Ascoltando il silenzio




La prima cosa che sento, quando arrivo nel mio rifugio in montagna, è il silenzio. Può sembrare un controsenso, invece non lo è. Il silenzio è necessario, rigenera la mente e l’anima, costringe a guardarsi dentro. Stare in silenzio significa fermarsi, sospendere il tempo e assorbire l’energia che ti circonda. Chi pratica la meditazione sa che una passeggiata lungo un sentiero di montagna è già una meditazione, un guardare la realtà in cui sei immerso da fuori, un vivere nel presente spostandosi in una dimensione senza tempo.

Le città sono diventate invivibili, siamo immersi in un costante rumore di fondo che ostruisce i pensieri, ci costringe a ritmi frenetici e innaturali, ci spinge a non pensare ma ad agire, secondo quella retorica del “fare” che è il mantra più in voga oggi.

L’emergenza Covid, purtroppo, non ci ha migliorati e non è andato tutto bene, sia per l’alto e tragico numero di vittime sia perché l’occasione di fermarsi e rivedere le nostre priorità, di ritrovare una parvenza di autenticità alle nostre vite è andata sprecata. Andrà tutto bene, lo stucchevole refrain comparso su tutti i social, si è trasformato in Va come prima, cioè male. Anzi, è subentrato, una volta riottenuta la fittizia libertà di tornare ai ritmi frenetici della nostra quotidianità alienante, un surplus di indifferenza e di insofferenza verso i problemi che continuano ad essere sempre gli stessi: lo sfruttamento indiscriminato di risorse, il consumismo come stile di vita, i cambiamenti climatici, le migrazioni, etc.etc.

È come se ci trovassimo di fronte a una deregulation etica, come se l’incertezza dei tempi passati ci spingesse a un chi vuol esser lieto sia e… gli altri si fottano.

Così una politica sempre più gretta, cieca e sorda ai segnali che vengono dal pianeta, parla di rilancio dell’economia e di lavoro senza mettere al primo posto la sostenibilità del rilancio economico e la qualità del lavoro e della vita delle persone, dimenticando, come sempre, che si parla di esseri umani e non di cifre.

Ho deciso che d’ora in poi ascolterò il silenzio. Ho deciso di trasformare questo spazio, personale e pubblico a un tempo, in un momento di riflessione condivisa sulla possibilità di un mondo diverso. Il mio ultimo post si intitolava Un mondo diverso non è possibile (per ora). Spero invece, che un mondo diverso sia possibile e che ognuno di noi possa rappresentare il granello di sabbia che aiuterà a costruirlo.

Non parlerò più di politica, non mi interessa e mi disgusta, non mi sento rappresentato da nessuna delle forze in campo oggi, interscambiabili e differenti tra loro solo per sfumature minime di colore, tutte figlie del pensiero unico. Parlerò invece di ecologia, sostenibilità, radici, incontri, ambiente, libri e, naturalmente, di scuola, il mio lavoro. Sempre attento ad ascoltare quello che dice il silenzio e, se mi distraessi, vi prego di avvisarmi.

Il granello di sabbia è nato qui, in montagna e qui sta prendendo forma il suo seguito. Il numero di copie vendute, incredibile, e la sua posizione in alcune classifiche di Amazon, altissima, davanti ad autori con case editrici importanti, mi hanno fatto riflettere sul fatto che, nonostante tutto, il lavoro ben fatto paghi ancora, la gente abbia ancora voglia di autenticità.

È per questo che ho deciso di cambiare linea editoriale al blog, sperando che possa diventare anche uno spazio interattivo, di confronto e dialogo con chi non è soddisfatto di quello che lo circonda e vorrebbe cambiare le cose prima che la situazione precipiti. Quindi, proviamoci.

Una nota a margine della nostra anima


Non molto tempo fa la notizia ci avrebbe riempito d’orrore ma oggi abbiamo problemi più importanti di cui occuparci: superare la pandemia, tornare a una normalità che ci ha condotti sull’orlo del baratro, gioire per le partite di campionato, il Pil, l’economia, ecc.

Peccato che il ritorno alla normalità comporti anche la notizia di un corpicino dentro il suo pigiama, su una spiaggia libica. Un corpicino senza nome e, se non c’è un nome, non esiste, una foto sfocata, una nota a margine delle nostre anime.

Non è solo questione di abolire gli osceni decreti sicurezza, un insulto alla Costituzione, il problema è che, passata la grande paura, almeno per il momento, abbiamo ripreso a comportarci come se nulla fosse successo, come se il tempo sospeso del Covid non ci avesse dato modo di riflettere sulle priorità reali della vita, priorità che abbiamo immediatamente accantonato per tornare a una rassicurante, nevrotica, agghiacciante routine.

Dopo essere passati più o meno indenni dall’orrore temporaneo, non c’è più spazio per l’orrore quotidiano, quello dei bambini annegati in mare, quello di un fascista stupratore di minorenni difeso a spada tratta dai suoi colleghi, quello del razzismo dilagante nelle sue varie forme: in questo periodo tocca all’omofobia ma, se verranno abrogati i decreti sicurezza, firmati, ricordo, dall’attuale Presidente del Consiglio, un maestro del trasformismo, si tornerà allegramente a dare addosso ai negher.

Torneremo anche alle fiaccolate, alle adunanze delle sardine, a manifestazioni di piazza che servono solo a far tacere, per lo spazio di qualche ora, la nostra coscienza di bravi borghesi. Fino al prossimo corpicino, sulla prossima spiaggia.

Lo ignoreremo, come abbiamo ignorato questo, perché è molto più semplice imbrattare la statua di un fascista, gesto che non mi sento di biasimare ma sulla cui utilità nutro forti dubbi, che pensare ai morti in mare, morti per garantire la nostra tranquillità, morti per scelta di politici che la maggioranza di noi ha votato, morti per indifferenza.

Siamo, più o meno tutti, come quel personaggio di Brancati, che ogni sera, prima di andare a dormire diceva: Adesso basta, domani cambio tutto.

Il mattino seguente si alzava e tornava alla sua rassicurante, nevrotica, agghiacciante routine.

L’emergenza odio


La bella intervista su Repubblica del ministro La Morgese sul clima di odio ed emarginazione che si respira in Italia e sulla necessità di contrastarlo con politiche culturali adeguate, mi trova perfettamente d’accordo anche sulle virgole.

Non è un caso se a pronunciare parole chiare e forti su quanto sta accadendo nel nostro paese non è un politico, ma un ministro “tecnico” che quindi non ha né timori riguardanti la propria rielezione, né necessità di blandire l’elettorato, né paturnie riguardanti la permanenza sulla poltrona. Il ministro è una donna che ha subito in prima persona le violenze verbali dei vigliacchi social e che adempie il proprio ruolo con coscienza etica e serietà. Dovrebbe servire da esempio ai suoi colleghi, ma temo che resterà una rara avis nella storia di questo governo.

Il ministro non fa nomi, non attribuisce le campagne d’odio a una sola parte politica e ha, a mio avviso, assolutamente ragione. Certi atteggiamenti da stadio, certe asperità verbali sono trasversali, hanno ormai contagiato tutti gli schieramenti politici e, a volte, all’intento dello stessa area politica, tra seguaci di guru diversi, gli insulti sono anche peggiori di quelli con la controparte.

È tuttavia inutile negare che questa destra sempre più neofascista, priva di valori e contenuti politici, incapace di virare verso la moderazione e di costituirsi alla stregua delle destre liberali di altri paesi, preferendo il neonazismo spiccio di un mediocre dittatorucolo da quattro soldi come Orban, all’adesione ai principi dell’Unione europea, costituisca un problema. La virulenta campagna permanente contro i migranti, quella nascosta d una patina di cristianesimo ipocrita e deviato contro gli omosessuali, le posizioni grottesche riguardo il problema delle dipendenze, oltre a mostrare un vuoto ideologico che può essere riempito solo con grossolane menzogne mostrano una fobica paura dell’alterità, del diverso, vissuto sempre come minaccia e mai come risorsa, che potrebbe spingere le frange più estreme, con cui Salvini flirta spesso a volentieri, a radicalizzarsi.

L’incoscienza e l’assenza di vincoli morali della destra e dei suoi leader, non porteranno un ritorno del fascismo in Italia, perché la Storia, al riguardo, ha già espresso il suo inappellabile verdetto, ma possono riportare nelle piazze uno scontro tra le frange più radicali di destra e di sinistra che, chi ha la mia età, sa quali conseguenza nefaste potrebbe portare al paese.

Non basta, a contrastare questo clima, il perbenismo borghese e di tendenza delle sardine, un Movimento certamente portatore di novità positive ma che rivela, come ampiamente previsto, la sua inconsistenza politica.

Come dice il ministro, il vero nemico da combattere è l’indifferenza, la posizione di comodo di chi non schiera mai, il qualunquismo degli astenuti, l’ignavia di chi ritiene di non avere obblighi civili e morali da spendere a favore della collettività.

Per combatterla, è necessario un rinnovamento culturale del paese che deve partire dalla scuola, dai programmi didattici, da quella risorsa necessaria in democrazia che è la libertà d’insegnamento, dal funzionamento reale degli organi di controllo che regolano la libertà di stampa, come l’ordine dei giornalisti, dal ritorno delle reti Rai alsero ervizio pubblico autentico.

Confondere il pluralismo con l’omaggio al potente di turno, la libertà d’opinione con il diritto di diffondere informazioni false e insultare grossolanamente l’avversario politico, permettere che in una rete pubblica un così detto giornalista affermi che il fascismo nacque come reazione alle violenze dei comunisti, minoritari a quel tempo, e che Berlusconi sia stato un partigiano a nove anni, non è libertà d’opinione, è una tentativo squallido e disonesto di manipolare l’opinione pubblica tramite il mezzo televisivo. Scene penose come quella sopracitata sono indegne di un servizio pubblico.

Non sembra possibile che un governo impegnato a far passare una legge contro un diritto acquisito e a difendere l’indifendibile, incapace di assumersi la responsabilità di abrogare provvedimenti iniqui e stabilire un nuova soglia di civiltà nel nostro paese, possa avviare la politica culturale auspicata dal ministro.

Continueremo quindi a scendere lungo una china che sembra, da qualche tempo, interminabile, in attesa dell’ennesimo insulto alla ragione, dell’ennesimo nemico da usare, dell’ennesimo silenzio da parte di chi avrebbe voce e non la usa.

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