La scuola che non c’è


Ricomincia domani ( ma è già cominciata per alcuni) la scuola, anche se questo termine andrebbe rimodulato, reinvestito di altre assonanze rispetto a quanto siamo stati abituati a fare fino all’anno passato.

Lungi da me affermare che prima la scuola italiana godesse di buona salute, ma è possibile oggi, dopo un anno di sperimentazione della riforma, affermare senza tema di smentita che:

1) Tutte le promesse del governo (azzeramento dei precari, aggiornamento tecnologico, merito, razionalizzazione e potenziamento delle risorse, bla bla bla) sono state disattese, tutte, nessuna esclusa.

2) Il ministero dell’Istruzione e l’amministrazione scolastica in generale denunciano un’arroganza e una incompetenza che raramente si è vista nel servizio pubblico.basta vedere il modo in cui sono stati gestiti i concorsi, l’arruolamento, ecc. Roba da terzo mondo, altro che scuola 2.0! Per non parlare della mobilità: norme cervellotiche e assurde che valgono per tutti tranne che per la moglie di quello che non è stato eletto, ovviamente, così insegnanti del sud sono costretti a trasferirsi al nord o a rinunciare al lavoro senza alcun motivo razionale, solo per il ghiribizzo di gente che non solo non sa nulla di scuola ma non sa nulla di come vivono le persone normali, quelle senza benefit, con uno stipendio da fame e una famiglia da mantenere.

3) Il merito si è rivelato quello che era evidente si sarebbe rivelato: una regalia che, nella maggior parte dei casi, non valorizza un accidente ma serve a creare coorti di fedeli, avvilente sia per i dirigenti onesti ( e ce ne sono) sia per gli insegnanti.Chi ha meritato la premialità e l’ha ricevuta, prova imbarazzo verso i colleghi che hanno lavorato con lui e come lui, senza averla ricevuta, chi non l’ha meritata e l’ha ricevuta, non prova nessun imbarazzo, chi avrebbe voglia di dare di più e non ha ricevuto nessun riconoscimento sarà indotto a fare di meno, perché: chi glielo fa fare?

Per inciso, lo spirito della norma sul merito andava in direzione opposta, la premialità avrebbe dovuto valorizzare, non punire chi canta fuori dal coro, stimolare non deprimere, essere il più possibile allargata non limitata ai cerchi magici e, soprattutto, non avrebbe dovuto essere assegnata a chi è già stato premiato da esoneri e congrui riconoscimenti con il fondo d’Istituto.,  Ma si sa che tra lo scrivere e il fare…

4) Gli insegnanti, come categoria, non esistono. I propositi di battaglia si sono sciolti come neve al sole e sono rimasti nelle mani di chi si illude che  una categoria che sciopera al 15% improvvisamente leverà la testa se si alzeranno le barricate ( che, detto per inciso, non possono essere alzate: siamo categoria soggetta a precettazione). La normalizzazione impera: qualcuno tace per paura, qualcuno perché talmente schifato da non averne più voglia, qualcuno perché servo e gli sta bene così. E nei corridoi i coltelli corrono silenziosi verso le spalle di tutti, con buona pace della collegialità, defunta non appena la 107 è stata varata. Amen. Amen anche per i sindacati di categoria,cancellati da quelli che rappresentano nel momento cruciale, anche loro normalizzati, in cerca di residui spazi di potere.

5) Nessuno al governo si assumerà la responsabilità del disastro: né il ministro dell’istruzione, il peggiore degli ultimi vent’anni ( e con la Gelmini pensavamo di aver toccato ogni fondo possibile) né tantomeno quello che non è stato eletto o il suo fedele servo, Faraone. Scaricheranno le colpe sulla categoria che, per la sua accidia, una parte delle colpe se le merita.

6) E’ solo l’inizio: i regolamenti di conti interni, le ripicche, le smanie di potere di chi nulla conta e crede di contare, i colpi bassi, le chiacchiere alle spalle, sono diventate e diventeranno pane quotidiano nelle scuole del regno, avvelenando gli ambienti ed esasperando molti che vorrebbero solo svolgere il proprio lavoro in santa pace.

7) I veri e unici sconfitti in questa commedia degli errori sono i ragazzi: l’inevitabile scadimento della didattica per la demotivazione degli insegnanti, la corsa alle promozioni facili perché fa punteggio nei rapporti di autovalutazione, i progetti inutili e di facciata che le scuole organizzeranno perché in linea con le direttive del governo,saranno tutto tempo rubato al loro diritto di formarsi culturalmente e umanamente. D’altronde, di loro non interessa nulla a nessuno: non votano, non contano. Ancor meno interessano i ragazzi stranieri: non votano, non voteranno, sono meno di zero. 

Ecco, questa è la scuola del nuovo corso e forse sarebbe opportuno trovare un nuovo termine più adeguato, più sincero per definirla. Questa è la scuola che comincerà domani in molte regioni del paese e molti insegnanti, come me, che fino a qualche tempo fa attendevano la fine delle vacanze e l’inizio delle lezioni con un misto di rammarico e di  piacevole attesa, oggi si sentono un po’ nauseati e non esattamente motivati. Anzi, oggi, si sentono sconfitti.

Domani ultima chiamata per la scuola pubblica


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Io credo che molti insegnanti non abbiano ben compreso l’importanza dello sciopero generale di domani. Se non ci sarà una grande mobilitazione della categoria a Settembre la 107 entrerà a pieno regime, completando il processo di destrutturazione della scuola pubblica e avviando quel processo che porterà a una progressiva privatizzazione delle scuole sul modello americano.

La chiamata diretta da parte dei dirigenti comporterà, di fatto, un ridimensionamento del concetto di libertà d’insegnamento e avvierà la precarizzazione di tutta la categoria.

Se eliminare il precariato significa trasformare tutti in precari, il trio delle meraviglie formato da  colui che non è stato eletto, Giannini e Faraone, hanno mantenuto le promesse.

La 107 è un legge che si basa su un unico principio: quello del ricatto. Vuoi lavorare? Spostati a mille chilometri di distanza e se hai famiglia, fatti tuoi. Ti regalo cinquecento euro ma solo se li spendi come dico io. Vuoi chiedere trasferimento? Costruisco degli ambiti territoriali assurdi e vediamo se ne hai ancora il coraggio. Vuoi il bonus? beh allora devi sottostare ad alcune regole che non sono uguali per tutti ma differenti da scuola a scuola e da dirigente a dirigente, perché alla fine è lui che decide i nomi. Stai sull’anima al dirigente? La titolarità di cattedra non esiste più e lui ti sistema nell’organico di potenziamento, a fare il tappabuchi, o nell’organico di rete, a saltare da una scuola all’altra.

Questa è la 107 e chi si illude di ritagliarsi un posto al sole, di ottenere il suo bell’incarico e stare tranquillo alla corte del re, non ha considerato che ogni tre anni il re cambia e si sa quel che si lascia ma non quel che si trova.

La chiamata diretta del dirigente oltre che violare il contratto di lavoro nazionale che è ancora in vigore e non può essere cancellato dalla legge, rappresenta la legalizzazione del clientelismo. Certo, il dirigente non può assumere parenti ma può farli assumere dal suo collega vicino, che a sua volta gli chiederà di assumere il tale, secondo quella logica di scambio di favori che ha già trasformato la politica in un mercato e che ha fatto la fortuna delle mafie nel nostro paese.

Non mi permetterei mai di dire che tutti i dirigenti sono favorevoli a questo scenario, attenzione, anzi

posso dire che in quindici hanno di carriera ho avuto a che fare con dirigenti più o meno capaci ma tutti, indiscutibilmente onesti. Ma chiedete ai colleghi che hanno dirigenti autoritari e prevaricatori come si lavora nelle loro scuole, quale clima si respira e quale timore serpeggia.

La 107 va neutralizzata  e l’unico modo per farlo è la via contrattuale. O domani si scende in piazza in tutta Italia tutti insieme, a chiedere il rinnovo del contratto e la modifica degli aspetti più assurdi della legge, o la scuola pubblica è destinata a scomparire.

Sarebbe bello se insieme agli insegnanti scendessero in piazza anche quei dirigenti scolastici, molti, che non hanno alcuna smania di potere. Sarebbe opportuno fossero con noi anche e le prime ad essere danneggiate da questa riforma, le famiglie: quando si renderanno conto che a pagare il prezzo più alto saranno i loro figli, sarà ormai troppo tardi. sarebbe importante che scendessero a riempire le piazze anche i precari, i più danneggiati, umiliati e offesi dalle nuove norme, anche quelli che stanno svolgendo le prove di un concorso organizzato con i piedi e condotto ancora peggio.

Chiudo con un esempio che ben illustra tutti gli aspetti negativi della 107. Siamo in tempo di bonus e i comitati di valutazione stanno scegliendo i criteri per assegnarlo, Ogni scuola sceglie criteri diversi e si va dai più fantasiosi ai pochi criteri sensati (verificabili, misurabili, oggettivabili). Nessuno ha informato i comitati di valutazione che sono penalmente responsabili di quanto decidono: se varano criteri passibili di ricorso, saranno loro a risponderne. Praticamente tutti i criteri proposti sono passibili di ricorso. E’ una situazione da terzo mondo, ideata da incapaci. Non credo esista in Europa una scuola che abbia varato a questo modo la valutazione degli insegnanti.  Non si discute il principio che il merito venga deciso a discrezione del dirigente, meglio che si assuma la responsabilità lui piuttosto che assistere a duelli rusticani tra gli  insegnanti, si chiede solo che il governo vari criteri condivisi e chiari, differenziati per ordine di scuola, all’inizio dell’anno così che un insegnante sia libero di concorrere al bonus oppure no, conoscendo prima le regole e non in corso d’opera. 

Si preferisce invece la lotta intestina nelle scuole, i colpi bassi, si vuole deliberatamente dividere i collegi docenti perché non abbiano più voce in capitolo nella gestione della scuola. E’ un altro passo verso la progressiva delegittimazione della categoria docenti, già arrivata a buon punto.

Ecco perché domani bisogna che gli insegnanti facciano sentire forte la loro voce, per tutelare la dignità del proprio ruolo, per rivendicare il valore insostituibile dell’istruzione pubblica.  Per non ritrovarsi a Settembre, come una favola al contrario, trasformati in servi.

Le lettere di un bugiardo


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Per l’ennesima volta il presidente (non eletto) del Consiglio invia una lettera agli insegnanti per magnificare la sua pseudo riforma della scuola e mente sui numeri e nel merito.

Non è stato azzerato il precariato della scuola, ma, quel che è peggio, le nuove normative impediscono di chiamare supplenti prima di cinque giorni di assenza del docente titolare alle elementari e prima di dieci giorni di assenza alle medie e superiori, senza contare l’impossibilità di sostituire subito il personale Ata assente, con gravi disagi che ricadranno soprattutto sui ragazzi e sul loro diritto allo studio, diritto di cui non sembra importare più nulla a nessuno.

Le assunzioni sono sedicimila in meno di quanto annunciato e sono state effettuate con criteri poco chiari.

Il famoso organico funzionale, tanto strombazzato dalla sempre più inutile e fastidiosa Giannini e dall’analfabeta di ritorno Faraone, si riduce a tre, quattro insegnanti per Istituto Comprensivo che, con buona pace della loro professionalità, saranno costretti a fare i tappabuchi.

L’autovalutazione delle scuole è stata ridotta ad uno strumento per stilare classifiche tra scuole di serie A e scuole di serie B, mentre la valutazione degli insegnanti servirà ai dirigenti scolastici per applicare la regola aurea del divide et impera. Già si sente nei corridoi il sibilo dei coltelli che vengono affilati.

I fondi d’Istituto, quei soldi che servono, per esempio, ad attivare progetti per recuperare i ragazzi a rischio dispersione, sono stati diminuiti e lo saranno negli anni a venire.

Di tutto questo, nella lettera piena di bugie di un bugiardo, non c’è traccia.

Tutta colpa di Renzi? No, non è tutta colpa di Renzi.

La categoria avrebbe potuto e dovuto opporsi con forza a questa riforma a Settembre, quando si sono convocati i collegi docenti e sono state approvate le prime delibere ma ha preferito adeguarsi, far finta che nulla fosse cambiato salvo accorgersi adesso che tutto è cambiato e pontificare, sdegnata, sui massimi sistemi sapendo che non comporta alcun rischio en non otterrà alcun risultato. E’ la rivolta due zero di chi vuol salvare la faccia continuando a fare i propri comodi.

I sindacati non hanno avuto la forza di soffiare sul fuoco della resistenza, che era divampato alto a Maggio, e si sono adeguati a loro volta, tornando ai soliti squallidi giochi di potere, attenti a mantenere posizioni consolidate e a tirarsi simpatiche coltellate alla schiena tra di loro nonostante ufficialmente esista ancora l’unità sindacale.

Ma i sindacati sono lo specchio di una categoria che, salvo poche eccezioni, non me ne vogliano le migliaia di colleghi che continuano una lotta destinata alla sconfitta ma onorevole, non ha coraggio né voglia di mettersi in gioco, terrorizzata dalla prospettiva di scontrarsi con chi è invece disposto a mettersi al servizio del padrone di turno per continuare a mantenere i propri piccoli privilegi. Quando a una manifestazione regionale di protesta contro la riforma partecipa una cinquantina di persone, a sentir pontificare poi in collegio docenti ti vengono da dire cose brutte ma ti trattieni, per tedio, perché sai che è inutile, per frustrazione, e perché, purtroppo, ci sei abituato.

Ma tutto questo, sia chiaro, non autorizza il presidente non eletto del consiglio  a continuare a prenderci per il culo.

L’insostenibile ( e comprensibile) tendenza del sindacato ad evitare la lotta.


Calvino

Ci sono colleghi insegnanti che in varie regioni d’Italia stanno lottando contro una riforma ingiusta che, se applicata pienamente, cancellerà, di fatto, il concetto di scuola pubblica così come lo conosciamo.

Ci sono colleghi insegnanti che, in varie regioni d’Italia, si sono adeguati cercando di ritagliarsi il proprio piccolo spazio di infimo potere e garantirsi bonus e prebende per il futuro.

Ci sono colleghi insegnanti, in varie regioni d’Italia, che attendono segnali di vita da un sindacato che sembrava aver ritrovato consensi e voglia di lottare, per poi tornare allo stato letargico dopo la pausa estiva.

Sono un insegnante e un sindacalista confederale,partecipo ad assemblee che sono tornate numerose e, per la prima volta da tanti anni a questa parte, non veniamo assaliti, criticati, attaccati, ma la gente guarda a noi in cerca di risposte e soluzioni che non possiamo quasi mai dargli.Gli insegnanti sono smarriti, spaventati, confusi e cercano qualcuno che li porti fuori dal guado.

Sento di dirigenti che (per ora) mantengono un atteggiamento equilibrato e democratico e di altri che invece danno letteralmente di testa,agendo più da ducetti che da funzionari pubblici.

Ho sempre pensato che alla base dell’azione sindacale debba esserci la mediazione, la ricerca di un accordo con la controparte che, possibilmente, risulti moderatamente vantaggioso per tutti. Sono anche convinto che quando quest’accordo non arriva, si debba lottare per cercare di ottenere quegli stessi obiettivi. Arrendersi e aspettare non porta frutti.

Contestualizzando, parlando dell’attuale situazione della scuola, entrano in gioco numerosi fattori che determinano la ritrosia dei confederali ad avviare una seria azione di contrasto e lotta:

1) Una grande confusione generata dal fatto che non sono ancora stati emanati i decreti attuativi e non si capisce quale uso voglia fare il governo delle deleghe (o meglio, si capisce benissimo ma facciamo finta di non capire).

2) L’apertura del tavolo contrattuale che, se si rivelassero fondati i rumori di corridoio che parlano di offerte di aumento offensive, difficilmente avverrà ma che tuttavia va reclamata con convinzione, supportati da una sentenza della corte europea e una della corte di cassazione. Il pericolo è la contrattazione decentrata che sancirebbe la divisione delle scuole in istituti di serie A e di serie C, con tutto quello che ne consegue e la trasformazione dei dirigenti in gerarchi, con aumento esponenziale di patologie come il clientelismo, il leccaculismo, ecc.

3) Una unità sindacale precaria, che miracolosamente ancora regge ma chi fa sindacato sa benissimo che i colpi bassi, le meschine ripicche, le ambiguità, gli scontri tra componenti delle varie sigle sono all’ordine del giorno nei territori.

4) La consapevolezza di scontrarsi con un governo che gode di una copertura mediatica mai così completa dai tempi del ventennio e di un consenso (inspiegabilmente) ancora ampio.

5) L’ambiguità di fondo di un sindacato che difende i Dirigenti e tutti gli altri, posizione che, ma lo dico da anni, non è più sostenibile.

6) Una categoria tra le meno sindacalizzate, divisa, frammentata in microcosmi, disinformata  sui propri diritti, spesso avvezza a chiedere per favore ciò che le spetta di diritto. Che la parte avversa alla riforma sia maggioritaria, considerando tutti i comparti, non è assolutamente scontato.

7) L’impopolarità diffusa della categoria che favorirebbe, unita al potere mediatico della controparte, un gioco al massacro da cui usciremmo senza dubbio sconfitti.

Tuttavia ritengo che l’attendismo sia controproducente e vada a erodere il consenso acquisito nei mesi precedenti. La riforma è legge dello Stato, ergere barricate sarebbe inutile ma, dal momento che è stata scritta da incompetenti, le scappatoie per annullarla ci sono, annullarla in modo assolutamente legale, naturalmente. Tuttavia sarebbe necessaria una coscienza di categoria diversa, una grande assunzione di responsabilità e la rinuncia di pochi a piccoli privilegi per garantire il bene di tutti. Non è retorica affermare che “il sindacato siamo noi” ma una semplice constatazione.

Non ci sono i presupposti per un’azione di lotta condivisa e non abbiamo mai avuto la forza per un’azione di lotta prolungata anche se, ad ogni assemblea, sento parlare di “sciopero a oltranza”. Una parte della categoria sogna ancora di poter lottare come gli operai e dimentica che non lo fanno più neanche gli operai.

Il sindacato sta sicuramente tentennando ma è la categoria per la maggior parte dei suoi componenti, a manifestare una certa ansia di normalizzazione, a chiedere che si ristabilisca il quieto vivere nelle scuole.

Un quieto vivere che, a mio parere, per molto tempo non avremo più.

Contro la Buona scuola: no alla normalizzazione


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A mettere in fila la marea di balle raccontate da Renzi e Giannini durante la stesura l’approvazione e la messa in opera di questa finta riforma, non basterebbero tre articoli. 

La verità è che gli insegnanti hanno il contratto bloccato da sei anni e che senza un decreto legge fatto in fretta e furia per permettere ai dirigenti di nominare i precari, le scuole in reggenza sarebbero state di fatto ingovernabili. La verità è che da centocinquantamila assunzioni sbandierate pochi mesi fa si è arrivati a circa cinquantamila, quanto programmato da Enrico Letta. La verità è che in molte scuole mancano insegnanti, laboratori, dotazioni informatiche, e non ci sono i presupposti perché la situazione cambi. La verità è che esistono già in ogni città scuole che hanno tutto e scuole che non hanno niente e questa legge aumenterà il divario.

Non mi piace e non concordo con l’atteggiamento conciliante di alcuni comunicati sindacali, in cui si auspica una collaborazione tra dirigenti e insegnanti per il bene della scuola. Sono balle: la riforma ha sancito un confine, di qua i dirigenti, che ricordo, non hanno detto una parola contro la riforma, di qua gli insegnanti. I compiti non sempre sono sovrapponibili e spesso, come nel caso del merito e del mancato rinnovo del contratto, sono in contrasto. Mentre il bonus degli insegnanti è un’elemosina, quello dei dirigenti può arrivare a cinquemila euro: non venitemi a dire che stiamo dalla stessa parte o che collaboreranno con noi per mitigare gli effetti della riforma: lo dico da sindacalista, siamo seri e non raccontiamoci storie da soli. Vediamo di risolvere, invece, la contraddizione di un sindacato che difende i padroni e i sottoposti, spesso strizzando l’occhio ai primi.

Chi ha il potere, non ci rinuncia in virtù del bene comune, forse nelle favole, ma non nel nostro paese. E’ bene dunque che sindacati e lavoratori capiscano che, se si vuole salvare la scuola, è necessario assumersi le proprie responsabilità e non adeguarsi alla situazione, né dare per scontato che tanto la riforma è stata fatta e non possiamo fare più nulla. 

Possiamo eccome, con delibere del collegio dei docenti e delibere assembleari che marcino in direzione contraria alla finta riforma renziana. Ad esempio, deliberando che il comitato di valutazione non abbia potere di decisione sul merito, chiedendo che le risorse sul merito rientrino nel fondo d’istituto per essere utilizzate in progetti sui ragazzi,  decidendo che sarà il dirigente, con i fondi che ha a disposizione, a pagare i suoi collaboratori che non verranno pagati più col fondo d’istituto destinato a progetti sui ragazzi, rifiutando il concetto di meritocrazia applicato ai ragazzi perché la scuola deve valorizzare le eccellenze, sostenere chi è in difficoltà e assicurare a tutti pari condizioni di trattamento.

Tutti punti che i docenti possono approvare in collegio o in assemblea senza violare nessuna legge, punti che, in parte, mitigano gli effetti della riforma.

Dobbiamo rifiutare con forza il concetto di scuola aziendale che questa riforma porta con sé, evitare la guerra tra poveri, usare la collegialità in tutti gli ambiti in cui questo è possibile, anche quelli all’apparenza più insignificanti. Dobbiamo tornare a ragionare in termini di “noi” e lasciarci alle spalle l’”io” così caro a tanti.

Certo, per fare questo ci vuole il coraggio di mettersi in urto contro un sistema che ha già dimostrato di non avere scrupoli a sgombrare il campo da chi ha un pensiero divergente ma non ci sono vie di mezzo: o si combatte, o si subisce, le mezze misure e le mediazioni non hanno più senso.

Noi abbiamo un’arma potente nelle nostre mani: quello che Vaclav Havel chiama il “lavoro ben fatto”, l’unico vero strumento non violento di opposizione a un sistema autoritario. La relazione educativa deve tornare al centro del nostro lavoro: il nostro compito non è formare la nuova classe dirigente e i suoi sottoposti, soldati fedeli alla linea e sottoproletari disposti a farsi sfruttare, il nostro compito è formare cittadini consapevoli e attivi, in grado di usare lo spirito critico, di rifiutare le omologazioni e scegliere la propria strada dopo aver vagliato ipotesi diverse, non perché gli viene imposta dall’alto. Dobbiamo tornare a rapportarci ai ragazzi in modo da stabilire un dialogo costante e costruttivo, parlare con loro di educazione alle emozioni, perché la fragilità e la sensibilità non diventino ostacoli ma strumenti di crescita, dobbiamo fare una scuola immersa nel mondo, non quello di Confindustria e dei suoi accoliti, il mondo reale con le sue contraddizioni e i suoi drammi, una scuola che parli dei problemi del tempo rintracciandone le cause nel passato, dobbiamo tornare ad essere produttori di valori  e punti di riferimento per le famiglie.

Questo è l’esatto contrario di quello che prescrive la Buona Scuola, ma è anche l’unico modo per trasformare questo schifo in un ricordo da cancellare alla svelta.

Buon anno scolastico a tutti i colleghi e buona resistenza.

Ricomincia la (cattiva) scuola


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Domani molti colleghi cominceranno ufficialmente l’anno scolastico con la presa di servizio. Personalmente è’ con grande amarezza che riscontro, da parte dei sindacati, una parziale marcia indietro rispetto alla levata di scudi dei mesi scorsi.

La tesi, in sintesi è che non ci si possa opporre a una legge dello stato e dunque, si confidi nelle Rsu, nei collegi docenti e nei procedimenti legali che sono già stati avviati.

Sono totalmente in disaccordo con questa posizione. Io ritengo che si debba continuare a opporsi con forza a una legge ideata dal trio comico demenziale Renzi, Giannini, Faraone ed emanata con un blitz vigliacco da uno stato rappresentato da parlamentari non eletti, voltagabbana e, ultimamente, da inquisiti. Opporsi, ovviamente, restando nell’ambito della legalità,di quei diritti e doveri sanciti dalla Costituzione.

Il sindacato paga, per l’ennesima volta, la contraddizione di rappresentare dirigenti e docenti, fatto che, se in precedenza, quando il Dirigente era di fatto un coordinatore dei docenti, poteva anche essere accettato, adesso è diventa inaccettabile: la stessa sigla, lo stesso compartimento sindacale, non può difendere quello che,di fatto, è diventato un padrone e i suoi sottoposti. Una contraddizione che comporta necessariamente dei compromessi e l’ammorbidimento di questi giorni è il primo.

Quanto alle Rsu, io lo sono da anni e da anni sottolineo la necessità di scegliere con maggiore oculatezza chi deve rappresentare i lavoratori, senza lasciarsi prendere dalla foia di dover per forza eleggere dei rappresentanti in ogni scuola, buoni o cattivi sindacalisti che siano. Non credo che alle Rsu spetti né il compito di designare a chi debba andare il bonus sul merito né di agevolare in nessun modo i rapporti con un Dirigente che ha potere assoluto sui suoi docenti. Io non lo farò e se la mia organizzazione mi chiederà adeguarmi, mi comporterò di conseguenza rimettendo il mio mandato.

I collegi docenti hanno un grande potere che non viene mai utilizzato. Gli istituti comprensivi hanno aumentato ulteriormente le divisioni interne e una buona parte di docenti non sa, spesso, neppure cosa sta votando alzando la mano.

Sempre più spesso, quando leggo i comunicati sindacali, mi chiedo se chi li redige abbia mai lavorato a scuola.

Quanto ai procedimenti legali, inutile spendere parole: la scuola non è argomento di interesse comune nel nostro paese, spesso non è argomento di interesse comune neppure tra chi ci lavora. Se mai il referendum raggiungesse le firme necessarie, se mai si andasse a votarlo, non raggiungerebbe mai il quorum. Quanto ai ricorsi alla corte costituzionale, abbiamo visto com’è finita col porcellum.

Dunque non se ne esce? Dobbiamo davvero chinare la testa e accettare una legge che viola la Costituzione, inserisce categorie meritocratiche tra docenti e alunni che vanno contro il principio di collegialità e ogni teoria pedagogica sula formazione, dobbiamo assoggettarci a dirigenti padroni e accondiscendere come servi muti alle loro direttive?

Quando i docenti italiani azzerarono la riforma Moratti lo fecero forzando la mano al sindacato, attuando una resistenza passiva sull’onda di un melvilliano “preferisco di no” che alla fine risultò vincente. Certo, allora non c’erano in gioco i bonus,il ricatto dell’elemosina che funziona sempre nel nostro paese,ma io credo che la linea da seguire sia la stessa. Rifiutare incarichi dirigenziali, rifiutare di entrare nella commissione sul merito, bloccandola, pretendere che le delibere da approvare in collegio siano circostanziate, chiare,.prive di spazi di libertà per il dirigente, rifiutare il concetto di premialità per alunni e docenti, vigilare in consiglio d’Istituto su ogni delibera che riguarda i fondi.

Questa è la strada da intraprendere se si vuole salvare la scuola. Una strada legale, costituzionale, democratica. Che comporta la necessità di tornare a dare un senso a parole come collegialità, insindacabilità delle decisioni del consiglio di classe, responsabilità e collaborazione.

In caso contrario, se vincesse la logica del tutti contro tutti tanto cara a questo governo, l’unica bandiera che sventolerà da domani sulle nostre scuole sarà quella bianca.

Gli insegnanti italiani possono (e devono) bloccare la riforma della scuola


Premessa: la presunta riforma della scuola del governo Renzi non verrà cancellata dal referendum. Ammesso che si raggiunga il numero legale di firme, o il referendum non arriverà mai a essere votato o, se questo accadesse, la macchina propagandistica di questo governo, la più potente dai tempi di Mussolini, riuscirà a far sì che non si raggiunga il numero legale di votanti.

Archiviata questa amara premessa, passiamo a note più confortanti. Gandhi mise in ginocchio il regime imperialistico britannico partendo dalla elementare constatazione che senza la collaborazione degli indiani, gli inglesi non avrebbero potuto esercitare la loro autorità. La Danimarca non perseguitò gli ebrei, pur essendo stata occupata dai nazisti che emanarono le leggi razziali, applicando lo stesso principio e la stessa cosa si verificò, per motivi diversi ma con esiti simili, in Italia. Il potere autoritario, per sua natura, è stupido e la stupidità è sempre aggirabile, almeno parzialmente, usando il cervello. Nove volte su dieci, una legge idiota si può ignorare senza violarla.

Lungi da me paragonare i tre tristi figuri a capo della scuola, Renzi, Giannini e Faraone, a sua maestà britannica o a Hitler, gli esempi servono solo a chiarire il concetto.

Nonostante gli ipocriti e falsi auguri di Renzi ai nuovi assunti (circa la metà di quanto annunciato, circa gli stessi che aveva previsto Letta), la soddisfazione della Giannini (sempre più estranea alla realtà terrena, ogni volta che apre bocca lo fa per dire inconcepibili minchiate, come Alex Drastico augurava al  ladro del suo motorino anni fa), la certezza che tutto andrà senza intoppi di Faraone ( gli intoppi ci sono già, eccome: d’altronde, se al ministero girano squallidi dilettanti prezzolati come lui, è inevitabile) io sono convinto che la categoria sia in grado di dimostrare che non bastano l’arroganza e le chiacchiere a far chinare la testa e mettere in riga gli insegnanti italiani.

Come possiamo bloccarli? Ecco alcune idee:
1) Rifiutare qualsiasi incarico dirigenziale. I vice presidi sono stati aboliti e gli eventuali collaboratori scelti dal Dirigente non possono essere pagati col fondo d’Istituto. Che il super preside applichi i suoi super poteri e faccia da solo.
2) Rifiutare di entrare a far parte della commissione sul merito, annullandone il potere.
3) Applicare costantemente, ossessivamente, maniacalmente le prerogative e i compiti dei consigli di classe e dei collegi docenti, far capire al dirigente che senza la collaborazione del collegio lui non conta nulla.
4) Scegliere con cura i rappresentanti dei docenti in consiglio d’Istituto: è in quella sede che le irregolarità possono essere meno controllabili.
5) Svolgere al meglio il proprio lavoro e non offrire nessuna disponibilità a fare di più, per nessun motivo.
6) Rinviare al dirigente qualsiasi lamentela, problema, protesta da parte dei genitori: se necessario, rifiutare il coordinamento della classe.
7) Se qualcuno accettasse comunque ad esempio, un incarico di vicepresidenza, non riconoscerne l’autorità, dal momento che tale figura è stata cancellata.
8) I ragazzi sono al centro di tutto: si lotta per i nostri diritti e per il loro futuro: questo va ribadito in ogni occasione pubblica di dibattito, incontro eccetera, va chiarito e ripetuto fino alla nausea. Rifiutiamo la logica meritocratica che il governo vorrebbe imporre perché la riteniamo anti democratica, pedagogicamente oscena e classista.
9) Il personale Ata deve capire che questa lotta è anche la loro, che tagli e aggravi di lavoro stanno già ricadendo anche su di loro e che l’unico modo che hanno per far valere le proprie ragioni è seguirci nelle nostre iniziative.

Questa riforma si basa sul collaborazionismo, legalizza il clientelismo e la cortigianeria, se insieme adottiamo quanto scritto sopra, ne uccidiamo lo spirito e il senso, togliendo immediatamente dalla testa ai dirigenti l’idea di poter essere giudici del bene e del male.
Ovviamente, per fare questo, è necessario un grande senso di responsabilità, una collaborazione molto più stretta all’interno dei consigli di classe, un briciolo di coraggio: è necessaria quella collegialità che tutti abbiamo rivendicato fino a qualche mese fa.

E’ tempo che i timidi escano dal guscio, che i servi vi ritornino e che chi fino adesso ha delegato ad altri la tutela dei propri diritti, capisca che è arrivato il momento di cominciare a lottare in prima persona, non per una ideologia o appartenenza politica ma per una battaglia etica in nome di quei principi di democrazia, pluralismo e libertà a cui la nostra scuola non può abiurare, se vuole continuare ad avere ancora un senso.

Così si può vincere e ritrovare forza e compattezza, per evitare altre future cattive sorprese, altrimenti, assisteremo inerti alla distruzione della scuola pubblica  e del futuro dei nostri ragazzi.