Abolito il merito per i docenti: fine di una farsa


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Tra i tanti orrori della Buona scuola, quello del bonus merito per i docenti è stato sicuramente il più odiato dalla maggior parte dei docenti italiani e, sospetto,anche da qualche dirigente.

Mai regolamentato, lasciato all’arbitrio del Dirigente o, nella migliore delle ipotesi, da comitati di valutazione eletti con criteri discutibili, il così detto merito è diventato un fattore di divisione all’interno delle scuole andando a ledere in modo significativo la compattezza dei collegi docenti

Senza contare che, quasi sempre, a ricevere il bonus sono stati quegli stessi collaboratori che venivano già retribuiti, più o meno generosamente, ma questo è un altro discorso, con il fondo d’Istituto e che quindi, alla fine della fiera, senza nulla voler togliere al loro necessario ( ma volontario) lavoro, erano pagati tre volte.

I criteri per il merito, poi, mai stabiliti per legge, sono rimasti talmente larghi e vaghi, da lasciare mano libera ai Dirigenti e trasformarlo in uno strumento di gestione del potere interno.

In questi anni, lungi dal valorizzare la professionalità e la competenza, il merito ha alimentato malumori, divisioni e mortificato chi ha sempre svolto con coscienza il proprio lavoro ma non si è reso disponibile a lavorare gratis o quasi.

Personalmente, in contrasto con il mio sindacato, credo che inserire categorie di merito tra gli insegnanti vada verso quell’idea, ben presente nella Buona scuola, di aziendalizzazione, che rappresenta la morte dell’istruzione pubblica.

Stabilire graduatorie di merito iin questo campo sfiora quel cardine della democrazia che è la libertà d’insegnamento, senza contare che nessuno potrà mai valutare il fattore umano, l’empatia che si crea con i ragazzi, quel rapporto di reciproco rispetto necessario per svolgere al meglio il proprio lavoro.

Faccio mea culpa per non essere tacciato d’ipocrisia: lo chiesto due volte perché la regola sindacale è non rinunciare ai diritti acquisiti, l’ho anche ottenuto, poi ho smesso di chiederlo perché, avendo pagato dazio alla coerenza sindacale, potevo mettermi in pace con la mia, di coerenza.

Naturalmente la ridistribuzione delle risorse del merito nel fondo d’Istituto non intacca nemmeno in superficie il problema dei salari degli insegnanti e del finanziamento necessario per adeguare la quota spesa per l’istruzione a quella dei paesi europei, né gli altri, gravi problemi che affliggono la scuola: dalla sicurezza degli edifici, al ponte con il mondo del lavoro, dalla necessità di nuovi programmi alla formazione degli insegnanti e dei dirigenti in entrata, ecc.ecc.

Eliminare uno dei provvedimenti simbolo della Buona scuola è comunque un segnale forte, che spero apra la strada a una revisione integrale della riforma, non per tornare indietro ma per andare avanti battendo una nuova strada.

 

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La scuola che non conta nulla


Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.