Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.

La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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L’insopportabile comizio di un ineleggibile


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Francamente mi piacerebbe commentare notizie assai più sinistre e importanti del comizio di Berlusconi ieri sera su Rai uno, complice un Fabio Fazio come al solito deferente e prono ai potenti.

Mi piacerebbe parlare delle infiltrazioni mafiose nel traffico di migranti dalla Tunisia scoperte da Nemo ( altro programma, altra rete, altra tempra di giornalisti) o delle testimonianza raccolte dalle Ong, o del silenzio del ministro Minniti sulle condizioni in cui vengono detenuti i profughi rispediti in Libia, ma comprendo che sono argomenti di nessun interesse: la campagna elettorale è già cominciata con frizzi e lazzi, bonus come noccioline e il pregiudicato sorridente che riguadagna gli schermi televisivi, questo appassiona gli italiani, non tediose stragi di esseri umani consumati nel black friday, non la quotidiana tragedia di quelli a cui chiudiamo la porta.

Due parole quindi su Fazio e Berlusconi. Fazio è un conduttore mediocre, un uomo buono per tutte le stagioni perché pronto a salutare qualunque bandiera e a seguire dove soffia il vento. Piace alle mamme e alle nonne, è odiato dai radical chic che per questo vengono accusati di essere radical chic, ha creato un  circolo di soliti noti che lo aiutano a dare prestigio allo stesso programma che ci propina da anni.  Gramellini, al suo confronto, fa monologhi interessanti e avvincenti, tenete conto che io considero, di solito, Gramellini interessante come un calcio nei denti.

Ovvio quindi che Berlusconi abbia scelto il nulla per parlare del nulla. Uno sfondo neutro, un conduttore inesistente e deferente, un grande pubblico assicurato.

C’è da chiedersi, casomai, quale tipo di servizio pubblico permette, a pochi giorni dalla morte del capo di Cosa Nostra, di comparire in televisione a un pregiudicato ineleggibile dopo la riapertura del fascicolo per il suo coinvolgimento nell’attentato di via d’Amelio. Non solo, ma quale servizio pubblico permette a un pregiudicato in odor di mafia di tessere le lodi di un condannato per associazione mafiosa. Non si poteva certo pretendere che un non conduttore, non giornalista, si permettesse di opinare in proposito. Ma in questo paese, nulla accade per caso e ciò che sembra banale, spesso non lo è.

Il discorso si fa complesso e pericoloso. Due giorni dopo la morte di Riina, Sottile sul Foglio e Sansonetti sul giornale per pochi intimi su cui scrive adesso, discettavano della inutilità del 416 bis e della  necessità di chiudere, anche dal punto di vista giudiziario, quella stagione che secondo loro è terminata con la morte del boss dei corleonesi. Come se Messina Denaro non fosse latitante, come se la Camorra non uccidesse quasi quotidianamente, come se la ‘Ndrangheta non si estendesse in tutta Europa, come se ogni giorno non comparissero notizie sui giornali riguardo la presenza mafiosa al nord, come se la mafia che non uccide ma fa affari, ricicla denaro, traffica droga, rifiuti e armi,  entra nel business dei migranti, ecc., fosse meno pericolosa e letale della vecchia mafia.

Lungi da me pensare che Sansonetti e Sottile siano anche lontanamente collusi con la mafia: sono certo che hanno scritto in buona fede, convinti della bontà delle loro asserzioni. E il problema è esattamente quella buona fede, quella convinzione.

Se la mafia non spara, la mafia non arriva sulle prime pagine e, se non arriva sulle prime pagine, non esiste. La normalizzazione, il silenzio, l’anonimato, sono esattamente quello di cui hanno bisogno le organizzazioni mafiose, quello che auspicano ed il motivo per cui tutti odiavano, pur temendolo, Totò Riina. Con un’ antimafia civile ormai istituzionalizzata,  che celebra, giustamente, la memoria delle vittime ma forse, ha perso di vista la necessità di tenere alta la guardia, di avvertire, informare, denunciare, con un’antimafia politica delegittimata dalla stessa magistratura, la guardia alta la tengono poche persone che non arrivano al grande pubblico: studiosi seri  come Nando Dalla Chiesa, scrittori e intellettuali come Saviano, Giacomo di Girolamo, che spesso eccedono e diventano oggetto di facili accuse da parte di chi ha interesse a marginalizzarli.

Il primo messaggio è arrivato con quel post su Facebook della figlia di Riina: una foto elegante, moderna, quasi glamour, che riprendeva una parte del viso della figlia e un dito che indicava il silenzio.La mafia comunica per simboli, sono uomini medievali con una mentalità medievale e un’ intelligenza moderna.  Cosa significava quel post? Dovete tacere davanti a un grande uomo o continuate a tacere, non è cambiato niente? A colpire era l’eleganza del messaggio, evidentemente studiato a tavolino, non lo sfogo improvviso e comprensibile di una figlia che ha perso il padre, ma un messaggio, appunto.

Non vorrei che anche l’ignobile comizio di ieri sera sia un altro segnale, questa volta non state zitti, ma state tranquilli. Non vorrei, ma a pensar male   spesso…

Una modesta proposta per una nuova antimafia


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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

Perché la scuola che scuote le coscienze non fa notizia?


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Trecentocinquanta ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado del Ponente genovese riuniti sotto le bandiere di Libera  al teatro Verdi di Sestri Ponente per presentare i loro lavori sull’antimafia, sul razzismo, sul gioco d’azzardo, su tutto quello che riguarda diritti civili, giustizia e libertà. Video, cartelloni, poesie, presentazioni, manifesti, una festa di fantasia e creatività, la dimostrazione che una nuova coscienza civile, responsabile e condivisa, non può prescindere dalla scuola. Questa è stata la celebrazione della Seconda giornata del Codice etico di Libera per le scuole.

“La mafia verrà sconfitta da un esercito di maestre” ha scritto Gesualdo Bufalino. Forse. Certamente non verrà sconfitta dai giornalisti genovesi,  dal Comune e dai suoi rappresentanti, dalla politica cittadina, tutti assenti alla manifestazione. Quelle sedie vuote in prima fila stanno lì, a dire una sola parola: vergogna.

Insegnanti che lavorano e ragazzi che apprendono e restituiscono quello che hanno appreso non fanno notizia, specialmente se si tratta di insegnanti e ragazzi di scuole periferiche. Genova, mediaticamente, è solo centro storico e centro città e in questa città la scuola, mediaticamente, è rappresentata solo da un paio d’ istituti che godono sempre, qualunque cosa facciano, di buona stampa e hanno sempre, qualunque cosa facciano, la politica che si schiera con loro. Gli altri finiscono in prima pagina solo se accadono eventi negativi. Uno schifo.

I giornali cittadini si ricordano della periferia se devono lanciare campagne più o meno razziste contro gli immigrati, parlare dello sgombero di un campo rom, di rapine, aggressioni, disservizi vari. Quello che funziona e che funziona bene, non conta.

Ma i giornalisti rispondono a una redazione che risponde alle logiche editoriali, dietro c’è sempre la politica. Una politica che, alle  istanze delle periferie, non risponde quasi mai.

Esseri presenti a una manifestazione di questo genere, non  era solo un obbligo morale nei confronti dei ragazzi, il nostro futuro, la nostra speranza di cambiare questo paese sempre più simile a un letamaio, ma sarebbe stato un segnale forte verso una città che riguardo la mafia, l’azzardo, etc. ha un atteggiamento che definire indifferente è usare un tiepido eufemismo. Sarebbe stata un’occasione per parlare di stranieri in modo diverso dal solito e per informare che, forse, i problemi di questa città non sono legati esclusivamente a poche decine di rom e agli immigrati, ma sono più grandi, più gravi, più nascosti e, per questo più pericolosi.

Sarebbe stato importante soprattutto avere un presenza e non solo il patrocinio, della Direzione didattica regionale, i rappresentanti istituzionali di tutti gli insegnanti presenti. ma posso comprendere che, in un momento delicato come quello attuale, in cui il seggio più alto è al momento vacante, ci siano urgenze più pressanti da risolvere.

Questa è una città superba ed elitaria, è una città che se ne frega,.ed è un peccato: perché Genova ha segnato la strada della solidarietà e della cooperazione per decenni e quei quattrocento ragazzi che hanno riempito il teatro con i loro sorrisi e il loro lavoro, sono una segnale che quella strada può essere ancora percorsa.

Due ringraziamenti: a Radio Articolo 1, la radio della Cgil, che ha fatto un’intervista in diretta a chi scrive e a un giornalista di un quotidiano cittadino  che ha intervistato gli organizzatori chiedendo documentazione e materiale sull’evento.

Anche se l’articolo poi non è uscito, sappiamo che ci ha provato.

Ringrazio anche tutti gli insegnanti presenti, per il loro impegno e la loro passione e, naturalmente, tutti i ragazzi, per il loro entusiasmo e la gioia con cui hanno lavorato.

Nonostante un po’ di amarezza, il 4 Maggio è stata una bella giornata per la scuola che funziona e di cui nessuno parla.

La responsabilità dell’uomo comune


 

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Una delle mie alunne, dopo aver partecipato alla giornata in memoria delle vittime di mafia e aver visto a scuola con la classe il film “I cento passi”, mi chiede, con la logica ferrea che solo i bambini e gli adolescenti possiedono: ” Ma perché non fanno tutti il percorso sulla mafia che abbiamo fatto noi? Una volta che i mafiosi attuali sono morti tutti, non ce ne sarebbero più”. Le rispondo con un sorriso amaro:” Quante classi di questa scuola hanno partecipato alla manifestazione?”- “Noi”- “Ti sei già risposta da sola”.

Prendere atto di un fallimento è sempre sgradevole ma, preso atto di non essere riuscito, come attivista di Libera, a coinvolgere i miei colleghi nelle attività di educazione all’antimafia che svolgo da tempo nella mia scuola, è anche giusto e corretto chiedersi perché, come è giusto e corretto chiedersi perché a Genova, capoluogo di una regione dove ieri è stato chiuso un comune per mafia, e non è certo l’unico episodio di presenza delle mafie registrato in Liguria, alla manifestazione è mancata la gente comune, quella che incontriamo ogni giorno per strada.

La risposta, in entrambe i casi è semplice e dovrebbe, secondo me, e dovrebbe secondo me fornire uno spunto di riflessione a chiunque si occupi di contrasto alle mafie nel nostro paese: alla maggior parte della gente, sostanzialmente, trasversalmente, del contrasto alle mafie e alla corruzione non importa nulla. Punto.

Non esiste in Italia qualcosa che possa anche lontanamente paragonarsi a una coscienza civile condivisa, a un concezione del bene comune come patrimonio collettivo da tutelare insieme. Non esiste una cittadinanza attiva se non per una parte minoritaria della popolazione che diventa, suo malgrado, elitaria.

Libera da qualche anno a questa parte segna il passo, non riesce più  a crescere, non riesce più a incidere come un tempo sulle coscienze. Tanto che, spesso, finisce sulle prime pagine con titoli poco lusinghieri, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile. Una buona parte di questi titoli sono falsi scoop, come quello del giudice che ci ha messo più di un anno per ammettere pubblicamente di aver detto delle idiozie su una inesistente gestione delle cooperative da parte di Libera.

Questo accade non solo per errori di percorso, inevitabili e giustamente evidenziati, perché la trasparenza deve valere per tutti, ma perché, passata l’onda emozionale che ha accompagnato la nascita del movimento, ottenuti alcuni risultati importanti, anche se non ancora del tutto compiuti, come la legge sui beni confiscati, il punto di arrivo attuale è quello di tutti quelli che hanno provato a cambiare le cose realmente in questo paese: il muro di gomma dell’indifferenza da parte della maggioranza dei cittadini.

Indifferenza spesso di comodo, come quella degli imprenditori del nord che con la mafia fanno affari e la considerano un attore come un altro del mondo della finanza, indifferenza spesso dettata dall’ignoranza, dalla percezione che le mafie riguardano il sud, da una stampa che fa molta fatica ad ammettere la presenza mafiosa al nord, da una magistratura che fa ancora più fatica a certificarne l’esistenza con sentenze chiare, da una politica che da anni semplicemente nega il problema, ma è un’indifferenza soprattutto dettata dalla naturale ritrosia degli italiani ad assumersi le proprie responsabilità, dalla tendenza a delegare ad altri ciò che va fatto insieme.

Il pensiero liquido qui si trasforma in amnesia, la resilienza in tiriamo a campare finché mettiamo qualcosa nel piatto.

Non si spiega altrimenti come la mostruosa norma che vieta di dare da mangiare agli extracomunitari, recentemente applicata ad un cittadino francese reo di aver commesso un gesto di empatia umana,  possa essere accettata in silenzio e la notizia di questa multa, roba da leggi razziali, passi come un trafiletto sui giornali.

Non si spiega altrimenti come si possa anche solo pensare una legge sul decoro dei centri storici che permette di allontanare, non si sa bene come e in che termini, chi non commette alcun reato ma disturba il comune senso del decoro.

Non si spiega altrimenti che un vice presidente di regione, si allontani da una manifestazione contro le mafie perché è partita Bella ciao, l’inno di chi, dando la vita per un’idea di democrazia, ha permesso che lei e quelli come lei, potessero governare (male) una regione ed esprimere le loro  (pessime) opinioni.

Stiamo parlando di palesi tradimenti della carta costituzionale, dello spirito della carta, se non della lettera ( anticipo in partenza le dotte eccezioni del leguleio di turno) cioè del contratto sociale che riguarda ognuno di noi.

Se la gente non scende in piazza per queste cose, perché dovrebbe farlo contro un potere ombra come quello delle mafie, che si alimenta del silenzio, che non si vede ( se non si vuol vedere), l’unico che applica, purtroppo per tutti noi, quella politica del fare tanto blaterata dai politici di tutto il mondo.

Forse l’antimafia dovrebbe ripartire dai margini , dalle periferie dove si condensa la rabbia, dove gli ultimi continuano a non esistere, chiusi nei loro ghetti, divisi da muri di odio e diffidenza verso la città “normale”, rispettabile, dove si consumano crimini anche più gravi, nelle banche, negli uffici delle finanziarie, che nessuno mai condannerà.

Libera lo fa, in parte, con i suoi corsi di formazione per gli insegnanti, con il progetto “Anemmu”, a Genova si chiama così,in altre regioni con altri termini dialettali,.un lavoro fantastico, portato avanti da giovani volontari che meriterebbero un monumento, che riguarda ragazzi che sono sottoposti alla messa in prova da parte del tribunale, gli ultimi, appunto. Poco, ma qualcosa: poco perché siamo pochi e siamo pochi perché la parola “impegno” alla maggior parte degli italiani fa venire l’orticaria.

Una parte di me, quella dell’insegnante, vorrebbe incontrare chi ha scritto Don Ciotti sbirro su un muro di Locri e chiedergli perché lo ha fatto, da dove nasce quella rabbia, qual è il possibile punto di contatto per incontrarsi e trovare un dialogo costruttivo.

E’ troppo comodo dire siamo tutti sbirri, mettere frasi a effetto sui social network e liquidare la questione come provocazione mafiosa, troppo semplice, troppo italiano.

Perché Locri è periferia del mondo, perché al mondo non esistono solo le belle persone che marciano festanti sventolando le loro bandiere ma anche le persone povere, che belle non sono, perché la povertà non ha niente di bello e di nobile, persone disperate che applicano alla lettere quella morale dell’ostrica che Verga ha così ben descritto nei suoi capolavori, restando attaccate al loro nido, alle loro abitudini, al loro micro mondo. Sono persone disperate e la fase successiva alla disperazione è la rabbia.

Se c’è rabbia, c’è volontà di reazione. Quello che dovremmo fare, la sfida del futuro, forse, è cercare di incanalare quella volontà di reazione verso fini positivi far capire a chi ha scritto quella frase, a tutti quelli che scrivono quelle frasi, che esiste qualcosa di diverso dal guscio della loro ostrica.

Per fare questo bisogno ricominciare da capo, rimboccarsi le maniche, buttare nel cesso la retorica e trovare nuove strade, muoversi verso altre direzioni diverse da quelle battute fino a oggi.

Personalmente non sono per nulla soddisfatto di quanto io ho fatto fino ad oggi, sono consapevole di dover fare di più, soprattutto nel mio lavoro, e a darmi una spinta a continuare sono le domande di una ragazzina di dodici anni e un classe che mi chiede di mettere sulla Lim il testo de I cento passi per cantarli tutti insieme. Non perché senta di aver lavorato bene, ma perché penso che questi ragazzi sono migliori di noi, più responsabili di noi e meritano tutto l’impegno possibile. Almeno quello, visto che gli stiamo distruggendo il futuro con la nostra indifferenza.

Di antimafia, Sciascia e altre cose senza importanza


 

Doverosa premessa: sono cresciuto sui libri di Leonardo Sciascia, romanzi e saggi e articoli, quindi questo non è un articolo obiettivo.

Seconda premessa: nutro stima incondizionata per il giudice Caselli e Nando Dalla Chiesa e il massimo rispetto per le loro storie personali, ho avuto modo di incontrare e ascoltare entrambi, ho letto e leggo i loro libri, le considero tra le poche persone senza ombre in un paese che nell’ombra vive, quindi questo articolo non è una critica alla loro persona ma l’espressione di una divergenza d’opinioni.

Sono passati trent’anni dall’articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”, titolo che, per altro, lo scrittore di Racalmuto non ha mai dato a quel pezzo. Quell’articolo è stato citato molte volte in questi trent’anni, spesso a sproposito, quasi sempre da persone che non l’avevano letto. Era una lunga e articolata disamina sulla mafia e l’antimafia e su come, spesso, l’antimafia, certa antimafia di facciata, avrebbe finito per aiutare la mafia.

Gli articoli di Caselli e Dalla Chiesa apparsi sul Fatto quotidiano hanno ribadito la tesi secondo cui Sciascia assestò un colpo mortale al pool antimafia attaccando la nomina di Borsellino, Dalla Chiesa precisa che, a suo parere, l’attacco a Borsellino da parte di Sciascia fu eterodiretto.

Mi permetto di dissentire. Quell’articolo è una lucidissima disamina di come gli interventi per combattere la mafia nel nostro paese, partendo dal prefetto Mori inviato in Sicilia a questo scopo da Mussolini e debitamente trasferito quando, dopo aver sgominato la piccola mafia banditesca, cominciò ad attaccare quello che si sarebbe chiamato il “terzo livello” nella persona dell’on. Coco, plenipotenziario del Duce in Sicilia, spesso si siano risolti a favore della mafia,.

L’articolo contiene un attacco questo sì feroce verso Leoluca Orlando, allora e oggi sindaco di Palermo, accusato di sbandierare la propria patente di anti mafioso e di amministrare male la città, personaggio su cui sopendo il giudizio a causa di una irriducibile e istintiva antipatia che lo condizionerebbe. L’articolo contiene anche il presunto attacco a Borsellino.

Conoscendo l’opera di Sciascia in profondità e avendo seguito il suo profilo pubblico, mi sento di affermare che se Sciascia avesse voluto attaccare Borsellino lo avrebbe fatto, senza timore e senza mascherarsi tra le righe.

In secondo luogo, e su questo le mie convinzioni sono più salde, la decisione di  smantellare il pool antimafia fu politica e non si è mai visto in Italia un intellettuale, per altro detestato a fasi alterne sia da destra e che da sinistra per la sua libertà di pensiero, che fosse in grado di assestare colpi decisivi ad alcunché. Sciascia fece politica dapprima come indipendente tra le fila del partito comunista e poi con i radicali, quindi sempre ribadendo la propria indipendenza di giudizio.

Dopo l’articolo in questione venne attaccato da tutti quelli che fino al giorno prima lo avevano elogiato per la sua lungimiranza e la sua capacità di analisi. La polemica contro Borsellino si spiega con la sua visione dello stato di diritto, che a suo parere non doveva essere violato, e l’applicazione, nel caso specifico, di un’eccezione a una norma di legge. C’era inoltre da tenere in considerazione la sua nota e feroce avversione al concetto stesso di legge speciale.

Oggi quell’articolo ha suscitato nuove polemiche, tirato fuori da chi attacca il fronte antimafia alla luce di recenti fatti assai sgradevoli, dai palesi casi di malfunzionamenti nella macchina di gestione dei beni confiscati, all’attacco a Libera da parte di Franco la Torre, ecc.

Negare che Sciascia abbia visto lontano, come fanno alcuni, tra cui Caselli, che parla di episodi marginali, significa non voler affrontare la realtà.

C’è un’antimafia che funziona, quella delle cooperative che lavorano in terra di mafia nonostante intimidazioni e attentati, quella dei presidi di Libera sui territori, quella delle tante associazioni che si impegnano ogni giorno incuranti dei rischi, anche quella di chi critica Libera continuando a informare e sensibilizzare l’opinione pubblica, e c’è un’antimafia che è ormai assurdo negare che non funzioni ed è quella che finisce più spesso sulle prime pagine dei giornali, specialmente negli ultimi tempi. Da insegnante, conosco bene la regola secondo la quale se fai bene il tuo lavoro nessuno ti dice grazie ma se commetti un errore finisci alla gogna sulla pubblica piazza, quindi di questo non c’è da stupirsi.

Io credo che il fronte antimafia abbia necessità di quella che un tempo si chiamava revisione critica e che tanto bene farebbe anche oggi a qualcuno in politica. Sono convinto che oggi più che mai la lotta alla mafia debba essere una priorità dello Stato e che le difese aprioristiche siano altrettanto sbagliate e controproducenti degli attacchi aprioristici. Si favorisce la mafia attaccando l’antimafia che funziona ma anche difendendo l’antimafia che non funziona.

Io credo che, purtroppo, come spesso gli è capitato, Sciascia avesse visto lontano e abbia forse peccato nell’attaccare Borsellino di una certa tendenza a èpater le bourgeois tipica degli intellettuali,  ma che il discorso di fondo che fa in quell’articolo sia assolutamente corretto ed attuale

. Vediamo ogni giorno quanto ci sia costato non difendere lo stato di diritto, che per Sciascia era una conditio sine qua non della democrazia e abbiamo toccato con mano, passata la stagione del terrorismo, l’ambiguità di un certo pentitismo di mafia, avversato con forza dallo scrittore siciliano.

Comprendo ma non condivido l’astio che ancora traspare dalle parole di Caselli e Dalla Chiesa, nutro il massimo rispetto per le loro vicende personali e per la coerenza che hanno sempre manifestato nei loro atti e nelle loro dichiarazioni,  credo che però stare dalla parte giusta, implichi anche accorgersi e parlare senza timore delle crepe e impegnarsi perché il muro si risaldi più forte di prima.

L’avanzata delle mafie al nord, lucidamente descritta nei recenti libri di Dalla Chiesa, una sorta di normalizzazione dell’informazione riguardo al fenomeno, la strage infinita della camorra che ormai passa sotto il silenzio dei media, sono segnali preoccupanti. E’ necessario informare, continuare senza tregua l’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica ma per fare questo, è necessario anche sgombrare il campo da dubbi, illazioni, sospetti e non fare finta che il problema non esista. Altrimenti la battaglia sarà già persa in partenza.

Il cinismo al servizio del boss


Non è una questione di pacificazione, né di revisione storica, la presenza del figlio di Riina a Porta a Porta è frutto del cinico calcolo di un ex giornalista che per rialzare l’audience non esita a giocare una carta truccata.

Non esiste diritto di cronaca né libertà di pensiero quando a parlare è la mafia. Remarque diceva che la guerra va diffamata, sempre e comunque, io penso che la mafia vada combattuta, odiata e avversata,sempre e comunque e che chi non lo fa sia un infame, nel senso letterale di “persona che non merita di essere nominata”.

Ai parenti di vittime di mafia, ne conosco personalmente due, uno è un amico di vecchia data,. un altro un amico recente, va non la mia solidarietà, che è scontata, ma la condivisione della rabbia, dello schifo e del sovrano disprezzo per chi ha ordito una operazione di livello così infimo.

Ma io credo che i primi a indignarsi, i primi ad alzare gli scudi e a rifiutarsi di avallare una simile porcheria, avrebbero dovuto essere i giornalisti. Il giornalismo, al di là degli improperi che rivolgo a questo o quell’editorialista da queste pagine, è mestiere nobile, al servizio della verità e della libertà di pensiero. Come possono i giornalisti televisivi e della carta stampata tollerare la placida arroganza del padrone del vapore e limitarsi a riportare la notizia senza chiedere che venga radiato dall’ordine chi ha fatto un tale affronto alla loro professione?

In Campania si muore di camorra ogni giorno, la presenza delle mafie nel nostro paese è soffocante, ieri Cantone ha sottolineato come la sanità sia ricettacolo di criminali d’ogni risma. Com’è possibile dare la parola a chi, lungi dall’esprimere l’ombra di un pentimento, mostra di aver assimilato le folli idee paterne e ha la faccia di recriminare sul fatto che un pluriomicida stragista marcisca ancora, giustamente, in galera? Com’è possibile fornire per due volte a parenti di mafiosi una vetrina da cui vomitare sugli italiani falsità, risposte ambigue e giustificazioni dell’ingiustificabile?

Forse il programma vuole dare un amano al premier che ama considerare la mafia un orpello del passato o almeno, è evidente che non la considera qualcosa di cui preoccuparsi, dal momento che non un passo ha compiuto il suo esecutivo per combattere questo male.

Eppure leggendo oggi i forum dei quotidiani, c’è chi difende questa scelta, chi interpreta la libertà d’opinione come libertà di menzogna, chi confonde l’infamia col diritto. Segno che stiamo perdendo il senso della libertà, la sua essenza più preziosa: quella di essere tale se non urta o limita la libertà del vicino. La presenza del figlio del capo della mafia in tv urta milioni di italiani onesti, centinaia di parenti delle vittime, migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, non è quindi libertà ma arbitrio.

Parecchi anni fa Sergio Zavoli, grande giornalista di tempra ben diversa dal piccolo uomo di cui stiamo parlando, portò in televisione i terroristi, in uno dei migliori programmi mai prodotti dalla Rai: La notte della Repubblica.

I terroristi intervistati spiegarono i motivi che li avevano condotti alla lotta armata e quelli che li avevano portati al pentimento: sui loro volti, nei loro gesti, si leggeva il tormento e la necessità di una confessione in pubblico dolorosa e catartica. Non cercavano giustificazioni, chiedevano perdono. Ci volle coraggio allora per fare quello che fece Zavoli, ma il programma era talmente ben costruito e tanta impressione fecero quello interviste, che nessuno poté negare la bontà dell’operazione. Operazione ben diversa dalla squallida trovata pubblicitaria da mentecatto descritta sopra.

Poiché è inutile cercare di parlare a Vespa di principi etici e rispetto, di senso del limite e misura, sarebbe forse il caso che chi di dovere, lo pensionasse o quantomeno, chiudesse la sua oscena trasmissione e gli desse una collocazione tale da nuocere il meno possibile.

Questo se ancora si vuole dare alla Rai l’etichetta di servizio pubblico, in caso contrario, cancelliamola e sostituiamola con l’etichetta di pubblica latrina.