Rispondere alla violenza con la violenza è fascismo


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Sbagliano i colleghi che sui social difendono l’insegnante esagitata che augura la morte ai poliziotti, come testimoniato dal video che in questi giorni è circolato sui media e in rete.

Sbagliano perché,  se c’è un messaggio che dobbiamo passare ai nostri ragazzi, è che la violenza, non importa se verbale o fisica, non è una soluzione, o meglio, è la soluzione di chi non possiede altri argomenti ed è quindi inesorabilmente destinato a soccombere.

Quando parlo di mafia, in classe, comincio dalle parole che i ragazzi usano tra loro. Ad esempio infame, parola che contiene al suo interno una violenza tremenda, tanto da ridurre l’altro a qualcuno che non può essere detto, nominato, una vergogna per sé e per gli altri. Lo faccio per spiegargli quanto il pensiero mafioso sia radicato  anche nel nostro lessico quotidiano e quanto le parole possano essere distruttive, feroci, crudeli.

Le parole contano, un’insegnante dovrebbe saperlo, le parole definiscono alterità o comunione, differenza o uguaglianza.  Prendersela con dei poliziotti che svolgevano il proprio servizio, in quanto poliziotti, è stupido e ingiusto, tanto più stupido e ingiusto in quanto proveniente da chi ha il compito di tramandare la memoria, di educare riguardo i poteri dello Stato e la necessità di rispettare le regole.

Perché, per quanto io sia in disaccordo, per quanto la cosa possa darmi fastidio e offendermi, se una manifestazione di estrema destra è stata autorizzata, chi la promuove ha il diritto di parlare.  Altrimenti, se impediamo a chi può farlo legalmente di parlare, cadiamo nel paradosso di contrastare il fascismo col fascismo, che è quello che ha fatto la professoressa.

La democrazia si conquista giorno per giorno, non è scontata e non può essere tirata in ballo solo quando fa comodo a noi. A Genova, nel 2001, molti di noi hanno toccato con mano cosa significa la sospensione della democrazia. Io non auguro alla destra, per quanto sia distante ideologicamente da loro e per quanto combatta le loro posizioni, di subire lo stesso trattamento: sarebbe una sconfitta di tutti noi come quella di Genova, anche se non ci arrivano, è stata una sconfitta anche per loro.

Le forze dell’ordine svolgono una funzione  di controllo e , a volte, repressiva, necessaria e non possono essere attaccate o denigrate per quello che è il loro compito istituzionale.  Soprattutto, la provocazione, l’incitare alla reazione violenta, è stupida ed è fascista.

L’antifascismo si pratica ogni giorno dando l’esempio, noi insegnanti lo facciamo proponendo valori e tramandando una memoria che dovrebbe essere condivisa: se non lo è è perché la scuola non è riuscita, in questi anni, svolgere bene il proprio lavoro anche perché, questo va detto chiaramente, il potere, la politica, hanno avuto interesse e continuano ad averlo, a che non lo faccia.

Trovo che questo episodio, alla viglia di elezioni contraddistinte da una violenza verbale e di contenuti senza precedenti, dalla tendenza a distinguere il bene e il male a seconda del colore della pelle, da fesserie prive di fondamento come la presunta difesa di una delle etnie più meticce del mondo ( la nostra), sia l’immagine evidente di un clima tossico, che ben poco ha a che fare con la democrazia, che molto ha a che fare col fascismo quotidiano da cui siamo, spesso, inconsapevolmente, circondati.

Perché il Pd ha paura dell’Anpi?


Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

Perché il Pd ha paura dell’Anpi?


Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

Una ferita aperta nel cuore della democrazia


Diaz

Il G8 di Genova del 2001 è stato il più feroce e consistente attacco, in una fascia temporale ristretta, ai diritti democratici mai consumato nel nostro paese. La corte di Strasburgo ha ribadito l’ovvio, quello che era sotto gli occhi di tutti: alla Diaz sono stati violati diritti inviolabili, commesse violenze ingiustificate, si sono consumate torture.

Le stesse cose sono accadute a Bolzaneto e i pestaggi indiscriminati in Corso Italia sono ancora sotto gli occhi di tutti. Per non parlare del ragazzo, non del teppista, come lo definiscono tanti buoni borghesi, del ragazzo Carlo Giuliani, assassinato in piazza Alimonda.

In quei giorni non solo si sono consumate violenze indegne di un paese civile ma si è delegittimato un movimento che chiedeva una strada diversa da quella intrapresa dai governi delle nazioni più ricche del mondo, una strada che guardasse non alla finanza ma all’uomo, non allo sfruttamento ma ai diritti, non alla guerra ma alla pace. Si è messo il bavaglio a istanze di libertà ed eguaglianza che suonano oggi tanto più necessarie alla luce di quello che è successo negli anni a venire.

Tutti i capi di quella mattanza sono stati promossi, perfino il medico di Bolzaneto è tornato a esercitare la propria professione, nessuno ha pagato a parte le vittime. Tutti i capi di quella mattanza sono stati protetti da governi di ogni colore e si è fatto il possibile per nascondere la verità su quei giorni, tacciando le voci fuori dal coro di ottusità ideologica. Perfino chi aveva levato, sull’onda dell’emozione, alte grida di sdegno è rientrato nel gregge, e chi aveva chiesto giustizia e pulizia se n’è scordato in cambio di una poltrona.

La sentenza di Strasburgo non è un risarcimento morale per le vittime, non c’è sentenza che possa risarcire un ragazzo o un anziano pestati a sangue da chi avrebbe dovuto difenderli, massacrati perché credevano nella possibilità di un mondo diverso e migliore. Non c’è sentenza che cancelli la paura, la sensazione di essere schiacciati da un sistema che, tolta la maschera, svela il suo volto bestiale.  I calci e i pugni, i colpi di manganello a ragazzi e ragazze inermi, sanguinanti, stupiti, con le braccia alzate,seduti per terra, sono arrivati a tutti noi e quelle cicatrici non c’è sentenza che possa cancellarle.

La sentenza di Strasburgo è la conferma che, purtroppo, la nostra legislatura protegge i picchiatori, i sadici di Bolzaneto e quelli che hanno dilaniato il corpo di Stefano Cucchi, le divise senza contrassegni della Diaz e i tanti, troppi vigliacchi che trovano soddisfazione nell’infierire contro chi non può difendersi. Le forze dell’ordine non vanno difese a priori, nessuno in uno stato democratico deve avere una patente di impunità, non può esserci ragion di Stato che giustifichi il sangue di vittime innocenti.

La sentenza di Strasburgo ha confermato la necessità dell’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento. A questo punto è necessario che questo passo venga fatto al più presto, senza più tentennamenti e ipocrisie, senza più esitazioni. Come è necessaria una riforma delle forze di polizia che parta dal reclutamento e dalla formazione. E’ necessario anche che l’opinione pubblica comprenda l’importanza di questo atto di civiltà.

Tutti noi abbiamo bisogno delle forze dell’ordine, degli uomini in divisa che tutelano quotidianamente, rischiando la loro vita e a volte, purtroppo, perdendola, la nostra sicurezza e il nostro benessere. Né noi né le stesse forze dell’ordine hanno bisogno di picchiatori, sadici, violenti che confondono l’ordine con l’intimidazione e ritengono che la divisa sia uno scudo che li protegge da qualunque accusa.

Strasburgo non ha fatto giustizia, nessuno può fare giustizia dopo tanto tempo, ha solo indicato la strada da percorrere, perché quello che abbiamo visto quattordici anni fa non si ripeta, mai più.

Perché quei caschi sono un’offesa.


Prendiamo atto che una manifestazione non organizzata che crea disordini e su cui mette la propria firma un’organizzazione neonazista, ottiene non solo il plauso di Grillo (ditemi ancora che non è fascista, dai) ma anche quello di polizia e carabinieri  , gli stessi che non hanno avuto nessuna esitazione a massacrare i manifestanti a Genova nel 2001 e a pestare studenti e operai in più occasioni.

Quella di ieri è un pagina vergognosa della nostra storia, vergognosa e pericolosa. Vedere a Genova, città oltraggiata nel 2001, città medaglia d’oro della Resistenza, i poliziotti e i carabinieri togliersi i caschi e sorridere compiacenti ai fascisti, dà francamente il voltastomaco.

Se le forze dell’ordine devono tutelare l’ordine pubblico ieri non lo hanno fatto. I picchiatori del 2001 non erano riconoscibili per via dei caschi,quelli di ieri erano riconoscibilissimi. Non dovrebbero, per carità, subire provvedimenti severi, ma un richiamo ufficiale, quello sì. Un poliziotto non può decidere chi manganellare e chi no, un poliziotto deve fare il proprio dovere, sempre, usando gli stessi criteri e la stessa misura. Renzi è il cambiamento? Bene, cominci a chiedere ragioni di questo comportamento ai vertici di polizia e carabinieri.

Quanto a Grillo e alla sua foia forcaiola, il suo invito alle forze dell’ordine a non difendere lo Stato denuncia uno stato mentale ormai assai compromesso. Ce ne sarebbe d’avanzo per denunciarlo per istigazione a delinquere, dato che di fatto ha invitato le forze dell’ordine al colpo di stato.

Bisogna tenere la soglia d’attenzione molto alta: cito solo, e chi ha la mia età capirà al volo, cosa accadde in Cile poco prima del golpe di Pinochet. E non raccontatemi la favola che in Italia un colpo di stato è impossibile, dal momento che il paese è guidato da due anni da un governo frutto di accordi che hanno abbondantemente tradito il mandato elettorale.

Aprire gli occhi e guardarsi intorno


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Le notizie riguardo i soldati americani che hanno orinato sulle vittime iraniane e di quelli che hanno commesso abusi su bambini afghani, non meritano neanche una prima pagina sui nostri quotidiani che, dopo la tragedia della Concordia, sono adesso impegnati a dare approfondite e fondamentali notizie sulla ragazza moldava (sottolineando il “moldava”, tanto per confermare l’opinione comune sulle ragazze dell’est, tanto per essere razzisti anche in un ambito che non lo richiederebbe) che cenava col capitano Schettino.

Eppure sono notizie che meriterebbero ampio rilievo perché ci mostrano il vero volto della guerra, un volto schifoso, meschino, disumano e non quello da videogame tipico dei servizi televisivi o quello edulcorato finto addolorato dei reportage (con alcune eccezioni, come gli articoli del più grande reporter italiano, Gatti).

Se per un momento apriamo gli occhi, usciamo dalla quotidiana melma nazionale fatta di politici corrotti che non si dimettono neppure quando attorno a loro resta il vuoto, di parroci che fanno fermare le processioni davanti alle dimore dei boss, di amici di camorristi che siedono in parlamento, di cialtroni che disperatamente cercano di riciclarsi per l’ennesima volta, se ci guardiamo intorno scopriamo che in Iraq e in Afghanistan, due sedi di guerra ormai dimenticate, i nostri soldati sono morti invano: non hanno portato pace né democrazia. Come diceva Brecht: prima della guerra i ricchi si arricchivano e la povera gente faceva la fame, dopo la guerra, i ricchi si si arricchiscono e la povera gente fa la fame lo stesso.

Visto il momento economico sarebbe forse il caso di chiedere ragione di quegli interventi militari, di quantificarli dal punto di vista della spesa, di chiedere il rendiconto dei benefici che hanno portato, al di là della demagogia e delle chiacchiere. Sarebbe il caso che chi ha chiesto a gran voce la nostra partecipazione alle due guerre ci spiegasse perché, ci spiegasse cosa ce ne è venuto in tasca, offrisse un pur tenue motivo di consolazione alle famiglie dei ragazzi che sono morti.

Credo che mai come oggi, mentre il sistema della globalizzazione mostra le sue falle e le guerre mostrano il loro vero volto, infame e squallido e la loro anima, nera e marcia, chi nel 2001 a Genova  scese in piazza reclamando un mondo migliore si senta la coscienza pulita. Era un movimento giusto, portava avanti istanze giuste, aveva visto molto lontano e la storia gli sta dando ragione. Ieri ho letto sul muro una frase che mi ha molto colpito: “Carlo è vivo e i morti siete voi”. Sotto, funerea, era tratteggiata una stella a cinque punte.

Penso che si riferisse a Carlo Giuliani e ritengo che in quella frase ci sia molta verità. Io penso che davvero siano morti quelli che credono di poter continuare a far sopravvivere un sistema iniquo, basato sullo sfruttamento, che si alimenta della miseria dei molti per gonfiare i portafogli di pochi. Le squallide figure che popolano il nostro teatro politico, gli Scilipoti, gli Scaiola, Berlusconi, i Bossi, i banchieri al potere, sono una sorta di zombies, tesi solo ad azzannarsi tra loro per trenta denari, incapaci di aprire gli occhi e guardarsi intorno, di cogliere la realtà e il senso di quello che li circonda, incapaci di liberarsi dall’ipocrisia che li avviluppa come i baccelli dell’Invasione degli ultracorpi (film mitico e profetico).

Giuliani e quelli che erano insieme a lui a protestare, a reclamare a gran voce un cambiamento di rotta, quelli che sono stati pestati, torturati, umiliati da una minoranza di ragazzi in divisa altrettanto disperati e rabbiosi, che l’hanno fatta franca in tribunale ma non la faranno mai franca  con la loro coscienza, vanno considerati vittime della loro lungimiranza, profeti inconsapevoli di un futuro a tinte fosche arrivato molto prima del previsto.

Non è naturalmente rispolverando le stelle a cinque punte che si risolverà la crisi di questo paese, crisi etica, prima che economica. Non è lo spread il nostro problema maggiore, ma la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, il razzismo leghista, il relativismo morale della Chiesa, l’assenza di valori da proporre ai nostri ragazzi, la corruzione. Risollevare lo spread e non toccare questi problemi, è come infilare il dito nella falla della diga, consapevoli che se ne apriranno centinaia di altre e che le dita sono solo dieci.

Carlo Giuliani è ancora vivo, l’ignoto autore della scritta aveva ragione, ma per favore: onoriamolo portando avanti quello in cui credeva, torniamo a gridare ad alta voce, oggi più che mai, che un mondo migliore è possibile e cancelliamo quella stella a cinque punte.