Fuoco amico sul terzo settore


La vicenda ha del grottesco: il procuratore di Catania ha aperto un’inchiesta riguardo le Ong che operano nel mediterraneo perché, sulla base di prove che non ci sono, perché non penalmente rilevanti a detta dello stesso magistrato, avrebbero il compito di sabotare l’economia italiana.

Io credo che neanche la mente devastata di Salvini avrebbe potuto concepire una idiozia simile e mi chiedo a quale scopo questa notizia sia stata riportata dagli avvoltoi di Striscia la notizia, sempre pronti a diffondere bufale e dai principali quotidiani.

Mi torna alla mente la vicenda del giudice Maresca che un anno fa sparò a zero su Libera con accuse del tutto infondate e si è scusato pubblicamente sui giornali dopo 360 giorni.

Mi chiedo se il procuratore di Catania non avrebbe potuto e dovuto condurre la sua inchiesta nel silenzio, arrivare a un risultato e caso mai, dopo, divulgarlo, piuttosto che gettare fango su chi ogni giorno rischia di suo per aiutare il prossimo e dare il via alla grancassa denigratoria di chi, per giustificare il proprio non fare nulla per gli altri, trova assai comodo affermare che tanto è inutile, è tutto marcio, ecc.

Fermo restando che se ci sono sospetti vanno chiariti e se ci sono colpevoli di reati, vanno puniti, gli attacchi al terzo settore, oggi Libera, domani le cooperative che accolgono i migranti, dopodomani chi si occupa dei rom, ecc., sono sempre più frequenti e, quasi sempre, provengono da chi il terzo settore dovrebbe tutelarlo, quasi sempre si tratta di fuoco amico.

Possibile che non ci si renda conto di dare la stura a criptofascisti come Di Maio, la Ravetto e compagnia cantante con le loro stupidaggini razziste? Possibile che non si arrivi a capire che chi lavora onestamente, e sono certo che si tratta della stragrande maggioranza delle Ong, verrà comunque preso in mezzo dalle polemiche, guardato con sospetto, calunniato?

In italia una parte del paese non aspetta altro che di sentire che dietro l’arrivo dei migranti, che sono pochi, molto meno di quanto la gente pensi, c’è un complotto, magari giudaico, per minare le basi di uno Stato che per metà paese ha latitato per buona parte della nostra storia. Basta un flame su face book, un ragazzino idiota e arrogante che fa due calcoli falsi spacciandoli per scienza per dimostrare che l’Italia non ha bisogno di accogliere i migranti , che subito questa stupida bufala rimbalza sui giornali e il coro dei ve l’avevo detto da parte dei cripto fascisti si fa assordante, Basta un Di Maio, cioè un nullafacente di lungo corso, per avviare la macchina del fango e danneggiare persone che arrivano in cerca di sopravvivenza e altre persone che cercano di farle sopravvivere.

Non basta l’ignoranza, l’approssimazione, la stupidità a spiegare tutto questo, specie se, come in questo caso, il fuoco amico viene da un rappresentante dello Stato.

Io non sono un affezionato alle teorie del complotto e non voglio fare ipotesi fantasiose, ma credo che se in questo paese si cominciano ad attaccare quelli che sanno guardare agli altri come una risorsa e non come una minaccia, siamo davvero arrivati alla frutta.

Se l’attacco a Libera non fosse casuale?


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L’ennesimo attacco a Libera arriva da un magistrato stimato e rispettato che lancia per l’ennesima volta, in un contraddittorio articolo che uscirà su Panorama, accuse generiche che partono da un falso presupposto, per poi definire Libera “un’associazione seria” a cui consiglia di vigilare contro i pericoli di infiltrazione mafiosa. (Ma dai?).

L’attacco parte da un presupposto sbagliato, quello su cui si basano quasi tutti gli attacchi ricevuti negli ultimi mesi: che Libera gestisca i beni confiscati alle mafie e porta come esempi alcuni recenti e gravi fatti in cui l’associazione di don Ciotti, di cui mi onoro di far parte, non c’entra nulla.

Sfatiamo innanzitutto il campo dagli equivoci: Libera non gestisce nulla, Libera è una rete di associazioni che promuove l’affido e la gestione di beni confiscati ad altre associazioni e cooperative che fanno parte della sua rete ma  tale gestione resta nella totale responsabilità di detti enti e associazioni che hanno il dovere di garantire trasparenza e correttezza.

Si potrebbe chiudere qui l’articolo, dal momento che il punto di partenza delle dichiarazioni del magistrato si basa su una affermazione errata. Non è necessario parlare oltre a difesa di Libera, l’ha fatto benissimo e tempestivamente don Ciotti.

Mi interessa invece riflettere sui motivi che hanno portato Libera a essere sotto il mirino di più o meno improvvisati cercatori di scandali negli ultimi mesi.

A parte l’avversione tradizionale della destra per il mondo cooperativo e per quei valori di solidarietà e accoglienza che non fanno parte della sua cultura, temo che i motivi vadano cercati altrove..

Io insegno storia e, studiandola, ho imparato che in questo paese mai nulla accade per caso e che le teorie del complotto, in particolar modo quando sono coinvolte la mafia e la massoneria, quasi sempre si rivelano meno deliranti di quel che sembra. Molti fatti passare per pazzi e visionari, giornalisti come Giuseppe Fava, Mario Francese e Beppe Alfano, con storie di vita e militanza politica agli opposti ma con lo stesso vizio di voler squarciare il velo di maia che separa la realtà con l’apparenza, hanno pagato con la vita la loro capacità di affondare il dito nella piaga purulenta del malaffare nostrano.

E’ innegabile che questo governo stia facendo dei piccoli, grandi favori alle mafie: mi riferisco all’innalzamento a tremila euro della quota di denaro spendibile in contanti, un’ottima scorciatoia per il riciclaggio, a una legge sull’auto riciclaggio per lo  meno discutibile, a una legge sugli ecoreati benvenuta ma incompleta che sembra scritta apposta per salvare le aziende in casi drammatici come quello dell’Ilva e last but not least, allo scioglimento del corpo forestale dello Stato che confluirà nei carabinieri.

Quest’ultimo è forse il provvedimento più incomprensibile. Non si capisce in base a quali necessità di spending review resti al suo posto lo spropositato numero di lavoratori della forestale presente, ad esempio, in Sicilia (circa ventottomila) e vadano invece militarizzati circa ottomila guardie forestali la maggior parte delle quali, si può facilmente presumere, chiederà il passaggio ad altro ente. Il calcolo elettorale si capisce, l’opportunità no.

La Forestale, per chi non lo sapesse, è il corpo specializzato nei reati ambientali. Non avremmo scoperto nulla della terra dei fuochi né del traffico dei rifiuti senza il lavoro attento e rischioso di questi uomini. Sciogliere la forestale, dice il capo della Dia Roberti, significa “fare un favore alle mafie”.

Non è la prima volta che accade, anche se queste notizie sui giornali non compaiono: tra gli anni e 80 e gli anni 90 a Brescia, il corpo forestale locale avviò la prima grande indagine sul traffico di rifiuti tossici, indagine che scoperchiò un verminaio ed ebbe, come risultato più eclatante, il trasferimento degli uomini che l’avevano portata avanti.

Il sospetto, a mio parere fondato, è che si attacchi Libera nel tentativo di delegittimare chi ha la forza mediatica e morale di alzare la voce per denunciare queste operazioni.

Si cerca insomma di mettere a tacere preventivamente chi può avanzare critiche fondate e insinuare nell’orecchio degli italiani la pulce del sospetto.

Il presidente del consiglio non ama che si parli di mafie, è cosa nota. L’ho sentito insieme a milioni di italiani affermare in televisione che è una menzogna dire che intere zone del paese sono in mano alla criminalità organizzata ed è di oggi la sconcertante affermazione che Caserta non è solo la terra dei fuochi ma anche la terra dei cuochi e che per questo il governo sta lavorando. Affermazione, come spesso gli accade, di straordinario cattivo gusto.

Le mafie disturbano, sporcano l’immagine del paese destinato a magnifiche sorti e progressive che il premier dipinge ogni qual volta apre bocca, sono un fenomeno da minimizzare, qualcosa di cui meno si parla meglio è. E se se ne parla, lo si faccia attaccando gli avversari su fatti risibili, vedi la vicenda di Quarto, ed evitando di parlare dell’enorme trave nei propri occhi.

Anche questo, purtroppo, non è un atteggiamento nuovo.

A corroborare la teoria di questa “strategia della distrazione” operata dal governo, del tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti realmente gravi per orientarla verso fatti inesistenti, va annoverata la grottesca prova di machismo nei confronti dell’Europa, una falsa notizia, alla vigilia della notizia che il padre del ministro Boschi intratteneva rapporti ha incontrato più volte Flavio Carboni, capo della P3 e faccendiere invischiato in molti misteri della nostra storia recente. notizia messa in quarto piano dai notiziari.

Mafie, massoneria, affari sporchi, spettri vecchi che si agitano dietro le spalle di quello che si è auto eletto “homo novus” della politica italiana. Ma anche questa, purtroppo, non è una novità.

Et voilà, il capro espiatorio è servito.


 

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Quasi a ricordare la recente scomparsa del grande René Girard, l’Isis bagna di sangue Parigi e offre su un piatto d’argento alle potenze occidentali la possibilità di rinviare sine die la discussione sulle cause reali del terrorismo, al di là delle ignobili sciocchezze di un miserabile come Salvini e degli squallidi titoli di giornalisti che andrebbero radiati non dall’ordine ma dal genere umano.

Detto tra parentesi, una mia ex alunna che lavora in Francia mi ha confermato che su nessuna rete o giornale francese è comparso un commento ostile all’Islam, a dimostrazione di un evidente deficit di civiltà del nostro paese, incapace di trovare una strada alternativa alla nauseabonda retorica di Gramellini e alle becere volgarità di leghisti e affini.

Chiariamo due punti importanti: il primo è che l’Isis conta tra i quarantamila e i sessantamila adepti, cioè tutta l’Isis potrebbe stare comoda dentro la Stade de France che ha tentato di distruggere due giorni fa. Come un pugno di fanatici possa tenere in scacco tre continenti è un mistero, o forse no, non è un mistero, ma di questo parleremo in un’altra occasione.

Il secondo punto importante da chiarire è che le vittime islamiche dell’Isis sono assai superiori alle vittime europee, basta considerare le notizie di agghiaccianti massacri che arrivano dall’Africa. Il dato non è una sorpresa, dal momento che l’Isis è una emanazione della secolare contesa tra sunniti e sciiti e il suo scopo primario è cancellare gli avversari religiosi dalla faccia della terra.

Dunque è storicamente scorretto parlare di scontro di civiltà: la stragrande maggioranza del mondo islamico vive l’Isis come una aberrazione e confida, esattamente come tutti noi, che possa trasformarsi presto in un brutto ricordo. Scrivendo “bastardi islamici” in prima pagina, non solo si compie il reato di istigazione all’odio razziale, non solo si discrimina una cultura e una religione, ma si dimostra una inaccettabile ignoranza o una inaccettabile malafede.Oltre che uno squallore umano profondo.

Se vogliamo fare una similitudine, identificare l’Islam con l’Isis è più o meno equivalente a identificare il cristianesimo con il Ku Klux Klan che, ai tempi della segregazione razziale negli Stati Uniti, nemmeno troppo lontani, numericamente superava l’esercito del califfato.

Ma quello che mi preme sottoporre all’attenzione dei lettori è che nessun paese europeo, in questo momento, si sta interrogando sul perché otto ragazzi francesi hanno deciso di legare per sempre il loro nome a un atto di inaudita crudeltà sacrificando la loro stessa vita.

Tantomeno, l’Europa si interroga sui paradigmi economici che fondano il suo sistema, sulle leggi di quel mercato che crea ogni giorno fasce di poveri ed emarginati, discrimina e cancella dalla vista i deboli e riempie le tasche già colme oltre ogni limite dei ricchi. A nessuno dei notabili del G20 passa per la mente che forse c’è qualcosa da correggere.

L’Isis con la sua brutale e ottusa violenza è il capro espiatorio ideale per evitare di assumersi le proprie responsabilità, per rimandare i problemi a domani e indirizzare la rabbia e l’esasperazione della gente verso un nemico che facilita molto il processo di disumanizzazione necessario per accendere la scintilla dell’odio e far soffiare il vento della guerra.

Il problema è che se domani l’Isis venisse sconfitta e diventasse un brutto ricordo, tra un anno, o due, o cinque, nascerebbe una nuova organizzazione terroristica, magari proprio tra le fila di quella destra radicale,nazista e infame che raccoglie consensi in tutto il continente. Se non si elimina la radice del male, una radice fatta di emarginazione, mancanza di prospettive, disperazione, razzismo, assenza di un futuro, il male tornerà a crescere sotto altre forme.  Se non ribaltiamo il sistema, se non si arriva a codificare un nuovo concetto di sviluppo, una nuova narrazione dell’economia che comprenda termini come cooperazione, solidarietà, società, comunità, il sonno della ragione continuerà a generare mostri.

E’ un circolo vizioso a cui assistiamo dal dopoguerra, ma mentre in passato la politica aveva ancora un ruolo nel poter gestire il welfare, oggi il welfare è considerato dall’economia dominante uno scomodo fardello di cui liberarsi in fretta. I risultati  di questa visione sono sotto gli occhi di tutti. Il welfare regola la vita di milioni di persone, gli permette di vivere in modo dignitoso, di costruirsi delle opportunità mentre taglia fuori dalla vita chi non vi può accedere. Chi è fuori dalla vita, è facile arrivi a scendere a patti con la morte.

Un’ultima parola su Gianni Rondolino, collaboratore dell’Unità, che non ha trovato di meglio da fare, in un momento come questo, che attaccare in modo volgare e indegno, Gino Strada, invitando a boicottare Emergency.

Considero Gino Strada, insieme a Don Ciotti e a pochi altri, uno degli uomini per cui si riesce ancora a provare orgoglio per essere italiani. L’uomo ha il difetto di dire sempre quello che pensa in modo chiaro, senza giri di parole, senza ipocrisia. Ha il difetto ancora più grave di cogliere quasi sempre nel segno. Ovvio che questo rovini la festa a quei pseudo intellettuali il cui unico scopo nella vita è stare sempre dalla parte del più forte, cercando di non sbilanciarsi troppo, casomai il vento cambi.

Che un giornalista dedito all’arte antica del cortigiano su un quotidiano che è diventato la cassa di risonanza del potere, si permetta di attaccare un uomo vero, lo trovo segno di quella mancanza di civiltà e di senso della decenza di cui ho parlato sopra.

Libera ha bisogno anche di te


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Sono entrato in Libera più o meno un anno fa dopo insistenti sollecitazioni da parte di Claudia e dopo aver partecipato, alla fine dell’estate, al corso di formazione Abitare i margini che l’associazione di don Ciotti organizza da anni.

Durante il corso avevo incontrato un numero insperato di insegnanti che condividevano la nostra idea di scuola: orientata sui ragazzi, basata sul rapporto educativo prima che sulla didattica e sul nozionismo. La cosa sorprendente era che i colleghi provenivano da tutte le parti d’Italia e percepire quel comun sentire mi ha ridato entusiasmo e voglia di rimettermi in gioco. Metterci in contatto con la sede genovese di Libera è stato il passo successivo.

Ho incontrato persone motivate, disposte ad ascoltare e a condividere idee e progetti, persone con idee che andavano oltre l’ideologia politica, l’appartenenza a un credo religioso, idee che guardavano a un paese migliore, più libero, più giusto, realmente democratico.

Per molti anni ho tenuto d’occhio Libera e le sue iniziative, ricordo perfettamente quando ho cominciato. Un pomeriggio, mia madre mi chiama e mi dice che in televisione “c’è Pietro”. Pietro è un carissimo amico siciliano, uno di quelli con cui ho trascorso tante estati a Saponara, in provincia di Messina, il mio paese d’origine, la mia terra. Pietro è Pietro Campagna, il fratello di Graziella Campagna, una giovanissima vittima innocente della mafia. Graziella aveva 17 anni anni.

Pietro era in televisione, in quella piazza di Saponara dove avevamo passato tante notti, cercando di resistere allo scirocco o mangiando il pane caldo, appena sfornato, che per me ha sempre avuto il sapore della Libertà. Accanto a lui c’era don Ciotti, con il suo sdegno e la sua rabbia di fronte all’ingiustizia, con quella sua capacità di dire parole pesanti come sassi, che si conficcano nella tua coscienza.

E’ da allora che ho cominciato a seguire Libera, tenendomi a distanza. La mia generazione ha subito il disincanto della politica, delle lotte sindacali, scivolando da anni in cui gli ideali contavano ancora qualcosa a oggi, tempo miserevole in cui l’unico valore che conta è il denaro. Prima di sventolare una nuova bandiera, dopo aver riposto le altre, volevo avere delle certezze.

Ho sempre fatto antimafia a scuola, sin dal primo anno, Vuoi perché la morte di Graziella, il dolore sul volto del mio amico quando l’ho incontrato pochi giorni dopo la tragedia, in qualche modo mi hanno segnato, hanno sancito una sorta di fine dell’innocenza: Saponara, fino a quel momento, era stato il mio Eden, una sorta di terra mitica, adesso era Sicilia. la Sicilia del mio amatissimo Sciascia, e all’odore del mare e della campagna si sarebbe accompagnato sempre quello del sangue di una vittima innocente.

Per me quindi, entrare in Libera, dopo aver maturato la convinzione che no, non avrei dovuto ammainare anche quella bandiera, è stato come entrare in una casa piena di amici. Mi ha ridato entusiasmo e fiducia, mi ha fatto ritrovare la voglia di lottare per qualcosa di importante.

Insieme a Claudia abbiamo fatto del nostro meglio per ripagare la fiducia che ci è stata data quando siamo entrati nell’associazione. Avevamo un’idea un po’ strana: proporre alle scuole di Genova un codice etico che rappresentasse un modo diverso di fare scuola, chiedere ai colleghi di inserire quel progetto nei Pof delle scuole e dare a Libera un riconoscimento importante del lavoro svolto in questi anni per i ragazzi.

Contro ogni previsione, otto istituti comprensivi di Genova hanno approvato il codice, e altre scuole l’hanno approvato a Roma, a Bergamo, in varie zone d’Italia. risultato impensabile e impossibile senza l’aiuto di Chiara e Stefano,  responsabili provinciale e regionale di Libera, che non hanno smesso di appoggiarci anche quando sembrava che il progetto fosse troppo utopistico.

Vedere e ascoltare don Ciotti e Nando Dalla Chiesa è stato emozionante, ma è emozionante, ogni volta, allo stesso modo, ascoltare e vedere a ogni incontro, a ogni riunione, l’entusiasmo dei ragazzi di Libera, soprattutto per chi, come me e Claudia, con i ragazzi e per i ragazzi lavora.

Ecco, se posso suggerire un buon motivo per iscriversi a Libera è questo: se avete un’idea, un progetto in testa per pungere la coscienza della gente, per farle aprire gli occhi su quello che sta accadendo nel nostro paese, per organizzare una qualche risposta alla corruzione dilagante e allo strapotere della mafie, se sentite dentro l’urgenza di fare qualcosa, se avete bisogno di parlarne con qualcuno che sia davvero interessato a tutto questo, cercate il numero di Libera, venite a parlare. Troverete persone capaci di ascoltare, un mare di quelle che ai miei tempi si chiamavano buone vibrazioni e un entusiasmo che vi farà tornare a sorridere.

Il reddito di cittadinanza non serve a Renzi


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Oggi il premier ha affermato che il reddito di cittadinanza non serve all’Italia, servono posti di lavoro. Meglio avrebbe fatto a dire che il reddito di cittadinanza non serve a Renzi.

Il reddito di dignità infatti, pur essendo meno costoso del taglio della tassa sulla prima casa, è anche meno popolare, viene vissuto dalla gente come una beneficenza gratuita o, peggio, uno stimolo a smettere di cercare lavoro e vivere a spese dello Stato.

Non è così ovviamente ma né Libera, né le altre associazioni che lo stanno promuovendo, né il Movimento Cinque stelle che appoggia la proposta, hanno a disposizione l’informazione televisiva e cartacea, di cui dispone a suo piacimento il capo del governo.

Fino adesso la politica di Renzi è stata caratterizzata da provvedimenti che favoriscono l’imprenditoria privata e la parte più reazionaria della borghesia e indeboliscono il welfare. Vanno letti in questo senso il jobs act, ovvero la cancellazione dello Statuto dei lavoratori, che non ha alcuna relazione con il millantato aumento di posti di lavoro sbandierato dalla televisione, aumento che, se c’è stato, è dovuto al quantitative easing di Draghi e al contemporaneo calo del prezzo del petrolio, sia la Buona scuola, mai nome fu meno adatto, incostituzionale tentativo, con ottime probabilità di riuscita, di fare a pezzi quel che resta ancora in piedi della scuola pubblica; il provvedimento sulla prima casa, che ha effetti modesti per i ceti più bassi, e permette invece un risparmio considerevole di denaro a chi ne ha già molto, senza alcun effetto in termini di rilancio dei consumi.

Di democrazia reale, lotta alla mafia ed eguaglianza sociale, al piccolo principe non importa nulla. E’ un uomo assetato di potere e di consenso e a tale fine bilancia ogni mossa. Non si fa scrupolo di usare qualunque mezzo per assicurarsi i titoli sui giornali: l’intervento strappalacrime sui bambini morti, un inesistente piano di accoglienza italiano, l’attacco ai lavoratori riuniti in una assemblea regolarmente richiesta, l’annuncio che le mafie non controllano ampie parti del nostro territorio. Tutto va bene per il consenso di un minuto, tanto il giorno dopo tutto si dimentica.

Il reddito di cittadinanza è presente in molti paesi europei ma si sa che in Italia l’Europa è una coperta che viene tirata o cacciata via a proprio comodo dal governante di turno. Inoltre è un provvedimento da welfare e questa parola fa venire l’orticaria a Renzi solo a sentirla pronunciare).

La dichiarazione di oggi, demagogica e priva di senso logico (mai in Italia c’è stato lavoro per tutti), come spesso gli accade, è l’ennesima conferma che la tenuta democratica di questo paese è in pericolo, contrariamente a quanto continuano a scrivere i pennivendoli nostrani, bene attenti a non urtare la suscettibilità del padrone di turno.

Sull’importanza del reddito di cittadinanza, su come possa rivelarsi uno strumento fondamentale per togliere potere alle mafie, sulla necessità che lo Stato si faccia garante della dignità dei suoi cittadini, ho già scritto e ancora scriverò, ma le parole pronunciate oggi dal leader non eletto di un governo che non rappresenta nessuno, lasciano poco spazio all’ottimismo.

A pagare, come sempre, sono gli ultimi..

Storie di ordinaria italica viltà (ma non solo)


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Il camerata Tortosa, fulgido esempio di servitore delle stato, guarda caso esterna il suo sdegno verso l’Europa, rea di aver condannato l’impavido assalto alla Diaz da parte dei celerini, quando il reato commesso da lui e dai suoi amici fascisti è caduto in prescrizione e non rischia nulla, se non una doverosa sospensione dal servizio per la sua imbecillità e le inascoltabili parole su Carlo Giuliani, calpestato per l’ennesima volta.

Sul coraggio di quella squadra di picchiatori molto si è scritto in questi giorni, molti politici hanno chiesto con sdegno la testa di Tortosa, politici che nel 2001 sono rimasti al loro posto tacendo. Si è distinto, come di consueto, per sprezzo del pericolo e audacia, il presidente del consiglio che, non avendo fatto il militare ignora il concetto di catena gerarchica e, a proposito di De Gennaro ha detto che non può esserci un solo capro espiatorio. Sono d’accordo: vogliamo davvero che venga condannato chi ha dato gli ordini delle cariche, chi ha autorizzato le torture di Bolzaneto e la temeraria incursione alla Diaz?

Un altro grande esempio di responsabilità è quella dello della candidata della regione Liguria che, indagata per reati gravissimi, invece di restituire banalmente la sua candidatura, proclama con italico orgoglio, citando Puccini: “Vincerò”.

Che dire poi di Salvini? Questo eroe padano sempre pronto a lanciarsi nella mischia difendendo l’indifendibile, questo abbagliante esempio di leone pronto a lanciarsi senza timore sugli agnelli specie se, come i profughi, come i rom, gli agnelli non hanno voce per belare?

Ma l’esempio più supefacente di nostrano ardimento l’ha avuto il governo  dopo le esternazioni di Papa Francesco sul genocidio degli armeni. Il pontefice è stato subissato di insulti e minacciato da Erdogan e non un membro del governo, sempre pronti a tirarlo in ballo in ogni occasione quando gli conviene, ha detto una parola per difenderlo, forse memore dell’antico detto:”Mamma li turchi”.

Ieri ho assistito a un incontro tra don Ciotti e Anna Canepa, procuratore nazionale della Dia. Ascoltando le parole chiare, nette e senza possibilista di essere equivocate della dottoressa Canepa, che ha spiegato come la nostra legislatura non renda ancora conveniente la scelta della legalità, come sia necessario un intervento più incisivo della stato e soprattutto, un cambiamento culturale, e il consueto, accorato appello di don Ciotti che, con voce rotta a causa dell’influenza, ha lanciato l’ennesima sfida al potere mafioso, intervento che ha trovato, a mio parere, il suo punto più alto quando, ricordando che ai tempi della raccolta firme sulla legge per la confisca dei beni alla mafia, qualcuno aveva detto: “farà la fine degli altri”, don Luigi ha ruggito:”Siamo ancora qui, siamo vivi e continuiamo la nostra battaglia” facendo esplodere il pubblico in un applauso commosso.

Ascoltando questi due esempi di coraggio e comparandoli con quello che ogni giorno ascoltiamo in video e leggiamo sui giornali, con le miserabili e meschine storie di cui gli esempi citati sopra sono solo pochi fili di un immenso pagliaio sporco di letame, ascoltando le parole di Gino Strada, che ha annunciato col consueto volto sofferente che la battaglia contro l’Ebola è per ora stata vinta, mi sono detto che sì, molte volte ci si deve vergognare di essere italiani ma, qualche volta, per fortuna no.

Auguri a Libera


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Sono entrato in Libera da poco, anche se l’amicizia che mi lega da trent’anni al fratello di una vittima di mafia mi ha portato più volte a interessarmi, informarmi e condividere le battaglie portate avanti in questi anni.

Il mio ingresso in Libera era inevitabile, quasi una strada segnata. Come tutti quelli della mia generazione ho sognato di cambiare il mondo, sono passato per l’impegno politico, ho occupato l’università, suonato con pochi amici blues incazzati in fumosi locali del centro storico  in cambio di un boccale di birra. La politica mi ha fregato, ci ha fregati: un bel giorno, ci hanno detto scusate, ci siamo sbagliati: le manifestazioni, i cortei, le lotte, sono state un errore di gioventù, la classe operaia si è estinta e i diritti sono liquidi, flessibili, legati alle esigenze della finanza.

Mi sono concentrato sulla famiglia e sul lavoro. Peccato che il mio lavoro mi costringa da quattordici anni. quasi quotidianamente, a lottare contro il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza. Peccato che mia moglie faccia lo stesso lavoro allo stesso modo e la pensi come me sul mondo. Peccato o per fortuna, perché è proprio questa necessità di restare vigile, di tenere gli occhi aperti su quello che ci circonda, soprattutto su quello che di sbagliato ci circonda, che mi ha spinto ad entrare in Libera.

 I ragazzi e le ragazze di Libera hanno sguardi puliti, voglia di fare e spirito guerriero, un vecchio professore burbero come me, non può che guardare a loro con affetto e rincuorarsi pensando che esistono ragazzi e ragazze così. Gli adulti hanno voglia di  fare, sentono la necessità di fare, nonostante la realtà quotidiana di questo paese sia sempre più avvilente. E’ di oggi la notizia che le forze dell’ordine potranno entrare nei nostri computer e spiarci, con buona pace della privacy e delle libertà personali garantite dalla Costituzione.

I colleghi che ho conosciuto in Libera sono quelli che vorrei avere ogni giorno accanto a me: per la prima volta, lo scorso settembre, quando ho partecipato con tanti altri  docenti provenienti da tutta Italia a un seminario di Libera, non mi sono sentito un alieno, un cane sciolto, il rompiscatole che con i suoi principi disturba e rompe le scatole. Eravamo tutti rompiscatole.

Ecco, se c’è un augurio che mi sento di fare a Libera per il suo compleanno, è di continuare tenacemente, ossessivamente, orgogliosamente a rompere le scatole al potere, ai razzisti, ai mafiosi, agli indifferenti agli ignavi, a chi ritiene che rimboccarsi le mani e fare, sia inutile.

Chiudo con un verso di Bob Dylan, che ascoltavo quando portavo i capelli lunghi e l’orecchino e continuo ad ascoltare adesso che di capelli ne ho meno e sono quasi tutti bianchi, un verso brevissimo dedicato a tutti i ragazzi e le ragazze di Libera che sabato scorso a Bologna hanno colorato la città riempendola di buone, buonissime vibrazioni:

May you stay forever young

Che possiate essere sempre giovani e Libera con voi.