Il Sistema siete voi


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Sono molto preoccupato in questi giorni.  Preoccupato per i miei alunni stranieri. Finora la scuola ha accolto tutti, senza chiedere il permesso di soggiorno ai genitori e, quando hanno provato a imporlo per legge, gli insegnanti  hanno detto no e fatto ritirare la legge. Non so se oggi succederebbe lo stesso. Non so se quasi tutti sarebbero d’accordo.

Sono preoccupato per il campus di Coronata, un laboratorio sociale di integrazione nel quartiere in cui lavoro, un incubatore di possibilità e speranze. Gli permetteranno ancora di funzionare o verrà chiuso? Tutto il lavoro fatto, quello ancora da fare verrà cancellato in nome di una politica da teatro dei pupi, direi da Commedia dell’arte, non fosse che la Commedia dell’arte era nobile, uno strumento di protesta sociale e di emancipazione.

Questo governo, se nasce, nasce unicamente per cacciare via gli immigrati, a chi l’ha votato non interessa altro, il resto sono solo chiacchiere. Basta leggere quell’assurdo programma costruito sulle favole, basta guardare a fondo l’elettorato dei due partiti, basta, se proprio si vuole andare oltre, vedere cosa succede dove governa la lega: provvedimenti discriminatori bocciati dalla corte costituzionale, amministratori indagati, presenza mafiosa.

Quelli prima erano meglio? No, ma la sinistra può cambiare, i fascisti sono sempre fascisti, questa è la differenza fondamentale e chi si allea con i fascisti, è fascista.

Mi spiace per tante persone che stimo, contatti di Facebook o no, ma chi, in questi giorni, ha accusato il presidente Mattarella di difendere il Sistema, di aver forzato le sue competenze, di colpo di stato ecc., è il Sistema, che si dichiari anarchico, della sinistra radicale, sia giurista o commendatore, giovane o meno giovane.

Il Sistema non chiede di meglio che il caos e il governo che nascerà non porterà altro. Ripeto: guardate dove governa la Lega, azzerate le chiacchiere e considerate i fatti.

Vi dirò di più: avete difeso a spada tratta Savona, il Sistema per eccellenza, avvisi di garanzia e  scandali finanziari compresi, un ottuagenario che scrive di paragoni deliranti tra la Germania della Merkel e il terzo reich.

Io non so se vi rendete conto di questo, se la norma vale più del buon senso.  Lex mala lex nulla, dicevano i latini. A me della legalità importa poco, si muove nella legalità anche il poliziotto che pesta lo studente in manifestazione, la legalità è un feticcio, una parola vuota se non ha dietro un’idea di giustizia. Io un’idea di giustizia ce l’ho, e voi? Se contempla lasciare via libera ai fascisti, non è la mia.

Voi siete il Sistema perchè avete difeso il diritto di governare di gente che non dovrebbe neanche stare in Parlamento.  In compenso avete manifestato indignati prima delle elezioni contro quattro ragazzotti privi della capacità di intendere e di volere come fossero il Duce redivivo e poi abbandonato la nave dopo la sconfitta.

Voi, fatte le dovute differenze di cultura, siete come loro: pronti a difendere quello che tutti difenderebbero: i diritti dei gay, le vittime di guerra, le donne vittime di femminicidio, un po’ meno pronti quando ci sono da difendere i veri ultimi: i tossici, i rom, gli immigrati sui barconi, i coatti delle periferie. Allora fate finta di non vedere, di non sentire e tacete.

Mi spiace, senza offesa, io sto sempre dalla stessa parte, quella di Amir, Issam, Amina, Carlos, Ashley, Camila, ecc., io sto con chi ha un’idea di umanità diversa, con chi sbagliato e deve cambiare, non con chi non cambia mai. Io credo che comunismo e fascismo siano morti e sepolti dalla storia, che l’anarchia sia una splendida utopia e che il futuro sia nelle mani degli uomini di buona volontà, disposti a rimboccarsi le maniche e a cooperare.

Credo in un’Europa che torni ad essere quella sognata a Ventotene,  credo che esistano ancora gli Adriano Olivetti e che possano segnare la strada, credo nella fine del Capitalismo, sì, e nell’avvento di una terza via con meno leggi, meno legalità, con più giustizia e più umanità.  E sto con gli stranieri, con gli ultimi, con gli sfigati perché se c’è una speranza, la speranza sono loro.

Io sto con loro perché prima che finisca la farsa, rischiano di essere le prime vittime del vostro qualunquismo, della vostra rabbia ammaestrata, del vostro livore da privilegiati che hanno paura di perdere i privilegi.

Alla fine dei conti, col vostro qualunquismo, i vostri proclami roboanti, gli alti lai contro il Sistema, il vostro essere liberal all’acqua di rose, i soli, veri, radical chic in  questo paese, siete voi.

Un consiglio: leggetevelo Tom Wolfe, invece di citare a cazzo.

 

Una rete senza cultura genera odio e paura


Che gli italiani siano un popolo di creduloni non stupisce: non avremmo avuto il ventennio berlusconiano, un comico non sarebbe il capo del maggior partito d’opposizione e Renzi non passerebbe per un coraggioso riformatore, se non fosse così.

Che gli italiani non leggano né libri né giornali è notizia vecchia: siamo fanalino di coda in Europa e ben classificati a livello mondiale, non male per la patria di Dante, Petrarca, Boccaccio, Goldoni, Leopardi, Manzoni, ecc.

La notizia è che sempre più gli italiani cercano la verità su internet e si bevono le bufale della rete, il che spiega, tra l’altro, il successo del comico di cui sopra e del suo movimento che, quanto a credulità, non ha rivali. Si spiegano anche i flames fastidiosi, i video virali, il cyberbullismo e l’uso teppistico di Internet in genere.

la notizia nasconde una realtà ben più grave: intanto la crisi della scuola, fortemente voluta dall’establishment, che negli ultimi dieci anni non ha fatto altro che delegittimare gli insegnanti e la cultura in genere, tagliare fondi alle istituzioni scolastiche o distribuirli malissimo, ad esempio insistendo sull’adeguamento tecnologico senza riformare i programmi, creando classi digitali che rischiano di portare più danni che benefici, mettendo i bastoni fra le ruote a tutti i tentativi della scuola di formare, educare, istruire. Con la ciliegina sulla torta, inevitabile, di un ministro dell’istruzione senza una laurea e con un diploma discutibile, unico caso in Europa. Questo dopo aver avuto all’istruzione manager e visionarie che blateravano di tunnel fantascientifici. Sull’uso delle nuove tecnologie a scuola consiglio un ottimo libro di un psichiatra tedesco, si intitola Dementi digitali  e offre un punto di vista illuminante che il sottoscritto, che non è un luddista ma un appassionato di nuove tecnologie da sempre, condivide pienamente.

Io non credo alla rete come spazio di libertà, non sono d’accordo con i teorici come Castell che fantasticano di un popolo in grado di influenzare le scelte dei governi, o meglio ,non ci credo più. La rete è una grande occasione persa. Poteva essere uno spazio di confronto e approfondimento, uno strumento per raccontarsi in pubblico e guarirsi o uno spazio di crescita intellettuale,  è diventato una specie di bassofondo della mente dove le persone non hanno alcun pudore a manifestare la propria ignoranza e i peggiori istinti, a offendere sadicamente e gratuitamente, a diffondere idiozie e menzogne create ad arte, a esibirsi nei modi più triviali.

La notizia nasconde anche la sfiducia della gente verso i mezzi d’informazione tradizionali, sfiducia del tutto giustificata: il giornalismo italiano è mediamente, mercenario, cortigiano e di pessima qualità, la televisione, con alcune felici eccezioni nel campo della fiction, è se possibile, ancora peggiore. Non si fa più cultura, al ricerca ossessiva dell’audience ha porta a un involgarimento generale, alla ricerca del colpo a effetto, della caduta di tono che fa parlare i giornali per settimane. Con alcune felici eccezioni, sempre più di nicchia.

Per approfondire le notizie, per cercare nuovi punti di vista, mi rifugio anch’io nella rete, solo che cerco di selezionare: in fondo, capire se chi scrive è colto o ignorante, in buona o in malafede, non è così complicato. Ho ad esempio evitato di esprimere la mia opinione sulla questione basca perché quasi del tutto a digiuno di notizie. MI sto documentando, leggendo anche i quotidiani spagnoli e comincio a formarmi un’idea. E’ un metodo che uso ogni volta che non conosco un argomento che balza agli onori delle cronache.

Fermo restando che la rete non potrà mai sostituire un buon libro, documentato, con una bibliografia ampia, scritto da persona informata dei fatti. Giusto in questi giorni sto leggendo un interessantissimo testo di Alessandro Dal Lago sui nuovi populismi e sull’influenza di Internet, anche questo illuminante, preoccupante, ma assolutamente lucido e condivisibile in quasi tutti i suoi assunti.

In conclusione, questo sondaggio fotografa un paese sempre meno interessato alle verità, anche parziali, come tutte le verità e sempre più orientato alla conferma delle proprie verità, sempre meno interessato alla cultura, privo di punti di riferimento forti, di valori fondanti, descolarizzato, autoreferente. Una deriva culturale che è terreno di coltura di frutti avvelenati, come il razzismo, il qualunquismo, l’odio a priori verso chi è diverso o la pensa diversamente da noi. Su internet, l’etica e la morale non hanno cittadinanza, l’odio e il sonno della ragione, sì. Chissà cosa scriverebbe oggi Unamuno.

Non mi sembra che ci sia la volontà politica di affrontare il problema, di consdierare il problema come tale: ad esempio restituendo alla scuola il proprio ruolo, riformando il servizio pubblico e sfruttando professionalità e intelligenze che ancora in Rai ci sono, promuovendo la cultura a tutto campo, regolamentando la stampa mantenendo la libertà ma punendo severamente chi viola la Costituzione ad esempio incitando alla discriminazione e all’odio razziale, riportando il dibattito politico su livelli di civiltà accettabili.

Se è vero che la classe politica è lo specchio del paese, è inevitabile che la mancanza di dignità e di rispetto di cui fa mostra quotidianamente finisca per trasferirsi alla gente, che ha trovato nella rete uno spazio dove ottenere quei cinque minuti di popolarità di cui parlava Andy Warhol. Dalle grandi cose alle piccole cose, si potrebbe dire parafrasando un famoso detto latino, dagli scontri di basso livello a cui quotidianamente assistiamo in parlamento, agli scontri infimi a cui assistiamo in rete.

Forse questa preferenza degli italiani per la rete e la loro credulità è il minore dei mali che affliggono il nostro paese o, forse, no, forse invece è un male grande, foriero di sinistri sviluppi. Come tante altre, la risposta a questa domanda si perde nel vento.

La scuola che resiste


Non comincia sotto buoni auspici l’anno scolastico; incombe, come una nube di tempesta un brogliaccio di 114 pagine di parole in libertà, che scopiazza le parti peggiori del sistema inglese e americano in un patchwork senza capo né coda,che blatera di assunzioni, merito e meritocrazia senza porre le basi epistemologiche né dell’uno né dell’altra, l’hanno chiamato “La buona scuola” e mai titolo fu più inesatto a definire un contenuto.

La macchina mediatica, sempre più macchina del fango, è già al lavoro per illuminare le menti del popolo sugli inenarrabili privilegi di cui gode la mia categoria: ferie lunghe, orario di lavoro ridotto, ecc.  Il popolo, è già al lavoro per abboccare e dare il via alla nuova edizione del talent show più gettonato nell’era del renzismo: la guerra tra poveri.

Meno alacre, la macchina mediatica, si dimostra nel mettere in evidenza i veri problemi della scuola: la disparità tra le scuole sia dal punto di vista delle risorse che da quello delle strutture, il numero di alunni per classe troppo alto, una formazione inesistente che ognuno di noi deve pagarsi, programmi obsoleti, che hanno come sfondo una realtà inesistente, i problemi dei ragazzi, sempre più complessi, l’indifferenza di molte famiglie che considerano la scuola poco più che un parcheggio.

Qualche anno fa, alimentai una polemica furiosa in questo spazio, stigmatizzando una situazione cittadina che vedeva svantaggiata la scuola in cui presto servizio rispetto ad altre scuole che godevano di protezioni politiche. Dissi quello che non si può dire. Riuscii ad ottenere quello che volevo, una classe in più che ci spettava di diritto, ma la situazione non è cambiata di una virgola: in questa città esistono scuole ricche e scuole povere, scuole che possono organizzare classi digitali e altre che devono chiedere un aiuto ai docenti per la carta igienica, in questa città, in questa regione, in tutta Italia esiste una discriminazione fortissima tra scuola e scuola e, nei fatti, il diritto allo studio di tantissimi ragazzi è’ fortemente limitato, il dettato costituzionale non è rispettato.

O si sana questo gravissimo vulnus di democrazia o si fanno solo chiacchiere. Il governo ha deciso di fare solo chiacchiere.

In Uruguay il presidente della repubblica ha stabilito per legge che nessun ministro, nessun funzionario, neppure il presidente, possa guadagnare più di un maestro di scuola. Un paese uscito da una dittatura ferocissima comprende il valore della cultura, comprende che per evitare gli errori del passato, è necessario costruire il futuro e l’unica fucina di futuro esistente in un paese civile è la scuola.

La lotta contro le mafie, la criminalità, la droga,  la devianza, comincia sui banchi di scuola, si vince o si perde sui banchi di scuola e noi, da anni, la stiamo perdendo, per l’indifferenza dello stato e perché un buon numero di insegnanti ha tirati i remi in barca e si limita a tirare a campare.

Peccato che questo sia un lavoro dove non puoi tirare a campare, dove devi metterti in gioco ogni volta che entri in aula, dove il rispetto dei ragazzi te lo devi guadagnare sul campo e non  lo puoi pretendere.

Peccato che questo sia un lavoro che non finisce al suono della campanella e non perché a casa devi preparare le verifiche, non solo per quello, ma perché quei ragazzi che a volte ti chiedono aiuto, esplicitamente o implicitamente, te li porti dentro, si attaccano a te e non ti lasciano e, purtroppo, tutto quello che puoi dargli sono parole di conforto, nella maggior parte dei casi.

Insegnare significa svolgere una professione alta che non può essere svilita, non si può ridurre al tirare una coltellata alle spalle del tuo collega per guadagnare cinquanta euro in più in busta paga o a riempire paginate di carta inutile per dimostrare di essere il meglio figo del bigoncio. Competizione e scuola, a mio parere, sono un ossimoro, si escludono a vicenda, a scuola dovrebbero circolare altre parole: cooperazione, collaborazione, solidarietà. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui la costituzione si fa carne, non una palestra per allenarsi ad esercitare l’individualismo. Ma della riforma torneremo a parlare ancora più avanti.

Samo partiti anche quest’anno, e ai colleghi che mi leggono auguro di poter svolgere al meglio, in coscienza e con coscienza, quello che, nonostante tutto, continuo a considerare il lavoro più bello che ci sia.

Parliamo (male) di Invalsi


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Ogni anno quando arriva il momento di somministrare l’Invalsi si riaprono le consuete polemiche. E’ diventata una consuetudine stucchevole come consuetudine è lo sciopero proclamato dai Cobas nel giorno della somministrazione dei test.

Chi scrive, non è contrario in linea di principio a una valutazione esterna dell’effettivo lavoro svolto dalle scuole, esiste in ogni paese d’Europa ed è giusto che, se si eroga un servizio, la validità di tale servizio debba essere valutata. Peccato che l’Invalsi non possa valutare un accidente e non sia uno strumento di valutazione obiettivo e vado a spiegare perché.

1) L’Invalsi è emanazione del ministero dell’Istruzione, in quasi ogni paese d’Europa le agenzie che valutano le scuole sono esterne, proprio per garantire una terzietà necessaria per una valutazione oggettiva.

2) Prove uguali per tutte le scuole del regno sono un’assurdità didattica e pedagogica, pretendere che gli alunni che studiano a Scampia o allo Zen di Palermo acquisiscano gli stessi saperi nello stesso modo in cui li acquisiscono gli alunni dei quartieri della Roma o della Milano bene è semplicemente un pensiero da dementi concepito da chi non ha la minima idea di cosa sia la scuola e il fare scuola.

3) Contesto da docente il fatto che il sapere proposto dall’Invalsi, nozionistico e scollegato dalla realtà possa essere un discrimine riguardo la bontà o meno dell’insegnamento fornito dalla singola scuola. Se  un collega di Scampia non riesce a insegnare a un ragazzo l’analisi logica ma riesce a strapparlo dall’arruolamento nella manovalanza della camorra, ha svolto in modo eccellente il proprio lavoro. Se il collega dello Zen non riesce a trasmettere la magia dell’analisi grammaticale ma riesce a far passare ai suoi ragazzi il messaggio che una persona non è quel che ha ma quello che è, ha svolto in modo eccellente il proprio lavoro.

Perché le scuole, ed è qui che l’Invalsi crolla miseramente e diventa quello che è, una mera perdita di tempo, non possono essere decontestualizzate, vivono e operano in un ambiente socio economico che ne condiziona profondamente gli obiettivi, che ne definisce i limiti, che costringe a scegliere priorità e, spesso, a gettare la didattica nel cesso per lunghi periodi, perché diventa prioritario costruire un rapporto con ragazzi la cui autostima e scesa abbondantemente sotto i livelli di guardia. Una prova uguale per tutti, nozionistica, slegata dalle singole programmazioni, dalle singoli realtà, è inutile, pedagogicamente assurda, didatticamente priva di qualsiasi valore.

L’equivoco nasce dal fatto che troppo spesso il lavoro di un insegnante viene confuso con la trasmissione di nozioni. Se così fosse, potrebbero mandarci tutti a casa e potremmo essere sostituiti tranquillamente da Wikipedia ( spero di non aver dato un’idea al ministero). Il lavoro di un insegnante è  fatto soprattutto di rapporti umani, di empatia con la classe, di reciproco rispetto, di una ricerca costante di strategie che vanno testate, cambiate e calibrate continuamente, di infinite variabili che rendono equilibrato e vivibile quel microcosmo unico e irripetibile che è una classe.

L’Invalsi non valuta tutto questo, riduce il nostro lavoro, appunto, a Wikipedia. Non commento il fatto che possa anche diventare uno strumento discriminatorio perché è evidente che la scuola è discriminatoria di per sé. Noi trasmettiamo i saperi e i valori della classe dominante con il linguaggio della classe dominante, la scuola italiana è stata creata per i figli della media e alta borghesi e tale è rimasta, come testimonia anche quella esilarante statistica uscita qualche tempo fa che riportava che i casi di abbandono scolastico e scarso rendimento sono più frequenti nelle classi sociali più disagiate dal punto di vista economico. Minchia, che scoperta!

L’Invalsi come tale, è un altro strumento della classe dominante, di fatto ci dice che lo Stato desidera che la scuola trasmetta valori rassicuranti; l’analisi logica, la comprensione elementare del testo, l’analisi grammaticale. La logica al posto della creatività, la meccanicità al posto delle facoltà critiche di pensiero. Se la scuola fosse quella dell’Invalsi e io prendessi coscienza di fare scuola a quel modo, mi suiciderei.

Fortunatamente e sfortunatamente a un tempo, la scuola è altra cosa. Fortunatamente perché è molto più ricca, viva, variegata e avvincente, sfortunatamente perché i problemi che affrontiamo ogni giorno quando ci sediamo in cattedra ( quasi mai: a scuola si cammina tra i banchi e sulla cattedra ci si siede materialmente, come fa il sottoscritto, che in cattedra non sale mai) sono ben diversi e molto più pesanti e gravidi di conseguenze della grammatica o della letteratura.

Perché questo è un paese che non sa più crescere i suoi figli, ma di questo è un altro discorso e ci tonerò sopra in un altro momento, dopo il rito dell’Invalsi, le polemiche che seguiranno i risultati, sempre uguali e sempre inutili, le esternazioni del nuovo ministro e i tagli creativi (quelli sì) alla scuola che non si faranno attendere troppo.

Dunque come si può valutare il lavoro delle scuole? Con agenzie sul territorio, esterne al ministero, possibilmente gestite da persone che non abbiano in mente la scuola del Mulino bianco e vedano con i propri occhi come si lavora giorno dopo giorno in una data scuola, parlando con gli insegnanti, ascoltando i problemi, prendendo coscienza delle situazioni critiche e stilando poi una valutazione che non sarà oggettiva, l’oggettività non esiste, ma quantomeno più vicina alla realtà di questa porcheria che ci costringono a somministrare ogni anno. In questo modo, si potrebbe, per esempio, dare lavoro anche ai precari.

Ma ovviamente parliamo di fantascienza.

Razzismo velato


Torno a casa sabato, dopo una breve puntata nel mio eremo, giusto per salutare le vacanze e prepararsi al nuovo inizio d’anno scolastico. Apro la pagina on line del Secolo XIX e impreco sonoramente: uno dei titoli del giornale afferma che i docenti della scuola Volta avrebbero scritto al sindaco chiedendo una classe in più perché nella loro scuola ci sono troppi alunni stranieri. Il giornale fa riferimento ad una lettera inviata, appunto al sindaco, che sarebbe stata resa nota solo nelle ultime ore.

Ovviamente, scrivo una indignata replica al Secolo on line e la giornalista, mostrando grande correttezza, risponde dandomi ragione. Peccato che la stessa smentita non sia apparsa sul cartaceo.

Riassumo brevemente i fatti: a fine Luglio, dopo una lettera aperta dei genitori che non ha avuto risposta dalle autorità competenti e una lettera della dirigente che ha subito lo stesso destino, promuovo col collega RSU una raccolta firme da parte dei colleghi e compaio per due minuti e mezzo al Tg3 regionale, due minuti e mezzo sufficienti a fare sì che il sindaco Vincenzi e l’assessore Veardo decidano di intervenire. L’intervento è efficace e otteniamo la classe che ci spettava di diritto. Non chiedevamo, ovviamente, una classe in più perché ci sono troppi alunni stranieri ma perché, con due alunni disabili in ogni classe e  e classi di ventisei, ventisette alunni avremmo violato la legge e l’anno scolastico non sarebbe potuto partire regolarmente.

La lettera aperta inviata al sindaco era chiarissima, non dava adito a fraintendimenti ed è stata redatta dal sottoscritto e inviata a tutte le testate locali, Secolo XIX compreso, senza che nessuno si degnasse di scrivere una riga quando, pochi giorni prima, per un scuola del centro dal nome più importante o semplicemente, con protezioni politiche maggiori, le prime pagine sui giornali cittadini si erano sprecate.

Potrebbe trattarsi di un semplice incidente di percorso, da considerare concluso con le scuse della redattrice. Potrebbe. Non fosse che quando si tratta di Cornigliano e della scuola Volta il Secolo sbaglia spesso e sempre tirando in ballo gli stranieri. In dieci anni che lavoro alla Volta ho dovuto rettificare almeno quattro volte notizie false sull’argomento. Questo, quando sono in ballo altre scuole, succede molto raramente. Questo, quando sono in ballo istituti privati non succede mai.

La linea del giornale è nota a chi sta a Genova: non si può definire palesemente razzista ma, a mio parere, lo è in maniera velata, nella scelta di amplificare certe notizie a scapito di altre, nella distorsione di fatti, nelle insinuazioni, nelle mezze verità. La sua linea politica non è certamente favorevole all’attuale giunta ed è certamente diversa dalla mia. Ma libertà di stampa significa anche soffiare sul vento del razzismo, non c’è nulla di sbagliato, se non si danneggia il lavoro altrui.

A Cornigliano il razzismo esiste, non tra i ragazzi, se non sporadicamente, ma tra gli adulti, tra le famiglie, il razzismo è diffuso. E chi lo nega o è in malafede o vive in un mondo parallelo. Soffiare sul fuoco, insinuare nella mente delle famiglie che i loro figli possono essere in qualche modo danneggiati dalla presenza dei ragazzi stranieri, significa creare problemi a chi, come i docenti dell’Istituto comprensivo Cornigliano, tutti, nessuno escluso, contro il razzismo e i pregiudizi combatte una battaglia quotidiana, tentando di formare dei ragazzi che domani possano essere migliori di noi, senza pregiudizi, solidali e onesti. Noi facciamo fatica, cari giornalisti del Secolo, fatichiamo ogni giorno per far capire alle famiglie che i ragazzi sono ragazzi, con gli stessi diritti, con gli stessi sogni e le stesse paure. Lottiamo, discutiamo, difendiamo con forza i nostri principi, che sono i principi della Costituzione. E’ il nostro dovere, nessuno ci ringrazia per lo sforzo e la fatica, almeno lasciateci lavorare in pace.

Si tratta di bambini e ragazzi, possiamo tenerli fuori almeno per otto anni dallo schifo che incontreranno nella vita? Possiamo illuderli che se faranno il loro dovere, se saranno onesti e corretti, nessuno mai li discriminerà per l’accento che hanno o per il colore della pelle? Potete rispettare il lavoro di chi non ha appoggi politici, né santi protettori, ma serve lo Stato onestamente per uno stipendio da fame? Possibile che Genova sia una città talmente piccola, talmente provinciale, talmente vecchia, talmente ottusa che per fare notizia si debba mettere in mezzo bambini e ragazzi? Questo è diventata la città che nel ‘63 insorse contro i neofascisti, quella che si strinse come un pugno con i lavoratori dell’Italsider, quella che accoglieva con un sorriso gli esuli cileni? Possibile che io debba scrivere quotidianamente di questo schifo?

Episodi come questo sono lo specchio di un paese alla deriva, dove l’informazione è asservita così totalmente al potere da non saper più distinguere neppure quella sottile linea che separa la decenza dall’indecenza, il lecito da quello che non si deve fare.

Io e i miei colleghi, professori e maestre, continueremo a fare il nostro lavoro come abbiamo fatto fino ad oggi, credendo nei valori in cui abbiamo creduto fino a oggi. La politica, l’informazione, l’opinione comune, potranno forse stancarci, avvilirci, deprimerci, ma che nessuno pensi di cambiarci. Le scuole di Cornigliano continueranno a essere un presidio civico, dove si continuerà ad applicare la Costituzione e a fare scuola e cultura senza se e senza ma, non importa chi siede al ministero o al governo.

Nella speranza che il più importante quotidiano cittadino non faccia più sviste: non chiediamo trattamenti di favore, come altri, ma non vogliamo neanche essere presi in giro. Che sia chiaro per tutti.