Un governo di fascisti e di sepolcri imbiancati


Immagine tratta da Europa.today.it

Diciamolo subito, tanto per sgombrare il campo dagli equivoci: non era meglio prima, anzi, lo squallore odierno è frutto della totale assenza negli ultimi vent’anni di politiche sociali vere, di una politica del lavoro seria e della devastazione sistematica del welfare.

Questo non significa che si debba accettare un governo per metà di neofascisti e per metà di ipocriti dilettanti, sepolcri imbiancati che non conoscono la vergogna.

Il messaggio di un importante esponente della maggioranza Cinque stelle volto a dare solidarietà a un movimento che, perso il grande favore popolare, scivola sempre più verso una strada eversiva e violenta, facendo il gioco e ridando respiro alla destra lepeniana, dimostra prima di tutto, una volta di più, il dilettantismo di personaggi che farebbero pessima figura anche come concorrenti a una riedizione della Corrida e l’assoluta insipienza politica degli stessi. Applaudire chi picchia i poliziotti o cerca di forzare con le ruspe un ministero in uno stato sovrano confinante che, al contrario dell’Italia, in Europa conta molto e, al contrario dell’Italia, non ha un debito astronomico, è un atto di tale stupidità e incoscienza, di tale arroganza, che lascia veramente basiti.

Sui quali basi l’onorevole rappresentante dei Cinque stelle saluta come fratello, rivoluzionario, il movimento dei gilet gialli? Cosa c’è di rivoluzionario nel tagliare i fondi alla scuola come i governi precedenti, nell’emanare un condono fiscale come i governi precedenti, nel soccorrere con un provvedimento ad hoc una banca che ha tradito il suo mandato come i governi precedenti, nel lasciare che a Taranto si continui a morire per l’inquinamento come i governi precedenti, nel dare la propria approvazione al Tap come i governi precedenti, nel lasciare che Milazzo continui ad essere avvelenata dalla raffineria come i governi precedenti, nel dare la propria approvazione al terzo valico come i governi precedenti, nel dare il nulla osta alle trivellazioni come i governi precedenti, nel dare la probabile autorizzazione alla Tav come i governi precedenti, nell’approvare un decreto sicurezza anticostituzionale e razzista sulla scia del governo precedente che non era arrivato a tanto ma era sulla buona strada, nell’approvare un reddito di cittadinanza dove si umiliano i disoccupati centellinando i prelievi autorizzati e costringendoli ad andare a lavorare anche fino a cento chilometri di distanza entro sei mesi dalla percezione del reddito in violazione del diritto del lavoro, nello strombazzare ai quattro venti l’annullamento della concessione ad autostrade per l’Italia che è ancora lì, ecc.ecc.?

Da quale pulpito questi dipendenti di un comico che detiene la proprietà del marchio del partito insieme alla Casaleggio associati e decide chi deve andarsene a seconda dell’umore, questi sepolcri imbiancati, cialtroni che per anni hanno subissato d’insulti chiunque, compreso il loro attuale alleato di governo neofascista, lanciano la loro dichiarazione di amicizia ad un movimento dalle origini oscure e dall’evoluzione sempre più sinistra?

Se domani i gilet gialli invece di picchiare un poliziotto lo mettessero sotto con la ruspa uccidendolo, l’onorevole Cinque stelle offrirebbe ancora la propria solidarietà, si sentirebbe ancora affratellato con loro?

Più che il neofascismo, più che il razzismo dilagante, fenomeni che conosciamo e che abbiamo già sconfitto in passato e sconfiggeremo ancora,  è questa infantile deresponsabilizzazione a spaventare, questa assoluta mancanza di senso della misura e di coscienza del ruolo che si ricopre, questa arroganza cieca e ottusa, questa mancanza di logica politica e di logica tout court  , che induce a dare fiato a pensieri sconnessi quando meglio sarebbe tacere.

La speranza è che la gente dotata di raziocinio che ha votato questo gruppo di imbecilli si accorga di essere stata truffata, anche se purtroppo, non si vedono all’orizzonte alternative politiche valide, e il rischio è che a questo governo di fascisti e pagliacci segua un periodo di instabilità sociale aggravato dalla radicalizzazione in atto nelle posizioni contrapposte.A fare le spese di questo sarà come sempre, la povera gente.

Del fare sindacato


Lo sciopero della Cgil è passato e dunque posso esprimere le mie valutazioni senza timore di arrecare un danno (seppure infinitesimale, vista la diffusione del blog) a lavoratori che hanno legittimamente scelto di rinunciare a una giornata di stipendio per scendere in piazza. Posso anche spiegare perché ho reputato e continuo a reputare quello sciopero generale profondamente sbagliato.

Comincio con una premessa: tutte e tre i sindacati confederali si sono dichiarati contrari all’ultima versione della manovra: bastava dunque attendere qualche giorno per scioperare insieme. Uno sciopero generale unitario avrebbe avuto ben altro peso e ben altra valenza. Non c’erano riserve né da parte della Cisl né da parte della Uil a scioperare quando ci fossero stati motivi concreti per farlo motivi che fino a ieri, con lo schizofrenico valzer di manovre a cui abbiamo assistito, non c’erano.

Ritengo che un’organizzazione sindacale che voglia fare sindacato non possa firmare una accordo a Giugno e indire uno sciopero generale unilaterale  a Settembre: è un comportamento ambiguo, contraddittorio, in definitiva poco serio. Il problema vero è che la Cgil non vuole fare sindacato ma politica e le due cose non sempre possono andare d’accordo.

Il sindacato è un’organizzazione corporativa che difende gli interessi di una parte. Il suo compito è riuscire, quando la controparte lo permette, a strappare diritti e riconoscimenti economici vantaggiosi per la parte che tutela, contrattare fino a quando non esistono più margini di contrattazione. La Cgil, negli ultimi anni, ha fatto l’esatto contrario, politicizzando la sua azione, alzandosi dai tavoli di contrattazione e poi lanciando accuse infamanti verso chi, scegliendo legittimamente una linea diversa, i risultati li ha ottenuti. Non è poi del tutto vero che si sia alzata dal tavolo di contrattazione: il novanta per cento degli accordi sindacali nell’ultimo anno sono stati stipulati unitariamente dai sindacati confederali ma questo, i dirigenti della Cgil, preferiscono non dirlo perché, in questo momento, gli fa più comodo rimarcare una diversità che, nei fatti e a livello territoriale, è inesistente.

Ieri era assurdo scioperare per una serie di motivi che sono l’abc del sindacato:

1) La finanziaria non aveva ancora assunto una sua fisionomia, non era ancora stata presentata ufficialmente e dunque, di fatto, si scioperava preventivamente. Una stupidaggine. Il sindacato contesta e contratta, non fa intimidazioni.

2) La data scelta, per tutta una serie di ragioni, ben note a chi fa sindacato, era la più infelice possibile.

3) La caduta del governo in questo frangente, prima della presentazione della legge finanziaria, provocherebbe danni incalcolabili e conseguenze imprevedibili. Se lo scopo era questo, era autolesionista.

3) Sarebbe stato importante, per tutti i lavoratori italiani, proclamare uno sciopero generale unitario a cui, e lo dico per conoscenza diretta dei fatti, né la Uil né la Cisl hanno opposto pregiudiziali.

4) La politicizzazione dello sciopero di ieri ne ha, di fatto, annullato il valore sindacale, ha marginalizzato la Cgil che si avvia a diventare sempre di più il megafono di un’opposizione che non esiste e, soprattutto, ha danneggiato i lavoratori, cioè quelli che dovrebbe tutelare.

Io sono convinto che per il sindacato esista un futuro solo se c’è unità e sono fermamente convinto che la Cgil dovrà rendere conto della deriva in cui sta trascinando il sindacato italiano. Sono convinto che una politica come quella attuata dai dirigenti della Fiom sia vecchia, stantia, demagogica e suicida e mi danno ragione i fatti: la Fiom non ha, nei fatti, ottenuto nulla ed è stata bocciata anche dai lavoratori. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.,

Sono convinto che lo sciopero sia un’arma ancora preziosa ma che utilizzarlo sistematicamente si stupido e lo renda, di fatto, inoffensivo.  Sono convinto che la stampa, Repubblica e il Fatto in primis, che esalta la battaglia della Cgil e non perde occasione per denigrare l’operato degli altri due sindacati confederali, sia miope, faccia opera di disinformazione e faccia il male del sindacato italiano.

Lo sciopero di ieri, nei numeri e nei fatti, è stato un insuccesso annunciato: non è cantando “Bella ciao” davanti a una folla osannante che si fanno gli interessi dei lavoratori, quello è fare politica e demagogia, esattamente sovrapponibile alle sparate di Berlusconi o di Brunetta. La storia della Cgil è importante, è la storia della tutela della libertà e dei diritti civili nel nostro paese: credo che le pagine di quella storia scritte negli ultimi due anni non siano all’altezza del passato e che, soprattutto, non rendano giustizia alla base di questo sindacato.

Sono soprattutto convinto che questa lotta fratricida tra lavoratori, la disinformazione costante, ad esempio sui presunti licenziamenti facili, il costante soffiare sul fuoco della demagogia stia portando la lotta sindacale allo stallo  con conseguenze devastanti per i lavoratori. La radicalizzazione del contrasto sindacale attuata dalla Fiom alla Fiat, con uno scarsissimo rispetto di quella democrazia che questa gente pretende di voler essere l’unica autorizzata a difendere, rappresenta una svolta nella storia del sindacato italiano. Duole prendere coscienza del fatto che la Cgil, seppure facendo un passo avanti e due indietro, abbia deciso di scegliere quella stessa strada.

Chiudo con una avvertenza: io rispetto i lavoratori della Cgil e, a livello sindacale, ho sempre collaborato con i rappresentanti di questo sindacato senza trovare mai punti di disaccordo. Risponderò dunque pacatamente a chi, pacatamente, esprimerà punti di vista diversi ma non intendo aprire polemiche né scendere nell’arena degli insulti. Quella la lascio a chi preferisce l’uso della demagogia alla ragione.

Dalle stelle alla stalla


Sarebbe quanto mai deprimente riprendere a postare sul blog parlando delle miserie della politica nostrana e delle acrobazie dei pagliacci al governo per stornare il pericolo di una finanziaria meno iniqua del solito. Ancor più deprimente dopo i cieli stellati che mozzano il fiato e le passeggiate nei dintorni del mio eremo tra le montagne piemontesi verso panorami che ricordano come la natura sia più potente e maestosa di qualsiasi insignificante essere umano e che fanno sorgere spontaneo il pensiero che se un Dio c’è, si trova in alto, tra montagne difficili da valicare, dove raggiungere la meta comporta fatica e sudore, e non certo nelle stanze soffocanti e chiuse del Vaticano.

Riprendo allora da dove avevo finito, parlando di ebook ed editoria. L’iniqua legge anti Amazon e pro Feltrinelli e Mondadori è ormai in via di approvazione, insieme alla finanziaria più iniqua, ipocrita, classista e vergognosa che sia mai stata approvata. Ma volevo approfondire la riflessione sull’editoria elettronica, partendo da un dato che testimonia ancora una volta come viviamo in un paese ormai da quarto mondo. Il dato è questo: l’Iva sui libri è del 5%, l’Iva sugli ebook, considerati prodotto informatico alla stregua di un software o di un pc, è del 20%. Il risultato di questa follia che fa pagare uno più dell’altro due prodotti identici? Mentre negli Stati Uniti gli ebook hanno superato nelle vendite i libri cartacei, con grande sollievo delle foreste di tutto il mondo e dell’ambiente, in Italia l’editoria elettronica non decolla perché un libro elettronico costa poco meno di un libro cartaceo.

Ma c’è dell’altro. E qui, per me, autore in cerca di editore, l’incazzatura è cosmica. Mentre negli Usa il fenomeno del self publishing , dell’autopubblicazione, è esploso con l’avanzata degli ebook permettendo a nuovi talenti di pubblicare e farsi conoscere, spesso raggiungendo risultati sorprendenti, in Italia il fenomeno viene soffocato alla nascita e commentato con snobistica vacuità da pseudo critici che vivono delle elemosine delle case editrici e intellettuali da due soldi come, a parte qualcuno, sono tutti quelli che si fregiano di tale titolo nel nostro fottutissimo paese.

Mi si obietterà: c’è la crisi economica, si rischia di fare la fine della Grecia, non esistono problemi più importanti di cui parlare?

No. Primo perché la crisi non è più eclatante di altre già vissute in passato, né più imprevedibile, ma di questo parleremo prossimamente, quando i cieli stellati saranno un ricordo lontano e potrò tornare con maggiore tranquillità a immergermi nello sterco della nostra stalla. Secondo, perché il problema dell’Italia è di essere un paese vecchio, dove anche l’economia si basa su logiche mafioso-famigliari, dove per emergere non canta la capacità ma conta molto più essere amici degli amici, un paese incapace di guardare al futuro, di captare i segnali che arrivano forti e chiari oltre lo steccato, un paese che gioca sempre per lo zero a zero, meglio se pagando l’arbitro, incapace di rischiare, incapace di diventare moderno. Può esserci anche un genio a ministro delle finanze (e non c’è): non riuscirebbe a cambiare questo stato di caso.

L’unico che sembra aver captato la necessità di guardare avanti, di voltare pagina definitivamente e virare di centottanta gradi verso il futuro è’ Beppe Grillo, di cui non condivido i toni ma sempre più spesso mi trovo ad apprezzare i contenuti. Il resto del panorama politico italiani, Vendola compreso, e mi dispiace dirlo, è vecchiume, minestra riscaldata quando non semplice spazzatura.

Ma una cosa va detta, in tutta sincerità: questo è un paese che ha i politici che si merita. Non ci sarebbe clientelismo se non si ricercassero le raccomandazioni, e si cercano a tutti i livelli, non ci sarebbe evasione se denunciassimo il professionista che ci offre un prezzo più basso per i suoi servigi se rinunciamo alla fattura, non ci sarebbero favoritismi se non si ricercassero scorciatoie per qualsiasi cosa. Questo è un paese senza etica e senza ethos, senza orgoglio e, logicamente, senza vergogna. Ho letto recentemente un bel libro di filosofia, di cui parlerò a giorni, dove si affermava che la democrazia, per essere compiuta, deve essere un’utopia quotidiana. Nel nostro paese la democrazia è un’utopia e basta. 

Affermo questo con grande amarezza perché reputo mio dovere insegnare ai ragazzi e alle ragazze che siedono nei banchi di fronte a me ad avere fiducia negli altri, a credere nella possibilità di crearsi un futuro migliore lavorando duro e onestamente, a essere sempre sinceri prima di tutto con sé stessi.

Parole che qui, nella stalla, suonano sempre più spesso vuote ma che paradossalmente lassù, nel mio eremo, tra cieli stellati e montagne antiche come il tempo, tornano a sorridermi.

In mezzo alla nebbia


Senza direzione

Mi chiedo come sia possibile definire una manovra come quella appena varata dal governo “un miracolo”. Si tratta di una delle manovre più vergognosamente classiste che mai un governo abbia osato fare: pensionati, statali, malati, anziani, nessuna di queste categorie è stata risparmiata, sono stati cancellati i provvedimenti che prevedevano sgravi fiscali per l’installazione di pannelli solari, ecc. cioè che prevedevano interventi di tutela dell’ambiente e risparmio di energia, non c’è un provvedimento che sia uno  che vada a vantaggio delle imprese, che sia indirizzato a riavviare il motore dell’economia italiana.

Questo senza contare la vergognosa opposizione fatta dalla casta dei privilegiati, che siano politici, avvocati o professionisti poco conta, contro quegli scarsi provvedimenti di facciata che Tremonti aveva inserito giusto per far finta che tutti partecipassero allo sforzo di tirare fuori l’Italia dal porto delle nebbie in cui lui e i suoi amici l’hanno cacciata. E questo schifo è stato definito dal Presidente della repubblica “un miracolo” e dalle opposizioni “un passo doloroso ma necessario”.

Cosa si sarebbe dovuto fare? Intanto tassare le alte rendite, in secondo luogo varare un piano quinquennale serio e rigoroso di lotta all’evasione fiscale, tassare tutti i beni di lusso e aumentare  l’iva su quelli: Yacht, Suv, ecc. Stabilire una una tantum al di sopra di un certo reddito, cancellare le province e gli altri enti inutili, ridurre del sessanta per cento stipendi e pensioni dei politici, cancellare tutti i bonus a cui questa gente ha diritto, inserire sgravi fiscali per le aziende che utilizzano nuove tecnologie e verificare che lo facciano veramente, proporre un piano decennale di risparmio dell’energia e dell’acqua e qui le cose da dire sarebbero moltissime, smetterla di buttare miliardi in opere inutili come il ponte sullo stretto e la Tav e recuperare quelli già spesi, dimezzare gli stipendi ai super manager e mandarli via a calci in culo senza una lira in caso non ottengano i risultati previsti, tagliare tutte le consulenze a tutti i livelli e avvalersi delle risorse interne che, quasi sempre, sono migliori di qualsiasi consulente, aumentare le tasse a chi può pagarle e non lo fa, cancellare immediatamente l’osceno statuto della Protezione civile che deve tornare a occuparsi di disastri e prevenzione e solo di quello e non poter più attingere a man bassa dalle casse dello Stato.

Non c’è nulla di tutto questo nella manovra, non un solo provvedimento che miri a ristabilire un minimo di uguaglianza sociale, un pò di giustizia. Ripeto: questo schifo, questa arrogante offensiva alto borghese contro operai, pensionati e statali, questa offesa alla povertà e al bisogno è stata definita “necessaria” e “un miracolo”.

Se poi passiamo alla scuola, inevitabilmente visto chi la dirige, la farsa è servita. Si bandisce il concorso atteso da anni per i presidi e si tagliano le presidenze, Si sancisce che ogni due alunni disabili basta un insegnante di sostegno e si ventila la possibilità di cancellare la specializzazione e di trasformare tutti gli insegnanti in insegnanti di sostegno, si firma il decreto per assumere sessantacinquemila unità tra insegnanti e Ata e ne servirebbero almeno tre volte tanto, si tagliano le riduzioni d’orario per l’assegnazione delle vicepresidenze rendendo di fatto ingovernabili le scuole e si resuscita l’Indire accorpandola con l’Invalsi per creare una agenzia del Merito che non si capisce bene cosa cazzo debba valutare visto che ci impediscono di fatto di svolgere il nostro lavoro. Ripeto: questo schifo, questo ennesimo attacco violento e indiscriminato al diritto allo studio e al diritto di chi fa scuola di poter svolgere al meglio la propria funzione, è stato definito dall’opposizione “ necessario” e dal presidente della Repubblica “un miracolo”.

In Islanda, dopo il crollo del paese, i bancomat chiusi e il fallimento di molte banche, la gente è scesa in piazza, ha cacciato a calci in culo tutti i membri del parlamento, nessuno escluso, ha eletto persone nuove e capaci pretendendo garanzie, vincolandoli al fatto che ciò che viene promesso deve essere mantenuto, si è riappropriata della propria cittadinanza e ha fatto valere la propria forza. La situazione, lì, sta lentamente tornando alla normalità.

Ecco, io credo che dovremmo prendere esempio dagli islandesi. Credo che questa classe politica, tutta, sia fatta da vecchi, incompetenti, arrivisti, corrotti, incapaci, credo che di demagogia da destra e da sinistra ne abbiamo le scatole piene, credo che il posto più adatto per molti ministri e deputati sia il circo o il lupanare (per i leghisti: bordello, dove lavorano le bagasce) e per altri la galera. Questa gente ha perso ogni contatto con la realtà, con chi tutti i giorni lavora per portare a casa da mangiare, con chi cerca di uscire dall’emarginazione e dal silenzio, con chi non ha nulla,. Penso che la politica debba smettere di essere un mestiere, che i parlamentari dovrebbero essere pagati pochissimo anzi, penalizzati sul loro lavoro, come i sindacalisti distaccati a cui viene bloccata la progressione di carriera. Solo così forse tornerà a fare politica chi sente il bisogno di fare qualcosa di utile per gli altri. Solo così si ritroverà il senso etico, alto, del fare politica. Questa gente, a destra e a sinistra, è fuori dal mondo, vecchia, privilegiata, corrotta, non ha più nulla da dare e nulla da dire. 

Il paese è a un bivio, ma non quello di una crisi economica che è stata debitamente amplificata dai media per giustificare una manovra iniqua, no, è a un bivio di civiltà, vicino al punto di non ritorno, al confine del nulla. O tutti noi ci riappropriamo dei nostri diritti, prendiamo coscienza del nostro essere una parte del tutto, una parte necessaria e imprescindibile,  oppure, uno a uno, nemmeno troppo lentamente, li perderemo i diritti,  senza neppure accorgercene, tra un’Isola dei famosi e uno sconto tre per due.

Quando le Istituzioni rispondono


Questa mattina ho avuto, insieme alla mia dirigente scolastica, un colloquio franco e aperto con l’assessore Veardo che è venuto alla scuola Volta per ragionare sulle richieste che avevo fatto durante la mia intervista al Tg3 regione.

E’ doveroso ringraziare le istituzioni quando provano a rispondere a istanze dettate dall’urgenza e dunque ringrazio la Sindaco e l’assessore per la solidarietà dimostrata e per l’intenzione di arrivare a un risultato concreto. Tuttavia la vicenda dà adito ad alcune riflessioni.

La prima è che solo un’esposizione mediatica, meglio se un po’ provocatoria, riesce a suscitare una reazione. Insomma, ti ascoltano se tanti ti ascoltano. La mia intervista è arrivata dopo una lettera inviata alle autorità scolastiche regionali dalla dirigente, dopo una lettera inviata alle stesse autorità dai genitori di Cornigliano, dopo una lettera aperta firmata dai docenti inviata ai giornali, alle autorità regionali e alla sindaco. Solo dopo l’apparizione in tv qualcosa si è mosso. Questo dovrebbe insegnare qualcosa anche ai sindacati: se non appari, non esisti, se non getti un sasso nello stagno e non lo fai vedere, l’acqua torna calma e silenziosa.

Il silenzio delle autorità scolastiche è tanto più grave in quanto le stesse hanno deciso di formare un istituto comprensivo sovradimensionato in un quartiere problematico come Cornigliano, comprensivo formato da due scuole considerate in area a rischio, senza preoccuparsi minimamente di garantire una presidenza stabile e, pur essendo consapevoli delle singolarità che contraddistinguono l’I.C. Cornigliano ( alto afflusso di alunni stranieri in corso d’anno, flusso migratorio nettamente superiore alle altre scuole di Genova, ecc.) continuano a trattarlo come se fosse una scuola “normale”, senza tenere conto del fatto che tenere un classe di ventisette alunni a Cornigliano non è la stessa cosa che tenere una classe di ventisette alunni ad Albaro, richiede un carico di attenzione maggiore, una percentuale di rischio maggiore e, permettetemelo, anche una professionalità maggiore. Il silenzio delle autorità scolastiche riguardo le nostre richieste è irritante, per non usare termini più forti. Non si può definire una scuola “in area a rischio” e pensare di liquidare la questione con un obolo. E’ necessaria una norma legislativa che dia alle scuole in area a rischio stabilità di organico, laboratori didattici per attuare inevitabili sperimentazioni, garanzie di poter lavorare in un ambiente accettabile. E’ quanto ho chiesto all’assessore e chiederò alle autorità competenti quando e se si degneranno di ascoltare.

Mi chiedo come non si riesca a capire che fare scuola a Cornigliano significa togliere i ragazzi dalla strada, significa combattere contro l’emarginazione e la delinquenza minorile: ogni ragazzo tolto dalla strada è, parlando cinicamente, un risparmio di costi sociali per la collettività. Se un comprensivo funziona, a Cornigliano e in tutte le altre aree a rischio, ne guadagna in vivibilità il quartiere, si fa risparmiare lo Stato, si educano cittadini pensanti, si garantisce il diritto allo studio. Altrimenti, perdono tutti: i ragazzi, i docenti, il quartiere, il Comune, lo Stato. Non è un ragionamento complicato eppure, guardando la finanziaria che sta per essere approvata e  gli ulteriori tagli alle scuole che ne pregiudicano in maniera sensibile il funzionamento, a Roma nessuno sembra accorgersene.

Veniamo ai sindacati. Io, con la delega dei miei colleghi, in questo frangente, ho fatto una di quelle azioni sindacali che piacciono alla gente: ci ho messo la faccia e ho tirato il sasso lasciando la mano bene in vista. Non l’ho fatto solo pro domo mia, perché come ho detto, ho chiesto di fare pressioni sulla Regione per ottenere una norma sulle scuole a rischio. Questo, a mio avviso, è il compito di chi è delegato dai lavoratori a rappresentarlo: non discutere dei massimi sistemi o badare al proprio orticello ma agire con chiarezza, acquisire visibilità, chiedere poche cose concrete.

Quello della scelta dei rappresentanti sindacali è un discorso molto delicato, fonte di dibattiti e sofferenze nelle sedi sindacali. Troppe volte si sente di Rsu troppo appiattiti sulle scelte della Dirigenza o tesi ad assicurarsi il loro posto al sole o, semplicemente incapaci di intraprendere qualsiasi iniziativa. Chi si prende l’onere di rappresentare i propri colleghi deve guadagnarne il rispetto con i fatti, essere scevro da interessi personali, acquisire competenze sindacali se non le possiede. Sono questi i criteri che dovrebbero guidare le scelte dei candidati Rsu e non la fame di deleghe. Una delega ottenuta con un rappresentante sbagliato si risolverà in una perdita di iscritti futura ma soprattutto in una perdita di credibilità del sindacato che rappresenta.

Concludo dunque ringraziando ancora la Sindaco, l’Assessore e i suoi collaboratori, che hanno passato un po’ di tempo nella nostra scuola, la Dirigente che non ha mai osteggiato l’azione sindacale e i colleghi che, il quattro di Luglio, erano presenti a scuola in rappresentanza dei fortunati in vacanza.

Speriamo di poter scrivere un altro post in cui, dopo tante parole, di parlerà di risultati concreti.

Leggere tra le righe


Gli investimenti fissi lordi del settore industriale sono diminuiti nel 2009 del 14,9 per cento rispetto all’anno precedente, dopo un calo del 4,1 per cento nel 2008 (+4,9 per cento nel 2007). Nel settore dei servizi si rileva un calo della spesa per capitale fisso pari a -10,6 per cento nel 2009 e a -4,0 per cento nel 2008 (+0,7 per cento nel 2007). Gli investimenti del settore dei servizi, valutati al netto degli investimenti in abitazioni, risultano in calo dell’11,3 per cento nel 2009 e del 5,1 nel 2008 (+0,6 per cento nel 2007). Il settore agricolo ha fatto registrare un’ulteriore flessione (-17,4 per cento), confermando la tendenza negativa registrata nei due anni precedenti (-2,7 per cento nel 2008 e -4,7 per cento nel 2007). (Da La Repubblica di oggi).

E’ una parte della relazione dell’Istat sulla produttività del paese rilasciata in data odierna. La fotografia che viene fuori è quella di un paese in cui la produttività non cresce da un decennio. La crisi mondiale, la congiuntura sfavorevole di questo momento, spiega solo in parte questa situazione. Situazione che invece appare chiarissima all’imprenditoria italiana e al governo: il calo di produttività è colpa di sprechi e di scarsa professionalità della forza lavoro, i diritti vanno rivisti e i salari vanno legati agli utili, queste le priorità degli imprenditori mentre il governo risponde con la detassazione degli straordinari. E’ la filosofia di un’economia guidata da personaggi mediocri, squallidi, spesso disonesti, dove un altezzoso e fastidiosissimo capetto come l’amministratore delegato della Fiat può permettersi di ricattare, con l’avallo di un ministro frustrato che odia i sindacati, lavoratori disperati. E’, soprattutto, la filosofia di un’imprenditoria cieca, che preferisce infierire sui lavoratori invece che investire nella ricerca e nelle nuove tecnologie, che soffre della sindrome di Paperone e si bagna nell’oro mentre vuota le tasche dei lavoratori. Invece questi signori, con la complicità del governo, hanno pensato di compensare la mancanza d’investimenti, che vede il nostro paese agli ultimi posti in Europa, con le picconate ai contratti nazionali, l’abolizione dei diritti e la progressiva cancellazione dei sindacati. Sindacati che sono i primi responsabili di questa situazione perché si stanno rivelando altrettanto ciechi, opportunisti e incapaci delle loro controparti. Le forze sindacali, ignorando la base, ignorando la voce della ragione, hanno scelto, in un momento in cui l’unione poteva essere l’unica carta buona del mazzo, la strada della divisione, una divisione che ha già portato a risultati disastrosi in passato e che sancirà, se continua così, la fine del sindacalismo in Italia la cui storia è stata, fino ad anni recenti, gloriosa. Invece di cercare nuovi strumenti di tutela del lavoro flessibile e precariato, invece di unire i lavoratori dei vari settori in una forza unica e compatta, si litiga su questioni di lana caprina, si cercano distinguo che non avevano, in ambito sindacale, significato trent’anni fa e oggi sono folli, ci si avvita su sé stessi come acrobati in una caduta libera senza rete. A sfruttare la situazione di smarrimento dei lavoratori, la mancanza di una parte politica che stia chiaramente dalla loro parte, naturalmente sono questi quattro cialtroni che fanno i manager sulla pelle e sul sudore di chi lavora per vivere e che si permettono anche di fare le bizze se non si rende grazie alla loro munificenza da accattoni.  Il governo, che dovrebbe essere il garante sopra le parti, infarcito com’è di lestofanti di bassa lega, conniventi mafiosi, e portaborse da due soldi, sta dalla parte del più forte. E’ questa l’economia pulciosa di un paese alla deriva, che non ha mai fatto i conti col passato e forse per questo è incapace di guardare al futuro. Quanto alle proposte di chi dovrebbe rappresentare l’alternativa, è meglio stendere un velo pietoso. Già concordare sulla necessità di una manovra come quella messa in campo da Tremonti, significa o essere completamente deficienti, mancare cioè di necessaria manovra cerebrale per elaborare contenuti adeguati alle richieste, o non saper leggere la realtà. Negli Stati Uniti Obama, che ha elargito enormi prestiti alle imprese, ha preteso che in cambio di questi ci fosse una altissima percentuale di investimenti in nuove tecnologie. Da noi, il dittatorello della Fiat, non solo non si è impegnato in nulla di simile, ma dopo aver incassato dallo stato si permette di ricattare agitando lo spettro della delocalizzazione. In Francia le aziende straniere che hanno ottenuto un segno + nei bilanci non possono licenziare, da noi viene licenziato personale ad alta specializzazione da aziende che fatturano il 15, 20, 25% di utili. E meno male che il governo è guidato da quello che (a suo dire) è un grande imprenditore!

Si continua a raccontare bugie, si continua a mettere davanti agli occhi della gente lo spettro di una falsa necessità, retori da circo cercano di insinuare nell’animo di tutti noi spirito di responsabilità e amor di patria. Spirito di responsabilità che ci viene richiesto da chi pensa solo a risolvere i propri guai con la giustizia senza pagare pegno e vuole continuare a vivere la propria senile depravazione lontano dai riflettori, amor di patria che ci viene chiesto da chi si pulisce il culo con la bandiera ed è leone con gli agnelli e pecora belante con i leoni.

Con una classe politica e una imprenditoria come queste, God save our land.

Sulla nostra testa


ghigliottina

“Se l’Iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell’Unione Europea”.

Parole di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Cito ancora da “La Repubblica”: Secondo i dati più recenti pubblicati dall’Agenzia delle Entrate,  solo 3 contribuenti su 1.000 guadagnano più di 150 mila euro l’anno (in base alle dichiarazioni, naturalmente). Questo 0,3% più ricco del Paese, che è rappresentato da 149 mila persone, è formato in prevalenza da lavoratori dipendenti e pensionati: tra i lavoratori autonomi o con redditi da terreni o fabbricati, infatti, solo 20.400 hanno dichiarato nel 2008 più di 150 mila euro. Nel 2009, ricorda la Relazione Annuale della Banca d’Italia, la pressione fiscale in Italia è salita al livello record del 43,2% dal 42,9% del 2008, superiore anche al 43,1% toccato nel 2007. Nel 2000 il dato era al 41,6%.

Parole che non necessitano di ulteriori commenti. Aggiungiamo che il danno economico prodotto dalla criminalità organizzata non solo al sud, come ha detto il governatore, ma in tutto il paese, basterebbe probabilmente da solo a mettere in pari la bilancia dei pagamenti. E’ la foto dell’Italia, la foto di un paese dove i ricchi pagano pochissimo, praticamente nulla e tutto si regge sulle spalle del lavoro dipendente e statale. I provvedimenti presi dal governo con l’attuale finanziaria e quelli futuri, ad esempio il federalismo, non rappresentano una soluzione a questi problemi strutturali, ma li esasperano. L’attuale finanziaria vuole risanare il debito pubblico tagliando  il welfare e riducendo la spesa dell’amministrazione pubblica. Il risultato che otterrà sarà quello di una apparente risalita dal deficit  nel breve periodo, con un bilancio pubblico che finirà per crollare quando comincerà inevitabilmente a calare la domanda interna (se la gente non ha soldi, limita i consumi: non ci vuole un genio a capirlo). Il federalismo invece, rappresenta, per come viene concepito dalla lega, la disuguaglianza assurta a modello di legge. La lega concepisce il federalismo come un sistema di autarchia regionale. Potremo vedere gli effetti deleteri di questo pensiero già dai prossimi anni, quando l’istruzione pubblica passerà sotto l’amministrazione regionale. Vedremo, per fare un esempio elementare, che insegnanti delle stesse materie, che lavorano lo stesso numero di ore prenderanno stipendi diversi a seconda delle regioni in cui si troveranno a vivere, senza contare le medioevali richieste di legare l’assunzione degli insegnanti al luogo in cui hanno la residenza. Un federalismo così concepito serve solo ad accelerare la corsa verso il baratro.

Il futuro che ci si prospetta è gravido di tensioni sociali che stanno germinando nel brodo malefico creato da governi che negli ultimi  vent’anni sono stati incapaci di dare risposte concrete ai bisogni reali del paese. La distruzione del welfare, uno dei caposaldi delle politiche europee dal dopoguerra a oggi, è la risposta di un sistema che non è più in grado di autoregolarsi, se lo è mai stato, la prova più evidente del totale disinteresse di una politica, ormai sempre più subalterna all’economia, per i cittadini e per la società. Cercare di risanare il debito pubblico impoverendo le popolazioni “è peggio di un delitto, è un errore” per citare Talleyrand. L’ultima volta che è accaduto, nel 1929-30, il risultato è stata la seconda guerra mondiale.

Ma a stupire, anzi a lasciare assolutamente sbigottiti, è la totale acquiescenza con cui i cittadini accettano questa ghigliottina sulle loro teste. Da Genova 2001, non si vede più un movimento spontaneo di piazza che reclami un mondo migliore, più giusto, più equo, più solidale. Le paure artificiali  iniettate nelle vene della società, come quella degli immigrati, del terrorismo,delle epidemie, stanno ottenendo l’esito sperato: quello di mettere in stato letargico popolazioni terrorizzate e smarrite, con la complicità di opposizioni che nella ricerca disperata del consenso, perdono di vista ideali e utopie amalgamandosi ai poteri costituiti e aumentando confusione e smarrimento.

Se le tensioni sociali dovessero esplodere, ed è a mio parere inevitabile se si continua su questa strada folle, saranno incontrollabili perchè non mosse da una chiara matrice politica o ideologica, ma dal panico. Il panico non si può gestire militarmente ed è assimilabile a una calamità naturale di vasta portata: letale, imprevedibile, inarrestabile. L’assoluta irresponsabilità del re nano e dei suoi lacchè non è purtroppo unica in Europa: in Francia, Inghilterra, Spagna e Germania si stanno attuando le stesse politiche folli, senza una voce che abbia il coraggio di staccarsi dal coro. Certo, il nostro governo aggiunge quel di più di farsa, di incompetenza, di commedia dell’assurdo che è il marchio da visita del nostro paese. Una finanziaria che macella la piccola e media impresa, il motore trainante del paese, che non fa nulla per risolvere il problema dell’evasione fiscale, che blocca gli stipendi già esigui agli statali per tre anni, non è una manovra: è una farsa di cattivo gusto.

Ha un bel parlare il presidente Napolitano di riunirsi a festeggiare l’unità d’Italia  quando tutto concorre a frantumare il paese, a dividerlo, a farlo implodere. Il fatto che se disastro sarà, sarà globale, non consola più di tanto.

Nel frattempo, cominciamo a pagare i costi della crisi, così che banchieri e manager, politici e finanzieri, possano continuare ad arricchirsi tranquillamente a nostre spese. Accettiamo in silenzio e a capo chino questi provvedimenti iniqui per il bene di una nazione che vogliono dividere in mille parti, senza lamentarci, senza manifestare il minimo disaccordo. Quando, nell’autunno del nostro scontento, prenderemo atto che ci hanno fregato di nuovo col nostro consenso, la ghigliottina avrà già fatto il suo lavoro. Non c’è neppure la speranza che se cambia bandiera cambi anche l’aria. I fatti stanno ampiamente dimostrando che esiste solo una cosa che può definirsi trasversale in Italia: l’incapacità dei nostri politici di guardare al futuro.