Ma la poesia di Caproni era elementare


Non capisco, da insegnante, le polemiche seguite alla traccia di italiano riguardante una poesia di Caproni. A parete il fatto che sarebbe cosa buona e giusta arrivare all’ultimo anno di scuola superiore e conoscere la poesia italiana, Caproni compresi, che è sì un minore rispetto a un Montale ma ha comunque un suo peso specifico rilevante nell’ambito poetico nostrano, il testo era elementare e anche chi non conosce  Caproni  avrebbe tranquillamente potuto riempire.paginate intere commentando il testo con buone speranze di ottenere un buon voto.

Davvero gli studenti delle superiori sono così incapaci di arrampicarsi sugli specchi, privi di inventiva e fantasia, tanto ottusi da non riuscire a interpretare un testo da quinta elementare?

Caso mai ci sarebbe da chiedersi perché assegnare una traccia così semplice, proto ambientalista e un po’ nichilista nel finale, e poi far uscire alla maturità classica l’autore più temuto tra tutti, quel Seneca che era il mio incubo nei giorni precedenti la maturità ( per la cronaca uscì un Cicerone, l’autore più gradito dai maturandi classici insieme a cesare).

Che poi la scuola italiana sia in piena crisi esistenziale, è evidente. L’oscena finta riforma della Buona scuola, normative di arruolamento sempre più farraginose, assurde e cervellotiche, l’incapacità di comprendere la complessità di un mondo che non è quello del Mulino bianco ma sulla scuola del Mulino Bianco sembra che il ministero legiferi, stanno portando il nostro sistema scolastico al collasso.

Da qui a sostenere che non si possa commentare una poesia perché non si è affrontato il poeta, ce ne corre. Qualunque insegnante sa quanto siano tediose le paginate relative alla biografia degli autori nei temi, spesso preponderanti rispetto al commento testuale che dovrebbe costituire il nocciolo dell’argomentazione; ebbene, il tema sulla poesia di Caproni permetteva di entrare subito in the middle of the fact, di commentare e divagare a proprio piacimento, non c’era nella traccia alcuna richiesta di notazioni biografiche, credo volontariamente.  Francamente la trovo una traccia facile, sensata, attuale e alla portata di tutti.

I commenti che ho letto sottintendono un’idea della cultura vecchia, nozionistica, antiquata, ancora ancora a programmi scolastici che non esistono più da anni e che molti insegnanti si ostinano a seguire, vuoi per abitudine, vuoi perché fa comodo, vuoi per incapacità di comprendere, chiusi in comode torri d’avorio, che il mondo cambia.

Bisognerebbe inserire, tra le materie di studio, l’arte di arrangiarsi, che contempla anche scrivere un tema sulla poesia di un autore di cui non si è mai sentito parlare.

Un persona di media cultura, capace di ascoltare, è in grado di sostenere una conversazione quasi su qualsiasi argomento non troppo tecnico anche se non lo conosce per nulla. Capace di ascoltare, ho scritto, dote assai rara non solo tra i ragazzi ma spesso anche tra gli insegnanti.

La cultura è un bagaglio leggero indispensabile per qualunque viaggio. leggero, non carico di nozioni. Eco diceva che la persona colta non è quella che conosce tutto ma quella che sa cercare quello che gli serve al momento giusto.  Vale anche per le parole, vale anche per un semplicissimo tema di maturità.

Il sospetto fondato è che molti di quelli che pontificano sui giornali, non abbiano letto la traccia incriminata. Oppure non siano in grado di svolgerla. Il che, a pensarci bene, spiega molte cose del miserando stato culturale del nostro paese.

I politici che ci meritiamo


Coliandro Renzi

Partiamo con un piccolo exemplum che appartiene alla sfera televisiva.

Coliandro si è chiuso con un tripudio di pubblico osannante a Bologna e buone premesse per un’altra stagione. Una fiction di successo. Peccato che sia girata male, con episodi che scopiazzano qua e la le varie serie televisive americane, di ben altro livello, e abbia un protagonista ( senza nulla togliere alla bravura dell’attore) idiota, irritante,volgare, senza qualità. I comprimari sono poco più che macchiette, le trame sono ridicole, l’umorismo greve e ripetitivo, la scrittura amatoriale. Non a caso, l’unica puntata riuscita è quella che aveva come coprotagonista uno stralunato Vito nella parte di un uomo affetto dalla sindrome di Asperger. La recitazione è da filodrammatica. Per carità, Lucarelli, lo sceneggiatore, ha provato anche a inserire qualche spunto interessante, come gli accenni della presenza delle mafie al nord, ma tutto si disperde nella piattezza di un prodotto fatto e costruito per un pubblico che potrebbe essere rappresentato dal leghista medio. Ho trovato poi particolarmente di cattivo gusto l’inserimento, nell’ultima puntata, di un chiaro richiamo alla vicenda Cucchi, che meriterebbe ben altra cornice.

Non uccidere è una fiction ben girata, ben recitata, con personaggi di contorno con una psicologia complessa, le trame non sono mai banali e mirano a denunciare la povertà strisciante nel nostro paese, una povertà che genera drammi, il razzismo, l’ipocrisia di un certo mondo borghese, la discriminazione dell’omosessualità, ecc. Temi importanti, affrontati con delicatezza e con una scrittura di alto livello. La protagonista è una giovane donna tormentata e irrequieta, ben tratteggiata e meglio interpretata. Un prodotto che si distacca dalla media televisiva e non ha nulla da invidiare, anzi, forse ha qualcosa in più, un certo gusto europeo per l’introspezione, il coraggio di osare ritmi lenti, rispetto alle migliori serie di oltreoceano.

Non ci sono stati bagni di folla dopo l’ultima puntata e la terza serie è in forse, perché gli ascolti sono minimi, pena anche una demenziale programmazione da parte della terza rete, non nuova a cambi improvvisi di palinsesto. Dato poi chi arriverà a dirigerla,non si sa sulla base di quali meriti, le speranze di rivedere la fiction sono minime.

La televisione pubblica dovrebbe promuovere la qualità anche a scapito dell’audience, se necessario. Invece, probabilmente, assisteremo a un’altra serie dell’ispettore più idiota d’Italia e non sapremo mai i retroscena delle vicende familiari dell’ispettrice Ferro.

Questo è uno spaccato significativo della situazione del nostro paese perché spiega, mutatis mutandis, ad esempio, perché la legge sulle unioni civili di cui Renzi è “straorgoglioso” è monca, insufficiente, anacronistica. E’ lo stesso principio con cui si decide di proseguire una fiction piuttosto che un’altra: conta l’audience, in questo caso rappresentata da quella metà di popolazione che ancora ritiene sensato esprimere la propria opinione votando dentro un’urna elettorale, quando glielo permettono.

Un elettorato anziano, prevalentemente conservatore, mediamente incolto, non come Coliandro ma siamo lì, non avrebbe digerito la legge così com’era, grazie anche alla disgustosa e menzognera propaganda degli integralisti cattolici e della destra estrema e così il buon Renzi, ha sconfessato la propria maggioranza, si è alleato con una banda di pregiudicati e ha fatto passare una legge monca che i giornali di partito hanno applaudito come un passaggio storico. Grazie anche all’ottusa acquiescenza dei cinque stelle al loro padrone: il Movimento avrebbe potuto fare la storia ma ha scelto di lasciar perdere. Grazie, adesso mangiatevi gli scontrini.

La verità è che Umberto Eco aveva perfettamente ragione e le piccate repliche alla notizia della sua morte che ho letto sui forum e sul web, da parte di utenti offesi, che si sono sentiti chiamati in causa quando ha detto che grazie alla rete qualsiasi idiota aveva diritto di parola, oltre a dargli, appunto, ragione, lo dimostrano.

Eco voleva dire che in questo paese non esistono filtri, non esiste educazione all’uso dello spirito critico, tutto si riduce a una continua,volgare, irritante e costante bagarre campanilistica, una disputa sul nulla, un discorso tra sordi. Una grande occasione di dialogo libero, di confronto vero, qual era quella fornita dalla rete, va ogni giorno sprecata. Se nel Maghreb il web ha contribuito alla primavera araba e da noi ha generato la sfida delle mamme, un motivo ci sarà.

Ergo, abbiamo una politica che è esattamente lo specchio del paese: Renzi è sovrapponibile a Coliandro: l’età, i referenti culturali, il modo di esprimersi, sono gli stessi, lo stesso è anche il cast del governo: c’è la giovane poliziotta intelligente. la Boschi, il collega un po’ ottuso che lo adora e gli prepara il caffè, Alfano, e via discorrendo.

Bisogna rassegnarsi al fatto che la gente vuole Coliandro perché una parte consistente del paese è  Coliandro e vuole ridere sentendo ripetere “minchia” trenta volte in una puntata, piuttosto che riflettere e ragionare su qualcosa di più complesso.

Quindi viva Lucarelli, che meglio di tanti altri, ci ha dato una involontaria descrizione di Renzi e del renzismo, di un paese che ha messo l’intelligenza al bando e, quando accende la televisione o legge un giornale, preferisce spegnere il cervello invece di accenderlo. Tanto Coliandro alla fine ce la fa. Oppure no?

Il medioevo che incombe: piccolo omaggio a Eco.


 

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Umberto Eco era un genio di tale grandezza che scrivere su di lui, anche solo per un piccolo omaggio alla sua memoria, rasenta la blasfemia.

Ho letto “Il nome della rosa” durante il Liceo classico. Ricordo ancora con stizza Bacciccia, il perfido compagno di classe che, poco prima di terminarlo, mi sussurrò all’orecchio “l’assassino è..” facendo seguire il nome del colpevole, che non svelo, perché anche in questi tempi tristissimi può esserci chi vuole cimentarsi con la lettura di quel romanzo.

La proditoria rivelazione era un segno dell’entusiasmo che quel libro, amato e odiato dall’autore, aveva suscitato in noi, soffocati dallo studio un po’ supino del Liceo e grati che il nostro latinorum servisse finalmente a qualcosa. Era una rivelazione, quel romanzo a tesi di cui solo dopo accurate riletture sarei riuscito a comprendere alcuni dei significati nascosti. Era il libro per noi, feticisti di una cultura arcaica, giovani e arroganti studiosi di greco, latino e filosofia con la pretesa di possedere le chiavi del mondo, rendendoci conto solo più avanti che quei grandi, come tutti i grandi, non offrivano verità preconfezionate ma parlavano di noi.

Ovviamente sapevamo chi era Eco, come conoscevamo bene Sanguineti e Chomsky, che completavano la triade di intellettuali onniscienti che ha caratterizzato il novecento. Uomini che hanno imparato a guardare il mondo da prospettive diverse e ci hanno insegnato a farlo con parole comprensibili, uomini che hanno dato un nuovo livello di significato alle parole “intellettuale” e “impegno”. Uomini nuovi e rinascimentali a un tempo, ossessionati dalla volontà di cogliere il senso e la direzione delle cose e forse, anche di indirizzarli.

Sanguineti ci ha lasciato da non troppo tempo, Eco ci lascia oggi e Chomsky, per fortuna, ancora lotta e spera in un mondo diverso insieme a noi.

La perdita di Eco significa per l’Italia la caduta in un nuovo medioevo, un vuoto che non può essere colmato se non con una inevitabile discesa nel baratro. Con tutto il rispetto per i (pochi) intellettuali onesti che ancora lavorano nel nostro paese, non c’è nessuno, oggi nel nostro paese, che possa aspirare ad occupare il suo posto nel Gotha del sapere mondiale.

Spirito critico degno di Occam, capace di ironia bonaria o affilatissima, a seconda degli obiettivi a cui era rivolta, Eco, oltre che saggista, semiologo, scrittore e quant’altri, era un polemista straordinario, un giornalista autentico che colpiva con implacabile precisione il bersaglio.

Ha combattuto anche qualche battaglia sbagliata: collezionista di prime edizioni, non poteva amare i libri elettronici né cogliere, come Sanguineti, il senso di una nuova rivoluzione paragonabile solo a quella di Gutenberg, quanto poi al web che avrebbe dato la parola a una massa di imbecilli, il professore avrebbe dovuto ammettere che la democrazia è anche questo, perfino quando gli imbecilli ( e sui forum dei giornali a commentare la dipartita del nostro se ne leggono molti) sovrastano le teste pensanti. Ma sbagliare è inevitabile se ci si mette sulla strada alla ricerca della verità delle cose.

Personalmente, Eco mi ha trasmesso il gusto di imparare con divertimento, l’entusiasmo infantile della cultura intesa come un grande gioco,a volte goliardico, a volte maledettamente serio, che nasconde un significato talmente profondo da provocare smarrimento.

Tra tanti servi di partito e di parte, tra tanti nani che non riescono neppure a salire sulle spalle dei giganti, tra tanti tronfi suonatori di spartiti polverosi, Umberto Eco, gigante vero, sarà sempre con noi, e ci mancherà sempre.