E alla fine giustizia per tutti


foto trastta da Tpi.it

Il titolo non è beneaugurante, è la citazione di un vecchio film con Al Pacino dove alla fine non è esattamente la giustizia a vincere.

Il procuratore Zuccaro è assurto in questi ultimi mesi alle cronache per un paio di brutte figure nei riguardi delle Ong, con tanto di sequestro di navi e materiale che non ha portato a nulla, e per una sentenza, nei riguardi di Salvini che a me, che non sono un leguleio, sembrava del tutto demenziale.

Diceva sostanzialmente l’ineffabile Zuccaro che, essendo l’ordine di sequestrare la nave da parte di Salvini un atto politico, non poteva essere perseguito per vie giudiziarie.

Adesso il tribunale dei ministri di Catania ci dice il contrario: Salvini deve essere rinviato a giudizio per sequestro di persona e abuso di potere.

Non nascondo la soddisfazione per questo pronunciamento, non godo mai delle disgrazie altrui, mi basterebbe che Salvini venisse condannato senza scontare un giorno di galera, sarebbe una vittoria per la democrazia e una sconfitta per chi ritiene che il voto popolare garantisca automaticamente il diritto di fare quello che si vuole. Sarebbe un enorme sospiro di sollievo per chic rede negli anticorpi del sistema.

Ma, se Salvini verrà rinviato a giudizio e arriverà una condanna, non credo che uno duro e puro come lui voglia ricorrere al vecchio trucco dell’immunità parlamentare, allora bisognerebbe verificare la competenza di Zuccaro riguardo lo svolgimento delle proprie mansioni e quella terzietà che, a me che manifesto liberamente il mio pensiero, non è richiesta ma a lui che amministra la giustizia, sì.

Va valutata anche sotto una nuova luce la sparata di Salvini riguardo prove dei contatti tra trafficanti e Ong. Intanto, un contatto telefonico non è un reato, in secondo luogo se il ministro degli Interni le ha, le palesi, altrimenti qualcuno particolarmente maligno potrebbe pensare che, preavvertito da un uccellino della richiesta di autorizzazione a procedere in arrivo, abbia pensato a pararsi il posteriore e a scatenare i suoi seguaci prevenendo invece di contenere.

Ma queste sono malignità da zecca rossa.

Dei due DiDi, di marce dei colletti bianchi e della libertà di stampa.


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Essendo il parto di un comico annoiato, i Cinque Stelle, inevitabilmente, non possono esulare dal ridicolo. Non si capisce, altrimenti, la riabbia livorosa dei due DiDi dopo la sentenza che ha assolto Virginia Raggi.

Di cosa accusano i giornalisti della parte avversa i due autorevoli esponenti di un movimento politico che appare sempre più allo sbando?

Non certo di essere bugiardi come Marco Travaglio, il cantore delle loro gesta condannato per diffamazione nei riguardi del padre di Renzi. Perché, tolti i  titoli maschilisti e volgari dei brogliacci di destra, quindi vicini al loro alleato di governo, gli altri, i giornali vicini alla sinistra, hanno scritto il vero.

Virginia Raggi non è stata assolta per non aver commesso il fatto ma perché l’ha commesso e non costituisce reato. Sentenza bizantina e un po’ sospetta, per chi non mastica i codici, ma tant’è se vi pare, la legge ha parlato e va rispettata. Ciò detto,  chi ha accusato la Raggi dei fatti addebitati, al contrario del bugiardo Travaglio, non ha diffamato nessuno.

Sembra di rivivere i giorni seguenti alla presunta assoluzione di Andreotti , che assoluzione non fu, perché venne accertato che aveva avuto rapporti con la mafia ma i reati erano stati prescritti. Ovviamente, nel caso del sindaco di Roma, si tratta di fatti meno gravi, di una ineleganza, una caduta di stile o, se volete, di un peccato minore rispetto ai peccati ben più gravi di cui si macchiano i nostri amministratori locali, diverso insomma dal fare affari con la ‘ndrangheta,tanto per restare all’attualità.

La reazione dissennata, triviale e fuori luogo dei due DiDi è l’ennesima prova dell’incapacità congenita di comprendere cos’è la politica da parte del Movimento, incapacità ampiamente dimostrata dal fatto che a dirigere questo governo, ormai, è il solo Salvini, fino a ieri solo un brutto comprimario della nostra politica, oggi una pessima parodia dell’uomo forte. E’ anche, naturalmente, la reazione isterica di chi l’ha scampata bella e può continuare, ancora per un po’, a fare finta che vada tutto bene.

Mi ha inoltre particolarmente disturbato il termine “puttane” usato dai due Abbot e Costello nostrani: le puttane svolgono un lavoro triste e antico quanto il mondo perché uomini per bene le disprezzano pubblicamente di giorno e vi si accompagnano in segreto. “Clienti” sarebbe stata imprecazione più adeguata anzi, perché no, “Clientes”, tanto per smentire chi li taccia di ignoranza. Ma viviamo in una società maschilista, come ben sanno gli esponenti di un esecutivo che si appresta a votare il decreto Pillon.

Non che la stampa nostrana brilli per onestà ed equilibrio, asservita com’è da una parte e dall’altra alle logiche editoriali. L’epoca dei grandi giornalisti sembra finita, tuttavia, chi canta fuori dal coro è sempre gradito, offre un punto di vista diverso, dà la possibilità di riflettere e rivedere, a volte, le proprie posizioni, tutte cose sgradite ai due DiDi. Salvini, furbo e scafato, ha avuto una reazione molto più misurata, nonostante pregustasse già, se fosse arrivata una condanna, l’ennesimo Sacco di Roma.

Se è questa la novità della politica italiana, un giustizialismo di facciata, il turpiloquio per zittire il dissenso, la tentazione di una voce unica e di un unico pensiero, direi che di nuovo ha veramente poco e che quando la gente finalmente si accorgerà che non solo il re è nudo ma è anche idiota, saranno guai.

Una piccola riflessione: personalmente, non sono entusiasta dell’adunata dei trentamila a Torino,  sono sempre stato no Tav anche perché amo molto quei luoghi e considero la ferrovia un’opera inutile e un inutile scempio ambientale, mi ricorda la marcia dei colletti bianchi che, sempre a Torino, produsse una sconfitta storica del sindacato che portò alla stagione del terrorismo. In un paese diviso, avvelenato da liti continue, sempre più partigiano e sempre più incapace di considerare le ragioni dell’altro, la libertà di stampa è un bene imprescindibile, un diritto di tutti, anche di chi oggi sui social plaude ai due DiDI, invitandoli a chiudere la bocca al nemico. A parte che nell’era di Internet è impossibile mettere a tacere il dissenso, i Cinque Stelle dovrebbero fare un monumento ai giornali di sinistra che li hanno creati dal nulla, continuando anche adesso a descriverli come se fossero qualcosa.

Mi permetto per concludere,di dare ai due DiDi un consiglio: comprate un mazzo di rose e distribuitelo alle poveracce che si vendono per vivere nelle strade di Roma: perché oltre al buon senso e al decoro, avete offeso loro.

E non c’è niente da capire


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David Ricardo e Adam Smith, nomi certamente sconosciuti a Salvini e Di Maio, sono i due padri nobili del liberismo. Alla base delle loro complesse teorie, c’era l’idea che creando una èlite di ricchi, il benessere si diffondesse inevitabilmente anche ai ceti inferiori, in virtù dell’umanità degli stessi ricchi e delle dinamiche del capitale: più produci, più guadagni, più paghi i tuoi operai che consumano di più e quindi hai bisogno di produrre di più, ecc.ecc. Sto banalizzando ma questo, nel loro intendimento, è il circolo virtuoso del capitale.

PIù o meno la stessa cosa, aggiornandola con un tot di pensiero autoritario e cancellazione dei diritti delle minoranze, hanno detto Mìlton Friedman e i suoi eredi della scuola di Chicago.

Pressapoco lo stesso principio, senza troppe sottigliezze da intellettuali, è quello enunciato da Salvini, che afferma la necessità di tagliare le tasse ai ricchi per rimettere in moto il circolo del capitale.

C’è un piccolo problema: Ricardo, Smith, padri nobili del liberismo, utopisti come lo era, dall’altra parte, Marx, e Friedman, padre meno nobile dell’attuale egemonia finanziaria, si sbagliavano e non lo affermo io ma il FMI, Joseph Stiglitz, economista premio Nobel ex presidente del FMI, Paul Krugman, premio nobel per l’economia, e molti altri. Il principio secondo cui favorire fiscalmente le classi più agiate genererà ricchezza a cascata, è sbagliato, non funziona, è la chiave della crisi economica che viviamo da anni.

Dirò di più: è un chiaro trdimento di quel contratto sbandierato ogni tre per due che prevedeva la flat tax per tutti, che era già un’oscenità, senza accennare a un eventuale favoritismo nei riguardi dei più abbienti, che è un’enorme oscenità.

La verità è che questo governo, nonostante il fluviale, stucchevole e ipocrita doppio discorso di un presidente del Consiglio che dovrebbe dimettersi per manifesta inutilità e per aver scordato il nome di Pier Santi Mattarella, eroe civile e fratello del presidente della Repubblica, ha gettato la maschera.

Politica economica spostata a destra, politica della giustizia ancora più a destra, con la cancellazione delle ottime norme promulgate da Orlando che, tradotto, significa: continueremo ad arrestare disgraziati, tossici, rom, neri, poveri e a tenerli in galera perché così tranquillizziamo i bravi borghesi, diritti civili azzerati per i migranti, stato di polizia e assistenzialismo, nessuna marcia indietro sulla politica scolastica orientata verso una grottesca aziendalizzazione della scuola.

Solo chi non vuole vedere la realtà si arrampica sugli specchi facendo un  rumore lacinante, come stanno facendo in questi giorni gli adepti grillini, che cominciano a sospettare di essersi cacciati in un pozzo senza fondo da cui sarà sempre più difficile uscire.

A chi chiede, eterno mantra di questi giorni, se era meglio prima, rispondo di sì, era meglio prima, e ve ne accorgerete alla prima carica della polizia durante una manifestazione di operai o al primo attentato di terroristi islamici nel nostro paese o quando verranno rese note le cifre sulla crescita dell’economia, o all’aumento dell’Iva, o qaundo aumenteranno i licenziamenti, fate voi, a vostra scelta.

Ovviamente, non essendo totalmente cretini, se non daranno pane almeno non lesineranno i circenses: forse elimineranno i vitalizi, il cui peso sull’economia è irrilevante, e altri provvedimenti di questo tipo per illudere il popolo che sono equi, giusti, e solidali.

Nel frattempo sui social registriamo  insulti a Liliana Segre e Roberto Saviano, volgarità e incitamenti vari all’odio razziale.  Senza contare le lodi a Orban, un neonazista che dovrebbe essere giudicato per crimini contro l’umanità.

A chi invita ad attendere, faccio solo una domanda: cosa dovremmo attendere? Perché? Cosa non è chiaro delle intenzioni di questo governo?

Facciamoci qualche domanda sulla nomina di Caldarozzi


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Lo sdegno, quando diventa di maniera o semplicemente un atto dovuto, non è solo inutile ma controproducente, al punto da diventar stucchevole. Non ci si può sdegnar per tutto, bisogna saper scegliere, ma non ci si può neanche sdegnare a intermittenza, o peggio, per convenienza. Se poi è sdegno elettorale, diventa francamente irritante.

Molti in questo giorni si sono sdegnati per la nomina di un pregiudicato a numero due della Direzione investigativa antimafia, giustamente. Tale nomina, accettabile de iure appare inaccettabile moralmente, fuori luogo, inopportuna, se non altro per rispetto a chi a Genova nel 2001 c’era, ha visto, subito e patito le conseguenze della più grande sospensione di massa dei diritti civili in un paese occidentale dal dopoguerra a oggi.

Sdegno dunque del tutto giustificato ma che acquisterebbe maggiore peso, maggiore  credibilità, se lo si manifestasse per tutte le sospensioni dei diritti civili grandi e piccole, che si verificano nel nostro paese: ad esempio nei confronti dei minori migranti e dei rom, due categorie che, in quanto a diritti civili, avrebbero molto da dire, se avessero voce per farlo. Voce che non gli dà quasi nessuno in questo paese, compresi molti di coloro che si sono sdegnati per la nomina di Caldarozzi.

Chiusa questa breve, sdegnata parentesi contro lo sdegno a singhiozzo, veniamo al punto. Non ho letto nessun articolo, nessuna sdegnata invettiva contro la nomina di un pregiudicato a numero due della Dia in cui venissero poste alcune semplici domande al ministro Minniti, dopo aver fatto alcune semplici premesse.

La prima premessa è che tutti quelli che hanno diretto quell’oscuramento della democrazia che è stato il G8 di Genova del 2001 hanno fatto carriera sotto governi di ogni colore.  E bisognerebbe cominciare a chiedersi perché. Cosa non hanno detto, cosa hanno taciuto, per meritarsi pene miti e una adeguata prosecuzione di carriera? Perché non si è mai fatta una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 Chi ha dato gli ordini? Perché la proposta di legge per introdurre il reato di tortura nel nostro paese è stata formulata in modo che i fatti del G8 2001 potrebbero tranquillamente ripetersi con le stesse, risibili, conseguenze per i poliziotti implicati? Perché non si è provveduto ad adottare nuovi sistemi di addestramento per le forze dell’ordine di modo che quanto è accaduto non accadesse più? Perché non si è fatta una legge che obbligasse gli appartenenti alle forze dell’ordine ad essere sempre riconoscibili in occasione di manifestazione di piazza?

Tutte domande che non suscitano, evidentemente, la curiosità del ministro Minniti, questioni che non ritiene pertinenti al suo incarico, almeno non quanto cacciare i clochard dai centri città e rispedire i profughi nelle prigioni libiche o andarli ad aiutare in casa loro in Africa, con un contingente armato.

E’ evidente che i funzionari che diressero, su ordine di chi, non è dato saperlo, a noi che siamo fuori dalle segrete cose, i pestaggi e le torture di Genova, sono considerati dai vertici dello Stato uomini di fiducia, tanto da essere promossi, tanto da avere la possibilità di ottenere un congruo aumento della pensione con un incarico prestigioso, a due anni dalla fine della carriera, come accade a Caldarozzi.

Uomini fidati, quindi, che rispettano le direttive anche se superano i limiti della Costituzione, anche se violano i diritti civili, potendo contare su una impunità garantita e innegabile, alla luce di quanto è accaduto in questi anni.

Quello che mi chiedo e che chiedo al ministro Minniti è il motivo per cui, alla viglia delle elezioni, viene eletto vicecapo della Dia un funzionario inibito per cinque anni dai pubblici uffici e condannato a tre anni per gravi reati, ancor più gravi tenuto conto del suo ruolo, un funzionario che andrà in pensione tra due anni e quindi non può garantire continuità al suo operato, un funzionario che ha dimostrato, in altra occasione, di non aver problemi a violare, obbedendo agli ordini, elementari diritti civili e costituzionali.

Perché viene nominato un uomo “fidato” nella Dia alla viglia delle elezioni? Chi si deve rassicurare? Questa nomina è un messaggio e se lo è, per chi? 

Minniti tace, Caldarozzi,prudentemente, tace e non rifiuta la nomina, da servitore dello Stato abituato a obbedire. Lo sdegno sui giornali e sui social quando appare, è di maniera, una fiammata destinata a spegnersi presto. Se la nomina verrà revocata, le domande di cui sopra non hanno importanza e sono solo frutto della paranoia che chi a Genova c’era in quei giorni ha maturato verso il potere, ma se la nomina verrà confermata, quelle domande assumeranno un peso notevole e un tono inquietante.

In una scena di Gomorra, uno dei protagonisti, parlando con un medico e invitandolo a entrare nella sua  lista elettorale, all’obiezione di questo che appartengono a schieramenti diversi, risponde: “ Ma quali schieramenti!” in tono sprezzante.

Ecco, un ministro di un governo che dovrebbe essere di centro sinistra ( ma non lo è da tempo) che nomina numero due della direzione investigativa anti mafia un funzionario condannato per i fatti del G8 di Genova del 2001, mi suscita la stessa reazione di Genny, solo che la sua era sprezzante, la mia è carica di amarezza.

Questo è un paese che non ama la verità, che si crogiola nello sdegno selettivo, a orologeria, che tutela i diritti civili che più fanno comodo e meno disturbano la maggioranza, che ha dimenticato la propria storia e proprio a Genova, nel luglio del 2001, ha cominciato a perdere la propria anima.

La sinistra massimalista non ha più senso, una sinistra nuova, sì.


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Da sindacalista, sono profondamente contrariato dell’ennesima, inutile prova muscolare della Cgil che sembra voler lanciare il nuovo Movimento MDP-Si che correrà come avversario del Pd renziano.

Mi sembra un ritorno al passato, una vacua ricerca di un consenso che non tornerà mai ai livelli di un tempo, perché i tempi sono cambiati, soprattutto mi sembra gravissimo e autolesionista abbandonare il tavolo delle trattative e rinunciare a quello che si è ottenuto in nome, appunto, di un massimalismo sindacale che era già fuori dal tempo al culmine del suo splendore, figurarsi oggi.

Ma io sono un militante della Cisl, quindi il mio giudizio è sicuramente viziato da parzialità. Quindi, abbandoniamo, per ora. il discorso sindacale.

Quello che non vorrei è che la “nuova” sinistra commettesse l’errore imperdonabile di porsi in continuità con il passato, di guardare indietro invece che avanti, di voler combattere il radicalismo della destra ( così si chiama, giornalisti illetterati, non populismo che è altra cosa) con un neo radicalismo di sinistra altrettanto ottuso, antistorico, stereotipato e vecchio. Insomma non vorrei che Mdp e Si seguissero l’esempio della Camusso (scusate, ho detto che non ne parlavo più).

Se deciderò di votare Mdp, e al momento mi sembra l’unica scelta possibile, lo farò perché ho molta stima di Pippo Civati e del suo amico Letta, se deciderà di tornare in campo, non certo per Bersani, D’Alema o Grasso, gente che ha portato a Renzi, cioè al disastro Civati e Letta sono uomini di sinistra con in mente un’idea di social democrazia moderna, che non rifiuta in toto il liberalismo ma solo le sue istanze più ciniche e disumane, che sa guardare avanti, che ha una visione del mondo diversa.

Io credo che una società più giusta sia possibile anche all’interno del sistema capitalista, se l’Italia trova una coalizione di governo formata da uomini  seri e competenti, se questa coalizione smette di mentire alla gente, se non insegue la destra mirando a provvedimenti che solleticano la pancia di quella gente, se insomma prende una direzione diversa dalla politica di Renzi e da un governo che è stato un vero capolavoro di incompetenza e approssimazione.  Il paese  non ha bisogno di visionari, giustizialisti  o neo demagoghi che facciano risuonare i consueti slogan vecchi di cent’anni, ma di una classe dirigente nuova, preparata e lungimirante.

Troppo comodo per un Pd che ha fallito obiettivi e promesse, che ha dato vita a una serie di riforme sbagliate e raffazzonate, che ha addirittura, negli ultimi tempi, svoltato a destra su questioni di principio, come quella degli immigrati, dire che con la divisione si favorisce la destra. Troppo comodo recuperare la solita litania del voto utile per arginare la destra fascista quando la destra fascista l’avete riesumata voi.

Perché Berlusconi e Salvini li ha resuscitati il Pd, erano morti e il Pd gli ha ridato vita sbagliando tutto quello che si poteva sbagliare, impedendo a Renzi di frenare la propria megalomania e accompagnandolo al disastroso referendum che ne ha sancito la fine politica. A meno di non credere alla farsa delle primarie e a un consenso a sinistra che solo lui crede ancora di avere.

La verità è che il Pd targato Renzi ha fallito tutti gli appuntamenti importantti,ha perso la Liguria e la Sicilia, non ha portato a termine nessuna delle riforme che si era prefisso e l’apparente miglioramento della situazione economica, esiguo, quasi impercettibile, è dovuto a un momento di congiuntura favorevole, non certo a provvedimenti controproducenti come il jobs act, i voucher, i bonus, ecc.

Renzi non ci ha traghettato fuori dalla crisi, come vuole la schiera dei suoi estimatori, ci ha resi più poveri, un po’ meno liberi, molto meno fiduciosi nel futuro.  E ha distrutto il più grande partito di sinistra dell’Europa occidentale.

Soprattutto, ci ha sommerso di bugie.

Mi aspetto dalla nuova sinistra un cambio di passo: provvedimenti seri, chiari, che non salvino le masse proletarie ma non cerchino neanche di azzerarle, una narrazione più aderente alla realtà e meno simile a quella della famiglia del Mulino bianco, politiche sociali forti, una tassazione progressiva ormai irrinunciabile in un paese civile, un contrasto deciso e fermo all’evasione fiscale, un piano a lungo termine ( non quinquennale, lo dico per i maligni) sul lavoro e sul rilancio dei settori più a rischio, nuove infrastrutture che non violentino il territorio e non richiamino alla memoria il gigantismo fascista (niente Ponte sullo stretto, per favore, ampliamo la rete ferroviaria siciliana, piuttosto), meno cemento e più ristrutturazioni, più cultura e meno tv spazzatura. Mi aspetto inoltre un piano strutturale di risanamento delle periferie e soluzioni serie, condivise con le realtà sane del quarto settore riguardo il problema dei migranti.  Tanto che ci siamo mi piacerebbe che in campagna elettorale, vista l’aria che tira, si ribadisse la necessità di mantenere il carcere duro per i mafiosi e si pensasse  a un approccio diverso riguardo al problema delle droghe (liberalizzazione? Consumo responsabile? Non so, il discorso sarebbe lungo).

In sintesi, mi aspetto la possibilità di avere un paese più civile, più moderno, più libero.

Naturalmente, tutto questo è realizzabile se si ha il coraggio di guardare avanti  e si lascia perdere la tentazione di un impossibile revival. la scelta della Camusso  e le parole di Landini, a mio parere, non lasciano ben sperare. Quella sinistra è e sarà sempre più marginale.

Se tutto si risolverà in una gara a chi è in grado di riempire le piazze e gridare più forte, allora chi crede in una sinistra moderna, nei suoi valori, nella sua capacità di far diventare il mondo un posto migliore, sarà stato tradito per l’ennesima volta. E francamente, cominciamo ad averne le scatole piene.

un passato lontano, un presente vicino


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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

Il sindacato è espressione di libertà (Lettera al cittadino Di Maio)


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Egregio cittadino Di Maio,

lei in questi mesi si è segnalato come esempio di rara ignoranza, di pochezza politica sconcertante, in un paese in cui abbonda, di rara insignificanza argomentativa. Trovo questo assai avvilente, per un personaggio che si candida a guidare un paese, almeno quanto trovo avvilente che a ogni sua esternazione seguano i plausi di una folla seguaci sempre più sorda e cieca, che sembra non capire cosa si nasconde dietro le sue parole.

Lei ha affermato che il sindacato deve cambiare, deve riformarsi: lo sta già facendo, i sindacati confederali hanno da tempo snellito le loro strutture e fatto passi significativi, non foto di scontrini, verso la trasparenza, a causa di quelle mele marce che ne hanno macchiato l’immagine.

Ma trovo assolutamente grave quello che lei ha aggiunto dopo la prima, banale, inutile frase: cioè che se i sindacati non cambieranno, li farete cambiare voi. Voi chi? Un non partito guidato da un comico guidato da un’azienda informatica? O uno che non ha mai lavorato in vita sua e studiato assai male, visto le castronerie che dice? Voi chi? Le poche migliaia di adepti che si illudono di applicare la democrazia reale votando online, salvo poi vedere il voto annullato in caso di risultato sgradito al comico? Voi chi, cittadino Di Maio? credo di avere diritto a un sua risposta, visto che io la pago ogni mese.

Le faccio due nomi che lei non conosce: Guido Rossa e Marco Biagi. Il primo era un sindacalista della Cgil, ebbe il coraggio di denunciare i terroristi e venne assassinato dalle Brigate rosse, il secondo era un giuslavorista, un consulente della Cisl, il sindacato di cui faccio parte, che venne assassinato dalle Brigate rosse perché cercava di fare, seriamente, quello che lei ha detto l’altro ieri: rinnovare il mercato del lavoro, renderlo più flessibile, aprire la strada al futuro. Anche questo è il sindacato italiano e questo è il prezzo di sangue, potrei farle molti altri nomi che non conosce, che ha pagato alla libertà.

Il sindacato è espressione altissima di libertà e democrazia, fatto da uomini e donne che dedicano parte del proprio tempo per tutelare i diritti di altri uomini e donne, a volte rischiando, mettendoci sempre la faccia. Ci sono mele marce, certo, come in ogni categoria, ciò non toglie che il sindacato anche oggi che è in crisi, fa quello che dovrebbe fare lei e quelli come lei: tutelare i diritti dei lavoratori.

Quando lei dice che bisogna invitare ai tavoli sindacali le associazioni giovanili, oltre a formulare una frase priva di qualunque senso, come spesso le capita, ( quali associazioni? Chi lo decide? A che titolo?) si fa complice nel dare credito a un mantra che viene spesso ripetuto sui social network: quello che il sindacato si occuperebbe solo di chi ha i diritti garantiti e non degli altri lavoratori, in particolare i giovani.

A parte che i diritti i lavoratori e il sindacato li hanno conquistati a suon di scioperi, e dubito che lei sappia cos’è uno sciopero e quale peso abbia sullo stipendio di un operaio, a tramandare questa sciocchezza sono giovani arroganti e supponenti come lei che non hanno mai messo piede nello sportello giovani di una sede sindacale. Non sto neanche a spiegarle che non è così, che il sindacato tutela tutti i lavoratori, che se si bussa a una sede sindacale, anche quelle che non mi trovano d’accordo nelle idee e nel modo di portarle avanti, come i sindacati di base, troverà sempre qualcuno che risponde e , se è fortunato, anche soluzione al problema.

Dei sindacati c’è bisogno, cittadino Di Maio, specie se salirà al potere gente come lei. Essendo espressione di libertà e democrazia, vere, non virtuali. non digitali, i sindacati sanno benissimo la strada da intraprendere per riformarsi, senza bisogno che il Masaniello di turno ( lo sa chi era Masaniello, sì?) lanci minacce che hanno un vago odore di fascismo.

Stia sereno, cittadino Di Maio, li lasci lavorare, e se le capita, provi a lavorare anche lei, se poi si accorge che è pericoloso, torni pure a fare quello che sta facendo adesso.