Recensione de: Il padrino dell’antimafia, di A. Bolzoni.


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Libro necessario, dolente e rabbioso questo di Attilio Bolzoni sul caso Montante, esempio di un giornalismo d’inchiesta ormai sempre più raro nel nostro paese.

Bolzoni ha rischiato di persona: è stato pedinato, intercettato, ha deposto in commissione antimafia, ha diversi procedimenti legali in essere ma, e non possiamo che ringraziarlo di questo, ha continuato per la sua strada, investigando, scavando, raccogliendo informazioni su come il rappresentante di Confindustria in Sicilia sia riuscito a creare un sistema di malaffare sbandierando la bandiera dell’antimafia.

Ricostruendo il caso Montante, paladino dell’antimafia a capo di un sistema di potere mafioso che ha coinvolto esponenti politici, militari, dei servizi, in un mélange purtroppo  non nuovo nel paese della P2, Bolzoni mette anche a nudo l’involuzione di una certa antimafia civile, partita come espressione di rivolta democratica e finita per diventare ancella di un manipolatore rozzo e narcisista.

Il capitolo sull’antimafia, in particolare, quello riguardante Libera,  ha confermato i dubbi e le riserve che, qualche tempo fa, mi hanno portato ad abbandonare, a malincuore, un’associazione in cui avevo creduto con forza.

Montante ha avuto solidarietà e appoggio praticamente da tutto il panorama dell’antimafia italiana, anche dopo l’uscita dell’articolo di Bolzoni su Repubblica che rivelava il procedimento giudiziario a suo carico per associazione mafiosa. Quest’uomo abbastanza rozzo, volgare, amico e pupillo di mafiosi nella natia Serradifalco, grossolano bugiardo che inventa lauree honoris causa e e un curriculum di imprenditore che comprende una fabbrica di biciclette del padre mai esistita, ha avuto la Sicilia in mano e l’ha usata a suo piacimento per anni, confidando nell’impunità garantita da amicizie importanti negli ambienti che contano.

Montante partito in quarta con roboanti affermazioni come la promessa di espellere gli imprenditori che pagavano il pizzo da Confindustria, non ha mai espulso nessuno e già questo la dice lunga sulla montagna di menzogne che lo ha circondato in questi anni.

A fargli da coro, scrittori, anche noti, giornalisti e giornali, pseudo esperti di mafia magistrati, etc.  A sostenerlo fino all’ultimo, il presidente di Confindustria nazionale.

A rendere dolorosa questa nuova metamorfosi del potere mafioso, è il fatto che Montante sia riuscito ad acquisire potere e prestigio con l’appoggio, tra i tanti, dei Tano Grasso e dei Don Ciotti, personaggi al di sopra di ogni sospetto, che in tanti anni di militanza antimafia avrebbero dovuto avere almeno qualche remora a interagire con lui  e i suoi amici.

Invece hanno continuato a stringere protocolli di legalità e a organizzare conferenze e incontri anche quando il procedimento giudiziario era ormai noto a tutti, quando la realtà grottesca di questa nuova brutta storia siciliana stava venendo alla luce.

Perché? Si chiede Attilio Bolzoni, perché persone di specchiata onestà hanno continuato ad avere relazioni con questo individuo? Cos’avevano da spartire con Montante? Il giornalista non da una risposta a questa domanda, ce la fa solo intuire e non è una risposta piacevole.

Dice molto chiaramente che l’antimafia non può ridursi a protocolli di legalità, parola vuota, che personalmente detesto, e a manifestazioni della memoria, non può essere impermeabile alle critiche interne, cita il caso di La Torre, il figlio di Pio La Torre, il primo che tentò di regolare gli appalti in Sicilia e per questo venne assassinato dalla mafia, espulso da Libera perché reo di aver denunciato la scarsa democrazia interna con toni neanche troppo accesi, non può assumere l’atteggiamento che recita: se non stai con me, stai con la mafia, come affermò un altro esponente di Libera in Emilia, parlando a un giornalista che aveva attaccato una importante esponente dell’associazione, non può limitarsi alla retorica ma deve essere espressione di democrazia, di rifiuto di un certo modus vivendi tutto italiano, di attenzione vigile anche nei riguardi di quegli esponenti dello Stato di cui cerca, localmente e in sede nazionale, l’appoggio, con cui stringe accordi e sigla intese.

Ed è un peccato, perché il patrimonio delle associazioni antimafia é fatto anche da centinai di migliaia di ragazzi e ragazze impegnati, di uomini e donne entusiasti e volenterosi, che credono fermamente  nella possibilità di un’Italia diversa, che spendono il loro tempo e le loro energie per ottenere questo risultato. Disperdere questo entusiasmo, limitarsi a sventolare bandiere o a ripetere i soliti slogan, danzare col nemico,  seppure in buona fede, significa impoverire la democrazia, sprecare un enorme bacino di potenzialità.

L’antimafia non può essere ingenua, né sedersi sugli allori.

L’errore di base, secondo Bolzoni e secondo me, è questo: presumere che lo Stato, quello della trattativa infinita con la mafia che comincia dallo sbarco degli americani ed è proseguita in modi diversi, fino a Montante, quello che ha lasciato soli Falcone e Borsellino, quello dei depistaggi e dei servizi deviati, possa essere sempre e comunque un referente affidabile nella lotta alle mafie. La conclusione amarissima di Bolzoni è che non è così.

La mafia che si fa antimafia è tanto più pericolosa quanto più gode del consenso popolare e della possibilità di stringere contatti e rapporti  con le istituzioni ai massimi livelli. Montante, tanto caro al padrino di Serradifalco, viene nominato cavaliere del lavoro da Napolitano. La mafia che si fa antimafia è la mafia che si fa Stato, che si evolve fino a penetrare in modo massiccio nei gangli del potere.

Il libro è sì una storia della nuova mafia ma è anche, inevitabilmente, una storia del nostro paese, di un malcostume diffuso da nord a sud di cui Montante è solo la punta dell’iceberg, di quella mafia che ha superato ormai da tempo la linea della palma e del caffè ristretto, per coprire, come una nuvola invisibile ma tossica, tutto il paese.

Libro doloroso, quindi, come ho detto, ma importante, anche solo per rendersi conto che, in questo maledetto paese, continua a cambiare tutto per non cambiare niente.

 

Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.
La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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L’insopportabile comizio di un ineleggibile


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Francamente mi piacerebbe commentare notizie assai più sinistre e importanti del comizio di Berlusconi ieri sera su Rai uno, complice un Fabio Fazio come al solito deferente e prono ai potenti.

Mi piacerebbe parlare delle infiltrazioni mafiose nel traffico di migranti dalla Tunisia scoperte da Nemo ( altro programma, altra rete, altra tempra di giornalisti) o delle testimonianza raccolte dalle Ong, o del silenzio del ministro Minniti sulle condizioni in cui vengono detenuti i profughi rispediti in Libia, ma comprendo che sono argomenti di nessun interesse: la campagna elettorale è già cominciata con frizzi e lazzi, bonus come noccioline e il pregiudicato sorridente che riguadagna gli schermi televisivi, questo appassiona gli italiani, non tediose stragi di esseri umani consumati nel black friday, non la quotidiana tragedia di quelli a cui chiudiamo la porta.

Due parole quindi su Fazio e Berlusconi. Fazio è un conduttore mediocre, un uomo buono per tutte le stagioni perché pronto a salutare qualunque bandiera e a seguire dove soffia il vento. Piace alle mamme e alle nonne, è odiato dai radical chic che per questo vengono accusati di essere radical chic, ha creato un  circolo di soliti noti che lo aiutano a dare prestigio allo stesso programma che ci propina da anni.  Gramellini, al suo confronto, fa monologhi interessanti e avvincenti, tenete conto che io considero, di solito, Gramellini interessante come un calcio nei denti.

Ovvio quindi che Berlusconi abbia scelto il nulla per parlare del nulla. Uno sfondo neutro, un conduttore inesistente e deferente, un grande pubblico assicurato.

C’è da chiedersi, casomai, quale tipo di servizio pubblico permette, a pochi giorni dalla morte del capo di Cosa Nostra, di comparire in televisione a un pregiudicato ineleggibile dopo la riapertura del fascicolo per il suo coinvolgimento nell’attentato di via d’Amelio. Non solo, ma quale servizio pubblico permette a un pregiudicato in odor di mafia di tessere le lodi di un condannato per associazione mafiosa. Non si poteva certo pretendere che un non conduttore, non giornalista, si permettesse di opinare in proposito. Ma in questo paese, nulla accade per caso e ciò che sembra banale, spesso non lo è.

Il discorso si fa complesso e pericoloso. Due giorni dopo la morte di Riina, Sottile sul Foglio e Sansonetti sul giornale per pochi intimi su cui scrive adesso, discettavano della inutilità del 416 bis e della  necessità di chiudere, anche dal punto di vista giudiziario, quella stagione che secondo loro è terminata con la morte del boss dei corleonesi. Come se Messina Denaro non fosse latitante, come se la Camorra non uccidesse quasi quotidianamente, come se la ‘Ndrangheta non si estendesse in tutta Europa, come se ogni giorno non comparissero notizie sui giornali riguardo la presenza mafiosa al nord, come se la mafia che non uccide ma fa affari, ricicla denaro, traffica droga, rifiuti e armi,  entra nel business dei migranti, ecc., fosse meno pericolosa e letale della vecchia mafia.

Lungi da me pensare che Sansonetti e Sottile siano anche lontanamente collusi con la mafia: sono certo che hanno scritto in buona fede, convinti della bontà delle loro asserzioni. E il problema è esattamente quella buona fede, quella convinzione.

Se la mafia non spara, la mafia non arriva sulle prime pagine e, se non arriva sulle prime pagine, non esiste. La normalizzazione, il silenzio, l’anonimato, sono esattamente quello di cui hanno bisogno le organizzazioni mafiose, quello che auspicano ed il motivo per cui tutti odiavano, pur temendolo, Totò Riina. Con un’ antimafia civile ormai istituzionalizzata,  che celebra, giustamente, la memoria delle vittime ma forse, ha perso di vista la necessità di tenere alta la guardia, di avvertire, informare, denunciare, con un’antimafia politica delegittimata dalla stessa magistratura, la guardia alta la tengono poche persone che non arrivano al grande pubblico: studiosi seri  come Nando Dalla Chiesa, scrittori e intellettuali come Saviano, Giacomo di Girolamo, che spesso eccedono e diventano oggetto di facili accuse da parte di chi ha interesse a marginalizzarli.

Il primo messaggio è arrivato con quel post su Facebook della figlia di Riina: una foto elegante, moderna, quasi glamour, che riprendeva una parte del viso della figlia e un dito che indicava il silenzio.La mafia comunica per simboli, sono uomini medievali con una mentalità medievale e un’ intelligenza moderna.  Cosa significava quel post? Dovete tacere davanti a un grande uomo o continuate a tacere, non è cambiato niente? A colpire era l’eleganza del messaggio, evidentemente studiato a tavolino, non lo sfogo improvviso e comprensibile di una figlia che ha perso il padre, ma un messaggio, appunto.

Non vorrei che anche l’ignobile comizio di ieri sera sia un altro segnale, questa volta non state zitti, ma state tranquilli. Non vorrei, ma a pensar male   spesso…