Di favino, dei licei e altre amenità


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Confesso di non aver visto S. Remo. Lo trovo ormai da anni un programma di infima qualità e i dieci minuti in cui casualmente l’ho seguito, hanno confermato la mia opinione.  Trovo che la musica italiana presente al festival rappresenti il fondo del barile di un panorama non certo esaltante e la banale scontatezza della canzone vincitrice, non che lo stucchevole ritornello, ne sono la riprova.

Ho visto su Youtube il monologo di Favino. Un mediocre pezzo di teatro, datato, recitato da un grande attore con la giusta dose di pathos e immedesimazione.  Dieci all’interprete, cinque al monologo, ripetitivo, banale, monotematico. Tuttavia, in un clima soporifero come quello sanremese, tra un pezzo d’avanspettacolo anni sessanta e una lagnosa canzone di un Baglioni ormai mutatosi in Silvan, si è trattato di un pugno nello stomaco, una immersione nella realtà nel tempio dell’oblio del reale.

Che dire di  Gasparri e di chi si è sentito in dovere sui social di insultare l’eccellente attore? Niente, se non che, in un paese dove un pregiudicato si presenta a guidare una destra morta e sepolta da anni e un altro pregiudicatoguida il partito che si presenta come nuovo, che la merda parli e scriva su facebook non stupisce.

La destra italiana, al contrario della sinistra, non cambia mai: non riesce a produrre neanche l’ombra di una cultura politica, sa soltanto insultare, disprezzare, minacciare.  Dio sa se questo paese non avrebbe bisogno di una destra europea, moderna, sempre più vicina ai partiti conservatori europei e spogliata dei retaggi di un fascismo che non rappresenta un pericolo per la tenuta democratica di questo paese  perché non esiste. Ma, evidentemente, non è possibile. Finché la destra sarà guidata da ladri, cialtroni, nani e ballerine, il suo destino è restare minoritaria, dopo brevi periodi di latrocinio a danno di tutti noi.

Passiamo alla polemica sui Licei. I licei sono classisti, e allora?  Dirò di più: la scuola tutta è classista, espressione della dominante cultura borghese e portatrice dei valori che la formano. Ripeto: e allora?  La scoperta è degli anni sessanta, i sociolinguisti scoprirono che no, i neri americani non erano ritardati e avevano bassi risultati scolastici perché parlavano una lingua diversa e vivevano sotto coordinate sociali dive. Anni sessanta.

Il valore formativo del Liceo, una scuola obsoleta, ingessata, ferma agli anni cinquanta già ai tempi in cui la frequentavo io ( con profitto, giusto per mettere a tacere chi pensa a un ex studente rancoroso) è da un lato, indiscutibile, dall’altro discutibilissimo. Il Liceo uccide l’intelligenza e la creatività nel biennio e la sprona nel triennio, un loop schizofrenico che non tiene conto delle fragilità dei ragazzi di oggi, dove i rapporti umani con gli insegnanti sono sinistramente simili a quelli tra prigioniero e secondino ( con le dovute eccezioni, ovvio), dove ognuno va per la sua strada e chi resta indietro la cambi.

E’ così, piaccia o non piaccia, classista, razzistoide, snob, non è una scuola per poveri o meglio, è una scuola per pochi poveri consapevoli e incazzati, ce n’erano tanti ai miei tempi, pochissimi oggi.  Con una scuola che non è più ascensore sociale, il Liceo, che non offriva pari opportunità già ai tempi del sottoscritto, è destinato a diventare sempre più classista. Le alternative ci sono, bisogna decidere se si ha la volontà e le palle di soffrire un paio d’anni e crescere gli altri tre, consapevoli di non avere altro in mano se non la capacità di non sbagliare i congiuntivi qualora si decidesse di entrare in politica. La scuola superiore si sceglie, nessuno ti obbliga, tutto il resto sono chiacchiere

Gli idioti che hanno preso a pietrate le vetrate del Liceo D’oria a Genova, istituto che rappresenta l’apoteosi di quanto ho scritto sopra, sono, appunto, idioti e non meritano altro commento.

Curioso come in questo paese a volte ci si renda conto all’improvviso che la vita è complicata per i poveri e quelli che partano in svantaggio, salvo poi scordarsene per passare cinque interminabili serate ascoltando le oscene melodie di San Remo.  Sic est, sic erat, sic erit.

Di Rocco Schiavone, di ignoranza e code di paglia


Rocco Schiavone è il protagonista di una serie di romanzi scritti da Antonio Manzini, caratterizzati da una trama gialla robusta e assai curata e da un protagonista, Rocco, appunto, che sembra preso dalla grande tradizione del noir americano, quella di Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Rocco è tormentato, incapace di elaborare il lutto per la tragica morte della giovane moglie,non beve come i suoi eponimi americani ma si fa una canna ogni mattina, nonostante ci sia sempre qualcuno a descrivere dettagliatamente i danni di questo gesto, lui la considera la sua hegeliana preghiera laica mattutina, ha modi rudi, amici discutibili e fa cose discutibili, ed è uno straordinario investigatore.

Non è un eroe senza macchia e senza paura e ogni volta che risolve un caso si sente come contagiato dal male che ha appena sconfitto, forse consapevole che nel suo mestiere ingrato per ogni vittoria ci sono cento sconfitte.

Schiavone non è rassicurante, non è il tipico poliziotto alla Montalbano che piace alle mamme, anche se di Montalbano possiede lo stesso senso della giustizia.

La trasposizione televisiva del personaggio è azzeccata, ben sceneggiata, ben diretta, con attori convincenti e nella parte, un Giallini assolutamente tagliato per il personaggio del vicequestore. Un successo di pubblico che conforta: la qualità paga ancora.

Gasparri e l’incorreggibile Giovanardi, chiamarli onorevoli è troppo, hanno presentato una mozione alla Camera contro il personaggio. Dando per scontato che i due non abbiano mai aperto un libro e se ne ritraggano inorriditi alla sola vista, il motivo di tale interrogazione è il fatto che il personaggio getterebbe discredito sulle forze dell’ordine. Stessa demenziale e assurda motivazione da parte del sindacato autonomo di polizia che aveva applaudito con entusiasmo, invece, le gesta del cretino Coliandro, evidentemente ritenuto dagli iscritti a questo sindacato, un rappresentante più degno.

Siamo dunque arrivati alla meta-denuncia, alla persecuzione di un personaggio di fantasia. Che arrivi da un fascista, un ottuso ex democristiano di quarta fila che sembra un personaggio disgustoso  preso di pari passo dal Commissario Pepe, immortale personaggio di Tognazzi e da un sindacato che ha applaudito l’assoluzione dei presunti responsabili della morte di Cucchi, non stupisce più di tanto.

Forse sarebbe stato più rappresentativo delle forze dell’ordine il racconto delle gesta di uno di quelli che nel 2001 a Genova furono responsabili della macelleria messicana del G8 (definizione data da un poliziotto), o di quelli che conducono ragazzi in carcere e li pestano a sangue, o dei poliziotti che caricano operai e studenti, ecc. Forse Giovanardi e Gasparri si sentono più utili al paese bloccando, insieme a tanti colleghi, l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Scusate, a me questa gente dà la nausea.  Io credo che la polizia svolga un servizio necessario e prezioso per la tutela dei diritti di ciascuno di noi, credo che l’impunità di cui oggettivamente godono le forze dell’ordine nel nostro paese non sia un male necessario ma un vulnus della nostra democrazia, che danneggia la stragrande maggioranza dei poliziotti, quelli che non picchierebbero mai un fermato, che abbasserebbero il manganello davanti a un ragazzino o a un anziano, che non perderebbero mai il senso del loro dovere.

Schiavone è personaggio di fantasia umano, forse troppo umano per alcuni, dotato di vizi e virtù come ognuno di noi. A me piace leggere le sue avventure e guardarle in tv, e riesco benissimo a comprendere che non rappresenta la realtà, anche perché, al contrario di quanto accade nella vita reale, Schiavone alla fine vince sempre.

Trovo semplicemente vergognoso che con tutti problemi che affliggono il paese, si debba sprecare tempo alla camera a discutere di una  fiction, vergognoso ma esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto alla polizia, trovo assolutamente lodevole che i suoi rappresentanti veri non invochino censure, non contano i reati fittizi di un personaggio di fantasia e continuino a dedicarsi ogni giorno al proprio lavoro, con spirito di servizio e onestà.

Dal momento che i dati dell’audience su Schiavone sono confortanti e il referendum è vicino, confido che potremo continuare tranquillamente a goderci le avventure del vicequestore, alla faccia degli ipocriti e di chi ha la coda di paglia.