Serve ancora un granello di sabbia?


E’ passato già un anno da quando, spinto da un’urgenza sia intellettuale che politica, nel senso più ampio del termine, ho deciso di pubblicare il mio libro su Amazon. Suona un po’ magniloquente e arrogante, detto così, lo so e chiedo scusa.

In un anno più di cinquecento persone hanno letto Il granello, non una grande cifra in termini assoluti ma una grande cifra per me.

Non ho un editore, non ho grandi disponibilità per fare promozione, sono tendenzialmente asociale e non ho quindi un giro di compratori preventivabile, c’è stato di mezzo il lockdown: personalmente sono molto soddisfatto di com’è andata e ringrazio tutti quelli che hanno letto quello che ho scritto e che hanno fatto un passa parola tra amici e conoscenti. L’emozione di sapere che sono comunque tanti è intima e impagabile.

Ringrazio, in particolare, non me ne vogliano gli altri, due mie ex alunne per i loro giudizi articolati, per aver trovato il tempo di immergersi nel mondo allucinato e allucinante che ho descritto. Il libro è nato soprattutto per i ragazzi, perché siano loro il granello di sabbia che farà saltare l’ingranaggio.

Sono alle prese da mesi con il seguito. Un seguito tormentato, difficile, perché non volevo scriverlo ma gli eventi che stanno accadendo attorno a noi hanno attivato un’urgenza simile anche se diversa da quella che mi ha “costretto” a scrivere il suo predecessore.

Si stanno aggiungendo nuovi temi, nuove suggestioni, nuove inquietudini che mi assalgono quando rileggo, di tanto in tanto, quello che ho scritto. Non è facile scrivere una distopia quandorischi ogni giorno di trasformarla in un romanzo realistico.

Io, che insegno ai miei alunni a strutturare i racconti e organizzarli secondo sequenza logiche rispettose degli stereotipi di genere, scrivo di getto, senza neanche uno straccio di scaletta, senza sapere dove mi portarà il flusso di parole. Infatti, spesso, cancello e riscrivo, in modo abbastanza ossessivo, fino a quando la pagina non si illumina e mi dice che ok, ho detto quello che avevo in mente.

Sarà di nuovo un libro politico? Ogni libro lo è, a suo modo, anche quelli brutti, ogni libro esprime un punto di vista soggettivo, lascia intendere una visione del mondo, un’idea di società. Le mie, di idee, sono semplici e le ho palesate molte volte in questo spazio, quindi sì, a suo modo, sarà un libro politico.

Sono tempi cupi, oscuri, che richiamano alla memoria arcane paure, tempi in cui molti mostrano una parte di sè che forse meglio avrebbero fatto a tenere nascosta, tempi in cui si brandiscono i social come asce, per fare a pezzi chi esprime un pensiero divergente, tempi che fanno paura.

Non mi piace quello che vedo attorno a me e non credo che sia più questione di fascisti, comunisti, destra, sinistra, categorie che, nella società in cui viviamo, nel sistema di cui siamo volontari prigionieri, piaccia o no, hanno perso di senso, non significano nulla, sono bandiere da agitare in ossequio a una retorica sempre più vuota e stucchevole, sempre più fastidiosa. Il mondo capitalista, piaccia o no, ci divide in socialmente produttivi o improduttivi, anzi, ci divide in cose utili e inutili, in una reificazione dell’umanità che con il covid ha avuto un’accelerazione che è sotto gli occhi di tutti, anche se facciamo finta di non vederla, perché, giustamente, ci terrorizza.

Scrivo perché ho paura, per esorcizzare i demoni di tutti e i miei personali, per non passare il tempo sui social trasformati in una piazza dove fazioni opposte si danno battaglia, invece di cercare risposte, per non cercare come un tossico la dose quotidiana di notizie che mi dia un appagamento temporaneo.

Scrivo per confermare che ho ancora qualcosa da dire e da dare ai ragazzi che in questi giorni compaiono fugacemente davanti allo schermo del pc e, fino a qualche settimana fa, vedevo mascherati e distanziati, due cose necessarie che trovo stonate in un’aula scolastica ma a cui mi adeguo, naturalmente.

Fino a quando è giusto adeguarsi? Dove finisce la tutela della salute pubblica e comincia la restrizione della libertà? A quanti diritti siamo disposti a rinunciare per salvaguardare le nostre vite? Dove siamo disposti ad arrivare? Quanto durerà la nostra indifferenza alle cose del mondo? per quanto ancora la paura guiderà le nostre scelte?

Sono le domande senza risposta che mi hanno spinto a scrivere ancora, nella speranza di trovarne, alla fine, almeno qualcuna o di ispirare qualcuno a trovarla. Se accadrà, ve lo farò sapere.

Nel frattempo grazie a tutti di cuore, e speriamo che il nuovo libro esca in un momento migliore.

Dell’importanza del silenzio e della scrittura


Ultimamente ho rarefatto di molto la mia presenza sui social, vuoi perché il lavoro mi impegna spesso fino a sera, vuoi per attenuare il rumore di fondo di chiacchiere a vuoto, che ormai ci sommerge dall’alba al tramonto e anche oltre.

Polemiche, opinioni in libertà, battibecchi e assurdità per descrivere un paese come sempre diviso tra Guelfi e Ghibellini, Capuleti e Montecchi, incapace di trovare un’unità che non si è mai compiuta, anche in un momento complesso come quello che stiamo vivendo.

Mi avviliscono soprattutto le chiacchiere futili sulla scuola, il dibattito tra apocalittici e integrati, castrastrofisti e ottimisti, furbi e missionari, che, quasi sempre, esclude i ragazzi e le ragazze che della scuola sono la linfa vitale e che alla scuola chiedono risposte che da troppo tempo non riusciamo più a dare. Gli insegnanti stanno diventando sempre più autoreferenziali, si mettono spesso al centro, anelano all’occhio di bue e dimenticano lo sfondo e quello che li rende reali, a volte utili, sempre più raramente, necessari.

Mi godo quindi il silenzio, titolo di un libro di Don de Lillo uscito in questi giorni in inglese su Amazon, la cui trama mi sembra perfettamente aderente al mio stato d’animo e che acquisterò all’istante, quando verrà edito in italiano, perchè De Lillo è uno dei pochi scrittori al mondo che si può comprare al buio.

Mi godo il silenzio e riscopro il valore terapeutico della scrittura, vero balsamo per le anime tormentate, per chi ha rinunciato da tempo a cercare le risposte all’angoscia quotidiana dagli altri e cerca di trovarle in sè stesso.

Sto scrivendo il seguito de Il granello di sabbia, che non avevo intenzione di scrivere ma, come ho scoperto in questi mesi, sono i libri che ci chiamano e non viceversa.

Tra qualche giorno, fa un anno dall’uscita del Granello, ne parlerò in occasione della ricorrenza che merita, per certi versi, di essere celebrata.

Mi ritrovo a scriverne il seguito spinto da una nuova urgenza più cupa e opprimente di quella, che un anno fa, mi fece dare alle stampe il suo precursore. Allora c’era un nemico, chiaro, evidente, da stigmatizzare, beffeggiare e, almeno nella finzione letteraria, sconfiggere. C’era anche un pubblico ideale, i giovani, che non hanno vissuto le traversie, le sconfitte e le illusioni della mia generazione, c’era la volontà di reagire a una normalizzazione mortifera del razzismo, dell’iniquità, della disuguagliuanza assurta a legge. Tutta roba che, in forma metaforica, si trova nel testo.

Oggi il nemico è sfumato, subdolo, cambia faccia ogni giorno: certamente è il virus, ma è anche tutto quello che il virus ci sta raccontando di noi, mettendo a nudo la nostra dimensione peggiore, che non è quella della paura, l’emozione più umana e arcaica che esista, ma quella della fuga costante dalla realtà, della necessità di trovare dei colpevoli ad ogni costo, per consumare olocausti ideali che ci rassicurino e ci illudano di esorcizzare il male.

Ci sono poi i nemici di sempre: la mancanza di scrupoli di alcuni, quelli che prosperano nel caos, l’avidità di altri, l’inettitudine e l’approssimazione di molti, che non dovrebbero essere nè inetti nè approssimativi per le cariche che ricoprono, per la responsabilità che hanno.

Ci è finito dentro tutto questo, altro si aggiungerà fino a quando deciderà di concludersi, perchè sono i libri che decidono quando finire, l’autore è un mero tramite che, come una remora, usa le pagine scritte come uno specchio, per curare le proprie ossessioni.

Consiglio a tutti i miei venticinque lettori di mettere su carta i pensieri che nascono in questi giorni, specie quelli indicibili, invece di unirsi al rumore dei social, di avviare un soliloquio che permetta di creare uno spazio di autentica libertà da una quotidianità faticosa, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore, andrebbero usati ben altri aggettivi.

Ascoltare il silenzio giova, se non a capire, a stare meglio.