Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.


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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.

Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.

Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.

Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.

Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.

Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.

Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.

Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.

Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.

Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.

Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.

Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.

Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.

Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.

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Futuri prossimi venturi o fantasie di scrittori?


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Due libri diversissimi eppure accomunati dallo stesso spirito, dalla stessa visione: The Road, di Cormack McCarthy e Nel paese delle ultime cose di Paul Auster.

McCarthy è rude, essenziale,ogni frase un pugno nello stomaco, ha un straordinaria capacità di farci sentire la violenza, di descrivere un mondo essenziale, dove a vincere non è la bontà ma la volontà feroce di sopravvivenza. Auster è elegante, ricco di citazioni e rimandi letterari, la sua scrittura fluida e avvolgente è come un fumo lento che sale fino ad avvolgere la mente, raffinatissimo anche quando parla di vite ridotte ai minimi termini, quando con sadica precisione descrive la malattia e la morte o esplora il lato oscuro dell’erotismo.

Nei libri sopracitati i due scrittori inventano due mondi devastati, popolati da fantasmi, uomini che si lasciano morire ai bordi delle strade o che uccidono per un tozzo di pane, assassini che possono sguazzare liberi in una società senza più regole e senza freni, esseri che trovano rifugio nella isterica iterazione di gesti quotidiani e insensati, ricordi e memorie completamente cancellati.

Uno dei punti di contatto tra i due scrittori è il sarcasmo feroce, l’ironia spietata di certi passi che maschera una disperazione che trasuda da ogni pagina, provocando a volte un malessere quasi fisico nel lettore. C’è poi la potenza della visione, la precisione chirurgica con cui viene descritto un mondo post moderno popolato dai superstiti della società dei consumi che ricorda gli zombie di Romero intenti a divorarsi in un centro commerciale, nella più velenosa critica alla nostra società mai girata da un regista.

Naturalmente ci sono anche i simboli: la protagonista di Auster si chiama Bloom, come il protagonista di Joyce e passa attraverso esperienze varie senza sosta e senza pace, sorta di novella ebrea errante. I protagonisti di McCarthy, un padre e un figlio che si muovono in un mondo devastato da una catastrofe, spingono disperatamente un carrello della spesa, unico contatto con la normalità, con la vita precedente, a cui si attaccano come naufraghi nella tempesta e che difendono con la forza della disperazione.

Due metafore potenti, diverse ma straordinarie, per descrivere la deriva di un mondo che sta perdendo le sue coordinate, che sembra correre senza sosta e senza senso verso il baratro. Il libro di Auster è del 2003, quello di McCarthy di un paio d’anni fa. Letture estreme, per stomaci forti, libri che entrano nella coscienza e nella memoria per restarci. Perché parlano di noi, del nostro stile di vita, del nostro mondo, perché ci mettono davanti a uno specchio che ci restituisce un’immagine poco piacevole, perché mettono a fuoco con diabolica lucidità le nostre paure, le nostre angosce, perché danno corpo e forma ai nostri sospetti. Libri iniziatici per iniziati, cinici e teneri a un tempo, in ultima analisi, strazianti e disperati libri d’amore per l’umanità.

Perché l’amore è l’altro grande protagonista comune ai due testi: l’amore tra padre e figlio, l’amore che salva dall’annullamento di sé, l’erotismo come affermazione di vita, in ultima analisi, l’amore per la vita.

Libri profetici? Veramente il futuro che ci aspetta è quello? Sono mondi distopici quelli descritti dai due scrittori o mondi prossimi a venire? Realtà parallele o precognizioni?

Difficile dare una risposta. Certo che i tempi in cui viviamo danno adito ai peggiori timori. Trionfano l’ipocrisia, l’arroganza, i nazionalismi, si usa la paura come instrumentum regni, l’informazione è ormai quella descritta da Orwell, altro creatore di un mondo distopico divenuto fin troppo reale. In ogni caso quei mondi, quella disperazione, quelle vite ridotte all’osso si consumano ogni giorno in tre quarti del pianeta, nella indifferenza più totale.Nessuno dice,per esempio, che i costi della crisi economica hanno effetti gravi in Occidente ma in Africa e in Asia si misurano nella perdita di milioni di vite umane. Milioni di vite umane cancellate da un innalzamento dello spread in una ricca nazione occidentale. Il battito d’ali della farfalla, in Africa, non è teoria del caos. è la realtà drammatica del genocidio.

In Orwell, alla fine, la speranza era in una presa di coscienza delle masse abbruttite e sottomesse dal potere, in Auster e in McCarthy, dove il potere di fatto non esiste se non come ombra, la speranza è nell’amore per la vita. E’ significativo come nel primo millennio aleggiasse ancora nell’aria una speranza di rivoluzione ormai scomparsa nel secondo millennio.

Consiglio la lettura di questi volumi e la rilettura di 1984 di Orwell, per capire il mondo in cui viviamo, per trovare risposte, per immaginare dove andremo. Ricordando che, come diceva Shelley, “i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo”.