Gli invisibili


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Non li vedi, quindi non esistono: sono nascosti, senza nome, rinchiusi in un mondo a parte che non ci riguarda, un mondo di giorni e notti interminabili, tutti uguali, dove a scandire le ore sono la noia e la paura, un  mondo dove non esiste mai il silenzio, violato dai rumori di cancelli che si aprono e chiudono, lamenti, bestemmie, pianti.

I carcerati sono colpevoli, non sempre ma di solito sì, pagano per quello che hanno fatto e vengono esclusi temporaneamente dal mondo per entrare in un mondo altro, spesso un anticipo d’inferno o un’anticamera di un futuro segnato. Non sono più uomini degni di essere  considerati tali, hanno violato il contratto sociale e per questo devono essere banditi da quella società che hanno offeso, devono diventare invisibili, non disturbare, soffrire ed espiare.

La storia carceraria italiana è una storia di repressione e violenza, nonostante il nostro codice penale non sia solo repressivo ma anche mirato al recupero alla società di chi ha sbagliato. In questo senso si muove il progetto di riforma carceraria del ministro Orlando ed è un passo di civiltà, qualcosa di sinistra, qualcosa che guarda agli invisibili, ai senza voce. Qualcosa che colma una lacuna che dura da quando venne vara la Costituzione.

L’approvazione del disegno di legge è quasi un disperato segnale da parte della sinistra, un flebile richiamo: non ci siamo ancora e siamo diversi. Noi ci siamo e stiamo dalla parte di chi non si vede.

C’è voluto coraggio a farlo in questo momento, il tema non è esattamente di quelli graditi alla gente, bombardata da una distorsione mediatica e politica che dipinge il nostro paese per quello che non è, c’è voluto coraggio: il coraggio di stare dalla parte degli ultimi, un coraggio di sinistra.

Di Maio, con le sue rozze dichiarazioni, ha dimostrato di non aver letto la legge, o di non averla capita e di schierarsi sulla stessa linea forcaiola della Lega, forse un primo assaggio di alleanza tra i due peggiori schieramenti politici che mai abbiano ottenuto un successo elettorale nel nostro paese.

Travaglio, con l’editoriale di oggi, mostra di essere quello che è sempre stato: un fascista, senza neanche il coraggio di affermarlo chiaramente, come faceva il suo maestro, Montanelli.

Il popolo è dalla loro parte, il popolo vuole pene dure per chi delinque, poco importa se la certezza della pena non è un deterrente, poco importa se la pena è certa solo per i disgraziati, poco importa se le pene alternative esistono da decenni nella giurisprudenza di quei paesi civili tirati in ballo quando fa comodo. Poco importa, se in un paese cattolico, un carcere umano dovrebbe essere la regola, poco importa se è la Costituzione a dire che, quando possibile, a chi sbaglia va data un’altra occasione.

Tra multe per chi rovista nei cassonetti, leggi sul decoro dei centri urbani, ONG accusate di associazione a delinquere, il disegno di legge del ministro Orlando è una ventata d’aria fresca, un segno che esiste ancora qualcuno che vede gli invisibili.Comunque vada, anche se i nuovi fascisti la affosseranno, grazie di averci provato.

un passato lontano, un presente vicino


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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

Il governo e i chierici obbedienti


Da molto tempo ormai, in Italia, gli intellettuali hanno rinunciato ad esercitare il pensiero critico, scegliendo di schierarsi aprioristicamente con l’una o l’altra parte politica, non importa quanto ideologicamente vuote e prive di valori siano entrambe, per nessun altro motivo valido, a mio parere, se non il puro interesse personale.

L’attuale dibattito su referendum costituzionale, di livello talmente basso da rasentare il pecoreccio, non si spiega se non tenendo conto di questa rinuncia.

Il problema di questo paese non è l’immobilismo, come molti continuano con ostinazione ammirevole,a ritenere e in ogni caso la soluzione non è certo il finto dinamismo dell’uomo che non è stato eletto e della sua allegra banda. Il problema di questo paese è la corruzione, la mancanza di cultura e di etica, l’illegalità diffusa e accettata senza alcun discredito sociale a tutti i livelli. Le mafie, in questo contesto, sono il prodotto di questo clima, non la causa, il frutto peggiore di un orto ampiamente infestato da parassiti e veleni.

Il problema di questo paese è che è dominato, dalla sua fondazione, da un capitalismo familiare, chiuso e gretto, tendenzialmente di destra ma, in realtà, disposto a cambiare bandiera a seconda della convenienza, capitalismo familiare che, basta guardare l’organigramma del governo, si è trionfalmente insediato nei luoghi del potere.

Non serve modificare la Costituzione e dare il potere a un uomo solo per cambiare le cose, servirebbero politici di ben altro spessore e valore che quelli che infestano il Parlamento. Sarebbe molto più semplice applicarla, la Costituzione e renderla carne viva invece che carta morta.

L’uomo che non è stato eletto da nessuno, non solo non ha rinnovato nulla, ma sta attuando una politica stantia, vecchia, condannata dalla storia.

Il consociativismo risale ai primi anni della Repubblica, la riforma scolastica è una modernizzazione della riforma Gentile, non nei modi, ovviamente, ma negli intenti, il jobs act è un modo originale per eliminare i sindacati e sfruttare liberamente i lavoratori: non potendo usare le maniere forti di Mussolini, l’uomo che non è stato eletto utilizza la sua intelligenza da borghese appartenente alla razza padrona, per regolare quel conto aperto con il proletariato dal 25 Aprile 1946, quando anche i padroni, che sotto il fascismo avevano vissuto benissimo, dovettero chinare la testa di fronte all’orgoglio di un popolo stanco di essere schiavo.

Sto dicendo che l’uomo che non è stato eletto è fascista?  Una moderna incarnazione di Mussolini? Non scherziamo. Mussolini era un anarchico poi passato nelle fila del partito socialista. Diventato burattino dei padroni si è rifiutato di farsi manovrare e ha avviato l’unica rivoluzione che questo paese abbia mai vissuto. Una rivoluzione pessima come tutte le rivoluzioni, con un di più di nefasto e criminoso. Ma Mussolini, quando dovette riformare la scuola, che sapeva essere uno dei centri nevralgici del potere, chiamò il più importante filosofo italiano di quel periodo, uno dei più importanti filosofi italiani di sempre. Comincia forse lì, col signorsì di Giovanni Gentile, il rapporto servile tra i chierici e il potere nel nostro paese. L’uomo che non è stato eletto non è fascista né comunista, non è di destra nè di sinistra, è affascinato dal potere in sé, è un narcisista patologico ma dotato di una furbizia vernacolare che, fino adesso, gli ha permesso di tirare avanti nonostante lo sfacelo della sua azione politica. E a riformare la scuola ha chiamato una pletora di incompetenti.

L’uomo non ha avversari: il Movimento cinque stelle non esiste, è un partito aziendale destinato a esaurirsi  in tempi brevi, anche e soprattutto se vincesse le elezioni a Roma, la destra non ha bisogno di esistere perché già governa, la sinistra radicale è anche più povera di contenuti, grottesca e ridicola del Movimento di Grillo, il che è tutto dire, la Lega, per fortuna, ha una base troppo ignorante e un leader improponibile per arrivare a diventare una forza neonazista come quella che ha rischiato di vincere le elezioni in Austria, l’opposizione interna al Pd è ai limiti del grottesco,per non parlare di gente come Civati e Fassina, che bene farebbero a cambiare mestiere.

Chi dovrebbe infastidire il governo? I giornalisti, i professori, gli scrittori, gli intellettuali, che invece stanno bene attenti a non sbilanciarsi, a vivere chiusi nelle loro comode torri d’avorio dove non importa neanche da che parte tira il vento, perché il vento non ,lo percepiscono.

Anzi, si respira nell’aria un certo disprezzo per la cultura, specie se qualcuno ha ancora il coraggio di esprimere un’opinione fuori dal coro. Leggo così un’intervista di Ezio Mauro a Zagrebelsky ficcante, veemente, all’americana e mi chiedo come mai il suo giornale non è altrettanto efficace a stigmatizzare le innumerevoli idiozie della dama di corte del piccolo principe, tanto per dirne una; vedo un rettore togliere la parola a un ragazzo che con una discreta dialettica  incalza la dama di cui sopra che non sa usare altra replica se non il suo soave sorriso. Leggo anche le esternazioni del senatore D’Anna su Saviano, che come sa chi mi legge io non amo, esternazioni che arrivano puntuali quando esce la notizia di personaggi vicini ai clan  inseriti nelle liste, guarda un po’, della compagine del senatore D’Anna; lo stesso Fatto quotidiano è solito usare due pesi e due misure a seconda che a dire spropositi siano i grillini o i fedeli al governo.  Questo uso strumentale e settoriale dello spirito critico, questo servilismo mascherato da rigore o moralismo da quattro soldi, sono lo specchio dello stato miserevole in cui versa la cultura nel nostro paese. Il manicheismo è la soluzione degli ignoranti e dei fanatici e nel manicheismo, a tutti i livelli, non viviamo immersi.

Il problema è molto serio se si pensa che in passato intellettuali come Sciascia, Pasolini, Sanguineti, Eco,  hanno non solo lasciato il segno ma indicato la strada da prendere, oltre che anticipare con impressionante lucidità il futuro prossimo venturo, Commettendo errori e prendendo abbagli, certo, ma  senza mai rinunciare a sferzare l’ipocrisia dilagante e a gridare che il re era nudo.

Questa acquiescenza dell’intellettualità nostrana alla volgarità dilagante, questa abdicazione dei chierici allo spirito del tempo, non lasciano spazio a previsioni ottimistiche. Non c’è bisogno del sonno della ragione per generare mostri, i mostri sono tra noi, anche se facciamo finta di non vederli.

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Figli di uno Stato che non esiste


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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

Perché il Pd ha paura dell’Anpi?


Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

Perché il Pd ha paura dell’Anpi?


Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

Il welfare in mano ai privati


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Solo il direttore dell’Unità e i cantori stonati di Renzi continuano a credere alla favola di un paese con un governo riformista che lo sta trainando fuori dalla crisi.

La verità è che la crisi continua e che questo esecutivo alterna provvedimenti populisti completamente inutili, a virate decise verso una progressiva privatizzazione dello stato sociale ovvero, alla sua scomparsa.

Il tutto accade nell’indifferenza generale, a parte alcune voci contrarie, fuori dal parlamento, e l’opposizione costante ( quindi, alla fine, una non opposizione) di un Movimento Cinque stelle che sembra far le prove generali per trasformarsi in un partito tradizionale e che ha perso per strada molte buone idee.

La riforma della scuola e quella della sanità sono regali ai privati. Con la prima, si amplifica il divario tra scuole di serie A e scuole di serie B già esistente nel paese, trasformando le prime in sedi ambite per educare i rampolli della piccola borghesia e le seconde, in sedi di ricevimento dei migranti e delle classi più deprivate sia economicamente che socialmente. Creando dei ghetti sociali, chi potrà, preferirà iscrivere i ragazzi alle scuole private. E’ un fenomeno che conosco bene perché io, in una scuola non ambita, ci lavoro. Dunque nulla di nuovo sotto il sole se non che questa palese violazione del dettato costituzionale viene certificata  de jure, senza pudore, sentimento sconosciuto al piccolo principe e ai suoi accoliti.

Quanto alla sanità, seguendo il principio di Poe secondo cui il miglior nascondiglio è quello sotto gli occhi di tutti, Renzi gioca talmente sporco che si resta senza parole. Come al solito, la razionalizzazione della spesa non parte dall’alto ma dal basso, i manager ospedalieri, i primari, come i dirigenti scolastici,ì e gli industriali, non si toccano, i diritti della povera gente, sì.  Da una parte, lo Stato spende miliardi per campagne sulla prevenzione, dall’altro la impedisce.

Si va verso un sistema dove la salute diventerà appannaggio di chi può permettersela e, mentre Comunione e Liberazione brinda felice all’amico Renzi, molti si chiedono quanto ancora dovrà costare il taglio delle tasse sulla casa.

I virulenti attacchi alle cooperative, per quanto (molto) parzialmente giustificati da dati di fatto, vanno letti in quest’ottica, come in quest’ottica va letto, ca va sans dire, il Jobs act.

Quelli che dovrebbero essere i cani da guardia del sistema, i giornalisti, con pochissime eccezioni ne sono gli aedi, perché anche la parola “dignità” sta scomparendo dal vocabolario. Gli intellettuali stanno nascosti nelle loro tane e chi ha il coraggio di esprimersi, rischia la galera.

Con una serie di elemosine (gli ottanta euro, i cinquecento euro vincolati per i docenti, l’abolizione della tassa sulla casa, ecc.) Renzi conquista il consenso e, come un Robin Hood al contrario, dopo toglie ai poveri per dare ai ricchi, in un silenzio assordante.

E’ la realtà di un paese che vive una preoccupante escalation della violenza mafiosa in Campania, un imbarbarimento etico con un consenso crescente a forze fasciste e neonaziste (la Lega, Forza nuova), una penetrazione delle altre mafie nel tessuto connettivo della nostra società che non ha precedenti.

Ma di tutto questo, a Renzi, non importa nulla: l’obiettivo, per il momento, è quello di cancellare lo stato sociale e questo sì, lo sta facendo benissimo.