Uno squallido imbroglione con le spalle coperte


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Salvini non delira, Salvini non è pazzo, è un lucido e cinico calcolatore della peggior specie, un imbroglione spietato e amorale.

Il suo gioco sulla pelle di 170 disgraziati, tra cui uomini e donne malati, lo avrebbe portato comunque a vincere. O l’Europa cedeva al suo ricatto, accettando lo sforamento dei vincoli di bilancio così da poter inserire in

finanziaria la flat tax, tanto cara ai ricchi imprenditori padani che lo foraggiano, oppure si sarebbe verificato quello strappo istituzionale che sta cercando da tempo per far cadere il governo e andare ad elezioni nella veste

di eroe di un popolo di idioti.

Salvini fa il bullo perché sa di non rischiare nulla. Il Parlamento, se i magistrati lo richiederanno, non voterà mai l’autorizzazione a procedere.  Ce la vedete Forza Italia a votare una richiesta dei giudici che ha combattuto per

decenni senza tregua?  Per non parlare di quella parte del Pd che continua a far danni anche quando tace, per non parlare di quando si pronuncia, come ha fatto Minniti ieri.

Salvini si è inventato difensore di confini che non sono mai stati invasi, in nome di un patriottismo cialtronesco e volgare, tradendo i principi fondanti della nostra Costituzione e quindi quella patria che ha la pretesa di voler

difendere. Ha alimentato e creato un’emergenza stranieri che non esiste, ha trasformato il suo mandato in una crociata sadica e ossessiva contro chi non ha voce per difendersi, ha ignorato completamente quelle che sono

le vere emergenze del paese: la lotta alla corruzione, la lotta alla criminalità organizzata, l’emergenza ambientale, l’evasione fiscale.

E’ comprensibile, dal momento che quelli che lo finanziano e lo appoggiano con le mafie fanno affari d’oro al nord, molti di quei 120 miliardi di euro riciclati ogni anno dalla ‘ndrangheta vengono reinvestiti proprio al  

in Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto, Liguria, mentre al sud una parte del paese resta, di fatto, sotto il controllo della Camorra e di Cosa Nostra.  Non parliamo della lotta alla corruzione, che vede implicato il suo

partito per 49 milioni di euro e quasi quotidianamente amministratori leghisti finire in manette. L’emergenza ambientale non può essere un priorità per chi fa gli interessi dei grandi imprenditori del nord, protagonisti del

traffico di rifiuti tossici che avvelena le nostre campagne, quanto all’evasione fiscale, cambiamo discorso, please. Come non riguarda Salvini il fatto che il consumo di droga nel nostro paese è talmente alto, che le mafie

nostrane non riescono più a soddisfare la domanda e devono ricorrere ad alleanze con le mafie straniere.

No, a questo sepolcro imbiancato non importa di svolgere il proprio lavoro come vorrebbe la costituzione, lavoro per cui il martire è lautamente pagato, a lui importa solo di gettare benzina sul fuoco dell’odio, per ottenere

consenso, e se qualche nero ci rimetterà la pelle chi se ne frega, non sono morti nostri, no?

Quanto ai Cinque stelle,  sono caduti in trappola come era inevitabile per un partito di gente in parte volenterosa e anche capace, guidata da un demente.

Adesso o votano l’autorizzazione a procedere e finiranno, inevitabilmente, per dividersi, o non la votano e sono, definitivamente, sputtanati. La dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica e neanche lo

steward.

Nel frattempo i barricaderi da tastiera continueranno a mostrare la loro miseria umana sui social, incapaci di uscire dalla gabbia del loro livore di frustrati.

E’ un momento pericoloso, non perché l’uomo, squallido e patetico, sia pericoloso ma lo è chi gli va dietro, quelli di cui difende gli interessi, perché hanno i mezzi per  fomentare disordini e creare la paura necessaria a far sì

che perfino questo buffone appaia come l’uomo della Provvidenza. Ci siamo passati, l’abbiamo già visto succedere, si chiama strategia della tensione.

E’ necessario che centri sociali, no tav, radicali di sinistra mantengano la calma, non rispondano alle provocazioni, restino rigidamente all’interno delle regole democratiche,  nel 2001 abbiamo visto da che parte sta una

certa polizia, quindi cerchiamo di non creare inutili revival.

E’ necessario chiudere veramente e definitivamente con il renzismo a sinistra, non padre di tutti i mali ma perché di parecchi lo è stato e se si vuole sopravvivere e dare una speranza al partito e al paese, bisogna avere il

coraggio di cambiare davvero.

Poi tocca a noi, cittadini, lavoratori, noi che paghiamo tutte le tasse e facciamo fatica ad arrivare a fine mese, noi che crediamo, nonostante tutto, nella democrazia e nel diritto: non dobbiamo dare tregua a questa gente,

sugli autobus, nei posti di lavoro, per strada, i commenti razzisti non devono essere tollerati, come il fumo nei locali pubblici, perché sono altrettanto dannosi per la collettività. E’ necessaria un ‘assunzione di responsabilità

da parte di tutti, non basta più fare solo il nostro dovere, bisogna fare di più.

Dobbiamo trasformare lo sporco trucco di questo illusionista da quattro soldi nella corda con cui si impiccherà ( metaforicamente, ovviamente).

Solo così questo paese potrà riguadagnare rispetto e dignità e portare il proprio contributo a cambiare quell’Europa che non è solo male ma che deve cambiare rotta se non vuole crollare e tornare ad essere

provincia dell’Impero.

Il Sistema siete voi


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Sono molto preoccupato in questi giorni.  Preoccupato per i miei alunni stranieri. Finora la scuola ha accolto tutti, senza chiedere il permesso di soggiorno ai genitori e, quando hanno provato a imporlo per legge, gli insegnanti  hanno detto no e fatto ritirare la legge. Non so se oggi succederebbe lo stesso. Non so se quasi tutti sarebbero d’accordo.

Sono preoccupato per il campus di Coronata, un laboratorio sociale di integrazione nel quartiere in cui lavoro, un incubatore di possibilità e speranze. Gli permetteranno ancora di funzionare o verrà chiuso? Tutto il lavoro fatto, quello ancora da fare verrà cancellato in nome di una politica da teatro dei pupi, direi da Commedia dell’arte, non fosse che la Commedia dell’arte era nobile, uno strumento di protesta sociale e di emancipazione.

Questo governo, se nasce, nasce unicamente per cacciare via gli immigrati, a chi l’ha votato non interessa altro, il resto sono solo chiacchiere. Basta leggere quell’assurdo programma costruito sulle favole, basta guardare a fondo l’elettorato dei due partiti, basta, se proprio si vuole andare oltre, vedere cosa succede dove governa la lega: provvedimenti discriminatori bocciati dalla corte costituzionale, amministratori indagati, presenza mafiosa.

Quelli prima erano meglio? No, ma la sinistra può cambiare, i fascisti sono sempre fascisti, questa è la differenza fondamentale e chi si allea con i fascisti, è fascista.

Mi spiace per tante persone che stimo, contatti di Facebook o no, ma chi, in questi giorni, ha accusato il presidente Mattarella di difendere il Sistema, di aver forzato le sue competenze, di colpo di stato ecc., è il Sistema, che si dichiari anarchico, della sinistra radicale, sia giurista o commendatore, giovane o meno giovane.

Il Sistema non chiede di meglio che il caos e il governo che nascerà non porterà altro. Ripeto: guardate dove governa la Lega, azzerate le chiacchiere e considerate i fatti.

Vi dirò di più: avete difeso a spada tratta Savona, il Sistema per eccellenza, avvisi di garanzia e  scandali finanziari compresi, un ottuagenario che scrive di paragoni deliranti tra la Germania della Merkel e il terzo reich.

Io non so se vi rendete conto di questo, se la norma vale più del buon senso.  Lex mala lex nulla, dicevano i latini. A me della legalità importa poco, si muove nella legalità anche il poliziotto che pesta lo studente in manifestazione, la legalità è un feticcio, una parola vuota se non ha dietro un’idea di giustizia. Io un’idea di giustizia ce l’ho, e voi? Se contempla lasciare via libera ai fascisti, non è la mia.

Voi siete il Sistema perchè avete difeso il diritto di governare di gente che non dovrebbe neanche stare in Parlamento.  In compenso avete manifestato indignati prima delle elezioni contro quattro ragazzotti privi della capacità di intendere e di volere come fossero il Duce redivivo e poi abbandonato la nave dopo la sconfitta.

Voi, fatte le dovute differenze di cultura, siete come loro: pronti a difendere quello che tutti difenderebbero: i diritti dei gay, le vittime di guerra, le donne vittime di femminicidio, un po’ meno pronti quando ci sono da difendere i veri ultimi: i tossici, i rom, gli immigrati sui barconi, i coatti delle periferie. Allora fate finta di non vedere, di non sentire e tacete.

Mi spiace, senza offesa, io sto sempre dalla stessa parte, quella di Amir, Issam, Amina, Carlos, Ashley, Camila, ecc., io sto con chi ha un’idea di umanità diversa, con chi sbagliato e deve cambiare, non con chi non cambia mai. Io credo che comunismo e fascismo siano morti e sepolti dalla storia, che l’anarchia sia una splendida utopia e che il futuro sia nelle mani degli uomini di buona volontà, disposti a rimboccarsi le maniche e a cooperare.

Credo in un’Europa che torni ad essere quella sognata a Ventotene,  credo che esistano ancora gli Adriano Olivetti e che possano segnare la strada, credo nella fine del Capitalismo, sì, e nell’avvento di una terza via con meno leggi, meno legalità, con più giustizia e più umanità.  E sto con gli stranieri, con gli ultimi, con gli sfigati perché se c’è una speranza, la speranza sono loro.

Io sto con loro perché prima che finisca la farsa, rischiano di essere le prime vittime del vostro qualunquismo, della vostra rabbia ammaestrata, del vostro livore da privilegiati che hanno paura di perdere i privilegi.

Alla fine dei conti, col vostro qualunquismo, i vostri proclami roboanti, gli alti lai contro il Sistema, il vostro essere liberal all’acqua di rose, i soli, veri, radical chic in  questo paese, siete voi.

Un consiglio: leggetevelo Tom Wolfe, invece di citare a cazzo.

 

Le consapevolezze ultime di Aldo Busi


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Solo un grande scrittore è in grado di cogliere perfettamente lo zeitgeist di un’epoca e solo Aldo Busi può spiattellarcelo davanti agli occhi in modo così impudico, oscenamente sincero, disturbante. Come in un lugubre carosello interpretato da fantasmi.

L’ultimo libro dello scrittore di Montichiari non è solo un ferocissimo e perfido j’accuse, ma una fotografia dolente e dolorosa di un paese ridotto a una terra desolata, la constatazione di una povertà culturale assoluta in un paese dove l’innocenza non esiste più e tutti sono colpevoli, senza nessuna difesa possibile. Non ci sono più valori nell’Italia di Busi e nella nostra, ideali politici, principi: solo cannibali.

Busi racconta e si racconta con la sua prosa spumeggiante, leggera, eccessiva, a tratti sgradevole e disturbante, a tratti profonda come sempre più raramente accade nella narrativa italiana contemporanea. Unico scrittore contemporaneo in grado di fulminarti con una frase, di aprire spazi di rivelazione nel bel mezzo di un intermezzo escatologico.

Vero testamento letterario, il libro ci restituisce il miglior Busi, funambolo della parola, sincero fino al masochismo e, proprio per questo, moralista nel senso più positivo del termine, come solo un grande scrittore può esserlo. Non credo me ne vorrà se, mutatis mutandis, il paragone che mi viene per primo alla mente, è Manzoni.

E’, tra quelli che ho letto, il suo libro più dolente, attraversato com’è in limine da una delle tante tragedie del Mediterraneo che appare all’improvviso, di tanto in tanto, nella narrazione come un memento, come a dire che sì, stiamo leggendo di cose serie, serissime, non lasciamoci distrarre dal riso amaro dell’autore.

Il pretesto narrativo è una improbabile cena felliniana a cui partecipa una corte dei miracoli alto borghese a cui Busi viene invitato non in quanto scrittore ma in quanto provocatore televisivo, personaggio fittizio, icona del trash contemporaneo. Esilarante il brano in cui una convitata gli chiede se conosce Sgarbi.

Busi fa i conti con sé stesso e con l’Italia, il saldo è positivo nel primo caso, fortemente negativo nel secondo, tuttavia, come afferma orgogliosamente in un passo indimenticabile del libro, contrapponendosi a quella teoria di morti joyciani che sono i convitati alla cena, vuole morire da vivo.

Alla fine del libro, resta l’amaro in bocca. Il piacere della lettura ripaga solo in parte la consapevolezza di essere invischiati in una enorme distesa melmosa e di non riuscire a vedere via d’uscita. Lo scrittore è umano, troppo umano e troppo sincero in questo mondo di sepolcri imbiancati.

Una piccola nota di costume. Ho letto molte recensioni del libro, compresa come quella esilarante dello stesso Busi e ne ho dedotto che:

a) La maggior parte dei recensori non ha letto il libro.

b) Un altro gruppo di recensori si ferma alla superficie, ai passi volutamente sgradevoli e disturbanti, all’esibizionismo semantico di Busi che è una sua cifra stilistica irrinunciabile, per commiserarne la decadenza, testimoniata dall’uso della volgarità. Imbecilli.

c) Lo scrittore bresciano disturba ancora. Dire la verità in questo paese, quella verità che tutti conoscono ma, cattolicamente, tacciono, è ancora oltraggioso.

E questo, credo che ad Aldo Busi, ormai davvero un classico come lui stesso ama definirsi dal suo primo romanzo, piaccia moltissimo.

Whistleblowing: prove tecniche di un nuovo concetto di cittadinanza


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La notizia non ha avuto una grande rilevanza sui media, eppure la meriterebbe. L’approvazione della legge sul whistleblowing, una serie di norme per proteggere chi denuncia comportamenti scorretti sul posto di lavoro, a partire da episodi di corruzione, segna un passo in avanti verso quella rivoluzione culturale di cui questo paese ha un assoluto bisogno. Tutti noi, oggi, siamo un po’ più responsabili, abbiamo una possibilità in più per cambiare lo stato delle cose.

Fino ad oggi, non solo chi segnalava un episodio di corruzione non era tutelato ma, spesso, era soggetto a ritorsioni e perdeva il posto di lavoro. Questo non accadrà più. La legge è perfettibile, lo Stato, per esempio, deve fornire gli strumenti tecnici adeguati che garantiscano il whistleblower, ma è comunque di fondamentale importanza che sia stata approvata.

Arriviamo curiosamente in ritardo, ma forse non troppo curiosamente, viste l’incidenza della corruzione nel nostro bilancio, rispetto ad altri Stati europei e non, dove, ad esempio, il whistleblower viene addirittura premiato. 

Denunciare la corruzione non deve essere visto come un atto delatorio ma come un atto di cittadinanza attiva, compiuto a beneficio della collettività. Bisogna combattere la logica del farsi i fatti propri, l’eterno atteggiamento delle tre scimmiette, così caro agli italiani: se la corruzione danneggia tutti , è arrivato il momento che tutti si adoperino per contenerla. Il whistlebowing  dovrebbe diventare un dovere civico per ognuno di noi, un atto necessario.

Ovviamente, questo strumento non va usato per consumare vendette private, non deve trasformarsi in un incitamento alla calunnia e un tale uso della legge andrebbe sanzionato severamente.

Questo provvedimento non è ovviamente sufficiente a contenere un male che nel nostro paese è endemico, trasversale e, tutto sommato, socialmente tollerato. Sembra quasi essere opinione comune che chi occupa posti di potere ne abusi a proprio vantaggio, con buona pace dei concetti di etica del lavoro e professionalità, per non parlare dell’utile comune. manca il discredito sociale verso i corrotti e la capacità di comprendere che chi li denuncia rende un servizio alla collettività.

Non basta una legge a cambiare le persone, a modificare un atteggiamento culturale, è necessaria un’opera di educazione che andrebbe condotta, in primis, naturalmente, dalle agenzie educative che svolgono istituzionalmente questo compito per formare le nuove generazioni. La scuola deve tornare ad essere protagonista, a dare ai ragazzi delle basi valoriali oltre che delle nozioni.

In seconda battuta, toccherebbe allo Stato e ai media avviare una grande e diffusa campagna d’informazione sull’argomento. Il relativo silenzio che ha fatto seguito all’approvazione della legge, l’anglicismo con cui è stata designata, suonano un tantino sinistri, come se si fosse trattato di un atto ormai dovuto ma non troppo auspicato.

La lotta alle mafie e alla corruzione, che delle mafie è il terreno di coltura e l’arma più potente, non può essere delegata esclusivamente alla magistratura, deve diventare un impegno collettivo di ogni cittadino.  Bisogna sconfiggere la logica del favore, della scorciatoia, del consesso dei pochi che decide per gli altri, dell’invidia per chi ha amici importanti e può arrivare dove altri non arrivano, senza nessuna logica meritocratica. Bisogna scardinare alle radici l’osceno concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione in fondo fa bene a tutti e sostituirlo col concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione danneggiano tutti, con conseguenze spesso tragiche: basta pensare ai casi di mala sanità, alle case costruite con la sabbia, ai rifiuti tossici, ecc.

E’ ormai tempo di capire che la tutela dei nostri diritti non può essere totalmente delegata ad altri così come la responsabilità individuale. Solo così questo paese potrà ritrovare un futuro. Solo se ogni cittadino comprenderà che è suo dovere attivarsi per rendere questo paese migliore.

La speranza è che questa legge rappresenti un inizio, un primo passo sulla strada del coinvolgimento sociale di tutti contro la corruzione e la sopraffazione e che non si trasformi nell’ennesima occasione mancata.

La corruzione non ha colore


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Un deputato del centrodestra e uno del centrosinistra indagati subito dopo la loro elezione all’assemblea regionale siciliana,  un perfetto esempio trasversale di politically incorrect.

A colpire è l’arroganza, la certezza di farla franca, il senso di impunità diffusa che spinge corrotti e corruttori ad agire alla luce del sole, senza neanche preoccuparsi di provare a nascondere le prove del loro comportamento criminoso.

Uno dei problemi fondamentali è la consapevolezza di non incorrere nel discredito sociale. Se un sospetto pedofilo si porterà sempre dietro l’ombra del sospetto come un indelebile marchio infamante, la diffusione della corruzione nel nostro paese è talmente ampia, capillare, sistemica che il peccato viene considerato quasi unanimemente veniale e il peccatore, scontata una pena risibile, ha la quasi certezza di una piena riabilitazione.

E’ l’unica possibile spiegazione della  presenza di certi personaggi sulla scena politica italiana nel ruolo di protagonisti, nonostante siano i principali artefici della creazione di un sistema corruttivo perfino superiore a quello smascherato parzialmente al tempo di Mani pulite.

E’ come se le  persone fossero restie a realizzare quanto e quanto grave siano le ricadute del fenomeno sulla collettività. Parliamo di mala sanità, di mafie, di speculazione edilizia e truffe, vediamo palazzi e viadotti crollare scoprendo che sono stati costruiti con la sabbia,  e non riusciamo a comprendere che si tratta di facce diverse dello stesso dado, dei frutti malati della stessa pianta.

Molti ritengono che il problema sia questo o quel partito e mostrano la stessa miopia, la stessa ottusità nel non comprendere che il problema è strutturale, culturale, endemico. 

Manca, nel nostro paese, una cultura dell’onestà, manca la certezza più gretta, se volete, ma necessaria, che a rispettare le regole ci si guadagni qualcosa in più che potersi guardare tranquilli la mattina allo specchio.

La corruzione alligna dove c’è potere, è una affermazione  talmente banale da non meritare altri commenti, ed è quindi inevitabile che quando un partito, qualunque partito, non saranno certo gli scontrini a renderlo immune, arriva al suo interno, per un mero calcolo di probabilità, possano esserci alcuni individui predisposti a corrompere o a essere corrotti.

A frenarli dovrebbe essere, oltre che il pudore e la paura di essere scoperti, la consapevolezza che il gioco non vale mai la candela, che rovinarsi la vita e perdere tutto per qualche zero in più sul conto in banca, non è una opzione praticabile, nonostante la tentazione.

Perché questo avvenga, sarebbe necessario avere la certezza della pena,  processi rapidi senza i trucchi che conducono alla prescrizione, la garanzia che chi ruba denaro pubblico non occuperà mai più cariche pubbliche, e, appunto, un fortissimo discredito sociale.

In Italia, per tutta una serie di motivi sociologici, culturali e storici, non accade nulla di tutto questo.

Ma non è stato sempre così e forse il punto su cui bisognerebbe insistere è proprio quello di contestare con forza la teoria della inevitabilità della corruzione e di affermare senza mezze misure che corrompere e farsi corrompere sono responsabilità personali, individuali .

Responsabilità personale che tocca ognuno di noi, nella vita quotidiana. Se rifiutassimo tutti, sempre, la logica della raccomandazione, del favore, della scorciatoia, della reciproca convenienza nell’illegalità ( es. il professionista che non rilascia ricevuta fiscale e fa pagare meno), forse avremmo una classe dirigente diversa, forse pretenderemmo di eleggere persone diverse, più simili a  noi. 

Anche perché il discredito sociale dovrebbe toccare tutti: comprare voti per venticinque euro è un gesto miserabile ma è altrettanto miserabile, anche se può essere dettato dalla necessità, vendere il proprio voto per due soldi? Lo fanno tutti, è la giustificazione più comune, bene, cominciamo a guardare a chi non lo fa, cominciamo a proporre modelli diversi, non come eroi un po’ folli ma come esempi elementari di cittadini attivi e consapevoli.

Può sembrare un discorso assurdo nella società italiana di oggi ma, anche in Italia, anche oggi, c’è gente comune, non magistrati e forze dell’ordine che sono pagati per farlo,  ma persone normali che si spendono  per combattere questa piaga, per informare, per fornire ai cittadini gli strumenti che gli permettano di difendersi e di mettere in luce le storture del sistema.

La corruzione limita i diritti di tutti noi ed è causa di un deficit di democrazia che non è più tollerabile dai cittadini di questo paese, che sembrano più interessati a combattere inutili guerre contro invasori immaginari piuttosto che contrastare chi con i suoi atti ci toglie spazi di libertà.

Una modesta proposta per una nuova antimafia


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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

Figli di uno Stato che non esiste


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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.