La questione sociale dimenticata


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Criticare il liberismo, la globalizzazione, ecc., come si legge da più parti e considerare il sistema in cui viviamo l’unico responsabile delle migrazioni, non serve a nulla, oltre a non essere del tutto corretto.

Il più grande movimento antiliberista che si sia mai organizzato, si è sciolto come neve al sole sotto le manganellate di Genova nel 2001. Il tempo delle grandi utopie è ormai finito. Dare la colpa delle migrazioni al liberismo è un modo elegante per dimenticare che stiamo parlando di esseri umani, per scaricarsi la coscienza. E’ anche un modo, un po’ meno elegante, per dimenticare che il nostro relativo benessere deriva dallo sfruttamento indiscriminato e dal controllo totale da parte dell’Occidente,  dei paesi da cui partono i flussi migratori.

Qualunque ne sia la causa, le migrazioni sono un fenomeno globale, non solo europeo, che non si può risolvere alzando muri e aizzando guerre tra poveri. Sono anche un ottimo mezzo per distogliere l’attenzione dai reali problemi dei paesi quelli sì, creati dalla finanza e da un’economia che ormai ha sostituito la politica lasciandogli spazi esigui di manovra.

La criminale distorsione informativa sui migranti, gli sporchi giochi politici sulla loro pelle, stanno allontanando l’attenzione della gente dal problema principale che un governo politico dovrebbe porsi: la questione sociale.

In Italia ci sono tre morti sul lavoro ogni giorno, le mafie mobilizzano centoventi miliardi di euro l’anno e un altro centinaio di miliardi si volatilizzano grazie alla corruzione e all’evasione fiscale, arrotondando per difetto. Il paese vive in molte zone una condizione di allarme ambientale, viaggia a due velocità con un sud che sta vivendo una nuova involuzione. L’emigrazione interna è in aumento così come quella verso l’Europa, dove i giovani trovano condizioni di lavoro migliori. Il lavoro latita, i diritti dei lavoratori sono un ricordo e lo sfruttamento è ormai consuetudine acquisita.

Settori strategici come la scuola, sono da decenni oggetto di tagli senza alcun senso o di investimenti totalmente privi di razionalità, come quelli della Buona scuola, la Sanità resta ancora una delle migliori al mondo ma viene anch’essa sottoposta a tagli costanti.

Renzi, forse, aveva realmente intenzione di cambiare le cose, potrei perfino dargliene atto, ma dal Jobs act alla riforma che ha messo fine alla sua carriera politica, per arrivare alla Buona scuola, ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare e anche di più.

Non si può pensare che un governo reazionario e fascista come quello di Salvini, possa nenache cominciare a risolvere uno solo di questi problemi; la politica della destra, dai tempi del fascismo, è fatta di apparenza, carezze alle classi dominanti e manganellate a quelle più deboli. I Cinque stelle, come ampiamente previsto, hanno cominciato una lenta e inesorabile dissoluzione che si completerà alle prossime elezioni.

In queste condizioni, storicamente, si crea nel breve o nel medio periodo, un’opposizione significativa che rischia, però, di commettere gli stessi errori di chi vuole combattere, usando gli strumenti del populismo e del qualunquismo, partendo da analisi sensate e arrivando a conclusioni totalmente errate.

Il mito del potere al popolo è uan cretinata: al democrazia rappresentativa è, appunto rappresentativa e implica una classe politica per sua natura elitaria, il che non sarebbe necessariamente un male. Il mito della lotta al sistema è ancora più demenziale: il sistema non si sconfigge, anche perché fa comodo a tutti, però si può cambiarlo dall’interno.

Il problema del nostro paese è culturale, manca una èlite intellettuale di sinistra ( di destra non è mai esistita) che invece di guardare a destra torni a guardare alla gente, non per seguirne la pancia ma per educare, informare, confrontarsi. A furia di pontificare sui massimi sistemi ci si è dimenticati delle periferie, dei quartieri, di una gioventù sempre più allo sbando e sempre più drogata, confusa, incazzata.

Abbiamo sempre sulla bocca Gramsci, Pasolini, Berlinguer, ma ci siamo dimenticati di cosa dicevano veramente, ne citiamo solo frasi avulse dal contesto, prive di sostanza senza ciò che le rpecede e le segue.

Allo stesso modo, pretendiamo di combattere il fascismo con una retorica e degli strumenti che erano già superati trent’anni fa, parlando a gente per cui Mussolini è solo un nome che spesso accostano a quello di politici, attori, cantanti. Allo stesso modo in cui si è banalizzato il messaggio del Che, facendolo diventare un’icona da maglietta, sta accadendo con il duce, che è solo un nome, il simbolo di un’idea di ordine e sicurezza che durante il ventennio non si è mai realizzata. Forse informare i ragazzi di Casapound sulla corruzione ai tempi del ventennio può servire di più che fare proclami sdegnati.

Non è più tempo di piazze piene e di proclami retorici, serve un’idea politica concreta, servono leader che sappiano parlare alla gente e una classe dirigente che sappia educarla la gente, proponendo modelli migliori di quelli che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni ( e ci vuole davvero poco).

Al momento non si vede nulla del genere all’orizzonte, ma si sa, quando la notte è buia, basta anche una piccola luce a dare speranza e indicare la strada.

I valori traditi


Nel mondo del potere, dove è il grande capitale ad armare la mano degli assassini, ha ben poca importanza chi è stato delegato a uccidere.

Leonardo Sciascia, intervista a Le Nouvel Observateur , 1978

Dopo l’attentato di Barcellona sui social si è scatenata la solita cagnara:chi invitava al buon senso e alla calma, i vituperati buonisti, cioè quelli che cercano di ragionare sui fatti, chi incitava a una guerra santa contro un miliardo e ottocento milioni di islamici, la stragrande maggioranza dei quali pacifici e innocenti, chi invitava a un comodo silenzio per rispetto delle vittime.

Ecco, più che i razzisti e i fascisti, che sono la prova provata di come l’evoluzione possa anche recedere, a volte, ho trovato particolarmente stucchevoli questi ultimi. Non credo, infatti, che il silenzio sia il modo migliore per rispettare le vittime, credo anzi che sia il modo peggiore.

La mia opinione è che oggi più che mai bisognerebbe riempire le piazze e chiedere la verità su tanti, troppi lati oscuri che le vicende legate al terrorismo di matrice islamica si portano ormai dietro. In realtà, le risposte le abbiamo, da decenni, le abbiamo sempre avute sotto gli occhi. Abbiamo anche nomi e cognomi, o almeno diceva di averli Pasolini, forse per questo ci ha rimesso la vita.

A essere in crisi, a dover essere cambiato, a necessitare di una svolta radicale sono proprio quei valori e quello stile di vita che molti su Facebook affermano con orgoglio di voler difendere.

A una analisi superficiale, sembra legittimo il desiderio di difendere la libertà di parola, di opinione, di stampa, la democrazia e blablabla, ma se andiamo a fondo, solo un pochino, senza esagerare, senza neanche rispolverare i filosofi marxisti che mi sono cari e che alla fine degli anni sessanta avevano previsto tutto (Adorno, Marcuse, Sanguineti) o quei pochi scrittori, a me altrettanto cari, che avevano visto ancora più lontano ( uno su tutti: Leonardo Sciascia), ci renderemo conto che il modello di sviluppo, l’architrave su cui si fonda quel sistema di valori, li tradisce nelle sue fondamenta. Ecco che la libertà è permessa dal fatto che esistono popoli soggetti a dittature che devono essere sottomessi affinché l’Occidente possa depredarli agevolmente delle materie prime, la libertà di parola, di opinione e di informazione presuppone che i popoli di cui sopra, non tanti, i tre quarti dell’umanità, ne siano privi per evitare che denuncino il furto perpetrato ai loro danni, la democrazia, più o meno libera, più o meno controllata e assai ci sarebbe da dire al proposito, presuppone l’oppressione di altri.

Il nostro è un sistema di valori che si basa sullo spreco, sul consumo, su una psicotica rincorsa a un’affermazione individualista autoreferenziale che comporta lo schiacciare tutto e tutti pur di arrivare.

Il nostro è un sistema di valori basato su un modello di sviluppo in crisi e cosa c’è di meglio, in un momento di crisi, che schiacciare il pulsante della paura, agitare lo spettro della perdita di quei valori basati sulla miseria di tanti, creare, armare e sviluppare un comodo capro espiatorio?

Non vorrei che qualche imbecille pensasse che sto giustificando il terrorismo: aborro come uomo di sinistra e cattolico, l’uso della violenza da qualunque parte, sia che si tratti degli attentati dell’Isis, sia delle bombe sganciate dai droni americani, sto solo tentando di applicare la logica per provare a capire cosa sta succedendo.

Dati di fatto:

– l’Isis è una creatura degli americani, un esperimento di laboratorio che gli è sfuggito di mano. Gli capita spesso, vedi Talebani. Non sto farneticando, basta leggere i documenti ufficiali o, se preferite qualcosa di più leggero, Noam Chomsky o l’ultimo premio Pulitzer.

– Assad era cattivissimo, poi è diventato l’ultimo baluardo contro l’Isis, adesso non se ne parla più e contro l’Isis combattono, suonandogliele di santa ragione, i Curdi, facendo incazzare Erdogan, che cattivo, cattivissimo lo è davvero ma fa tanto comodo all’Europa per via dei rifornimenti energetici e quindi si può passare sopra a quella piccola questione dei diritti umani, agli attivisti di Amnesty international imprigionati, anzi, imitiamolo: fermiamo quelle teste di cazzo di Ong che invece di pensare a fottere e arricchirsi come tutti, aiutano masse di diseredati che in questo momento di crisi economica non ci vengono utili, domani chissà, manodopera a costo zero può sempre servire.

– Dall’11 Settembre quando Al Khajda sferrò un colpo micidiale agli Stati Uniti, e molto, moltissimo ci sarebbe da dire ed è stato detto, basta leggere, abbiamo assistito a una progressiva involuzione militare del terrorismo islamico, almeno in Europa. Siamo passati da una perfetta strategia militare, quella che ha permesso le stragi di Parigi, ad attentati rozzi, violenti ma grossolani, compiuti da sbandati che non sono fanatici religiosi ma sociopatici addestrati e spinti al suicidio. Strano. Le Brigate rosse non cambiarono mai strategia e modus operandi, così la RAF in Germania, ecc. Il terrorismo comporta una certa ritualità e ripetitività nei modi e negli atti, giustificata dal fatto che raramente, quando non è eterodiretto, è guidato da menti eccelse.

– L’Isis è allo stremo, basterebbe pochissimo per disperdere le poche migliaia di fanatici che ancora la compongono e liberarsi per sempre di una organizzazione che non è radicata nel mondo islamico, che sin dalla sua comparsa si è dissociato dal suo modo di operare, in particolare dall’uccisione indiscriminata di innocenti, che il Corano considera peccato. Anche se ai media occidentali fa comodo affermare il contrario. Basterebbe pochissimo per sconfiggerli ma USA e Russia stanno giocando la loro partita in Siria, nazione necessaria per arrivare al petrolio come è necessario l’Afghanistan per arrivare alla prossima guerra a cui tutti saranno chiamati a partecipare: quella contro l’Iran, la più grande riserva di petrolio della terra. Siccome non si sa mai come possono andare certe cose, gli americani nel frattempo cercano di mettere le mani sul Venezuela, usando una stampa compiacente e il silenzio dell’Europa.

Di che valori parliamo, signori miei? Quelli della rivoluzione francese sono stati traditi col Terrore, neanche il tempo di essere enunciati. Da allora l’Europa si è resa responsabile di due guerre mondiali, di genocidi, di un neocolonialismo spietato che ha ridotto in miseria quei popoli a cui oggi chiudiamo la porta in faccia, di una sottomissione totale alla logica imperialista degli Stati Uniti tacendo sulle violazioni dei diritti umani in Sud America, in Indonesia, in Africa e tirando fuori la questione solo con Cuba e l’Unione sovietica. L’Europa è attore e complice di questa globalizzazione criminale che ha portato a una diseguaglianza senza precedenti nel mondo, a uno sfruttamento indiscriminato e folle delle risorse naturali, a mutamenti climatici di cui presto subiremo le conseguenze. Di che valori parliamo?

Il problema chiave dei prossimi anni è il terrorismo, sentenziano i giornali, gli esperti, i politici con le loro facce contrite. La disoccupazione, la povertà in aumento, la povertà etica di gente che non trova nulla di meglio che scagliarsi contro chi è più povero e più indifeso per sfogare le proprie frustrazioni, l’abbassamento del confronto politico a livelli pre fascismo, i nuovi populismi, che del fascismo hanno molto, l’odio nuovo verso chi cerca di essere solidale e cooperativo, la progressiva cancellazione dei diritti dei lavoratori, la riduzione della scuola a bacino di manodopera gratuita per gli imprenditori, l’informazione drogata e distorta, ecc.ecc.? Il problema chiave è il terrorismo, tutto il resto è noia.

Ma di quali valori parliamo?

Dell’essere italiani


Io credo che in un mondo globale le nazionalità non abbiano più molto senso mentre hanno un senso le culture, intese come quell’insieme di tradizioni mutuate dalla storia che costituiscono il genius  loci di un popolo. Culture da tutelare, tramandare e preservare, per non perdere noi stessi.

Sono   fieramente anti liberista, perché ritengo che l’attuale società abbia scelto la strada, non necessaria, di mantenere il proprio tenore di vita a spese dei più poveri e di favorire, al proprio interno,  le classi agiate a scapito di quelle proletarie. Se il liberismo ha una colpa capitale, e ne ha molte e molti morti ha sulla coscienza, non ultimi quelli per terrorismo, è quella di non preoccuparsi ma anzi di osteggiare la globalizzazione dei diritti, non comprendendo che diventa così assai complicato globalizzare anche le regole. Altra colpa è quella di uniformare le culture a una sola: quella del mercato e del consumo, senza curarsi dello sfruttamento intensivo delle risorse e della disuguaglianza sociale. E’ una scelta, non una strada obbligata: il liberismo classico nasce con altri intenti e la deriva attuale è figlia della scuola di Chicago e di Milton Friedman.

Ho da quindici anni il privilegio di lavorare in un quartiere multi etnico con alunni che provengono da tutto il mondo. Anni fa lavoravo con classi di soli stranieri, oggi la situazione è cambiata perché, forse Salvini questo non lo sa, gli stranieri che riescono a guadagnare qualcosa tornano a casa loro molto volentieri. Io tocco con mano la globalizzazione e i frutti avvelenati del liberismo ogni volta che mi siedo in classe.

Da figlio di immigrati meridionali, terrone che non si è mai deterronizzato, simpatica espressione raccolta dal web, provo una particolare simpatia verso i figli dei migranti che, come me, hanno il privilegio e la maledizione di essere nati senza terra sotto i piedi, di non essere etnicamente compiuti.Come il sottoscritto non è del tutto siciliano o ligure, loro non sono del tutto ecuadoriani, pakistani, senegalesi o italiani. Crescendo, solitamente, riscoprono l’orgoglio delle proprie origini e trovano nel nostro paese una terra da amare. Se non succede, accade quello che abbiamo visto succedere nelle banlieues qualche anno fa, quello che rischia di succedere nelle nostre periferie se non si interviene in fretta: lo straniamento, il mancato senso di appartenenza, si trasformano in rabbia, autoemarginazione e violenza. Il limite estremo di questo processo è il terrorismo.

Per questo ritengo che lo ius soli, oltre che un provvedimento naturale e inderogabile, oltre che un atto di civiltà troppo tardivo e cervellotico, così come è stato disegnato, sia anche un atto di autodifesa, un’arma contro il radicalismo che nasce dall’emarginazione.

E’ un peccato che il Pd banalizzi questa caratteristica (ma cosa non banalizza Renzi, forse lo statista più ignorante che mai abbia guidato il paese?) estraendo dal cappello il provvedimento nel corso di una campagna elettorale giustamente critica, dato lo sfacelo in cui sta gettando il nostro paese e la rabbia che ha generato in quello che dovrebbe essere il suo bacino elettorale,. ma a caval donato non si guardi in bocca, la norma va approvata al più presto.

L’opposizione a tale provvedimento da parte della lega è grottesca, aggettivo che quasi sempre descrive adeguatamente la mentalità leghista. Il nazionalismo di Salvini è anacronistico e insensato, ammesso che la sua mente riesca ad elaborare ancora pensieri logicamente coerenti. ma è pericoloso, molto pericoloso e non va né ridicolizzato né sottovalutato, ma combattuto.

E’ pericoloso perché basta guardare i social network per rendersi conto di come certi slogan, certi frammenti di video montati ad arte, attecchiscano presso le fasce di popolazioni culturalmente più svantaggiate, di conseguenza più deprivate economicamente e più arrabbiate. La rabbia monta dove manca il pane quotidiano.

Se una mia alunna dolcissima, posta un video fascista in cui viene teorizzata l’idea assurda che gli stranieri vogliano lo ius soli per prendere il potere e conquistarci, significa che i filtri sono saltati, che la gente non è più in grado di decodificare i messaggi da cui è bombardata e rischiano di rivivere vecchi fantasmi che credevano ormai sepolti dalla storia. da quando la televisione non è più servizio pubblico, a meno che non consideriate tale quello proposto da Fazio e Gramellini, due menti rubate all’agricoltura, da quando media e social propongono tutto e il contrario di tutto, seguendo la regola aurea che se qualcosa deve andare storto ci andrà, inevitabilmente le persone scelgono il peggio, non perché naturalmente malvage ma perché prive di basi epistemologiche adeguate per decodificare le assurdità, per distinguere non il vero dal falso, ma l’accettabile dall’inaccettabile.

E’ così che una  foto che ritrae i migranti che fumano diventa un pretesto per disquisire sulle reali condizioni di bisogno di chi arriva spesso per miracolo sulle nostre coste. E se chi la condivide è una brava persona e sai che lo è, quello che provi è solo amarezza e sconforto e rabbia verso chi getta benzina sul fuoco.

In questo quadro, il problema delle periferie è prioritario e una scuola che faccia non integrazione, orrenda parola che a un vecchio appassionato di Star Trek come me ricorda i Borg, ma condivisione di percorsi comuni, concetto più complesso, più difficile, e articolato, ancora più necessaria.

Concludo dicendo che qualsiasi processo di incontro tra culture diverse, può generare ricchezza o conflitto, dipende dal livello di rispetto reciproco. A scuola, i ragazzi non percepiscono la propria multi etnicità, spesso i miei alunni scoprono che il compagno di banco è musulmano in terza, casualmente. E non gliene può fregare di meno. E si chiedono perché quando qualcosa non torna. Gli adulti, invece, a volte i genitori di quegli stessi ragazzi, non si chiedono perché e brancolano nell’oscurità del pregiudizio perché nessuno gli spiega come uscirne.

Grillo e Salvini sono pericolosi, e in un paese normale non lo sarebbero ma sarebbero dei freaks, perché cercano di acquisire il potere sfruttando quell’oscurità, a spese della povera gente. E’ una visione della politica spietata, priva di etica e di tenerezza, lo specchio della guerra del liberismo moderno. Il problema è che lo stesso atteggiamento lo ritroviamo, in forma più edulcorata ma non meno dannosa, in quella che dovrebbe essere la controparte. Stessa spregiudicatezza aggravata dal fatto che lì un retroterra di valori esiste ma viene bellamente ignorato o tirato fuori quando comoda, senza convinzione.

E’ necessario che i due più potenti agenti di democrazia, la scuola e la società civile (sindacati, terzo settore, ecc,), dal momento che la politica ha momentaneamente abdicato da questo compito, propongano valori forti e fondanti e pretendano dalla politica un impegno forte su quei valori. O si rifonda un’etica della convivenza in questo paese o diventeremo terra di conquista non degli immigrati, come paventano i primati leghisti o i fedeli della setta grillina, ma di quella globalizzazione nefasta che i migranti li crea, un ingranaggio di quel meccanismo che parte da McDonalds e arriva all’Isis.

Essere italiani per me significa essere umani, solidali, cooperativi e inclusivi: senza distinzione di sesso, razza, religione. Come recita il testo politico più alto mai prodotto dai nostri rappresentanti.

L’unica difesa possibile è la pace


L’attentato di stanotte a Nizza è solo l’ultimo frutto avvelenato delle guerre in atto nel medio oriente.I veri mandanti degli attentati sono i capi delle nazioni europee e degli Stati Uniti che da anni devastano i territori medio orientali con guerre inutili motivate da falsità, come recentemente si è appurato riguardo la guerra in Iraq e l’intervento inglese e come da tempo si sa riguardo l’intervento americano.

L’Isis, una organizzazione con una potenza militare ridicola, arroccata in una cittadina che le forze armate occidentali potrebbero radere al suolo in poche settimane, è ancora in piedi perché Stati Uniti e Russia non vogliono lasciare all’altro la Siria, questo nonostante il costo di vite umane in quel paese sia ormai altissimo. In nome della geopolitica, si mantiene al governo un dittatore sanguinario e si temporeggia sull’attacco decisivo al califfato islamico.

Per non parlare della questione turca, dell’Arabia saudita, alleato degli Stati Uniti e finanziatore dei terroristi, ecc.ecc.

Alla globalizzazione economica non è seguita la globalizzazione dei diritti,   in nome del dio denaro, il numero degli oppressi, degli emarginati. degli ultimi è aumentato, il progresso portato con le bombe ha generato solo altra violenza.

Cosa possiamo fare noi, persone, cittadini, per difendere il nostro diritto alla vita e quello degli altri?

Intanto, cominciare a introiettare il concetto che non esistono morti “nostri” e morti degli altri, che una morte violenta è comunque un oltraggio al naturale fluire della vita, che accada in Africa, in Asia o sotto casa nostra, non ha alcuna importanza.

Gunter Anders, scrive:”Assassinare, possiamo migliaia di persone; immaginare, forse dieci morti; piangere o rimpiangere, tutt’al più uno».. Sono frasi riferite all’Olocausto che, purtroppo, si adattano benissimo alla situazione attuale: quella di un Occidente che continua a uccidere e a distruggere senza soluzione di continuità, salvo poi fermarsi a piangere le proprie vittime innocenti. E’ una frase che ho incollato al muro in ognuno delle mie classi dopo le stragi di Parigi nel novembre scorso ma che ognuno di noi dovrebbe incollare nella propria mente.

Io sono fermamente convinto che la pace, l’accoglienza, la reciproca conoscenza e la condivisione di percorsi comuni nel rispetto della diversità, siano le uniche e sole armi che le persone comuni hanno a disposizione per contrastare l’odio in cui siamo immersi. Va ripudiata ogni forma di razzismo, di violenza, di discriminazione, con forza, senza paura, vanno emarginati i razzisti, gli squallidi untori seminatori di odio che infestano la politica europea. Sarebbe bello vedere milioni di persone in Europa, di ogni colore, di ogni etnia, riempire le piazze e chiedere a gran voce, con un urlo assordante, la pace.

Parole che possono suonare stonate di fronte ai cadaveri dei bambini sulla Promenade des Anglais, ma è proprio dai bambini che dobbiamo imparare,.dalla loro innocenza, dalla loro incapacità di concepire l’odio.

Non esistono bambini diversi, non devono esistere uomini diversi.

Aprire gli occhi e guardarsi intorno


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Le notizie riguardo i soldati americani che hanno orinato sulle vittime iraniane e di quelli che hanno commesso abusi su bambini afghani, non meritano neanche una prima pagina sui nostri quotidiani che, dopo la tragedia della Concordia, sono adesso impegnati a dare approfondite e fondamentali notizie sulla ragazza moldava (sottolineando il “moldava”, tanto per confermare l’opinione comune sulle ragazze dell’est, tanto per essere razzisti anche in un ambito che non lo richiederebbe) che cenava col capitano Schettino.

Eppure sono notizie che meriterebbero ampio rilievo perché ci mostrano il vero volto della guerra, un volto schifoso, meschino, disumano e non quello da videogame tipico dei servizi televisivi o quello edulcorato finto addolorato dei reportage (con alcune eccezioni, come gli articoli del più grande reporter italiano, Gatti).

Se per un momento apriamo gli occhi, usciamo dalla quotidiana melma nazionale fatta di politici corrotti che non si dimettono neppure quando attorno a loro resta il vuoto, di parroci che fanno fermare le processioni davanti alle dimore dei boss, di amici di camorristi che siedono in parlamento, di cialtroni che disperatamente cercano di riciclarsi per l’ennesima volta, se ci guardiamo intorno scopriamo che in Iraq e in Afghanistan, due sedi di guerra ormai dimenticate, i nostri soldati sono morti invano: non hanno portato pace né democrazia. Come diceva Brecht: prima della guerra i ricchi si arricchivano e la povera gente faceva la fame, dopo la guerra, i ricchi si si arricchiscono e la povera gente fa la fame lo stesso.

Visto il momento economico sarebbe forse il caso di chiedere ragione di quegli interventi militari, di quantificarli dal punto di vista della spesa, di chiedere il rendiconto dei benefici che hanno portato, al di là della demagogia e delle chiacchiere. Sarebbe il caso che chi ha chiesto a gran voce la nostra partecipazione alle due guerre ci spiegasse perché, ci spiegasse cosa ce ne è venuto in tasca, offrisse un pur tenue motivo di consolazione alle famiglie dei ragazzi che sono morti.

Credo che mai come oggi, mentre il sistema della globalizzazione mostra le sue falle e le guerre mostrano il loro vero volto, infame e squallido e la loro anima, nera e marcia, chi nel 2001 a Genova  scese in piazza reclamando un mondo migliore si senta la coscienza pulita. Era un movimento giusto, portava avanti istanze giuste, aveva visto molto lontano e la storia gli sta dando ragione. Ieri ho letto sul muro una frase che mi ha molto colpito: “Carlo è vivo e i morti siete voi”. Sotto, funerea, era tratteggiata una stella a cinque punte.

Penso che si riferisse a Carlo Giuliani e ritengo che in quella frase ci sia molta verità. Io penso che davvero siano morti quelli che credono di poter continuare a far sopravvivere un sistema iniquo, basato sullo sfruttamento, che si alimenta della miseria dei molti per gonfiare i portafogli di pochi. Le squallide figure che popolano il nostro teatro politico, gli Scilipoti, gli Scaiola, Berlusconi, i Bossi, i banchieri al potere, sono una sorta di zombies, tesi solo ad azzannarsi tra loro per trenta denari, incapaci di aprire gli occhi e guardarsi intorno, di cogliere la realtà e il senso di quello che li circonda, incapaci di liberarsi dall’ipocrisia che li avviluppa come i baccelli dell’Invasione degli ultracorpi (film mitico e profetico).

Giuliani e quelli che erano insieme a lui a protestare, a reclamare a gran voce un cambiamento di rotta, quelli che sono stati pestati, torturati, umiliati da una minoranza di ragazzi in divisa altrettanto disperati e rabbiosi, che l’hanno fatta franca in tribunale ma non la faranno mai franca  con la loro coscienza, vanno considerati vittime della loro lungimiranza, profeti inconsapevoli di un futuro a tinte fosche arrivato molto prima del previsto.

Non è naturalmente rispolverando le stelle a cinque punte che si risolverà la crisi di questo paese, crisi etica, prima che economica. Non è lo spread il nostro problema maggiore, ma la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, il razzismo leghista, il relativismo morale della Chiesa, l’assenza di valori da proporre ai nostri ragazzi, la corruzione. Risollevare lo spread e non toccare questi problemi, è come infilare il dito nella falla della diga, consapevoli che se ne apriranno centinaia di altre e che le dita sono solo dieci.

Carlo Giuliani è ancora vivo, l’ignoto autore della scritta aveva ragione, ma per favore: onoriamolo portando avanti quello in cui credeva, torniamo a gridare ad alta voce, oggi più che mai, che un mondo migliore è possibile e cancelliamo quella stella a cinque punte.

Noi e gli “altri”


Hamza al-Khatib è stato fermato durante una manifestazione di piazza il 29 aprile. Imprigionato, torturato, evirato e alla fine ucciso. (Il Fatto Quotidiano on line).

Hamza al- Khatib era un bambino siriano di tredici anni. Curioso mondo il nostro, dove si interviene con le bombe a portare la pace in un paese in rivolta e si lasciano evirare e uccidere bambini in un altro paese che si è rivoltato per gli stessi motivo del primo. Curioso paese il nostro, impegnato su due fronti di guerra ma dove la stampa si occupa di tutt’altro e si ricorda dei nostri soldati solo quando ne muore qualcuno.

Ci sono bambini morti che valgono le prime pagine dei telegiornali e dei giornali e bambini morti che non valgono neanche un trafiletto, è la dura legge dell’informazione, è la sensibilità unilaterale dell’opinione pubblica. L’atroce morte di una bambina abbandonata in una macchina ci provoca un malessere profondo, un’emozione acuta e intollerabile, lo stesso non accade con i bambini che ogni giorno perdono la vita per la fame e le malattie in tre quarti del mondo, o per la generazione di orfani che sta nascendo nei paesi del medio oriente in rivolta. Sono lontani, sono diversi, la loro morte non vale quella di un europeo, sono incivili, la loro morte è normale. E se dobbiamo fare uno sforzo per portare la nostra civiltà a loro, agli altri, allora l’unica cosa che sappiamo fare è armare i nostri aerei con carichi di morte.

L’incapacità di pensare globalmente, di capire che un uomo non è un’isola, di capire che non bisogna mai chiedere per chi suona la campana, l’indifferenza verso tutto ciò che non ci riguarda direttamente, il relativismo morale ed etico con cui affrontiamo le questioni che riguardano gli altri, sono i grandi mali del secondo millennio. Razzismo, intolleranza, indifferenza, egoismo, come erbe infestanti e malefiche sono rinate, più forti che mai, inquinando il nostro mondo. Siamo parte di un sistema che ritiene tollerabile evirare e uccidere bambini, purché siano neri, parlino arabo e appartengano a un’altra religione, siamo parte di un sistema in cui nessuno, per paura di scatenare il panico o di perdere voti, ha il coraggio di dire che il nostro sistema va cambiato, che è necessario rinunciare a un po’ di benessere perché il benessere possa toccare anche gli altri, quelli come Hamza, che i diritti, la libertà e la giustizia devono essere globalizzati prima delle merci, che non si può continuare a vivere fingendo che gli altri non esistano.

Il cinque per cento del mondo vive sulle spalle dell’altro novantacinque per cento. parole già sentite ma che se pensiamo a un ragazzino di tredici anni, torturato con l’elettricità, frustato, evirato e poi ucciso e riconsegnato ai parenti a pezzi, improvvisamente acquistano un significato diverso, improvvisamente ci fanno sentire tutti colpevoli.

Allora quando si parla di cambiamento, di vento che gira, quando si va in piazza a festeggiare, cerchiamo di essere cauti, cerchiamo di ricondurre le cose alle loro reali dimensioni. Perché non ci sarà nessun cambiamento finché non partirà dalla nostra mente, dalla nostra capacità di non guardare solo il nostro piccolo orto ma di vedere il mondo, di sentire il mondo, anzi, come diceva Vittorini in quello che è uno dei libri più belli della nostra letteratura, di soffrire per il mondo.

Per questo, tra i referendum che forse andremo a votare domenica prossima, quello di cui si parla meno, quello sull’acqua, è il più importante. Tre quarti dell’umanità non hanno acqua corrente, il due terzi delle settanta guerre che si combattono nel mondo sono “guerre dell’acqua”. Un popolo che decide che l’acqua è un bene essenziale e irrinunciabile e non può  essere oggetto di lucro, dà un segnale forte, apre una strada, è di esempio per tutti gli altri. Votando sì ai due referendum sull’acqua ci apriamo al mondo e gridiamo il nostro no al sistema, ai sordidi signori del denaro e della guerra che uccidono bambini di tredici anni.

Perché tutto è collegato nel mondo globale, tutto è concatenato in una rete malefica o benefica, a seconda dei casi. Ogni nostro piccolo, insignificante gesto acquista un significato su scala globale, si chiama “teoria del caos” la famosa storia della farfalla che causa, alla fine di un’infinita catena, l’esplosione di Hiroshima. Negli ultimi anni la teoria del caos sta trovando sempre più conferme, è sempre più frequente che un rivoluzione scoppi per un messaggio in Internet, che un piccolo gesto in un piccolo paese infiammi un continente. Questo deve farci pensare all’enorme responsabilità che ciascuno di noi ha, ogni giorno, ogni istante. Deve farci pensare agli altri.

E’ fondamentale combattere chi vuole farci tornare indietro di cent’anni, combattere contro il concetto di patria e di razza, è necessario ritrovare  e coltivare quello che un volta si chiama internazionalismo e che io preferisco chiamare globalizzazione della solidarietà e del pensiero. Non più in nome di una ideologia ma per la salvezza dell’umanità..

La lotta contro il sistema, contro il potere reazionario e cieco dell’economia, sta assumendo sempre più la valenza di una lotta per sopravvivere. Per questo non possiamo permetterci di essere indifferenti. E a quelli che pensano che certe cose da noi non succederanno mai, che la nostra civiltà ci protegge dalla barbarie, ricordo Stefano Cucchi, anche lui “diverso”, come Hamza, non uno di noi ma un deviato,  torturato, pestato e lasciato morire come un cane in uno dei nostri, civilissimi, penitenziari. Il lato oscuro del potere sta sempre dietro l’angolo, pronto a ghermire le sue vittime. Sta a tutti noi, nessuno escluso, illuminare la strada.

Da TINA a TIA: due acronimi, una speranza


TINA è l’acronimo dell’alibi più comodo per giustificare qualsiasi cosa: There Is No Alternative, “Non c’è alternativa”. Scusateci, non c’è alternativa a questo sistema sociale basato sull’ingiustizia e sulla prevaricazione, non ci sono altre soluzioni allo sfruttamento dei paesi arretrati e all’impoverimento progressivo delle classi medie e proletarie dei paesi ricchi, non c’è soluzione alla violenza usata come strumento abituale per imporre ricatti economici, non c’è altra via che quella di piccole guerre localizzate per il controllo delle fonti energetiche, e via discorrendo. Il crollo dell’utopia comunista ha offerto su un piatto d’argento un comodo alibi all’economia liberale, la mancanza di un antagonista politico credibile, la mancanza di una teoria alternativa più giusta e più equa. TINA giustifica la globalizzazione, lo strapotere delle multinazionali, la corruzione, inevitabile corollario di una società dove si vale se si possiede e più si possiede più si vale. TINA è lo scudo della globalizzazione forzata, delle guerre dell’acqua, dei bombardamenti su Kabul e Bagdad, delle “missioni” di pace italiane. TINA è l’acronimo dell’ipocrisia, la bugia fatta sigla, l’infrangibile muro contro cui si sono infranti i sassi dei black bloc e le speranze del popolo di Seattle e di Genova. Non c’è alternativa, il socialismo reale è morto, il liberalismo ha vinto la sua battaglia e chi non è d’accordo soffra in silenzio. Ci sarebbe intanto da fare un discorso di fondo: lo stalinismo è certamente morto di morte naturale, su questo non ci sono dubbi e solo i nostalgici e i fanatici potrebbero negarlo, quanto al socialismo, qualche distinguo da fare c’è. L’esperimento di Allende si è risolto in un massacro commissionato proprio dai liberisti per eccellenza, gli Stati Uniti d’America, a Praga i carri armati sovietici hanno ucciso sul nascere una possibile terza via, Patrice Lumumba è morto con le speranze dell’Africa di un riscatto che nascesse dal popolo africano, Castro a Cuba si è trasformato in un dittatore per un embargo che dura ormai da quarant’anni e che non gli ha permesso aperture di sorta verso quel mondo che gli è sempre stato ostile, potremmo continuare ancora a lungo, parlare di Sud America, Indonesia, Giacarta, Corea, Indocina, ecc. ecc. Le alternative possibili, forse destinate a un glorioso fallimento, forse no, sono state soffocate col nascere dai fondamentalismo liberale, in assoluto il più forte e opprimente con quello religioso. Anche la tanto vituperata religione cattolica ha coltivato una speranza, quella della teologia della liberazione, che per un magnifico istante ha ridato vita alla potenza del messaggio evangelico e alle speranze dei diseredati in sud America e si è spenta insieme  all’arcivescovo Romero, burocrate vaticano, diventato vescovo e trasformatosi in un eroe del popolo, morto in articulo dei e non beatificato da Giovanni Paolo II che gli ha preferito il fondatore dell’opus dei, fedele alleato del caudillo Francisco Franco, che si speri bruci in eterno all’inferno insieme a Pinochet e agli altri bastardi che hanno fatto dell’America Latina una valle di lacrime. La tanto disprezzata terza via esiste, è stata solo stroncata sul nascere. Sono morte le persone che hanno creduto in essa ma l’idea resta, la possibilità non è andata perduta. Io non credo in un possibile ritorno del comunismo, non credo che le masse oppresse si riuniranno dietro la falce e il martello per abbattere i padroni. Quel tempo è passato, oggi è molto più facile spingere le masse a una guerra tra poveri, il sistema è troppo forte per una ideologia che cerchi di contrapporsi da pari a pari. Più facile per le religioni raccogliere nuove masse di fanatici che per le ideologie politiche. Il comunismo, il liberismo, la dottrina sociale della Chiesa, sono tutte ottime idee sulla carta, ma hanno il piccolo difetto di essere applicati agli esseri umani, non contemplano la sete di potere, l’avidità, la meschinità propria degli uomini. Gesù Cristo non ha fatto nulla di male se non denunciare l’ingiustizia sotto gli occhi di tutti, eppure è finito in croce. Gli uomini sono molto più farisei che discepoli, molto più sepolcri imbiancati che reietti pentiti. Dunque non c’è alternativa a TINA? E’ ovvio che nel quadro descritto in questi ultimi articoli la destra e la sinistra sono categorie che non hanno alcun senso. Chiunque governi deve fare i conti con il Moloch dell’economia, con le multinazionali, le vere dominatrici del mondo moderno, di conseguenza non è pensabile una politica radicalmente diversa anche se salisse al potere l’opposizione (in ogni caso, sarebbe meglio della banda bassotti che ci governa al momento). E’ per questo che le critiche al centrosinistra di avere un programma fotocopia del centrodestra sono capziose ed ottuse: è inevitabile, il sistema è questo. Obama sta facendo ottime cose negli Stati Uniti ma non ha cancellato le leggi speciali del dopo 11 Settembre che limitano fortemente la libertà personale degli americani, non ha ritirato le sue truppe dalle zone di guerra, non ha promosso una commissione d’inchiesta seria sull’11 Settembre, non ha proclamato un cambiamento radicale della politica estera a stelle e strisce. Non può farlo, il sistema glielo impedisce. Così in Italia, quando il re nano porterà via le balline e tutti noi che non lo possiamo soffrire ci sbronzeremo cantando e ballando nudi sotto la luna, le cose non cambieranno di molto. Il centrosinistra potrà forte portare un briciolo di apparente equità sociale, mostrare un interesse più spiccato per la cultura, ma non tornerà indietro sulle scelte fatte dalla banda bassotti perché quelle scelte, per quanto maldestre e grossolane, sono nella natura del sistema liberista, sono nel dna di questa Europa che non è altro che il tentativo di mettersi in coda dietro le superpotenze, la speranza di poter alzare la manina e dire la propria quando  si spartiranno i nuovi mercati. Tuttavia il sistema scricchiola, qualcosa non tiene. La frenesia con cui il re nano cerca di zittire qualsiasi voce contraria, la magra figura rimediata dal ministri del tesoro l’altra sera in tv, uscito sconfitto nel confronto con un Bersani che non riesce a finire una frase in modo grammaticalmente coerente, il verminaio di corruzione che si va scoperchiando, denunciano venature nel tessuto apparentemente indistruttibile del populismo. Il gigante americano che non riesce ad avere ragione degli iracheni e degli afghani, un popolo che vota un presidente nero nel momento di massima potenza della destra più reazionaria e ottusa, una America Latina che resiste ai tentativi di neocolonizzazione e rialza la testa, inseguendo il sogno liberista, dice un mio caro amico, è vero, ma con soluzioni personali, soluzioni diverse e innovative che non trascurano comunque lo scopo primario di sollevare le masse indigenti dal baratro della necessità, un’Africa che faticosamente, lentamente, sta cercando una propria identità, mostrano le rughe di un sistema che è collassato riprendendosi a stento dopo gli scandali che hanno messo in ginocchio il sistema bancario americano. Segnali, sintomi, segni, anomalie del sistema che stanno diventando un’abitudine ma che rivelano, per chi sa leggere tra le righe, una verità: TIA, There Is AN Alternative, c’è un’alternativa, un altro mondo è possibile.

Ma di questo parlerò nel prossimo intervento.