Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


9788846921703

Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.

La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?ref=qf_sp_asin_til&t=pietroge-21&m=amazon&o=29&p=8&l=as1&IS1=1&asins=8846921704&linkId=35846caa14a72b2ca9fc5178b39825a9&bc1=FFFFFF&lt1=_top&fc1=333333&lc1=0066C0&bg1=FFFFFF&f=ifr

9788846921703

Di guerre e di muri


Guerra-in-Siria-cosa-c’è-dietro-le-tante-vittime-e-le-distruzioni

Nelle “Conversazioni contadine”, a un certo punto Danilo Dolci chiede ai contadini siciliani che sta seguendo se è giusto uccidere. Subito tutti dicono di no poi, stimolati dalle domande di Danilo, comincia a farsi luce un certo relativismo: è lecito uccidere, per legittima difesa, per vendicare l’omicidio di un familiare, se la moglie ti tradisce, ecc.

Lo stesso accade con i media quando devono giustificare atti di guerra: la violenza, normalmente condannata, diventa accettabile,addirittura necessaria. C’è poi la violenza quotidiana, quella che non fa notizia, la mattanza campana che non interessa a nessuno e quindi non esiste, o meglio, esiste solo per Roberto Saviano, quando gli danno spazio.

Bombardare ospedali e scuole, come accaduto ieri in Siria, è un crimine contro l’umanità, chiunque l’abbia commesso andrebbe giudicato e condannato da un tribunale internazionale. Invece in Siria si continua a giocare un partita sporca, degna dei peggiori anni della guerra fredda: stessi massacri ingiustificati, stesso cinismo, stesso disprezzo delle vite degli altri, stesse bugie, la stessa fabbrica del consenso.

La Siria è un quotidiano esercizio di menzogne, il terreno di gioco su cui si scontrano Putin e Washington, la Turchia, l’Arabia saudita e comprimari vari, tutti impegnati a salvare la pelle a un dittatore sanguinario per impedire l’avanzata dell’Is, il mostro che hanno contribuito a creare, Un gioco delle parti surreale, se non fosse tragico, l’epitaffio ideale per la morte della politica e la vittoria del denaro che domina su tutto.

La Siria è il paradiso dei trafficanti d’armi e di droga, il canale di scolo del fallimento delle politiche estere americane, la palestra personale di Putin, dittatore spietato di un paese dove i suoi migliori alleati sono le mafie. La Siria è lo specchio della nostra realtà.

La foto di un bambino annegato ha, per un momento  acceso i riflettori sul dramma dei migranti, suscitato un moto di sdegno generale, come se prima non sapessimo, come se anni di naufragi e corpi ripescati non fossero stati sufficienti. Quante foto di bambini siriani dilaniati dalle bombe americane, russe, europee ci vorranno perché si alzi un no alla guerra talmente forte da assordare il cielo? Quante volte ancora i canno ni dovranno assordarci tuonando? E per quanto tempo continueremo a fare finta di non sentire?

L’Europa da un lato crea le condizioni perché ondate di nuovi profughi in cerca di una speranza di vita arrivino sulle sue coste,dall’altro innalza muri, sospendendo Schengen e cancellando l’unica vera  e grande conquista di civiltà che ha ottenuto dalla sua unificazione. E torna il relativismo dei contadini di Dolci: l’Europa è un paese che ha al centro le libertà civili ma… l’Europa ha come valore fondante l’uguaglianza di tutti gli uomini ma… l’Europa è terra cristiana però… puntini di sospensione che significano vite umane cancellate, ignorate, umiliate, dilaniate.

L’Europa tollera che l’Ungheria innalzi un muro, che la Danimarca si comporti alla stessa stregua dei nazisti, che i dritti civili vengano violati sistematicamente, quotidianamente, impunemente all’interno dei suoi confini. L’Europa è come le tre scimmie sul tempio shintoista di Tokio.

Mentre un papa rivoluzionario, continua ostinatamente a predicare la pietà e la misericordia anche in casa dei narcos, i più sanguinari assassini del pianeta, l’Europa sancisce la fine della pietà, se mai c’è stata.

Tutto questo accade nell’indifferenza più totale della maggior parte della gente. Se metti una rana in una pentola piena d’acqua e accendi il fuoco, la rana si accorgerà che sta bruciando quando ormai è troppo tardi.

Ecco, noi, con la nostra ignavia, il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, siamo quella rana.

Chiudo ancora con Danilo Dolci, che insegnava ai contadini a reclamare non per sé ma per tutti un mondo più giusto, un mondo dove lavoro e dignità sono patrimonio di ogni individuo, un mondo senza guerre e senza sopraffazioni.

Sono passati più di sessant’anni e quella strada è ancora tutta da percorrere.