Un libro per non dimenticare: Il diario di Ettie Hillesum


Foto di alessandra barbieri da Pixabay

I libri sull’Olocausto sono terribili ma io ho sempre trovato ancora più terribili i diari di chi ha vissuto giorno dopo giorno la preparazione di quella tragedia, di chi ha visto i propri spazi di libertà ridursi quasi inconsapevolmente, fino a rendersi conto che, la libertà, l’aveva persa del tutto.

In questa categoria rientra Il Diario di Ettie Hillesum, una ragazza di Amsterdam che vedrà terminare la propria vita ad Auschwitz dove sceglierà volontariamente di seguire la sorte del suo popolo.

Ettie è una ragazza esuberante, straordinariamente sensibile e intelligente. Nei suoi diari racconta ogni cosa di sè, senza reticenze o pudori. È una giovane donna innamorata della vita, indipendente, laureata in giurisprudenza. Si mantiene facendo traduzioni e dando lezioni di russo, frequenta uno psicologo junghiano che diventa il suo confidente e amante, è appassionata di musica, grazie anche al fratello, un pianista dalla straordinaria capacità tecnica ma non ancora capace di mettersi a nudo con la musica. Non è religiosa, ma è curiosa e assetata di spiritualità, studia la Bibbia, compresi i Vangeli e cerca conforto in quelle parole, analizzandole con rara acutezza. Traduce e legge Rilke, che sente affine più di ogni altro poeta.

Il diario ci parla degli anni dal ’41 al ’43 e le progressive restrizioni alle libertà degli ebrei dapprima compaiono come note a margine: un giorno Ettie vede un cartello che impedisce agli ebrei di passeggiare nei parchi, un altro giorno vede un gruppo di soldati nazisti che si esercitano sotto casa e si impone di non odiarli, perché l’odio non serve a nulla, ecc.ecc. L’invito a non odiare è un lei motiv che ricorre molte volte in queste pagine.

Assistiamo un crescendo di orrori reso sopportabile dal sorriso di Ettie che si percepisce quasi fisicamente tra le pagine, che illumina anche le parti finali del libro, quando viene assunta come assistente sociale nel campo di transito di Westerbork e poi sceglie di andare ad Auschwitz, a condividere il destino del proprio popolo e della propria famiglia.

Ettie, ingenua ed esuberante nelle prime pagine del libro, passionale ed entusiasta, con un spiccata tendenza all’introspezione e molte incertezze sul suo futuro, diventa via via più risoluta, decisa, consapevole della sorte che spetta a lei e al suo popolo e disposta ad abbracciarla, anche se potrebbe salvarsi. Ma che salvezza può esserci se tutto, anche le proprie radici, le viene estirpato?

Il Diario di Ettie è un libro di altissimo valore morale, una lezione etica che non ha perso un briciolo di attualità, specie nel tempo triste e confuso che stiamo vivendo. Ettie non è un’eroina ma una giovane donna colta, consapevole, determinata, che proprio perché ama la vita più di ogni altra cosa, può rinunciarvi col sorriso sulle labbra.

È una lettura appassionante e straziante, questo libro, che mi sento di consigliare a chi cerca ancora di capire il passato per affrontare il presente. A renderlo angosciante è la progressiva ombra della svastica che si allunga gradualmente pagina dopo pagina, come un vello funebre che oscura il cielo e l’anima luminosa e trasparente di Ettie.

Una lezione di coerenza e dignità, tanto più necessaria in un tempo in cui questi valori, sembrano scomparsi.

Non sono come te, quindi sono


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Il problema non sta nella sindaca del varesotto che profana la giornata della memoria con un post idiota e omofobo, casomai sta in quelli che l’hanno eletta.

Il problema non è Salvini e le assurdità che vomita quotidianamente, il problema sono quelli ( troppi) che gli stanno dietro, che gli regalano un consenso non oceanico ma comunque consistente.

Il problema del razzismo e dell’intolleranza, che in Italia esiste ed è in utile negarlo o consolarsi col fatto che la maggioranza degli italiani non è razzista, assunto tutto da dimostrare, sta nel fatto che da anni vengono proposti alla gente modelli raggiungibili di bellezza, successo, potere come se fossero alla portata di tutti.

Quando il successo non è più realizzazione del sé, una famiglia, un lavoro gratificante, una cerchia di amici e rapporti sociali, ma si traduce in accumulo di denaro, di fama, di visibilità mediatica, genera indubbiamente frustrazione in chi deve accontentarsi e non sa più farlo perché continuano a dirgli che  vivere normalmente, invecchiare normalmente, lavorare normalmente, non è in, non è qualcosa a cui, nel mondo di oggi, si possa aspirare.

Nasce allora un meccanismo di identificazione negativo: di fronte all’angoscia che genera il non essere ricco, famoso, ecc,, si reagisce col trovare in altri non essere  una conferma della propria identità, un modo per sentirsi diverso da chi ha ancora meno e sentirsi uguale agli altri, quelli che sono come noi.

Ecco allora che non essere neri, non essere gay, non essere migranti, ecc., diventa il primo passo per recuperare la propria identità messa in crisi dal pensiero comune, il secondo passo è quello di attribuire alle categorie vittimarie le colpe del mancato successo: invece di muoversi, rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i problemi, diventa molto più semplice gridare, manifestare, aggredire chi è diverso da noi, per sentire un noi a cui si appartiene. Questo paese ha già conosciuto una guerra civile, un riconoscersi come noi solo negando l’altro, portando all’esasperazione il processo che ho descritto.

E’ questo il meccanismo con cui Casapound e miserabili affini raccolgono consensi tra le fasce più disagiate della popolazione, ma è anche il meccanismo per cui migliaia di ragazzi, ogni domenica, non vedono l’ora di menare le mani allo stadio. La violenza è il terzo, inevitabile passo.

Come si può fermare questa logica perversa? Con una rivoluzione culturale,  che l’attuale storytelling della politica rende del tutto improbabile: non perché siano tutti uguali, qualche lievissima differenza c’è ancora, nonostante tutto, ma perché sono tutti privi di cultura nel senso più ampio del termine, cultura che contempla principi, valori morali non solo di facciata, valori etici. Con le dovute eccezioni, certo, ma che non contemplano politici di primo piano.

Non è un caso se le migliori fiction italiane parlano proprio di questo, concentrandosi in particolare sullo stadio della violenza e descrivendolo molto bene in tutto il suo squallore e la sua assurdità.

Viviamo in un mondo assurdo, dove un pregiudicato fa campagna elettorale e ci scaglia con odio contro dei poveracci che non chiedono altro che sopravvivere, un mondo assurdo dove per risolvere un problema basta non vederlo, non raccontarlo e renderlo, quindi, inesistente.

La politica, per chiunque ci si schieri, e il panorama italiano è, a usare un eufemismo, una terra desolata, non ha risposte perché non si pone le domande e il problema è che nella tanto evocata società civile, spesso si ripetono in piccolo le stesse dinamiche della politica, gli stessi giochi di potere, le stesse meschine vendette.

Quindi come cambiare questa situazione, come spingere chi lo guida a traghettare questo paese lontano da derive pericolose?

Il lavoro ben fatto, quotidiano, incessante, incalzante, il lavoro ben fatto da parte di ognuno  nel proprio ambito, con le proprie capacità, il lavoro ben fatto per orgoglio e dignità, non per diventare qualcuno ma per essere qualcuno. Un’altra strada non la vedo.

Il senso della democrazia di certi italiani


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Il mondo sta bruciando, si compiono stragi atroci che occupano poche righe sui giornali a meno che non  si verifichino tra cittadini bianchi, benestanti e, possibilmente, abitanti in grandi città del mondo occidentale, nessuno fa nulla di concreto per fermare questa follia, mentre i bambini muoiono a decine in mare, adesso anche bruciati vivi.

Come avevo scritto in questo spazio, la compassione 2.0 ha funzionato lo spazio di una fotografia, poi siamo tornati al nostro razzismo quotidiano, Mai celebrazione del giorno della memoria è stata più falsa, inutile, offensiva per le vittime dell’Olocausto, che continuano a bruciare nell’indifferenza dei più, ogni giorno.

In Italia ogni cosa diventa piccola, meschina, il teatro si fa avanspettacolo, la tragedia, melodramma, la rabbia, isteria. Così il nostro contributo al razzismo quotidiano, il nostro sostegno all’indifferenza diffusa, si materializza nello scontro sulle unioni civili.

Intendiamoci, il problema è serio: i diritti civili sono sempre una cosa seria perché riguardano tutti, non solo la parte interessata. I diritti di una parte sono i diritti di tutti.

Trovo semplicemente oscena l’esibizione di ipocrita bigottismo del Circo Massimo: io non sono democratico al punto da ritenere che tutti abbiano diritto di parola, o forse sono democratico al punto da ritenere che sia ignobile manifestare per negare un diritto civile. Sui temi e contenuti di quella carnevalata non entro nel merito, non ce n’erano.

Trovo ancora più oscena la risposta di Renzi al sepolcro imbiancato Adinolfi, figurante di quarta fila che solo in Italia può assurgere al ruolo di protagonista. Che significa   “Ce ne ricorderemo” in risposta alla sollecitazione dell’insopportabile obeso? significa che il presidente del consiglio vuole fare un passo indietro sull’unica riforma non di destra presentata dal suo governo? Significa che, ancora una volta, si rimangerà quanto ha promesso? Oppure non è più necessario agitare lo spauracchio delle unioni civili per coprire altre magagne, tipo l’inesistente politica estera del nostro paese, tipo la crisi che non è affatto dietro le nostre spalle, tipo una politica economica basata sul nulla, tipo Banca Etruria e la vergine cuccia? Si sa che gli italiani hanno la memoria corta e difettosa.

Ma il Circo Massimo è stata anche l’ennesima ribalta di una destra forcaiola, razzista, intollerante, miserabile, ben lontana da certa destra europea e ben lontana da qualsiasi forma di pensiero liberale oltre che il palcoscenico di una destra cattolica compromessa e medioevale.

Renzi è a un bivio: o va avanti con la legge senza modifiche, riguadagnando forse qualche voto in quello che dovrebbe essere il suo bacino di riferimento e che ha più volte, sistematicamente umiliato e tradito, o segue l’ala più gretta della chiesa, quella che non ama il Papa, e la destra più becera d’Europa, guadagnando, presumibilmente, il dominio assoluto sulla scena politica.

Registriamo su questo punto l’ennesima occasione persa da parte dei Cinque stelle di dimostrare di essere una forza politica matura e non un’accozzaglia di persone con buone intenzioni e nessuna visione, al servizio di un re travicello bizzoso che si è già stancato del suo giocattolino.

Registriamo anche l’assenza di una forza di sinistra credibile,visionaria,viva, capace di camminare su nuovi sentieri e non di ripercorrere strade vecchie.

In conclusione, il secondo paese più corrotto d’Europa, può legittimamente aspirare alla palma di campione dell’ipocrisia, dell’intolleranza, del vuoto a perdere mentale.