Report: incidente di percorso o si è squarciato il velo di Maia?


Premetto che Report non l’ho mai sopportato. detesto i toni apocalittici di chi vuole per forza che in questo paese tutto vada male e cerca il marcio, detesto in particolare una certa sinistra, quella dell’area politica di riferimento della Gabanelli, che ama la polemica per la polemica, che è superficiale nell’analisi e confonde la denuncia con la calunnia.

Ricordo un osceno servizio sulla scuola che avrebbe provocato probabilmente un sussulto orgasmico a Renzi, se non fosse stato ancora in fasce.

Detto questo, dopo le polemiche sulla puntata, a dir poco approssimativa e tendenziosa, riguardante i vaccini, ho visto una parte dell’ultima puntata, quella dedicata a Trip Advisor e l’ho trovata inutile e irritante.

Ok, i like possono essere facilmente falsati: sai che scoperta! Lo fanno i ragazzini per aumentare gli accessi alle pagine Facebook, figurati dei manager. Ok, esistono agenzie che offrono di aumentare i like dietro compenso. Non è illegale, è nell’rodine delle cose in pubblicità Uno scrittore altrimenti osceno come Dan Brown, continua a vendere milioni di copie perché ogni suo (pessimo) libro è accompagnato da un ingente battage pubblicitario che comprende le numerose copie bene in vista nelle librerie per catturare l’interesse dei lettori. E allora?

Insomma mancava lo scoop, mancava il servizio mancava il motivo di una polemica capziosa e gratuita. Viaggiando, mi affido spesso a Trip advisor e posso dire che non mi ha mai ingannato: i buoni ristoranti hanno molti like a priori e i commenti negativi gratuiti si riconoscono immediatamente. Personalmente lo trovo un servizio utile e affidabile, quando non risultasse più tale, cancellerei l’app dal cellulare e amen. Allora?

I gestori che si lamentavano delle cattive recensioni o non fornivano un servizio adeguato o avevano prezzi elevati: escludo per la mia esperienza che Trip Advisor possa far chiudere un locale dove si mangia bene. nasce il dubbio che il servizio sia stato suggerito proprio da chi ha moto da temere dalle libere recensioni dei clienti.

Il legittimo sospetto è che Report non abbia mai fatto giornalismo d’inchiesta, quel giornalismo di cui la Rai un tempo era maestra e si sia limitato a sollevare polvere, qualche volta colpendo anche nel segno, spesso no. Adesso che non ha più le spalle coperte politicamente, adesso che non c’è più il berlusconismo da combattere ad ogni costo ma tutto è diventato berlusconismo con un altro nome, i nodi vengono  al pettine e viene messa in evidenza, spietatamente, forse al di là dei demeriti effettivi, la pochezza di un programma che ha fatto il suo tempo.

E’ un altro esempio dello stato miserando in cui versa l’informazione nel nostro paese. Sui giornali leggiamo servizi approssimativi, tendenziosi, volgari, molto, troppo spesso, pieni di errori. le notizie importanti vengono messe in secondo piano a favore dello stucchevole pettegolezzo quotidiano.

Parliamoci chiaro: chi se ne frega se la moglie di Macron ha venticinque anni più di lui? Non è più importante che riesca a frenare la deriva populista che porterebbe una vittoria della figlia del fascista Le Pen?

E’ davvero così rilevante che un ballerino abbia toccato per scherzo il culo ad Emma durante una puntata di amici? Tanto da sbatterlo su tutti i giornali?

Ce ne può fregare di meno se un presunto terrorista marocchino chiamava mamma la sua padrona di casa?

Come mai è scomparsa la Siria dalle prime pagine? Stanno tuti bene? E in Turchia che si dice, tutti liberi? Come se la passano in Venezuela? Cosa succederà in Europa se vincesse i ballottaggi la figlia del fascista? Qual è il programma di Renzi nel malauguratissimo caso che riesca a vincere le inutili primarie del Pd? Come pensa di ricostruire un partito che ha condotto alla scissione e di recuperare un elettorato che lo odia? Cosa pensa di fare Grillo per la scuola, per il lavoro, per la penetrazione delle mafie al nord, per i problemi reali che affliggono questo paese?

Queste sono notizie, tutto il resto è solo chiacchiericcio inutile.

L’impressione è che la nuova edizione di Report abbia squarciato il velo di Maia sul programma e che anche il re dell’informazione di denuncia sia, alla fine, desolatamente nudo. né più né meno uguale ai suoi fratelli della carta stampata. Questo è un paese dove la diversità presto o tardi, diventa omologazione.

Un’informazione di basso livello asservita alla politica è un rischio per la tenuta democratica di questo paese ma il problema sembra non toccare minimamente né i vecchi né i presunti nuovi attori della scena politica italiana. Loro, finché in prima gina c’è la mano sul culo di Emma, dormono sogni tranquilli.

P.s. A scanso di equivoci: lo scherzo ad Emma è stato censurabile e di pessimo gusto.

I sommersi e i dimenticati


profughi

Le prime pagine dei giornali sono da giorni occupate dalle miserie di una politica italiana sempre più infima e meschina. Nel frattempo in Europa, Juncker lancia un grido d’allarme dicendo chiaramente che eliminare Mare nostrum è stato un errore, che bisognerebbe ridiscutere le quote e il problema dell’immigrazione non può restare esclusivo appannaggio dell’Italia. Parole pesanti, da prima pagina ma che in prima pagina non ci finiscono. Perché non interessano a nessuno, perché quei novecento morti di qualche giorno fa sono, per i politici europei e italiani in particolare, un problema in meno da affrontare.

La retorica di regime vuole che nel recente vertice europeo sull’emergenza immigrati si siano fatti passi avanti quando, in realtà, non è così. Si è parlato di problemi pratici di contenimento dell’afflusso di profughi, ma il problema umanitario, il dramma di centinaia di migliaia di persone disposte a rischiare la vita per una ipotesi remota di futuro, non è stato neanche sfiorato. Per gli europei è fastidioso che i profughi muoiano in mare ma va benissimo che muoiano sotto le bombe, nelle prigioni o nei deserti di casa loro.

Basta salire su un autobus o, come il sottoscritto, sulla cattedra a scuola, per toccare, a tutti i livelli, il razzismo strisciante che si respira nell’aria. “ Non possiamo accoglierli tutti”, “Tra loro ci sono anche tanti delinquenti”, “ Bisogna aiutarli a casa loro” sono le irritanti e ossessive  litanie che si sentono ovunque.

E’ soffiando sul fuoco di questi luoghi comuni, di questo pensiero superficiale, decontestualizzato  e privo di di una seppur minima analisi dei fatti che lo preceda, che Salvini, politico dalla facies lombrosiana e dall’eloquio da bar sport sta costruendo il proprio consenso. Con irresponsabile e criminale accanimento soffia sul fuoco del razzismo e dell’odio disseminando bugie, sospetti, insinuazioni, volgarità di bassa lega.ì, scusate il gioco di parole involontario.

Ma il fenomeno Salvini non è politico, bensì mediatico. Dare spazio al radicalismo di Salvini  serve a Renzi a nascondere la deriva autoritaria a cui sta conducendo il paese. La disinformazione si conduce tramite quegli organi, come la stampa e la televisione, che dovrebbero essere i cani da guardia del potere e sono diventati i suoi cani da compagnia. Sbattiamo il mostro in prima pagina, mandiamolo ai talk show e nascondiamo l’altro mostro, quello sta tradendo la costituzione, che ha abolito il senato, sta approvando una legge elettorale che porta dritta al partito unico e vuole cancellare la scuola pubblica.

Ci sarebbe da ridere e da fare dell’ironia non fosse che stiamo parlando di esseri umani, di un esercito di disperati che è improvvisamente scomparso da giornali e telegiornali, sostituito per qualche giorno dalle vittime dell’ecatombe nepalese anch’esse, tra breve, destinate a non esistere più. Il tutto nell’indifferenza generale di un’opinione pubblica che si scuote solo se sente l’odore del pericolo arrivare su ciò che le somiglia: siamo stati tutti Charlie per un giorno (io non, ma questo è un altro discorso) perché Charlie era fatto della nostra stessa sostanza, vestiva come noi, parlava come noi ed era anche arrogante e blasfemo come noi. Gli altri, i sommersi dal mare o dalle macerie del terremoto, sono quello che siamo stati e non ci fa piacere ricordarlo.

Sono urla del silenzio quelle si levano dall’Africa e dal mondo di sotto, storie destinate a non essere raccontate, morti che pesano sulla coscienza di tutti. Nel Mediterraneo, insieme a novecento poveri cristi è annegata anche la pietà. Sarà un conto molto salato quello che, prima o poi, la storia ci presenterà.

Mondi paralleli


mondi paralleli

Immaginate un mondo parallelo. In questo mondo c’è un paese dove un potere oscuro, un leader che non si vede mai se non in effige, domina tutto. In questo mondo la televisione è perennemente accesa in ogni stanza e alterna a pessimi programmi ì come situation comedy, reality show, ecc. programmi di pseudo informazione che danno notizie sul paese, perennemente in guerra. Solo che il nemico cambia continuamente e la propaganda è talmente abile, talmente sottile, da convincere realmente chi ascolta che il nemico di ieri è l’alleato di oggi e che è sempre stato così. Perfino le parole non significano più quello che significavano il giorno prima.

In questo mondo tutti gli appartenenti al popolo del leader sono uguali, coraggiosi, leali, dotati di senso del dovere, civili, gli altri, i nemici, sono disumani, diversi, selvaggi, sporchi e crudeli.

Il reato più grave di quel paese è l’amore.Perché l’amore è riconoscere nell’altro qualcuno di diverso, che ci completa, ci manca, ci aiuta a crescere. L’amore è il sentimento più eversivo che esista.

Immaginate che nell’altro mondo parallelo ci sia un continente dove c’è ricchezza, diritti, lavoro, un continente in perenne, sotterraneo conflitto con altri continenti che deruba delle proprie risorse per dare ai suoi cittadini ricchezza, diritti, lavoro. Naturalmente gli altri sono selvaggi, disumani, rubano, sporcano, portano malattie ecc. Il pensiero in questo mondo è liquido e flessibile, il relativismo morale, assoluto. Il bene e il male cambiano a seconda dei flussi della borsa.

In questo mondo parallelo domina la televisione che alterna a pessimi programmi, reality show, situation comedy, fiction, programmi sportivi, programmi di pseudo informazione. In questo mondo se per esempio un attore bestemmia in televisione (atto assolutamente deprecabile, beninteso), verrà radiato a vita dal video ma se un politico, violando la legge, esprime opinioni razziste schernendo un’altra religione, disseminando menzogne, fornendo dati sbagliati,.calunniando chi si adopera per l’accoglienza, seminando odio, quel politico verrà invitato a comparire in video in continuazione.

In questo mondo se un sito internet pubblica una assurdità sui rom, che drogano i bambini per farli dormire o che rapiscono i neonati, subito questa si diffonde a macchia d’olio e in tanti la condividono per confermare i propri pregiudizi. Poco importa se altri siti, ufficiali, gestiti da specialisti, riportano le reali dimensioni del fenomeno rom ( ridicole) o i dati che sfatano tutte le scempiaggini che si dicono in giro: poiché non confermano i propri pregiudizi, ma li mettono in crisi, le persone non li leggono.

In questo mondo la tragedia di uno squilibrato che suicidandosi uccide centocinquanta persone facendo cadere un aereo occupa le prime pagine dei giornali per giorni e suscita commozione e inquietudine nell’opinione pubblica, mentre centocinquanta giovani studenti universitari massacrati in un altro continente non suscita nessuna reazione, è solo un fatto di ordinaria violenza nel mondo degli “altri”.

La lingua, in questo mondo, cambia, si modifica, è liquida come il pensiero e flessibile, ogni parola oggi può significare una cosa e domani il suo opposto.

Nel primo mondo, quello di 1984 di George Orwell, l’amore alla fine non vince, nel secondo mondo, non c’è bisogno di proibirlo per legge, perché si è già estinto.

Il valore commerciale della morte di un bambino


stragepakistan

L’informazione ha regole tutte sue basate ormai su cinici calcoli d’interesse; dare o non dare spazio a una notizia, per quanto drammatica possa essere, dipende esclusivamente dalla quantità di copie che quella notizia fa vendere. In questo quadro il ruolo del giornalista diventa sempre più simile a quello di un venditore di parole, abdicando da quello di informatore.

Ecco che la morte tragica, straziante, inaccettabile di un bambino in un piccolo paese siciliano occupa le prime pagine per giorni, mentre la morte tragica, straziante, inaccettabile di 124 bambini in Pakistan le occupa per un giorno solo.

Con gusto necrofilo i giornali continuano da giorni ad accanirsi su una tragedia privata mentre una tragedia globale che riguarda tutti noi, l’Occidente ha enormi responsabilità riguardo il terrorismo talebano non ultima quella di averlo armato, invece di diventare argomento di approfondimento e riflessione, invece di diventare informazione, viene rapidamente dimenticata.

Questo perché la morte di un bambino italiano vale più, dal punto di vista delle vendite, della morte di centinaia di bambini stranieri. Percepiamo la prima come un dramma, la seconda come qualcosa di ineluttabile che essendo lontana da noi, non ci riguarda.

Trovo che tutto questo sia ignobile e disumano.

Sallusti, Carofiglio o della libertà demente


Parto da due episodi apparentemente diversi ma che in realtà sono analoghi, sia per la demenziale interpretazione della libertà di stampa e di critica sia per l’ignoranza della legge che sottendono.

Sallusti, direttore di Libero, avalla un articolo palesemente falso, calunnioso e offensivo da parte di un suo redattore che, detto per inciso, è stato da tempo radiato dall’ordine dei giornalisti per aver collaborato con alcuni esponenti dei servizi segreti. La Cassazione condanna Sallusti e si alza un coro di alti lai da parte di tutto il mondo della stampa italiano, compresi alcuni di quei giornalisti che, quando si presentano nei talk show, non perdono occasione di rinfacciare al direttore la propria disonestà intellettuale.

Carofiglio legge il post su Facebook di un critico letterario che giudica negativamente non solo il suo libro ma la sua carriera, con termini francamente offensivi. Lo scrittore si incazza, lo denuncia e subito si alza un coro di colleghi a difendere il critico e la libertà di critica.

A mio parere queste levate di scudi in entrambe le occasioni, sottintendono un concetto di libertà demente, completamente indipendente dalla legge e dalle regole, pericoloso, incosciente e disonesto. C’è malafede nei difensori di Sallusti e del critico,  egoismo di parte, molto spirito di casta. guarda caso quei difetti che quando indossano la veste (assai succinta ultimamente) dei censori, quegli stessi personaggi attribuiscono agli altri, a quelli diversi da sé, a quelli che fanno un altro mestiere molto meno nobile del loro.

Provo a dire come stanno le cose secondo me. Parlare di libertà di stampa in Italia è semplicemente ridicolo: i giornali sono dominati dagli editori che rispondono a logiche politiche e di convenienza. Siamo stati governati per quindici anni da un uomo totalmente privo di qualsiasi capacità di governo, di coscienza politica, di scrupoli, grazie al suo strapotere mediatico, che nessuno per altro si azzarda a ridurre. In un mondo in cui le informazioni arrivano in tempo reale, l’ausilio  dei mezzi d’informazione è fondamentale per detenere il potere. Non a caso, gli americani impediscono ai giornalisti l’accesso nelle zone di guerra. Dunque la stampa non è libera, risponde a logiche aziendalistiche e quei pochi giornalisti che cercano di fare il proprio lavoro in modo per quanto possibile obiettivo, vengono messi a tacere, tanto per capirci parlo di gente come Biagi e Gianni Minà per cui le levate di scudi sono state molto meno veementi.

La destra non è mai stata in grado di produrre un cultura propria, perché il concetto stesso di destra, che non implica l’uguaglianza, comprende il disprezzo e la demonizzazione della controparte. Dunque non stupisce che la stampa di destra usi la menzogna, la calunnia, l’insulto come abituali strumenti di propaganda. Ma ci sono dei limiti da rispettare, sempre.

La grande assente dalla polemica sul caso Sallusti è la legge. Il direttore di Libero ha violato la legge permettendo a Renato Farina, squallido figuro che solo in Italia può sedere sui banchi del parlamento, di pubblicare un articolo e ha violato la legge non ponendo il suo diritto di veto alla pubblicazione di quell’articolo palesemente falso e diffamatorio e dunque è stato condannato. Punto. Non c’è alcuna violazione alla libertà di stampa, casomai c’è tutela della stessa, un controllo contro l’abuso della libertà di stampa. Chi ha difeso Sallusti a spada tratta, a mio parere, o è consapevole di scrivere spesso il falso e ha il culo sporco, o ha paura di cadere, una volta cambiato il vento, nella stessa trappola e allora è meglio che cambi mestiere, in ogni caso non si può invocare la legge solo quando fa comodo ai propri interessi e ignorarla o osteggiarla in tutti gli altri casi.

Quanto al fatto che la norma che prescrive il carcere per chi diffama via stampa sia un retaggio fascista e vada abolita, se ne può discutere: visto l’assortimento di squallidi servi che scrivono sui giornali oggi, non so se è il caso.

Stesso discorso per Carofiglio: il diritto di critica è un conto, quando su un medium pubblico si passa all’insulto personale gratuito, è un altro, entriamo nel campo della diffamazione. Che certe critiche e certi critici rispondano a logiche editoriali, non è un mistero. Tutto in Italia è piccolo e meschino, anche il panorama editoriale. Anche in questo caso la legge è stata violata e Carofiglio, che non amo neanch’come romanziere, lo preferisco come saggista, ha esercitato il suo sacrosanto diritto di rivalersi legalmente. Punto. Tutto il resto è noia.

Due episodi che testimoniano l’assoluta mancanza di una coscienza comune sulla legalità nel nostro paese, la presenza di caste che sono state e vogliono continuare ad essere inattaccabili salvo arrogarsi il diritto di criticare e attaccare le altre caste. Gli intellettuali dovrebbero essere i cani da guardia del potere, nel nostro paese sono i cani da compagnia.

Una vittoria di Pirro


 

 

mostraOvviamente non posso che rallegrarmi della positiva risoluzione della questione Don Milani. Ero certo che il ministro, specie in un momento così delicato per l’esecutivo, avrebbe fatto marcia indietro. In bocca al lupo dunque, ai colleghi, nella speranza che l’anno prossimo non si ripeta la stessa manfrina.

Lo ammetto, ho provato anche un briciolo d’invidia. Intanto per la compattezza e l’unità d’intenti manifestata da dirigenza e corpo docenti, poi per la mobilitazione da parte delle famiglie e infine, per gli articoli del Secolo XIX. Proprio su questo ultimo punto voglio soffermarmi in questo post.

Prima però, devo dire con una certa malinconia, che questa vittoria importante e significativa per una scuola importante e significativa di Genova, rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro per la scuola genovese nel suo complesso. E’ stata una grande occasione mancata, lo ripeto, per lanciare un grido d’allarme sulla situazione delle scuole genovesi in particolare del ponente.

Veniamo alle dolenti note sull’informazione. Qualche mese fa il Secolo ha pubblicato una articolo superficiale e in parte falso, teso solo a fare notizia, su un episodio capitato nel comprensivo per cui lavoro, articolo in cui con dovizia di particolari, veniva descritto l’episodio dopo aver ascoltato una sola campana (la parte che si dichiarava lesa) e veniva chiaramente descritto il plesso in cui era accaduto il fatto.  Nella replica, che a nome della componente sindacale, avevo scritto io, avevo rimarcato, tra molte altre cose, come, un anno prima, per un episodio simile accaduto in una importante scuola privata, lo stesso giornale si fosse ben guardato dall’inserire dati che permettessero di individuare la scuola in questione. Tra parentesi, la nostra replica venne inserita in neretto in fondo all’articolo.

Un paio d’anni fa lo stesso giornale pubblicò una intervista di un sacerdote amante delle prime pagine in cui venivano denunciati alcuni gravissimi episodi riguardo studenti latinoamericani della nostra scuola, risultati poi privi di fondamento. Anche allora, fui io, su incarico del dirigente a replicare e, dal momento che dovevamo passare come la scuola dei latinos, lo spazio che mi diedero fu sufficientemente ampio da permettere una replica pacata ma ferma.

Questo per dire come la stampa cittadina applichi la regola del “leoni con gli agnelli” senza tenere in minimo conto i danni che può provocare in termini di iscrizioni e conseguenti tagli di cattedre con perdita di posti di lavoro, con certi articoli. Perché, strana coincidenza, di certo fortuita, questi articoli sono sempre stati pubblicati in periodo d’iscrizioni. Honni soy qui mal y pense

Il risultato è che la mia scuola, nell’immaginario collettivo, è ancora la scuola dei coltelli. Il fatto che la battaglia contro le bande sia stata vinta e combattuta ormai da anni, grazie all’impegno dell’intero corpo docenti, il fatto che il bullismo sia ai minimi termini, in un quartiere predisposto a fenomeni di questo tipo, il fatto che l’integrazione, parola che odio, preferisco superamento della diversità apparente, sia da noi una realtà da anni, che il disagio venga monitorato e contenuto costantemente non passa, non arriva alla gente, non fa notizia. Perché, e questa è una amara verità ma va detta, la povertà non paga. I poveri non comprano il giornale, non hanno peso politico, è difficile organizzarli. Cornigliano, per la stampa cittadina, conta quando finisce in prima pagina per la cronaca nera, non conta nulla se fa qualcosa di buono. Cosi’ Sampierdarena, Certosa, Bolzaneto, Prà, Voltri…Basta vedere la nuova campagna razzista del Secolo in questi giorni, per verificare come le campagne stampa siano “drogate”, costruite ad hoc. Gli articoli di questi giorni sembrano costruiti per per dire ai milanesi “avete sbagliato” e per ammonire i genovesi per tempo su dove mettere la croce quando si voterà per il comune. Ma la mia è malafede e certamente, i giornalisti del Secolo sono in buona fede,

Quanto detto per i giornali e vale ancora di più per la politica. Una sinistra imborghesita che si sposta sempre più verso il centro, finisce inevitabilmente per guardare ai borghesi, finisce inevitabilmente per strizzare l’occhio all’elettorato a cui aspira. Per questo la vittoria della Don Milani, che non può che rallegrare tutti, rischia di significare poco nel quadro globale, per questo la considero l’ennesima occasione persa. Se da queste pagine, io misero docente di lettere affetto da grafomania, posso prendere a esempio un episodio particolare per parlare del quadro globale perché non lo fa la stampa, dove scrivono dei professionisti? Perché non fare una serie di inchieste sulle scuole genovesi? Perché Regione e Comune non avviano una indagine conoscitiva?

La risposta,per quanto avvilente, è sempre la stessa: una serie di scuole con problemi strutturali e organici non fanno notizia e non portano voti. Ci siamo abituati, siamo abituati al fatto che le famiglie debbano portare carta igienica e sapone, siamo abituati ai tagli di cattedre, siamo abituati a veder morire il tempo pieno, siamo abituati alle classi di 27-30 alunni, siamo abituati al disagio dei nostri ragazzi, alla loro apatia, al disinteresse delle famiglie, siamo abituati ai quartieri ghetto, al razzismo, all’intolleranza, siamo abituati…Forse sì, ma allora dovrebbero essere proprio l’informazione e la politica a disabituarci. Le elezioni  appena passate hanno dimostrato che la gente ha bisogno di qualcuno che guardi ai loro bisogni, che la gente ha bisogno che la politica torni a sporcarsi le mani con la quotidianità. Hanno anche dimostrato che l’informazione ha perso potere, che la dittatura di giornali e televisioni a cui siamo sottoposti, è finita, anche se il leader minimo sembra, a sentire le ultime notizie, non essersene reso conto. Ha dimostrato l’importanza della rete, internet, e delle reti di cittadini e ragazzi. Forse da lì bisognerebbe ripartire, creare una rete tra le scuole che non sia inutile come quella attuale, tra i dirigenti, ma che porti la voce dei collegi docenti e delle famiglie, che amplifichi la protesta, che faccia informazione e opinione.

Questa è solo una modesta proposta, per un nuovo inizio.

Contro la storia e la realtà


Mentre il Maghreb si apre al mondo e soffia dal deserto un vento di rivolta che è aria fresca e pulita in un mondo sempre più soffocato dal potere del denaro e dalla tirannia più o meno occulta delle lobbies, l’Italia, nell’anno che celebra la sua unità, si riscopre sempre più piccola, meschina, soffocata da un esecutivo che, avendo terminato gli slogan e non possedendo la creatività necessaria per inventarne di nuovi, cerca di mantenersi disperatamente attaccato al potere nascondendo la realtà.

Così si spiega, ad esempio, il blitz sul federalismo con la richiesta della fiducia in Parlamento. La legge proposta da Calderoli e co. ha scontentato tutti, principalmente quelli che dovrebbero essere i maggiori beneficiari, i sindaci. E’ un testo confuso, contraddittorio, che fa acqua da tutte le parti, messo su in tutta fretta per necessità elettorali e per l’effettiva incapacità della Lega di produrre qualcosa di sensato ogni volta che le tocca uscire dal campo della demagogia e delle sparate razziste. Berlusconi ha capito che, se  vuole continuare ad avere l’appoggio di Bossi a cui è legato in un abbraccio mortale, quel testo,per quanto schifoso sia, va approvato, prima che la gente si renda conto di cosa sta varando il governo, prima che l’opposizione si risvegli dal decennale letargo e mostri tutta l’approssimazione e l’incapacità di questi pseudo legislatori. Ecco come si spiega la richiesta della fiducia su un provvedimento che, in una nazione normale, avrebbe dovuto essere oggetto di un ampio dibattito pubblico.

La disperazione del premier è viene fuori anche dalle recenti dichiarazioni deliranti sulle unioni gay e sulla scuola pubblica, tentativi disperati di ricostruire un feeling con la Chiesa e con la parte più reazionaria della destra. Il premier teme moltissimo Fini, nonostante le defezioni di questi giorni da Fli, non tanto quanto persona quanto per quell’idea di una destra europea e moderna che Berlusconi ha millantato per anni di voler costruire senza mai neppure cominciare. L’autoritarismo teme sempre le idee e per questo distrugge le scuole, dove si insegna ai ragazzi a usare la testa e lo spirito critico, a difendere le proprie opinioni rispettando quelle degli altri.

Nel quadro dell’occultamento della realtà va letto anche il giro di vite sull’informazione, il tentativo di cancellare quelle poche bolle di informazione libera che ancora resistono sulle reti nazionali, contrapponendogli dosi massicce di informazione di regime. La richiesta di impedire che un argomento venga affrontato più di una volta in televisione nel corso della stessa settimana, alla faccia del pluralismo, o quella di alternare Santoro a un conduttore di destra nella settimana successiva, sono penosi tentativi di impedire la libera circolazione delle idee, tentativi che non ricordano il Minculpop, mi permetto di obiettare a Santoro, ma la repubblica di Bananas di Woody Allen. Parlare di equa circolazione delle opinioni in un regime quasi monopolistico di gestione dei mass media da parte del governo può suscitare soltanto amari sorrisi.

Quello che questo pugno di attempati signori non riesce a comprendere è che nel mondo di oggi cercare di controllare l’informazione è come provare a svuotare il mare con un secchiello. Wikileaks ha tracciato un solco profondo nella storia dei mass media e ha portato prepotentemente alla ribalta la rete, rete che è protagonista importante del sommovimento epocale del Maghreb. Nessuno può controllare internet, perché un proxy server è più facile da allestire di un ponte radio e più difficile da scovare, perché una email o un filmato corrono in rete veloci quanto il pensiero e arrivano a destinazione prima di qualsiasi censore. Le rivoluzioni locali a cui stiamo assistendo sono lo specchio di una rivoluzione globale, quella della comunicazione e del trasferimento delle informazioni, con cui le democrazie di tutto il mondo dovranno presto o tardi fare i conti.

Internet trasforma ogni utente che si connette in rete in un membro di una gigantesca agorà dove il confronto, il dibattito, lo scambio, sono liberi, non regolati né regolabili. Nel nostro paese sono già state organizzate manifestazioni importanti attraverso i social network e la rete, siamo solo all’inizio ma la tecnologia digitale è veloce e progredisce in tempi straordinariamente brevi. La televisione, così come la vede il presidente del Consiglio, è uno strumento ancora potente ma in declino, specie nei confronti dei giovani, delle generazione dei digital native, quelli che non possono immaginare un mondo senza computer. Ancora più elusiva è la carta stampata quando si trasforma in bit, con la possibilità di dare in tempo reale le notizie che una volta apparivano il giorno dopo. Senza parlare della tribù dei blogger, del self journalism, che nel bene e nel male è una espressione di democrazia fattiva, reale che si contrappone alla democrazia spesso illusoria della politica. Un vero incubo nella mente di chi crede che per mantenere il potere basti cancellare ammutolire chi dissente.

Tutto questo non si può regolamentare né controllare e può trasformarsi in una cassa di risonanza straordinaria per le istanze di chi vuole rivendicare a voce alta la propria libertà. Tutto questo, per fortuna, sfugge a un governo che pensa a eliminare il peer-to-peer per tutelare gli interessi di pochi e non si accorge (per fortuna) che il peer-to-peer della democrazia reale, delle idee, cresce ogni giorno di più e allunga la sua ombra su un potere polveroso che ha fatto il suo tempo.

Il governo italiano sta conducendo una battaglia disperata contro la realtà, cercando di alterarla e modificarla a proprio piacimento e contro la storia, che sta cambiando gli equilibri del mondo. Non è possibile ridurre la questione del Maghreb a un problema di profughi, così come non è possibile cercare di monopolizzare l’informazione pubblica in un paese democratico. Ancora una volta il governo dimostra di non saper guardare lontano, di avere come unico obiettivo il mantenimento del potere a qualunque costo.

Se Orwell avesse fatto in tempo a conoscere la rete, forse avrebbe scritto un finale diverso per il suo capolavoro, meno amaro e disperato e più aperto alla speranza. Perché nel web non c’è posto per il Grande fratello.