Elogio dell’eresia


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Ormai è una lite continua, anche i più gandhiani tentativi di mantenere la calma franano  di fronte all’ottusa ostiunazione degli adepti, ai mantra ripetuti fino alla nausea, alla non so quanto voluta, incapacità di articolare un discorso usando lo spirito critico. Anzi, di articolare un discorso tout court.

Non sono d’accordo con Stefano Bartezzaghi che oggi su Repubblica fa un’analisi impeccabile del populismo e dei modi in cui il virus si diffonde dentro i social ma pecca nella sintesi: secondo lui, visto che ogni intervento pro o contro Salvini fa il suo gioco, l’unica soluzione è tacere.

Forse per deformazione professionale, sono convinto invece che si dovrebbe provare a ragionare, discutere, confrontarsi con l’altro, anche se, troppo, spesso, l’altro è molto più snervante dei miei alunni. Ma l’uomo è un animale sociale e politico, diceva Aristotele, quindi inevitabilemente, per natura, destinato al confronto con l’altro.

Il problema è che viviamo in un momento storico, ben descritto da Tom Nicholls nel necessario, se si vuole capire l’oggi, La conoscenza e i suoi nemici, in cui alla maggior parte delle gente non importa conoscere, cercare di afferrare frammenti di verità, anzi, mai come oggi la specializzazione, la competenza e la cultura sono squalificate, beffeggiate, oltraggiate. La rete permette, apparentemente, a tutti di diventare esperti di tutto e tutti pontificano su tutto senza saperne nulla: dai vaccini alle scie chimiche, dai flussi migratori al bosone di Higgs, in un’orgia di presunzione, arroganza ed esibizionismo che non ha precedenti nella storia.

Il metodo di Salvini ormai è evidente: creare finte emergenze in cui la maggioranza della gente si identifica, non perché fondate su dati reali ma perché misurate sul loro livello di frustrazione e insoddisfazione,  per consolidare il proprio potere e non importa se mente spudoratamente. L’oscena legge di Minniti, tanto lodato da uno Scalfari ormai in piena crisi senile, ha quasi azzerato i flussi migratori e Salvini si inventa un inutile blocco di una nave di poveracci in alto mare, mentre i suoi aficionados riempiono la rete di fake news secondo le quali sull’Acquarius si balla e si canta.  Le Ong trovano altri lidi su cui approdare e lui tira fuori la schedatura dei rom, il nemico per tutte le stagioni,  non importa quanto sia anticostituzionale e inutile, i rom nomadi hanno i documenti e sono conosciuti dalle forze dell’ordine, anche perché in Italia sono solo quarantamila, è sufficiente a scatenare l’ennesima ondata di odio.  le categoire vittimarie sono sempre le stesse, i capri espiatori quelli magistralmente descritti nei suoi libri da Girard. Nulla di nuovo, si va sull’usato sicuro.

Questo metodo ricorda l’ora d’odio di 1984, il momento in cui la popolazione veniva invitata a offendere, insultare odiare il nemico del momento, che poteva cambiare ogni giorno o ogni ora. Molte e inquietanti sono le assonanze con quel libro profetico, Non ultima quella con la Neolingua, il linguaggio ideato da esperti, costituito per lo più da slogan,  che un team di esperti conia per Il Grande Fratello.

Ma non vogllio nobilitare con citazioni letterarie l’operato politico di un cialtrone bugiardo.

Quello che mi preme sottolineare è come ormai non esitano più apocalittici e integrati ma adepti e ed eretici, dove gli eretici, quelli che tentano di usare la ragione, trovare soluzioni, descrivere una realtà diversa da quella disegnata dal potere, sono inevitabilmente minoranza. La maggioranza degli adepti è acritica, bellicosa, semplifica e reitera il messaggio,  replicando con la violenza, per ora solo verbale, alla logica e con l’insulto alla cultura.

L’eretico è, letteralmente, colui che sceglie e, in  quanto tale, in quanto non cieco seguace dello spirito del tempo, degno di sospetto e indegno di essere ascoltato. L’eretico è il granello di sabbia che rischia di mandare in tilt il sistema, l’anomalia che non ti aspetti e che rischia, se  ti fermi ad ascoltare, di mandare in frantumi le solide colonne delle false sicurezze. L’eretico usa la ragione in un mondo senza ragione,  prova a conoscere quello che gli altri volutamente ignorano, incontra dove gli altri erigono muri.  L’eretico legge, la massa ascolta, l’eretico pensa, la massa si adegua, l’eretico controbatte, la massa tace, l’eretico grida che il re è nudo, la massa china la testa e loda gli splendidi abiti del re. L’eretico dice sempre ciò che non va detto.

Ecco, questo dell’indicibile è un punto importante per comprendere il momento che stiamo vivendo: le cose non dette non esistono e quindi  permettono la lettura della realtà che più aggrada alla massa, che gli permette di sfogare senza pudore o vergogna le pulsioni più basse, li lbera dal senso di colpa e li fa sentire parte di qualcosa in un momento di totale deriva ideologica ed etica.  Siamo passati dal pensiero liquido alle menti liquide, adattabili a qualsiasi forma, idea o pensiero, imprigionate in comode dighe di pregiudizi.

L’eretico è chi fa un foro in quelle dighe, è il bambino che toglie il dito e le fa crollare. P erché, presto o tardi, in un modo o nell’altro, crolleranno.

E non c’è niente da capire


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David Ricardo e Adam Smith, nomi certamente sconosciuti a Salvini e Di Maio, sono i due padri nobili del liberismo. Alla base delle loro complesse teorie, c’era l’idea che creando una èlite di ricchi, il benessere si diffondesse inevitabilmente anche ai ceti inferiori, in virtù dell’umanità degli stessi ricchi e delle dinamiche del capitale: più produci, più guadagni, più paghi i tuoi operai che consumano di più e quindi hai bisogno di produrre di più, ecc.ecc. Sto banalizzando ma questo, nel loro intendimento, è il circolo virtuoso del capitale.

PIù o meno la stessa cosa, aggiornandola con un tot di pensiero autoritario e cancellazione dei diritti delle minoranze, hanno detto Mìlton Friedman e i suoi eredi della scuola di Chicago.

Pressapoco lo stesso principio, senza troppe sottigliezze da intellettuali, è quello enunciato da Salvini, che afferma la necessità di tagliare le tasse ai ricchi per rimettere in moto il circolo del capitale.

C’è un piccolo problema: Ricardo, Smith, padri nobili del liberismo, utopisti come lo era, dall’altra parte, Marx, e Friedman, padre meno nobile dell’attuale egemonia finanziaria, si sbagliavano e non lo affermo io ma il FMI, Joseph Stiglitz, economista premio Nobel ex presidente del FMI, Paul Krugman, premio nobel per l’economia, e molti altri. Il principio secondo cui favorire fiscalmente le classi più agiate genererà ricchezza a cascata, è sbagliato, non funziona, è la chiave della crisi economica che viviamo da anni.

Dirò di più: è un chiaro trdimento di quel contratto sbandierato ogni tre per due che prevedeva la flat tax per tutti, che era già un’oscenità, senza accennare a un eventuale favoritismo nei riguardi dei più abbienti, che è un’enorme oscenità.

La verità è che questo governo, nonostante il fluviale, stucchevole e ipocrita doppio discorso di un presidente del Consiglio che dovrebbe dimettersi per manifesta inutilità e per aver scordato il nome di Pier Santi Mattarella, eroe civile e fratello del presidente della Repubblica, ha gettato la maschera.

Politica economica spostata a destra, politica della giustizia ancora più a destra, con la cancellazione delle ottime norme promulgate da Orlando che, tradotto, significa: continueremo ad arrestare disgraziati, tossici, rom, neri, poveri e a tenerli in galera perché così tranquillizziamo i bravi borghesi, diritti civili azzerati per i migranti, stato di polizia e assistenzialismo, nessuna marcia indietro sulla politica scolastica orientata verso una grottesca aziendalizzazione della scuola.

Solo chi non vuole vedere la realtà si arrampica sugli specchi facendo un  rumore lacinante, come stanno facendo in questi giorni gli adepti grillini, che cominciano a sospettare di essersi cacciati in un pozzo senza fondo da cui sarà sempre più difficile uscire.

A chi chiede, eterno mantra di questi giorni, se era meglio prima, rispondo di sì, era meglio prima, e ve ne accorgerete alla prima carica della polizia durante una manifestazione di operai o al primo attentato di terroristi islamici nel nostro paese o quando verranno rese note le cifre sulla crescita dell’economia, o all’aumento dell’Iva, o qaundo aumenteranno i licenziamenti, fate voi, a vostra scelta.

Ovviamente, non essendo totalmente cretini, se non daranno pane almeno non lesineranno i circenses: forse elimineranno i vitalizi, il cui peso sull’economia è irrilevante, e altri provvedimenti di questo tipo per illudere il popolo che sono equi, giusti, e solidali.

Nel frattempo sui social registriamo  insulti a Liliana Segre e Roberto Saviano, volgarità e incitamenti vari all’odio razziale.  Senza contare le lodi a Orban, un neonazista che dovrebbe essere giudicato per crimini contro l’umanità.

A chi invita ad attendere, faccio solo una domanda: cosa dovremmo attendere? Perché? Cosa non è chiaro delle intenzioni di questo governo?

Il Sistema siete voi


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Sono molto preoccupato in questi giorni.  Preoccupato per i miei alunni stranieri. Finora la scuola ha accolto tutti, senza chiedere il permesso di soggiorno ai genitori e, quando hanno provato a imporlo per legge, gli insegnanti  hanno detto no e fatto ritirare la legge. Non so se oggi succederebbe lo stesso. Non so se quasi tutti sarebbero d’accordo.

Sono preoccupato per il campus di Coronata, un laboratorio sociale di integrazione nel quartiere in cui lavoro, un incubatore di possibilità e speranze. Gli permetteranno ancora di funzionare o verrà chiuso? Tutto il lavoro fatto, quello ancora da fare verrà cancellato in nome di una politica da teatro dei pupi, direi da Commedia dell’arte, non fosse che la Commedia dell’arte era nobile, uno strumento di protesta sociale e di emancipazione.

Questo governo, se nasce, nasce unicamente per cacciare via gli immigrati, a chi l’ha votato non interessa altro, il resto sono solo chiacchiere. Basta leggere quell’assurdo programma costruito sulle favole, basta guardare a fondo l’elettorato dei due partiti, basta, se proprio si vuole andare oltre, vedere cosa succede dove governa la lega: provvedimenti discriminatori bocciati dalla corte costituzionale, amministratori indagati, presenza mafiosa.

Quelli prima erano meglio? No, ma la sinistra può cambiare, i fascisti sono sempre fascisti, questa è la differenza fondamentale e chi si allea con i fascisti, è fascista.

Mi spiace per tante persone che stimo, contatti di Facebook o no, ma chi, in questi giorni, ha accusato il presidente Mattarella di difendere il Sistema, di aver forzato le sue competenze, di colpo di stato ecc., è il Sistema, che si dichiari anarchico, della sinistra radicale, sia giurista o commendatore, giovane o meno giovane.

Il Sistema non chiede di meglio che il caos e il governo che nascerà non porterà altro. Ripeto: guardate dove governa la Lega, azzerate le chiacchiere e considerate i fatti.

Vi dirò di più: avete difeso a spada tratta Savona, il Sistema per eccellenza, avvisi di garanzia e  scandali finanziari compresi, un ottuagenario che scrive di paragoni deliranti tra la Germania della Merkel e il terzo reich.

Io non so se vi rendete conto di questo, se la norma vale più del buon senso.  Lex mala lex nulla, dicevano i latini. A me della legalità importa poco, si muove nella legalità anche il poliziotto che pesta lo studente in manifestazione, la legalità è un feticcio, una parola vuota se non ha dietro un’idea di giustizia. Io un’idea di giustizia ce l’ho, e voi? Se contempla lasciare via libera ai fascisti, non è la mia.

Voi siete il Sistema perchè avete difeso il diritto di governare di gente che non dovrebbe neanche stare in Parlamento.  In compenso avete manifestato indignati prima delle elezioni contro quattro ragazzotti privi della capacità di intendere e di volere come fossero il Duce redivivo e poi abbandonato la nave dopo la sconfitta.

Voi, fatte le dovute differenze di cultura, siete come loro: pronti a difendere quello che tutti difenderebbero: i diritti dei gay, le vittime di guerra, le donne vittime di femminicidio, un po’ meno pronti quando ci sono da difendere i veri ultimi: i tossici, i rom, gli immigrati sui barconi, i coatti delle periferie. Allora fate finta di non vedere, di non sentire e tacete.

Mi spiace, senza offesa, io sto sempre dalla stessa parte, quella di Amir, Issam, Amina, Carlos, Ashley, Camila, ecc., io sto con chi ha un’idea di umanità diversa, con chi sbagliato e deve cambiare, non con chi non cambia mai. Io credo che comunismo e fascismo siano morti e sepolti dalla storia, che l’anarchia sia una splendida utopia e che il futuro sia nelle mani degli uomini di buona volontà, disposti a rimboccarsi le maniche e a cooperare.

Credo in un’Europa che torni ad essere quella sognata a Ventotene,  credo che esistano ancora gli Adriano Olivetti e che possano segnare la strada, credo nella fine del Capitalismo, sì, e nell’avvento di una terza via con meno leggi, meno legalità, con più giustizia e più umanità.  E sto con gli stranieri, con gli ultimi, con gli sfigati perché se c’è una speranza, la speranza sono loro.

Io sto con loro perché prima che finisca la farsa, rischiano di essere le prime vittime del vostro qualunquismo, della vostra rabbia ammaestrata, del vostro livore da privilegiati che hanno paura di perdere i privilegi.

Alla fine dei conti, col vostro qualunquismo, i vostri proclami roboanti, gli alti lai contro il Sistema, il vostro essere liberal all’acqua di rose, i soli, veri, radical chic in  questo paese, siete voi.

Un consiglio: leggetevelo Tom Wolfe, invece di citare a cazzo.

 

Genova muore a Multedo


Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.

Infami


Infame, semanticamente, è colui che non deve essere nominato,la cui memoria deve essere cancellata, una cosa talmente vergognosa da non poter essere detta.

Per quanto l’aggettivo mi ripugni, per l’uso improprio che ne fanno fanno i mafiosi, non trovo altro aggettivo per definire chi, in questi giorni, sta facendo bassa politica sulla pelle degli ultimi, chi approva e giustifica l’ingiustificabile, chi sui social, quasi sempre con tono saccente, approva, chi, in un paese dove nessuno rispetta le regole, neanche quelle più elementari, improvvisamente si scopre rigido censore e pretende che vengano rispettate le regole da chi salva vite umane, chi non conosce la storia, neanche quella dei propri nonni e grida alla scandalo per similitudini assolutamente corrette, chi non conosce la storia di oggi e urla a un’inesistente invasione, chi dice “ ora è tutto chiaro” processando e condannando a priori, quando non è chiaro nulla, i leghisti, i fascisti e chi, pensandola come i leghisti e i fascisti, è leghista e fascista a sua volta, che appartenga al Pd o ai Cinque stelle, poco importa, chi dà del buonista a quelli che non hanno scordato la loro umanità, chi ritiene assolutamente corretto rimandare nell’inferno delle prigioni libiche centinaia di esseri umani, chi minaccia di togliere la scorta a chi, giustamente, lo ha accusato di essere uno sciacallo che cerca sciacalli, chi li vuole aiutare a casa loro e chi è contento se ne annegano cento in più, chi fa le barricate contro donne e bambini, chi li fa morire sui binari e  chi condanna un uomo vero, chi mangia ogni giorno frutta e verdura raccolta dai neri sfruttati dai caporali e poi inveisce contro i neri, quelli che non possiamo accoglierli tutti ( e infatti, non lo facciamo), quelli che non hanno mai rispettato una legge in vita loro e parlano di legalità, quelli che, adesso sì che le cose vanno come devono, quelli che quando governeranno loro non entrerà più nessuno, quelli che adorano Trump, un cerebroleso alla guida di quella che fu la prima potenza al mondo, quelli che adorano Salvini, un cerebroleso che solo in questo paese di merda può contare qualcosa, quelli che non dicono niente e guardano alla finestra, quelli che hanno paura di esprimere la loro solidarietà e aspettano di vedere se gli conviene.

Questo è un paese infame, con un’informazione infame, politici trasversalmente infami e persone infami.

Un paese senza memoria è un paese senza storia, facevo recitare ai miei alunni qualche tempo fa, al termine di un cortometraggio sul razzismo. Se decidessi di rigirarlo oggi, dovrei fargli dire che un paese senza storia è un paese senza futuro.

Per fortuna, non sono tutti come voi.

Camminano tra noi (poche righe, questa volta)


Ci sono quelli dei trentacinque euro al giorno ai profughi, quelli che credono che vivano negli alberghi di lusso, quelli che pensano adeguare al nostro stile di vita, (quindi all’inciviltà diffusa, alle mafie, alla corruzione, alla volgarità intellettuale, ecc.) quelli che fanno le barricate a Goro, le teste di legno di Ponte di legno, quelli che sacrificano al dio Po, quelli che io non sono razzista ma…parlano di quelli che disprezzano, denigrano, rifiutano come “loro”, entità indistinta e misteriosa che non ha volto, voce, connotati, che ognuno dipinge con la propria fantasia a i immagine e somiglianza dei propri fantasmi.

Sono tra noi, tutti i giorni, nascosti, invisibili, pronti a prenderti alla sprovvista con una frase gettata lì sull’autobus, nei luoghi di lavoro, in un bar, per strada.

Camminano tra noi, non sono diversi morfologicamente, non sono vestiti in modo strano, se si feriscono, sanguinano, se provano dolore, piangono, se hanno paura, gridano.

Esattamente come noi. Esattamente come “loro”..

Al di qua del mare: cronache di presenze e assenze


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Recensisco con molto piacere, dopo averne appena terminato la lettura, questo libro di Donatella Alfonso, Giulia De Stefanis, Valentina Evelli ed Erica Manna, quattro giornaliste di La Repubblica che hanno seguito in presa diretta quanto accaduto questa estate a Ventimiglia e quello che è successo dopo, quando il clamore mediatico è scemato ma gli esseri umani coinvolti in questa vicenda sono rimasti.

E’ la cronaca, dettagliata e puntuale, di un’assenza, quello dello Stato, in parte conseguenza dell’assenza dell’Europa in parte frutto di un misto di cinico calcolo politico, endemica incapacità, indifferenza. Il governo italiano è il grande assente in queste pagine, o meglio, la sua presenza si disvela solo nell’assurda burocrazia relativa alle pratiche necessarie a ottenere lo status di rifugiato politico o nell’uso delle maniere forti da parte della polizia per sgomberare i  migranti accampati nella pineta di Ventimiglia. In questo senso, il libro è un atto di accusa forte e circostanziato, nonostante l’intenzione delle croniste sia stata, probabilmente, diversa.

Questo libri è anche la dimostrazione che l’emergenza profughi è stata una creazione mediatica, i numeri delle persone arrivate a Ventimiglia erano tali c he sarebbero stati tranquillamente gestibili se chi è lautamente pagato per fare il proprio dovere avesse assolto ai suoi compiti.

  I  recenti fatti di Colonia, su cui ci sarebbe molto da chiarire, e la marcia indietro del presidente del consiglio sulla cancellazione dell’assurdo reato di clandestinità, non lasciano ben sperare riguardo al fatto che non verranno ripetuti domani gli errori di ieri. Gli immigrati, ancora un volta, sono merce di scambio per squallidi giochi politici.

Ma questo libro è anche cronaca di una presenza: quella di un mondo cooperativo che supplisce all’assenza dello Stato e opera spesso in assoluta emergenza, quella delle persone che, superata la diffidenza iniziale, riconoscono nell’altro sé stessi e offrono solidarietà, quella di chi, dopo essere arrivato nel nostro paese attraversando l’inferno, ce l’ha fatta e insieme a un lavoro ha ritrovato la propria dignità di essere umano.

Ce.sto, Agorà, Comunità di S. Egidio, Comunità di San Benedetto, Music for peace, sono i nomi di alcune associazioni e cooperative che hanno affrontato in prima linea quella che impropriamente è stata definita “ emergenza profughi”, espressione sana di quel mondo delle cooperative su cui troppo spesso, per meschini fini politici, negli ultimi tempi si è fatto di tutt’erba un fascio, dimenticando che qualche mela marcia non può e non deve intaccare un patrimonio di competenze e umanità che è riuscito spesso a evitare il peggio in questo e in altri frangenti.

Un mondo sommerso, che lavora in silenzio, senza godere di prime pagine, che “fa”, senza spendere troppe parole: progetti pilota per permettere agli immigrati di prestare volontariamente la loro opera in lavori socialmente utili, scuole di italiano per superare il muro della lingua, progetti di avviamento al lavoro, incontri e cene con gli abitanti dei quartieri dove sono ospitati i profughi per dialogare e riconoscersi meno diversi di quanti si pensi, sono solo alcune delle attività portate avanti nel nostro territorio, attività che raramente trovano spazio nelle cronache cittadine.

Non viene neanche taciuta l’opera importante della Chiesa, il prezioso lavoro della Caritas e di tante parrocchie che hanno subito messo in pratica l’invito di papa Francesco ad ospitare una famiglia di profughi. La Chiesa e il mondo cooperativo e del volontariato, per l’ennesima volta, sono l’unica presenza forte nell’emergenza sociale, come accade nei territori nelle mani delle mafie. 

Non mancano le ombre: parroci ribelli al dettato del Papa, sindaci che rifiutano di accogliere i profughi, cittadini diffidenti che non tollerano la vicinanza di quelli che percepiscono come estranei, invasori, altro da sé. I ragazzi in attesa della sentenza della commissione sulla richiesta dello stato di profughi costretti a restare chiusi a far niente nei loro alloggi di fortuna, in tasca nient’altro che i 2,50 euro concessi dallo Stato, spesso neanche una fotografia o un oggetto che ricordi la terra che hanno abbandonato.

E’ il direttore del Galliera a smentire le stupidaggini razziste riguardo malattie e infezioni che i profughi porterebbero con sé dai paesi di provenienza: nessuna emergenza sanitaria, le ferite vere, quelle profonde e difficili da risanare, sono nell’anima e nella mente di giovani uomini e donne, spesso bambini, che hanno toccato con mano l’orrore e visto la morte con i loro occhi. Non a caso, la patologia più diffusa tra i profughi è l’insonnia.

L’ultimo capitolo del libro riporta i dati reali sull’immigrazione in Liguria e a Genova: si scopre così che gli immigrati producono ricchezza, pagano le tasse, sono imprenditori abili e partecipano a pieno titolo al mantenimento del nostro stato sociale. Un quadro ben diverso da quello a tinte fosche che ogni giorno dipingono gli sciacalli della politica.

Un libro importante, scritto con taglio cronachistico, efficace, stringato, che evita inutili polemiche e si sofferma sulla lucida rievocazione dei fatti. Non mancano le storie dei singoli, storie che stringono il cuore e aprono un varco alla speranza che un mondo migliore può essere ancora possibile.

Da leggere, da divulgare, assolutamente.

Al di qua del mare, Migranti e accoglienza in Liguria

a Cura di Donatella Alfonso, Giulia de Stefanis, Valentina Evelli, Erica Manna

De Ferrari editore

14, 90 euro.