Questa volta è diverso


Tra le varie nevrosi che mi appartengono c’è quella di prendere nota dei libri che leggo. Ho dei quaderni della Moleskine adatti all’uopo, che annoto con cura. A volte si tratta di brevi accenni, a volte le riflessioni sul libro appena terminato sono più lunghe e articolate.

Ieri constatavo, con una certa costernazione, che quest’anno ho terminato solo diciotto libri. Mediamente, negli anni scorsi, mi avvicinavo al doppio e il passaggio di ruolo alla scuola superiore, che comporta sicuramente un impegno maggiore rispetto a prima, non giustifica un simile calo per un lettore compulsivo come il sottoscritto.

Facendo una statistica, come vi ho detto le nevrosi sono varie, ho constatato come questo secondo lockdown incida sulle letture molto più del primo. Leggo meno, spesso per non fare nulla se non restare seduto a riflettere.

La verità è che questo secondo blocco (parziale) della nostra vita quotidiana è diverso, più pesante, meno tollerabile del primo.

C’è la consapevolezza di quello che si sarebbe potuto e dovuto fare e non si è fatto, nonostante i segnali fossero forti e chiari. Consapevolezza che non si trasforma in rabbia e sdegno, come sarebbe normale, anche doveroso, forse, ma in una sorta di acquiescenza, un’apatia morale che ci costringe a un’attesa passiva, tutti Drogo nel deserto dei tartari, tutti ad aspettare Godot.

Certo, c’è anche la paura di un nemico che credevamo sconfitto ed è tornato beffardo, velenoso e più forte di prima a insidiare le nostre sicurezze.

Temo di essermi in qualche modo abituato a gestire il pericolo latente e a sopportare una gestione della politica e della salute dilettantesca, cinica, opportunista e, sospetto, a volte spietata. Temo di non riuscire più a instillare il dubbio nei ragazzi che mi trovo ogni mattina davanto allo schermo del computer, quel dubbio necessario per sviluppare un pensiero critico e divergente, necessario perché un domani le cose possano cambiare. Perché il compito della scuola è instillare dubbi.

Avere troppi è come non averne e, come ho già scritto, in questo tempo dubito di tutto.

Poi la rabbia viene fuori, perché antica e sedimentata da tradimenti e delusioni, viene fuori tra le righe del nuovo libro che sto completando e che, quando lo rileggo, aumenta la mia inquietudine per il sospetto divedere lontano, invece di inventare, viene fuori nel mio rifiutarmi di guardare la televisione, se non per quel che serve: evadere guardando un film o un telefilm, per conciliare sonni tranquilli; viene fuori, a volte, molto meno di prima, da questo spazio privato e pubblico a un tempo, che mi è diventato necessario.

Io credo che la gente sia terrorizzata dalla solitudine, dal mettersi davanti a uno specchio e vedersi per come si è e non per come ci si costruisce ogni giorno indossando le maschere più adatte e credo, temo, che non sappia più pensare all’altro nei termini di reciprocità, solidarietà, comunanza. Una contraddizione in termini devastante.

La nostra è una società perennemente tesa a esorcizzare la morte, illusa di vivere un’eterna giovinezza e incapace di accettare lo scorrere del tempo per quello che è.

La politica, la pubblicità, i media non hanno fatto, per anni, che amplificare questa idea, deplorare la vecchiaia e ignorarla, quasi che trucchi e medicine potessero ingannare la natura.

Il risultato è la totale incapacità di essere lucidi, di ammettere che la realtà non è quella che credevamo fosse fino ieri, di accettare il fatto che dovremmo cercare conforto l’uno con l’altro invece di schierarci in inutili fazioni e combattere una guerra che alla fine avrà solo vinti, da qualunque parte dello schieramento vi poniate.

Stiamo tutti sprecando parole in questo periodo, svilendole, privandole del loro peso, della loro sostanza. Le parole sono importanti, ci definiscono, quelle che usiamo nel quotidiano e quelle che usiamo rapportandoci con l’altro dicono di noi più di quanto ci faccia piacere credere.

Questa progressiva perdita di significato, questa semplificazione eccessiva del linguaggio è tipica dei momenti di crisi e, quando in passato si è verificata, non ha mai portato nulla di buono. Il libro di Klemperer che suggerisco in fondo a questo post lo spiega con dovizia di particolari e con la lucidità del sopravvissuto all’orrore.

Tenterò di leggere di più, per recuperare quello che non ho letto in questi mesi e trovare frammenti di risposte e piccole verità che sempre si annidano nelle pagine dei libri. In fondo, c’è poco altro da fare se non cercare una nuova normalità in attesa che torni quella vecchia,

Dov’è finito il furore?


Ho già provato un paio di volte a riprendere in mano Furore, di Steinbeck, uno dei libri feticcio della mia adolescenza. Non ci sono riuscito.

Amo le riletture, specie a distanza di anni, spesso diventano scoperte di aspetti di un libro che, causa la giovinezza o semplicemente il momento della vita, erano stati trascurati o ignorati; eppure non riesco a rileggere Steinbeck.

Mi sono chiesto se non fosse per il ritmo lento, ormai fuori moda, della narrazione, se anch’io non sia preda di quel bisogno di consumare in fretta ogni cosa, anche le pagine scritte e senta il bisogno di tempi narrativi più veloci, incalzanti, stringenti, da scorrere in fretta e poi dimenticare, se nella lettura non cerchi più nuove prospettive, pensieri profondi, frasi che ti sferzano come un rasoiata ma solo fuga dalla realtà quotidiana..

O forse, semplicemente, sono cambiate le mie idee, il mio modo di vedere il mondo e sono diventato cinico e disincantato di fronte all’idealismo un po’ ingenuo di Steinbeck.

Poi ho capito. Il problema è che quell’America descritta nel libro, crudele, disumana,spietata, la lotta tra poveri, il razzismo dilagante, quell’America che il sangue di tanti militanti, le lotte per i diritti civili, le cartoline precetto per il Vietnam bruciate, il Watergate, aveano cambiato senza più la possibilità di tornare indietro, o almeno così credevamo, è tornata.

Anzi, quell’Amerika, non è mai andata via, come sta a testimoniare l’ascesa alla presidenza di un individuo volgare, sconcio, narcisista e senza scrupoli, una parodia del peggio che il paese è riuscita a dare negli ultimi sessant’anni.

Steinbeck, Sherwood Anderson, la beat generation, Ginsberg, Gregory Corso, Burroughs, Dylan e poi Faulkner, Hemingway, Auster, De Lillo, non sono serviti a niente. Mettere a nudo il malessere di una nazione, analizzarne in modo spietato le contraddizioni per provare a risolverle, interrogarsi sulle proprie colpe e su quelle dei padri, è stato inutile.

L’America di oggi, se quell’uomo avesse rivinto le elezioni, probabilmente sarebbe diventata neo segregazionista, l’America di oggi è quella che abbiamo contestato dopo Allende, che abbiamo odiato per quello che ha fatto in Salvador, in Argentina, in Brasile, ovunque siano arrivati i suoi tentacoli, è un incubo che credevamo di non fare più, un assurdo ritorno al passato.

L’America di oggi è un paese diviso con mai, senza idee, senza un movimento studentesco in grado di incendiare di nuovo le coscienze, un paese deliberatamente fatto a pezzi dalla pandemia, in nome dell’unica divinità che abbia mai, veramente, adorato: il profitto, un paese per metà disposto a consegnarsi ciecamente nelle mani di uno psicopatico.

Ecco perché non riesco a leggere Steinbeck: quest’America che non è riuscita a capitalizzare quanto di buono aveva al suo interno, quest’America di nuovo pronta a dare le colpe dei suoi fallimenti all’altro, non importa se sia cinese, nero o messicano, il colore è un optional, quest’America senza furore e senza passioni ma traboccante di rabbia e frustrazione, senza freni nella sua dilagante disumanità e ipocrisia, mi ricorda troppo l’Italia.

Assaporare il silenzio ( per non uscire di testa)


Immaginate se una volta a settimana, solo una,se politici e organi di informazioni, siti internet, blogger, influencer, ecc., ci regalassero il silenzio, concedendoci finalmente di dedicarci a noi stessi senza inseguire le notizie del momento, senza incazzarci o deprimerci, allarmarci, rincuorarci da un minuto all’altro, senza aumentare il carico di stress che, da qualche settimana, opprime più o meno tutti, tranne i negazionisti, che rientrano nella categoria degli errori della legge Basaglia e quindi non contano.

Immaginate come sarebbe bello avere il tempo di guardarsi dentro, di leggere un libro non per distogliere il pensiero da quello che succede ma per il gusto di farlo, di fare l’amore senza il sottile, insinuante sospetto che forse il/la partner potrebbe contagiarci, di chiudere gli occhi e lasciare andare via liberi i pensieri senza sovrastrutture e senza il rumore di fondo dell’inutile chiacchiericco di questi giorni, senza che convergano tutti verso quel Maelstrom degno di Poe che è la paura.

Siamo sovraesposti alle informazioni, inondati da un flusso continuo di notizie, di verità, mezze verità, falsità create ad arte, drogati dalla necessità di leggere gli ultimi dati, le ultime dichiarazioni, in attesa del deus ex machina che ci dica che è tutto passato. Siamo come i ciechi del romanzo di Saramago, vaghiamo per la città come ombre mimando la vita prima del virus senza riuscire a coglierne l’essenza.

Il problema è che, quando sarà tutto passato, la dipendenza bulimica dalle notizie resterà, la macchina orwelliana che da qualche tempo condiziona le nostre vite continuerà la sua marcia inarrestabile, continuermeo imperterriti a cercare le fonti che riportano le nostre opinioni su un problema e ad evitare le altre, a trovare il bene in noi e il male nel prossimo, fino a quando, se anche volessimo, saremmo così immersi in questa torre di Babele globale di notizie da non poterne più uscire, fino a quando non avremo più gli strumenti per capire e formarci un’opinione personale sui fatti.

Siamo incapaci di accettare il fatto che la verità non esiste, che certe cose succedono e non necessariamente c’è un responsabile individuabile, che si può pensarla anche diversamente a patto di non violare la libertà del prossimo e i suoi diritti, che l’ipocrisia che ci circonda è anche nostra, ne siamo imbevuti anche noi, ogni volta che siamo indulgenti con chis emrba stare dalla nostra parte, ogni volta che sorvoliamo sul fatto che se il sistema è marcio lo sono anche i suoi interpreti, a volte in buona fede, più spesso in malafede.

Uno dei primi sintomi del Covid è la perdita dell’olfatto e del gusto. Beh, in questo senso siamo tutti contagiati: cominciamo a non essere più in grado di distinguere l’odore delle bugie e il gusto del silenzio.