Di Rocco Schiavone, di ignoranza e code di paglia


Rocco Schiavone è il protagonista di una serie di romanzi scritti da Antonio Manzini, caratterizzati da una trama gialla robusta e assai curata e da un protagonista, Rocco, appunto, che sembra preso dalla grande tradizione del noir americano, quella di Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Rocco è tormentato, incapace di elaborare il lutto per la tragica morte della giovane moglie,non beve come i suoi eponimi americani ma si fa una canna ogni mattina, nonostante ci sia sempre qualcuno a descrivere dettagliatamente i danni di questo gesto, lui la considera la sua hegeliana preghiera laica mattutina, ha modi rudi, amici discutibili e fa cose discutibili, ed è uno straordinario investigatore.

Non è un eroe senza macchia e senza paura e ogni volta che risolve un caso si sente come contagiato dal male che ha appena sconfitto, forse consapevole che nel suo mestiere ingrato per ogni vittoria ci sono cento sconfitte.

Schiavone non è rassicurante, non è il tipico poliziotto alla Montalbano che piace alle mamme, anche se di Montalbano possiede lo stesso senso della giustizia.

La trasposizione televisiva del personaggio è azzeccata, ben sceneggiata, ben diretta, con attori convincenti e nella parte, un Giallini assolutamente tagliato per il personaggio del vicequestore. Un successo di pubblico che conforta: la qualità paga ancora.

Gasparri e l’incorreggibile Giovanardi, chiamarli onorevoli è troppo, hanno presentato una mozione alla Camera contro il personaggio. Dando per scontato che i due non abbiano mai aperto un libro e se ne ritraggano inorriditi alla sola vista, il motivo di tale interrogazione è il fatto che il personaggio getterebbe discredito sulle forze dell’ordine. Stessa demenziale e assurda motivazione da parte del sindacato autonomo di polizia che aveva applaudito con entusiasmo, invece, le gesta del cretino Coliandro, evidentemente ritenuto dagli iscritti a questo sindacato, un rappresentante più degno.

Siamo dunque arrivati alla meta-denuncia, alla persecuzione di un personaggio di fantasia. Che arrivi da un fascista, un ottuso ex democristiano di quarta fila che sembra un personaggio disgustoso  preso di pari passo dal Commissario Pepe, immortale personaggio di Tognazzi e da un sindacato che ha applaudito l’assoluzione dei presunti responsabili della morte di Cucchi, non stupisce più di tanto.

Forse sarebbe stato più rappresentativo delle forze dell’ordine il racconto delle gesta di uno di quelli che nel 2001 a Genova furono responsabili della macelleria messicana del G8 (definizione data da un poliziotto), o di quelli che conducono ragazzi in carcere e li pestano a sangue, o dei poliziotti che caricano operai e studenti, ecc. Forse Giovanardi e Gasparri si sentono più utili al paese bloccando, insieme a tanti colleghi, l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Scusate, a me questa gente dà la nausea.  Io credo che la polizia svolga un servizio necessario e prezioso per la tutela dei diritti di ciascuno di noi, credo che l’impunità di cui oggettivamente godono le forze dell’ordine nel nostro paese non sia un male necessario ma un vulnus della nostra democrazia, che danneggia la stragrande maggioranza dei poliziotti, quelli che non picchierebbero mai un fermato, che abbasserebbero il manganello davanti a un ragazzino o a un anziano, che non perderebbero mai il senso del loro dovere.

Schiavone è personaggio di fantasia umano, forse troppo umano per alcuni, dotato di vizi e virtù come ognuno di noi. A me piace leggere le sue avventure e guardarle in tv, e riesco benissimo a comprendere che non rappresenta la realtà, anche perché, al contrario di quanto accade nella vita reale, Schiavone alla fine vince sempre.

Trovo semplicemente vergognoso che con tutti problemi che affliggono il paese, si debba sprecare tempo alla camera a discutere di una  fiction, vergognoso ma esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto alla polizia, trovo assolutamente lodevole che i suoi rappresentanti veri non invochino censure, non contano i reati fittizi di un personaggio di fantasia e continuino a dedicarsi ogni giorno al proprio lavoro, con spirito di servizio e onestà.

Dal momento che i dati dell’audience su Schiavone sono confortanti e il referendum è vicino, confido che potremo continuare tranquillamente a goderci le avventure del vicequestore, alla faccia degli ipocriti e di chi ha la coda di paglia.

Dieci motivi contro la liberalizzazione


marijuana

 

1) Perché ho visto troppi ragazzi rovinarsi per la canne, perdere tempo, opportunità, possibilità, trovarsi con tutte le porte chiuse e le spalle al muro. Senza parlare dei problemi di salute.

2) Perché credo che troppi pensino allo spinello della mia generazione, e non si rendano conto che adesso no, non si risolve tutto con una risata, o una botta di malinconia, a seconda di come gira, ma si diventa dipendenti e, come scriveva Neil Young proprio in quegli anni: “Un drogato è come un sole al tramonto”. Lui parlava dell’eroina che s’era portato via un amico, ma il tetraidrocannabinolo ti brucia il cervello, oggi, e la cocaina tutto il resto. E ragazzi come sono come “un sole al tramonto” ne ho conosciuti e ne conosco. Troppi.

3) Chi è consumatore abituale di cannabis ha un problema: come non curiamo le malattie con dosi quotidiane di virus, trovo assurdo curare chi ha un problema col problema. Senza una legge che obblighi ad un adeguato percorso terapeutico per i casi di dipendenza, i risultati sarebbero disastrosi. Non mi risulta che tale provvedimento sia scritto nella proposta di legge.

4) La canna è trasgressione: comprarla in farmacia toglierebbe tutto il fascino, comincerebbero a girare leggende sulla “roba di stato”, i drogati sono abilissimi a crearle, usano quel po’ di fantasia che non si sono bruciati per inventare giustificazioni autoreferenziali per il proprio vizio, il pusher sarebbe comunque sempre il loro punto di riferimento. Commercialmente, l’idea è destinata a fallire in partenza.

5) Pensare che le mafie, che convivono con lo Stato da più di un secolo, siano disposte a farsi soffiare uno dei loro business più redditizi, è ridicolo.

6) Io voglio uno Stato che limiti anche il consumo di alcool nei giovani con adeguate campagne di prevenzione e di repressione degli abusi, non uno Stato che si arrende e si fa promotore in prima persona di un vizio.

/) Gli esperimenti di liberalizzazione delle droghe sono falliti ovunque siano stati fatti.

8) Stiamo allevando generazioni sempre più fragili, adolescenti incapaci di gestire la propria emotività, che alterano il proprio corpo per accettarsi ed essere accettati, che arrivano a tutto troppo presto. Dargli uno spinello in mano è come dargli un’arma.

9) Scusate il mio veterocomunismo: le droghe sono uno strumento del sistema per rimbambire le masse.

10) Parlare di droghe “leggere” oggi non ha senso: la droga è fuga dal mondo reale in un mondo a parte, l’amica fedele che ti illude di risolvere ogni problema. Poi i problemi tornano e l’amica anche, in un circolo vizioso che può condurre a un fine lieta, si smette, non si esagera, si lascia perdere, o meno lieta. E’ il meno lieta che mi preoccupa. Soprattutto nel mondo di merda in cui viviamo.

So che ci sono autorevoli pareri contrari al mio, che anche moti amici, più giovani e meno giovani la pensano diversamente; rispetto tutte le idee, ma credo che questa volta, se la legge si farà, si commetterà un gravissimo errore.

Non esistono droghe leggere


Leggo l’ottimo post di Andrea Scansi sul Fatto quotidiano. Superato il livore seguito alla riconferma del governo, Scansi torna  a scrivere cose sensate e, in buona parte, condivisibili.

Nel suo post, giustamente, rileva come il problema delle carceri, grave, drammatico e urgente, non si risolve con l’amnistia e l’indulto ma con una politica mirata: pene alternative, processi più veloci, ecc.

Ricorda inoltre che gli entusiasti dell’indulto non hanno fatto nulla, negli ultimi vent’anni, per cercare di prendere almeno coscienza del problema, non dico di risolverlo.

Tra i provvedimenti possibili da prendere, inserisce la depenalizzazione dell’uso di stupefacenti e, suppongo, la differenziazione tra droghe leggere e pesanti. E qui dissento nettamente.

La droga è stato per decenni un problema sociale drammatico, ignorato, combattuto nel modo più sbagliato possibile. E’ stata una guerra che ha fatto moltissime vittime, menti acute, grandi potenzialità e talenti, bruciati da una siringa.

Chi ha la mia età li ricorda i drogati, ragazzi-ombra spaventosi, spettri che si aggiravano nei vicoli, si bucavano nei portoni delle case, strascicavano i passi con gli occhi persi nei loro sogni chimici. Ne avevo a fianco alcuni, durante il servizio militare, uno, congedato per overdose, l’ho visto spesso nei vicoli, per anni, a chiedere l’elemosina. Mi avvicinavo, lo salutavo con un cenno del capo e gli allungavo qualche moneta. Era un ragazzo sensibile, intelligente, avrebbe dovuto azzannare il mondo e invece il mondo ha azzannato lui.

Oggi la situazione è cambiata. La facilità con cui le droghe possono essere reperite, i bassi prezzi sul mercato, ne hanno aumentato a dismisura la diffusione insieme ai falsi miti che l’accompagnano. La situazione è cambiata anche per la miopia e la superficialità di certa politica.

Quanta responsabilità hanno i radicali con le loro pagliacciate riguardo la diffusione della cannabis? Quanta responsabilità ha una certa sinistra con la sua falsa tolleranza?

Date un’occhiata ai siti internet digitando “cannabis” e vedrete una sequela di falsità: la cannabis fa bene, previene le malattie, è un analgesico, ecc.ecc. Stupidaggini che i tossicodipendenti, comunità autoreferenziale per eccellenza, si bevono e si tramandano. Stupidaggini che Pannella e i suoi amici propagandavano vent’anni fa, accompagnati dai sorrisi bonari di molti esponenti di sinistra.

Peccato che quei siti omettano di dire che il principio attivo della cannabis, il THC, è cento volte più potente oggi rispetto alle “canne” di quindici, venti anni fa, dà assuefazione esattamente come gli oppiacei e distrugge le connessioni cerebrali. Qualunque insegnante che abbia avuto o abbia alunni dipendenti da cannabinoidi può confermare che, aumentando le dosi e la frequenza d’uso, diminuiscono proporzionalmente la capacità di concentrazione, l’attenzione, l’impegno, ecc.

Ho visto ragazzi brillanti andare  in malora solo per gli spinelli e ho maledetto e maledico Pannella e ogni radical chic di sinistra che abbia pubblicizzato l’uso di questa droga. Per gli scettici a oltranza, ci sono le statistiche ufficiali dell’unione europea che riportano i dati statistici delle percentuali di abbandono e fallimento scolastico tra i consumatori di cannabinoidi. Sono statistiche agghiaccianti.

A cambiare è anche il profilo del tossicodipendente: oggi si droga, magari solo il sabato sera, l’impiegato, il ragazzino figlio di papà, il disadattato, il professionista, in una trasversalità autodistruttiva che è la testimonianza più evidente di quanto la nostra società non riesca più a generare valori positivi, lasciando all’edonismo sfrenato e al consumismo il posto che prima apparteneva alla politica, alla solidarietà, alla relazione con la realtà.

Non ho soluzioni da proporre per risolvere il problema, ma sono sicuro che una depenalizzazione avrebbe effetti devastanti sui nostri ragazzi e sulle nostre ragazze. Andrebbe casomai intensificata l’azione anche penale contro quello che oggi è un pericolo ancora più grande: l’alcool, droga legale consumata in età precocissima, la cui pericolosità viene sottovalutata e la cui penetrazione sociale è profondissima.

Ovvio che mandare il tossicodipendente in prigione non serve a nulla, ma lo Stato non può rendere lecito un comportamento comunque distruttivo e oneroso. Io penso che sarebbe necessario un giro di vite, ad esempio nelle scuole superiori, dove tabacco e cannabinoidi girano liberamente e gli insegnanti non possono far altro, a volte, che far finta di non vedere. Occorre ricordare ai dirigenti che sono pubblici ufficiali e che in presenza di flagranza di reato hanno l’obbligo di intervento, occorre una politica scolastica seria di prevenzione alla tossicodipendenza, occorre smetterla con le operazioni di parata, i cani poliziotto tirati fuori a comando dopo aver avvertito preventivamente le scuole oggetto di ispezioni.

E’ per questo che sono contrario alla depenalizzazione, anche se reputo necessaria una politica diversa, pene alternative, supporto piscologico, ecc. La droga è passata da dramma sociale ad allarme sociale, da fenomeno autodistruttivo individuale a fenomeno massificato, nell’indiffferenza più totale. Con un costo altissimo per i tossicodipendenti e per la collettività.

Esiste  una grande responsabilità dei media, che parlano di droga solo quando riguarda personaggi conosciuti, che hanno completamente dimenticato la droga come fenomeno sociale e contribuiscono ad aumentarne il fascino negativo e il maledettismo che si porta dietro.

Il discorso è lungo e non voglio tediare oltre la mia manzoniana corte di lettori, ma tornerò sull’argomento perché lo ritengo una delle dimenticanze più gravi della nostra politica.