Appunti per una ecologia delle parole


Nell’immagine ci sono due marmotte che giocano, forse flirtano, forse fanno l’amore. Nessuno si chiede se appartengano allo stesso sesso o allo stesso ceppo etnico, da dove provengano, quale sia il cuore del manto: tutti, quando vedono una scena del genere, restano a guardare inteneriti, perché è la natura che ci mostra il suo spettacolo.

Purtroppo lo stesso non accade con gli esseri umani, che sono dotati della capacità di astrarre e della parola, facoltà che li allontanano dallo stato di natura.

Credo che si debba cominciare, tutti, a misurare le parole, a reinserirle nel loro giusto contesto, fermo restando il fatto che la lingua è convenzione e, come tale, soggetta variazioni, che però non sono mai arbitrarie.

Così dire che i vaccini fanno aumentare i casi di omosessualità non è solo una enorme e miserabile idiozia ma è anche un modo erroneo di usare le parole.. L’omosessualità non è una malattia, una sindrome, una qualche forma di manifestazione esoterica e non contempla casi, un omosessuale o una lesbica non sono casi, ma stati naturali. Usare il termine casi stigmatizza l’omosessualità come uno stato patologica, definisce una diversità, crea una barriera.

Una parola sbagliata cambia il paradigma, apre a interpretazioni non solo fantasiose ma, spesso, anche assai pericolose. Lo sanno bene i dittatori.

Così immigrazionista, orrido neologismo subito abbracciato da quella che considero la peggiore stampa europea, la nostra, non è solo un brutto termine ma, ad una analisi più profonda, lascia spazio a considerazioni inquietanti.

Il buonista, altro orrendo neologismo, era comunque un essere umano, probabilmente ingenuo, per alcuni degno di disprezzo proprio per questo suo eccesso di umanità.

L’immigrazionista esprime tutta l’avversione della destra per la cultura e chi la possiede: etimologicamente, immigrazionista è un esperto o uno studioso delle migrazioni. Nella vulgata neofascista, direi nella migliore tradizione nazifascista, chi ha letto Klemperer sa a cosa mi riferisco, il termine viene completamente stravolto e l’immigrazionista diventa un fautore dell’immigrazione, magari anche colto e intellettuale, probabilmente radical chic, mosso da motivazioni oscure ma certo minacciose dello status quo.

Le parole contano, le parole sono importanti, sono il filo che ci collega l’uno all’altro e collega tutti noi alla storia. Le parole, a volte, cambiano la storia.

Definire un bacio tra due donne immorale è, oltre che bigotto e offensivo, del tutto fuori luogo, perché non esiste articolo del codice penale che impedisca a due donne, a due uomini, o a un uomo e una donna di baciarsi, a meno che non si trovino in un luogo di culto e la religione è qualcosa di intimo e personale, oltre che non universale, esattamente come le tendenze sessuali, quindi non può e non deve misurare universalmente il bene e il male.

Le parole etichettano, delimitano, stabiliscono distanze, definiscono diversità vere o presunte, creano muri.

Soprattutto, le parole de-umanizzano. I migranti sono ormai una categoria a parte, sono pochissimi quelli, all’opposizione o al governo, che si ricordano che si parla di esseri umani. Se poi parliamo di fantasiose invasioni o facciamo generalizzazioni del tutto arbitrarie e prive di fondamento ( i neri non sono abituati a lavorare, mangiano i cani, stuprano le donne, ecc.), il gioco è fatto. I migranti sono altro da noi così come il mondo LGBT, razze aliene, minacciose, pericoli che minacciano il mondo pulito, ordinato e regolato delle brave persone, o meglio, quello figlio della loro fantasia e delle loro frustrazioni. Altro da noi sono anche gli ebrei, i musulmani e tutti quelli che non vengono mai definiti come uomini e donne, esseri umani, che sanguinano come noi se feriti, piangono come noi se addolorati, ecc. ma privati della loro umanità grazie a un’etichetta e considerati massa informe priva di singolarità. I fascisti sanno che per sentirsi superiori hanno bisogno di qualcuno che sia inferiore, così lo creano. Chomsky e Girard hanno scritto in abbondanza su questo.

Lo stesso fenomeno si verifica dall’altra parte della barricata, dove il nemico è un sovranista, un omofobo, un razzista, categorie generali, che omettono anche in questo caso l’umanità, il singolo, che anzi, rappresentano una diminutio di umanità allo stesso modo in cui buonista rappresentava un eccesso della stessa.

Etichettando non si comprende e, se non si comprende, la battaglia è persa in partenza. Diceva Gunther Anders che la morte di milioni di persone non ci tocca ma se ne conosciamo due, tre, di nome, se conosciamo le loro storie, se li ri-conosciamo come esseri umani, ecco che l’enormità di una tragedia ci assale.

Vale per l’olocausto quotidiano dei migranti, vale per gli omosessuali scherniti, perseguitati e malmenati per le strade delle nostre città, vale per le donne uccise quotidianamente.

Dobbiamo tornare ad attivare meccanismi di ri-conoscimento.

Dobbiamo tornare a raccontare le storie degli ultimi, dei migranti, dei ragazzi e delle ragazze pestati e dileggiati per strada perché amano in modo diverso, delle donne malmenate e spesso uccise da chi dovrebbe proteggerle. Dobbiamo raccontare queste storie tornando a usare le parole giuste, scegliendole con cura, evitando morbosità e pietismi: i nudi fatti raccontati in modo corretto valgono più di tanti appelli ed espressioni di sdegno, i nomi, le vite, valgono più della retorica.

È necessaria, sarebbe necessaria, una ecologia delle parole, soprattutto da parte di chi con le parole ci vive, intellettuali e giornalisti in primis e di chi le parole le insegna. Non è più tempo di riservare ai libri la lingua pulita e sfrondata dalle volgarità, bisogna tornare a parlare in modo corretto, soppesando anche le virgole, perché come nei silenzi sta la musica, così nelle pause sta spesso il senso di un discorso.

È un paese sporco il nostro, in tutti i sensi, un paese che è scivolato in una notte buia di cui non si vede la fine, un paese che ha perso i propri valori, le proprie radici, le parole che lo hanno fondato.

Se vogliamo rivedere l’alba e non scivolare in un incubo ancora peggiore, è necessario tornare a usare le parole in modo adeguato, ritrovare il loro significato più profondo e uscire dalla logica dello slogan che ormai è diventata trasversale. Parole nuove significano idee nuove e idee nuove tracciano strade nuove.

Le parole usate correttamente contengono dentro grandi verità: omofobo, letteralmente, è chi ha paura di sé stesso, di chi è uguale lui.

Anatomia dell’odio


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Carolin Emcke è una delle più importanti giornaliste tedesche. Ha lavorato in moltissime aree di crisi toccando l’odio con mano e raccontandolo. E’ lesbica e conosce il peso della discriminazione.

Carolin Emcke ha scritto un libro bellissimo. Contro l’odio  edito in Italia da La nave di Teseo, la bella casa editrice fondata da Umberto Eco prima di lasciarci      

A  Eco sarebbe piaciuto molto questo libro, per il rigore con cui l’analisi viene condotta, per la passione che anima ogni pagina,  per la coerenza di pensiero dell’autrice.

Fossi un insegnante delle superiori lo adotterei come testo obbligatorio per i miei studenti e mi permetto di consigliarlo ai tanti intellettuali in erba radical chic impregnati di un retorica sinistrorsa vecchia e stantia che riempiono le pagine dei social di  perle di pensiero  understatement e accettano acriticamente le tesi del vate del momento, specie in questo momento di stasi politica e di calcoli più o meno abietti su chi deve sedere nella stanza dei bottoni.

Perché l’odio ha dominato la campagna elettorale e ce ne siamo dimenticati. Minniti, soffiando sul fuoco dell’odio, con un provvedimento di rara viltà politica perfino nel nostro  paese, ha tentato di cavalcare l’onda e così hanno fatto, con gradazioni e sfumature diverse tutti i partiti che oggi potrebbero essere investiti di responsabilità di governo. L’odio non è stato un tema elettorale, è stato il  tema elettorale e tutti sembrano essersene dimenticati. Per ora.

Carolin Emcke parte da un episodio molto simile a quello di Multedo: un pullman di migranti, donne e bambini, viene bloccato da un gruppo di esagitati e tenuto per ore fermo davanti al centro di accoglienza che rappresentava la sua meta. Carolin non fa  retorica, non si mostra sdegnata verso la canea di esagitati, non organizza una marcia di protesta contro il neonazismo ma fa quello che dovrebbe fare ogni intellettuale: si chiede perché.

Perché quella gente odia donne e bambini che vengono da storie di guerra durissime e hanno già pagato un prezzo altissimo alla vita? Perché la polizia osserva immobile e non interviene? Perché chi non è d’accordo resta in silenzio?

La risposta è articolata, documentata , puntuale. Novella Chomsky due punto zero, la Emcke  parte dalla spersonalizzazione del nemico, dalla sua riduzione a massa indistinta dalle caratteristiche omogenee per spiegare sia l’odio di massa verso un’altra massa sia l’omologazione all’odio da parte di chi lo pratica. Ritrova i medesimi meccanismi nell’odio verso gli ebrei, nell’emarginazione sociale della comunità Lgbt, nelle dinamiche dell’Isis.

A  fare da trait d’uniòn è la dittatura della normalità, considerata una paradigma assoluto entro il quale si deve rientrare per non subire l’odio e il disprezzo della massa. In un mondo sempre più omologato, globalizzato, chi si distingue perché ama in un modo diverso, ha un colore diverso o parla una lingua diversa è un’anomalia e come tale va “guarita”, per garantire la tranquillità dei normali.

Particolarmente toccanti sono e pagine riguardanti Eric Garner, morto soffocato per un attacco d’asma durante un immotivato e violento fermo della polizia. La colpa di Garner era di essere nero, la sua colpa era il suo corpo nero  , in quanto tale, bersaglio, un oggetto che aveva perso la propria umanità.

La disumanizzazione dell’altro, del diverso, è il primo atto della commedia razzista, il primo, necessario passo verso lo scatenamento dell’odio. Il razzista non prova a capire, a conoscere perchè, se lo facesse, entrerebbe in contatto con le singole storie, sarebbe costretto a riconoscere nell’altro l’umanità.

La parte finale riguarda la parresia  di Foucault e riguarda tutti noi. Parresia significa dire il vero e quel dire il vero, ci dice la Emcke, deve essere agito, senza se e senza ma. Il detto e il non detto non hanno luogo se si applica la parresia, il  vero va sempre detto senza eccezioni. Ma per essere detto deve essere vissuto , sentito come proprio.

Un liberal è un repubblicano che è stato dentro, dicono gli americani e c’è del vero in questa affermazione. Si può essere animati di buone intenzioni, essere anti razzisti, di sinistra, a favore dei diritti degli omosessuali, etc…, ma se queste sono solo affermazioni di principio, se non si prova a capire cosa significa essere migrante, negro, gay, ecc., se non si fa qualcosa di concreto per dare vita a queste affermazioni di principio e ci si sente nobili, puri e superiori perché le si pensa, non serve a nulla.

Il razzismo si combatte confutandolo, dice Carolin, ogni giorno, in ogni luogo va ribaltato il senso comune che recita: io con quella gente non parlo,  in  io con quella gente parlo, porto la mia verità, confuto la loro menzogna.

E’ inutile anche continuare a proporre valori nei vecchi modi consolidati. la Shoah, le migrazioni, il razzismo, la violenza, non possono semplicemente essere spiegati alle giovani generazioni, vanno spiegati con parole nuove, con metodi nuovi di insegnamento perché non siano storia ma presente, non qualcosa che è  stato ma un pericolo sempre incombente.

La parresia va adottata da chiunque voglia contrapporsi al razzismo, all’odio, alla  discriminazione, all’oppressione, senza ipocrisia, ignorando le convenienze e il timore di offendere qualcuno.  Dire il vero sempre e comunque forse finirà per inimicarci qualcuno ma servirà a molti per non sentirsi soli.

Ho banalizzato colpevolmente un libro denso, ricco, necessario.

La condizione umana (ignorata)


I non luoghi sono i luoghi degli altri senza la presenza degli altri  (Marc Augè)

Diceva Marcuse che il sistema capitalista è talmente forte che può permettersi la tolleranza, anche se una forma di tolleranza assai particolare, che lui chiama tolleranza oppressiva.

Quando un sistema di potere controlla l’informazione, può selezionarla e fornirla a chi ne usufruisce dando l’impressione che sia libera e pluralistica, mentre in realtà, la censura è alle radici.

In questi giorni, riguardo al problema delle migrazioni, stiamo sperimentando sia il non luogo teorizzato da Augé sia la tolleranza oppressiva in tutto il suo splendore.

Cifre, dati, statistiche, bugie, affermazioni infami, omettono infatti, con una precisione chirurgica, di rivolgere lo sguardo sulla condizione umana dei migranti. Non è necessario richiamare i meccanismi di creazione del nemico così magnificamente descritti da Chomsky né di richiamare alla memoria il compianto René Girard per comprendere che ci troviamo di fronte a una gigantesca distorsione informativa, una manipolazione globale delle informazioni che mira a deumanizzare i migranti per cancellare, nell’opinione pubblica, qualsiasi sussulto etico e morale che possa spingere la gente a comprendere che se si può privare degli esseri umani della loro umanità lo si può fare, quando questo convenga al potere, con tutti gli esseri umani, compresi quelli che riempiono i social e i forum da giorni di commenti che sarebbero piaciuti a Goering.

Così, dopo la tempesta emotiva provocata dalla foto del piccolo cadavere sulla spiaggia, il momento in cui ci si è resi conto che quelli che arrivavano sulle nostre coste erano esseri umani come noi, adesso le navi dei migranti sono non luoghi per eccellenza, abitati temporaneamente da non persone.

Basta sottolineare l’ipocrita e disgustosa definizione di migrante economico contrapposta a quella di profugo, per verificare quanto ho detto sopra: come se morire di fame rappresentasse un salto nella scala sociale tale da non meritare attenzione, accoglienza, comprensione.

Il potere si fa furbo e utilizza mezzi di disinformazione assai raffinati: così a Genova il neo sindaco annuncia una operazione radicale di pulizia delle strade (doverosa e necessaria) e l’accompagna, subdolamente, ad un altro tipo di pulizia, quella contro i mendicanti e senza tetto che, nell’immaginario della destra, sporcano le strade come l’immondizia, perché immondizia umana sono considerati..

Quanto a quelli che vogliono aiutare i migranti ma a casa loro, appare superfluo ricordare che le barche cariche di disperati sono il frutto, appunto, dell’aiuto che il mondo occidentale ha portato a casa loro.

Trovo deprimente,  che questo atteggiamento cinico, spietato, disumanizzante trovi ampio consenso tra quelli che Orwell definiva i prolet e in cui riponeva la speranza.

E’ come se la nostra condizione umana stesse mutando, come se, a poco a poco, stessimo dismettendo l’armamentario etico e morale sedimentato da secoli di filosofia, quell’armamentario che dovrebbe costituire la supposta superiorità dell’occidente a favore di un razionalismo arido, di un egoismo autistico, di una quotidiana sconfessione della frase di John Donne secondo cui un uomo non è un’isola.

La libertà è tale se c’è relazione ed empatia tra esseri umani, se gli esseri umani si trasformano in monadi, autoreferenziali e spinti solo a consumare, non c’è bisogno neanche del totalitarismo per privarli di diritti che ritenevamo, fino a qualche tempo fa, inattaccabili. Basta solo una buona dose di tolleranza oppressiva.