale unitario ma è utile qualche accenno, giusto per capirsi: formazione gratuita e libera degli insegnanti, superamento dei programmi, didattica incentrata sui ragazzi, centralità dell’insegnante come figura di riferimento che cerca l’empatia e un dialogo costante con la classe, superamento della lezione frontale, scuola che si apre al mondo, che fa dell’attualità il pane quotidiano, che inserisce le discipline in progetti di ampio respiro che permettano ai ragazzi di capire il senso di quello che gli viene proposto, formazione dei docenti incentrata sula relazione educativa, pari strumenti e pari risorse a tutte le scuole, rifiuto del merito come strumento di selezione, rifiuto di una scuola che seleziona, la scuola deve essere interculturale, non per integrare ma per conoscere e crescere. per trovare comuni percorsi di vita, l’attenzione sui disabili, l’attenzione per gli ultimi.

Chi mi conosce, sa quanto tutto questo mi stia a cuore e può immaginare quale sia stata la soddisfazione, mia e di mia moglie, di trovarci in mezzo a persone sulla stessa lunghezza d’onda, che parlavano la stessa lingua. Purtroppo, questo accade raramente nella quotidianità, dove mi coglie a volte la sensazione di essere una sorta di alieno in un mondo che non capisce me e che io non comprendo. Quando come relatore del gruppo ho presentato il nostro lavoro a tutti gli altri, ho provato la soddisfazione, rara, di pronunciare parole in cui credevo dall’inizio alla fine. Non accade quasi mai.

Spero che si tratti solo dell’inizio: porteremo il documento nei collegi docenti, speriamo in tutti, e ci auguriamo che una proposta approvata da tutte le scuole del regno non resti inascoltata alle orecchie del potere.

Libera ci ha ricordato che il diritto allo studio è sancito dalla costituzione, che noi, quotidianamente, applichiamo la costituzione e per questo dobbiamo essere messi nelle condizioni migliori per farlo.

Al di là delle opinioni sulla proposta di Renzi, chiamiamola così, nessuno di noi credeva in una scuola del merito e della selezione, ma tutti siamo convinti che la scuola debba diventare un presidio di libertà, cooperazione, incontro, un luogo dove si aprono strade, dove i ragazzi sentano di essere seguiti da persone a cui importa di loro e che al loro servizio mettono professionalità, passione, energia.

Questi tre giorni sono stati una boccata d’aria fresca che mi ha fatto comprendere quanto sia importante, per chi fa il mio lavoro, mettersi in gioco, confrontarsi, ritrovare il filo del discorso cominciato il primo giorno che ti sei trovato davanti a una classe, in cattedra, ritrovare, ogni giorno, quell’entusiasmo e quella voglia,

Purtroppo, da domani, si torna alla vita reale, alle piccole e grandi meschinità quotidiane, a confrontarsi con chi non solo non è sulla stessa lunghezza d’onda ma si rifiuta anche solo di considerare che possa esisterne un’altra diversa dalla sua.

Credo e spero che le cento belle persone che hanno lavorato insieme in questi ultimi tre giorni di vacanza, abbiano dato il via a qualcosa che possa convincere, contagiare, coinvolgere tanti altri.  Personalmente proverò, nel mio agire quotidiano, a realizzare almeno in minima parte quello che ci siamo proposti, perché è inutile continuare a dire che bisogna cambiare se il cambiamento non comincia prima di tutto da noi, se non ci assumiamo responsabilità in prima persona.

Chiudo ringraziando le colleghe che hanno lavorato con me e tutti gli altri gruppi, i ragazzi di Libera, che ti fanno sperare nel futuro con i loro sguardi limpidi, ed esprimendo da questo piccolo spazio pubblico, la mia solidarietà a Don Ciotti, per le minacce di un vile e miserabile criminale a cui, non si capisce perché, qualche organo di stampa continua a fare da cassa di risonanza.