Santuario, di William Faulkner


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Inauguro, con  un classico di Faulkner, la sezione del blog dedicata alle recensioni.  Parlare del presente  incita a usare toni e argomenti che non gradisco, preferisco che a farlo siano le opere di chi ha saputo guardare lontano, purtroppo senza sbagliarsi.

Il noir, per definizione, necessita di una redenzione,all’annientamento del male deve far da contraltare un riscatto morale che ristabilisce l’ordine naturale delle cose. Non c’è nulla di tutto questo in Santuario, un libro dove “la tragedia greca irrompe nel noir”, come ebbe a dire Malraux.

Non c’è redenzione nè speranza in questo libro che è un cupo canto di morte dove anche gli intermezzi lirici vengono spezzati dall’azione e la natura è più simile alla cupa matrigna leopardiana, quasi che l’ambiente della cotton belt, la zona del sud degli Stati Uniti dove è ambientato il libro e dove Faulkner ha vissuto per quasi tutta la sua vita, fosse malato, avvelenato dall’odio e dalla meschinità che  designano i suoi abitanti.

Non ci sono personaggi positivi in questo libro: nè l’ingenua lolita Temple Drake, non più bambina e non ancora donna, vittima di un osceno oltraggio che avvia la catena di morte e complice dell’omicidio rituale di un innocente,  nè  l’avvocato Horace Bembow , succube dell’odiosissima sorella Narcissa, simbolo della borghesia razzista e ipocrita del borgo dal nome impronunciabile in cui si svolgono i fatti, non sono innocenti i politici, corrotti e immersi in torbidi affari, nè quelli che sono delegati ad amministrare una giustizia che non prevede la ricerca della verità ma solo la resa alla pancia della folla. Non è innocente di sicuro Popeye, emblema del male assoluto, gratuito, insensato e senza spiegazione.

Lo stile è nervoso, teso, il libro è ricco di azione, di salti temporali in avanti e indietro, una sfida continua per il lettore che si trova immerso in un labirinto di cui non riesce a intravvedere la fine e che lascia presto senza fiato.  C’è dentro la disperata e morbosa indolenza di Tennessee Williams, il pulp di Tarantino, la disperazione di Cèline, la condanna di una società sempre più violenta, perbenista, ipocrita.  Santuario  è un canto funebre per la scomparsa della pietà.

Su tutto e su tutti, come in ogni tragedia che si rispetti, domina il Fato, un destino crudele attivato dalla malvagità propria degli uomini e della natura che si abbatte spietato e cieco come un maglio che tutto schiaccia senza distinzione. La descrizione potentissima dell’incendio equivale al lancio di una maledizione dove a bruciare non sono gli innocenti ma  chi appicca il rogo e applaude all’olocausto.  La religione è faccenda per wasp e non contempla pietà, comprensione, apertura verso chi soffre ma solo ipocrisia e tutela di un decoro vuoto e di facciata.

C’è molto dell’America ipocrita, razzista e primitiva che ha portato al potere un uomo ipocrita, razzista e primitivo come Donald Trump ma c’è molto anche di noi, di questo nostro tempo dove basta un soffio ad accendere un rogo e  in cui colpevoli e innocenti sono solo due facce della stessa, consunta medaglia e la giustizia un lancio nel vuoto.

Il grottesco epilogo finale non ristabilisce nessun equilibrio, non punisce alcune hybris, è solo il risultato della geometria spietata e imperscrutabile che fa sì che il postino suoni sempre due volte.

Se il presepe fosse vero Gesù sarebbe nero


uid_12588921387.580.0Chi lo spiega a Salvini, ai naziskin e ai razzisti che non sono razzisti ma si comportano, dicono, fanno  quello che fanno i razzisti che, se volessimo fare davvero un presepe, rispettando la realtà storica, partendo dai luoghi in cui Gesù ha vissuto la sua parabola umana, dovremmo concludere che non solo Nostro Signore,   ma anche sua madre e suo padre erano, se non neri, quantomeno dello stesso colore degli odiati mussulmani?

Chi glielo spiega  a questi indomiti difensori della famiglia tradizionale e dei legami di sangue   che, ben lungi dal difendere la fiera razza italica, Gesù era un ebreo, di razza semita e di religione ebraica, piuttosto rispettoso delle tradizioni, con un padre che aveva sposato una ragazza molto più giovane di lui, prendendosi cura di questo figlio non suo e sognando, forse, di lasciargli in eredità la piccola e florida azienda artigiana di famiglia?

Chi glielo spiega che Monsignor Giacomo Martino è un sacerdote che fa il sacerdote, seguendo alla lettera quello che predica il Vangelo, non un pericoloso sobillatore di folle o uno che gode a turbare l’ordine sociale? Lui lavora con gli ultimi, non ha tempo per cavilli legali e ipocrite prese di posizione fintamente pacate.  Ha il difetto di parlar chiaro,    Giacomo Martino, senza filtri, difetto grave in un mondo dove i filtri sono tutto, dove si maschera il razzismo con la protesta sociale di pochi.

Chi glielo spiega ai bravi cittadini di Multedo che dare asilo a dodici profughi, sopravvissuti a cose che nessun uomo dovrebbe vedere, è atto cristiano dovuto, che non si è tolto un bene alla comunità perché dare asilo a chi ha bisogno, anche se ha il colore di Nostro signore, è fare il bene della comunità. Forse, domani, quei ragazzi, quando si tratterà di scegliere che strada prendere, scegliere, sceglieranno quella del bene in ricordo del bene ricevuto, oppure…

Chissà perché a tanti bravi, devoti e ipocriti cattolici un prete che fa il prete dà così fastidio,  chissà come mai   la   Chiesa che diventa Ecclesia, assemblea, luogo di comunione, di unione della comunità, tutta, senza distinguo, anzi, come faceva Gesù, con un occhio di riguardo per gli ultimi, fa così paura.

Forse perché Gesù non parla agli ipocriti, anzi li odia, forse perché il messaggio evangelico e quello dei frammenti apocrifi è un pugno nello stomaco per i perbenisti di ogni tempo. 

Le parole sono importanti e alterarne il significato, fino a invertirlo è uno dei modi in cui si costruisce il potere. Meno parole la gente conosce, più è facile controllarla, manipolarla, tenerla a bada. E’ il principio dello spot, messaggi semplici, elementari, facili da ricordare, ed è il principio della politica spot di questi anni.

Le parole di Gesù, che era nero, o  quanto meno parecchio olivastro, erano e sono sassi che scuotono gli stagni delle nostre coscienze. O dovrebbero. Forse per questo è meglio chiosare con eleganza su questioni formali in fatto di fede invece che badare alla sostanza, invece che rendere fuoco e tempesta, com’era e com’è, il messaggio evangelico.

Vito Mancuso ha suscitato scandalo rispondendo alla domanda di un lettore che gli chiedeva se si sente ancora parte della Chiesa e dicendo che si   sente con un piede dentro e uno fuori.  Lo comprendo perfettamente. E’ duro sentirsi parte della Chiesa quando hai a che fare con certi cristiani.

Stiamo  alterando   il senso  della Storia. Il presepe come simbolo dell’identità nazionale farebbe rivoltare nella tomba quel S. Francesco che abbracciava i lebbrosi, che si spoglia perfino delle vesti per dedicarsi agli altri e che arriva perfino a parlare con il Sultano per predicare la pace.  Ci deve essere un limite al livello di volgarità intellettuale e di ignoranza che si è disposti a tollerare.

Usare la religione che per qualcuno, non tanti, è ancora qualcosa di molto serio, a fini politici, cercando di strumentalizzarne il messaggio, va bene per la grande massa degli ipocriti ma per chi ha ancora un minimo di onestà intellettuale è un atto abietto, di una volgarità insopportabile. Oltre che pericoloso.

La nostra identità di cristiani non dovrebbe essere rappresentata dai pupazzi del presepe ma dall’apertura evangelica all’altro, dalla pietà e dalla comprensione, dallo spendersi per gli altri senza chiedere nulla in cambio e senza chiedersi cosa gli altri fanno per noi.

Certo, spiegare questo   a  Salvini,  ai naziskin e ai razzisti della porta accanto è impresa da far tremar le vene e i polsi, ma ci si dovrebbe, evangelicamente e cristianamente, provare. Altrimenti, evitate di sedervi in Chiesa, di andare alla messa di Natale, ecc., ve lo direbbe anche il bambin Gesù,nero,se potesse; non è posto per voi.

Il senso della democrazia di certi italiani


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Il mondo sta bruciando, si compiono stragi atroci che occupano poche righe sui giornali a meno che non  si verifichino tra cittadini bianchi, benestanti e, possibilmente, abitanti in grandi città del mondo occidentale, nessuno fa nulla di concreto per fermare questa follia, mentre i bambini muoiono a decine in mare, adesso anche bruciati vivi.

Come avevo scritto in questo spazio, la compassione 2.0 ha funzionato lo spazio di una fotografia, poi siamo tornati al nostro razzismo quotidiano, Mai celebrazione del giorno della memoria è stata più falsa, inutile, offensiva per le vittime dell’Olocausto, che continuano a bruciare nell’indifferenza dei più, ogni giorno.

In Italia ogni cosa diventa piccola, meschina, il teatro si fa avanspettacolo, la tragedia, melodramma, la rabbia, isteria. Così il nostro contributo al razzismo quotidiano, il nostro sostegno all’indifferenza diffusa, si materializza nello scontro sulle unioni civili.

Intendiamoci, il problema è serio: i diritti civili sono sempre una cosa seria perché riguardano tutti, non solo la parte interessata. I diritti di una parte sono i diritti di tutti.

Trovo semplicemente oscena l’esibizione di ipocrita bigottismo del Circo Massimo: io non sono democratico al punto da ritenere che tutti abbiano diritto di parola, o forse sono democratico al punto da ritenere che sia ignobile manifestare per negare un diritto civile. Sui temi e contenuti di quella carnevalata non entro nel merito, non ce n’erano.

Trovo ancora più oscena la risposta di Renzi al sepolcro imbiancato Adinolfi, figurante di quarta fila che solo in Italia può assurgere al ruolo di protagonista. Che significa   “Ce ne ricorderemo” in risposta alla sollecitazione dell’insopportabile obeso? significa che il presidente del consiglio vuole fare un passo indietro sull’unica riforma non di destra presentata dal suo governo? Significa che, ancora una volta, si rimangerà quanto ha promesso? Oppure non è più necessario agitare lo spauracchio delle unioni civili per coprire altre magagne, tipo l’inesistente politica estera del nostro paese, tipo la crisi che non è affatto dietro le nostre spalle, tipo una politica economica basata sul nulla, tipo Banca Etruria e la vergine cuccia? Si sa che gli italiani hanno la memoria corta e difettosa.

Ma il Circo Massimo è stata anche l’ennesima ribalta di una destra forcaiola, razzista, intollerante, miserabile, ben lontana da certa destra europea e ben lontana da qualsiasi forma di pensiero liberale oltre che il palcoscenico di una destra cattolica compromessa e medioevale.

Renzi è a un bivio: o va avanti con la legge senza modifiche, riguadagnando forse qualche voto in quello che dovrebbe essere il suo bacino di riferimento e che ha più volte, sistematicamente umiliato e tradito, o segue l’ala più gretta della chiesa, quella che non ama il Papa, e la destra più becera d’Europa, guadagnando, presumibilmente, il dominio assoluto sulla scena politica.

Registriamo su questo punto l’ennesima occasione persa da parte dei Cinque stelle di dimostrare di essere una forza politica matura e non un’accozzaglia di persone con buone intenzioni e nessuna visione, al servizio di un re travicello bizzoso che si è già stancato del suo giocattolino.

Registriamo anche l’assenza di una forza di sinistra credibile,visionaria,viva, capace di camminare su nuovi sentieri e non di ripercorrere strade vecchie.

In conclusione, il secondo paese più corrotto d’Europa, può legittimamente aspirare alla palma di campione dell’ipocrisia, dell’intolleranza, del vuoto a perdere mentale.

Dieci cose che non succederanno se passerà la legge sulle unioni civili.


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1) Gli uomini non diventeranno tutti gay e le donne non diventeranno tutte lesbiche. Sembra incredibile, ma è scientificamente provato che è così.

2) Non diminuiranno i femminicidi, quelli sono di pertinenza delle coppie eterosessuali.

3) Non scompariranno i maltrattamenti alle donne da parte dei mariti, idem come sopra.

4) Gli intolleranti non smetteranno di essere tali perché l’intolleranza, quella sì, è una malattia che nasce da una incurabile ignoranza.

5) Gesù non scenderà dalla croce indignato, è già furibondo per i muri, i calci ai bambini immigrati, le guerre inutili, la corruzione, ecc., se si legalizzasse l’amore, casomai, gli tornerebbe il sorriso.

6) Non scomparirà la prostituzione perché i migliori clienti delle prostitute sono un certo tipo di mariti.

7) Non si estinguerà la razza umana e non ci trasformeremo in statue di sale a meno che non si continui a devastare allegramente l’ambiente.

8) Non smetteremo di essere un paese sostanzialmente incivile e arretrato, il paese delle mafie, il paese al secondo posto tra gli stati europei nella classifica sulla corruzione.

9) Non insegneremo nelle scuole ai bambini come diventare gay, casomai gli insegneremo a non concepire mai un pensiero così cretino.

10) Non diminuiranno le nostre buste paga, a quello provvedono buona parte dei politici, sia quelli progressisti sia quelli che andranno al Family day magari dopo aver fatto un salto da una trans.

Don Gallo, un prete “scandaloso”


Don Gallo non sapeva stare al suo posto: dove altri, in virtù del proprio ministero, sentivano la necessità del silenzio e della sottomissione all’autorità ecclesiastica, lui  sentiva, in virtù del proprio ministero, di essero libero di esprimere pensieri e opinioni e di fare lettera viva il Vangelo.

Don Gallo dava fastidio agli ipocriti, ai perbenisti, ai cattolici di comodo, ai sacerdoti di regime, a tutti quelli che non tolleravano che dicesse quello che, per tacito accordo, non si deve dire, a tutti quelli che non tolleravano che sistematicamente, spietatamente, ostinatamente, questo prete di strada mettesse in piazza I panni lerci di una Chiesa sempre più compromessa col potere e col denaro, sempre più lontana da Dio.

Don Gallo era un istrione, un attivista del bene, un radicale della carità, riusciva a restare impermeabile al mare di lurida ipocrisia che ci circonda, ingenuo come un bambino e, a un tempo, astuto, sempre attento a non varcare la soglia che lo avrebbe portato fuori dalla Chiesa, consapevole che per aiutare I “suoi” ragazzi, I trans, le prostitute, gli stranieri, la sua gente, nella Chiesa doveva restare, seppure ai margini, seppure mal tollerato da un’autorità che non riusciva a capire come, nel tempo del relativismo e del compromesso, un piccolo prete di strada potesse continuare a pretendere di predicare il Vangelo impunemente.

Don Gallo era scandaloso, grazie a Dio, perché nello scandalo, nell’andare contro, nel proclamare instancabilmente la parola di Dio in un mondo di sordi e di ciechi, sta l’essenza del messaggio cristiano. Don Gallo era scandaloso in nome di Dio, per lui e con lui e pazienza a chi gli contestava il suo ideologismo, pazienza per chi crede che l’utopia di un modo di uguali, senza poveri e ricchi, senza schiavi e padroni sia poco adatta ad un sacerdote: personalmente, rassomiglia molto alla mia idea di paradiso.

Ai puritani e ai baciapile ricordo che la Chiesa è piena di meravigliosi uomini di Dio scandalosi: dal più scandaloso di tutti, Gesù, che parlava alle prostitutee ai pubblicani e rovesciava I tavoli dei venditori nel tempio, a Francesco, che baciava I lebbrosi e parlava agli animali, da Santa Teresa d’Avila, con le sue estasi sensuali e visionarie all’arcivescovo Romero, che rifiuta di stare al suo posto, di obbedire, di tacere e viene immolato sull’altare. Don Gallo, lassù, è in buona compagnia.

Don Gallo apparteneva a una Genova che non esiste più: la Genova solidale, la città che accoglieva gli esuli cileni, che faceva partire cibo e vettovaglie per I vietnamiti, la Genova rossa che scatenava l’inferno contro le provocazioni fasciste, la Genova che si stringeva come un uomo solo accanto ai suoi operai. Per chi ha la mia età, Genova e don Gallo si sovrappongono, sono uno lo specchio dell’altra, il piccolo prete con il suo sigaro sempre acceso è un simbolo indelebile della nostra città, come il porto, come la Lanterna. Per chi ha la mia età Genova oggi mette tristezza, provoca rabbia e a volte vergogna, città senza più identità e senza la capacità di rialzare la testa, mugugno e nostalgia di un tempo lontano, pallida ombra sporca di storia.

Don Gallo se n’è andato quando in Vaticano è salito un papa “scandaloso”: privo dei segni del potere, con le scarpe slabbrate, un papa che ama la bagna cauda e il buon vino, che saluta come una persona normale, che dice con tono pacato parolepesanti come macigni e in Argentina ha dato spazio e aiuto ai preti di strada come lui, se n’è andato con la consapevolezza che il cambiamento della Chiesa a cui ha dedicato una vita, è finalmente cominciato, se n’è andato consapevole di non essere più solo, quando ha capito che poteva passare la mano senza che tutto si trasformasse soltanto in un bel ricordo che sarebbe sbiadito col tempo.

Grazie a don Gallo per aver tracciato una strada, per essere stato scandaloso, per aver scosso le nostre coscienze e, a volte averci irritato ma costretti a pensare, grazie per aver dato un esempio  di cosa la Chiesa potrebbe e dovrebbe essere, grazie soprattutto per aver ricordato quotidianamente che viviamo in un mondo schifoso ma che dentro di noi ci sono le energie e I valori per renderlo migliore. Mi dispiace solo per la tua fede genoana, ma è un bene, perché ci insegna che nessuno è perfetto Smile.

La fine della democrazia


Vittorio Zucconi, giornalista che amo molto anche per la sua sottile ironia, ha scritto un post nel suo blog su La Repubblica contro chi, come il sottoscritto (lui parlava di Dalema, ovviamente), ha affermato che l’uccisione di Bin Laden è stata un errore e che sarebbe stato meglio processarlo.

Le argomentazioni addotte da Zucconi sono tutte assolutamente ragionevoli, in gran parte condivisibili, realistiche. Il giornalista si chiede quale paese avrebbe dovuto processare Bin Laden, quale stato avrebbe accettato di ospitare il criminale sapendo che ad esempio, i terroristi avrebbero potuto sequestrare un autobus pieno di bambini e sgozzarli uno a uno in diretta web per chiedere il rilascio del loro capo, se avrebbe dovuto essere la giustizia militare o civile ad occuparsi del processo e,nel secondo caso, quanto tempo sarebbe passato prima di una condanna definitiva. Zucconi conclude che uccidere Bin Laden sul posto era l’unica soluzione praticabile. La più semplice, aggiungo io.

Tutte argomentazioni ragionevoli e condivisbili. Solo che il problema è un altro. Il problema è che il cardine della democrazia è la legge, più precisamente, il cardine della democrazia è che la legge deve essere uguale per tutti. E’ una regola che non ammette deroghe, eccezioni o chiose, è la pietra volta di ogni sistema democratico.

Con quale coraggio gli americani occupano Kabul e Baghdad da anni con lo scopo di portare la democrazia a quei popoli se poi derogano dal fondamento di ogni ordinamento democratico?

Potessi parlare a Zucconi, parafrasando Mao, gli direi che la democrazia non è un pranzo di gala, non è comoda e neppure facile da mantenere, è costata un’infinità di vite umane. In Italia, per la democrazia, sono morti i partigiani, poi decine di poliziotti e magistrati uccisi dai terroristi. Ma nessuno ha mai pensato che fosse lecito far saltare le cervella a un terrorista, nessuno ha pensato fosse lecito uccidere a sangue freddo Riina. La democrazia è un valore assoluto e come tale richiede un grande sacrificio per mantenerla. Nel momento in cui si abdica alle regole più elementari si smette di praticarla, si entra in un altro ambito, quello della legge del taglione, dell’inciviltà, della prevaricazione.

Se giustifichiamo gli americani che per comodità hanno deciso di dimenticare per un momento le regole, perché prendersela con Berlusconi, che non è un terrorista sanguinario e fa la stessa cosa? E non mi dite che sto facendo un paragone assurdo: se relativizziamo la democrazia, allora va relativizzata sempre, non si può farlo solo quando ci fa comodo. O tutti devono rispettare le stesse regole ed essere sottoposti alla stessa legge, sempre e ovunque ci sia democrazia, oppure siamo in un altro ambito che, personalmente mi ripugna.

Ne ho francamente le scatole piene di realpolitik e discorsi sulla ragion di stato. De Tocqueville e Franklin, i padri della democrazia americana, non hanno certo teorizzato che ogni tanto si può commettere un omicidio a sangue freddo per il bene del paese o perché è complicato fare un processo, come i nostri padri costituenti non hanno teorizzato che il presidente del consiglio ha il diritto di insultare e limitare il potere dei magistrati. Ideali e sogni di uguaglianza che si sono persi, che sono diventati parametri obsoleti con cui confrontarsi. C’è bisogno di ideali, di onestà, di lavare via l’ipocrisia che ci circonda. Il sistema in cui viviamo, un sistema fortemente condizionato dagli USA e dalla loro politica dal dopoguerra a oggi, non è democratico, non è ugualitario e non è il migliore dei sistemi possibili. A chi afferma che non ci sono alternative ricordo il bombardamento della Casa rosada a Santiago del Cile e l’omicidio di Salvador Allende, finanziato e ordinato da Henry Kissinger: se le alternative si soffocano nel sangue, poi scompaiono.

Quando il paese che ha la presunzione di portare la democrazia agli altri a suon di bombe, ne viola le regole principali, dovremmo tutti interrogarci su cosa c’è di sbagliato. Non l’ha fatto nessuno in modo chiaro ed efficace, nessuno ha avuto il coraggio di alzare la voce fuori dal coro. Se ci fosse bisogno di una prova che questa non è democrazia,eccola.

Fuoco amico (Gino Strada, il nemico)


Leggete per favore questo articolo: http://temi.repubblica.it/micromega-online/se-il-pacifismo-diventa-inconsapevole-razzismo/.

E’ apparso su Micromega, giornale vicino alla sinistra ed è l’esempio di come la macchina del fango, che io preferisco continuare a chiamare fabbrica del consenso, non sia appannaggio della destra. I miserabili e i disonesti, si sa, sono trasversali agli schieramenti politici.

Con una disonestà intellettuale rara perfino tra i nostri scribacchini, mascherata da sarcasmo, l’autore taccia i pacifisti di ipocrisia e razzismo perché, mentre hanno considerato accettabile la guerra partigiana contro il nazifascismo, appena ci si allontana dall’Italia per i sacrosanti interventi militari delle potenze occidentali per razzismo e vigliaccheria. La summa è questa e le argomentazioni di questo livello. Il pacifismo, per l’autore, è pura utopia, un modo per mascherare l’indifferenza verso gli altri, per godere egoisticamente dei propri privilegi senza sacrificare nulla per aiutare il prossimo, specie se straniero.

Questo idiota, probabilmente, non conosce la sottile differenza che passa tra la resistenza legittima verso chi invade uno stato sovrano, come nel caso della guerra partigiana, e l’invasione ingiustificata di uno stato sovrano, come quella prossima a venire in Libia. Ignora anche che uno degli stati leader del mondo, l’India, si è liberata dal giogo inglese grazie alla resistenza eroica e non violenta di milioni di pacifisti utopisti guidati da un signore che si chiamava Gandhi. Quanto al razzismo chiedo a questo genio: è più razzista intrattenere rapporti amichevoli con un dittatore sanguinario e fornirgli le armi con cui spara sulla folla che protesta oppure contestare un intervento militare che ha il solo scopo di appropriarsi delle risorse libiche lasciando la popolazione nelle stesse identiche condizioni in cui si trova adesso, magari creando un parlamento burla come quello afghano?

La verità è un’altra. Dietro la disonestà intellettuale di fondo dell’articolo in questione e di altri simili apparsi su quotidiani di sinistra in questi giorni (del grottesco finto pacifismo di destra non vale la pena parlare) c’è l’intento di screditare indirettamente chi non può essere screditato direttamente, cioè Gino Strada. L’articolista di Micromega ha la pretesa di smontare, senza ovviamente riuscirci, punto per punto le argomentazioni portate dal fondatore di Emergency contro l’intervento armato in Libia.

Non potendo attaccare sul piano personale quest’uomo, che rappresenta uno dei pochi motivi per essere anche orgogliosi di essere italiani, si usano questi mezzucci, questi pietosi tentativi di delegittimarlo con bugie, false argomentazioni e ipocriti appelli alla realpolitik. Perché la sinistra sta vivendo una grande contraddizione. Quando furono arrestati i medici di Emergency, si schierò senza se e senza ma con Strada, tessendone le lodi e approvando il suo operato, difendendo con dotte argomentazioni il suo pacifismo. Adesso, che si trova dalla parte di chi bombarda, deve venire a patti con una parte del suo elettorato che continua a ritenere Gino Strada un grande uomo e le sue argomentazioni sensate e ragionevoli. Allora ecco gli editoriali sull’Unità, ecco Micromega, ecco la fabbrica del consenso di sinistra che parte all’attacco, senza avere neanche il coraggio morale di levarsi la maschera e mirare al cuore.

Trovo che tutto questo sia disgustoso e patetico, quasi come Ferrara che parla contro la guerra o Castelli che sproloquia di motivi umanitari per rifilare i profughi all’Europa. Trovo che tutto questo sia ancora più disgustoso e patetico perché rappresenta la totale perdita di identità della sinistra, la rinuncia a valori come l’internazionalismo e l’antimperialismo che fanno parte del sua dna, la sua totale conversione a strumento del Sistema.  Se l’alternativa a un leader senza idee, senza coraggio e senza vergogna come Bersani è rappresentata da Renzi, amico di Comunione e liberazione, non si può che peggiorare.

Io credo che sia venuto il momento che il popolo della sinistra, che non posso pensare approvi questo intervento armato, mandi a fare in culo questa banda di incompetenti intrallazzatori da due soldi e scelga una classe dirigente adeguata. Il mio non è grillismo, ma disperazione. Penso sia arrivato il momento che la sinistra torni ad essere unita, popolare, internazionalista e rivoluzionaria, sempre nel rispetto delle regole democratiche, penso sia arrivato il momento di ricordare la nostra storia e ritrovare l’orgoglio di una appartenenza politica che non può essere rappresentata da Bersani, Dalema e Veltroni, o peggio, da Renzi.

La guerra è una cosa seria, schifosamente seria. Non è bella e fa molto male, se poi è condotta da un pugno di dementi, tipo Sarkozy e Berlusconi, non può che condurre alla tragedia. MI chiedo perché la gente non scenda in piazza, perché non tornano a sventolare le bandiere della pace alle nostre finestre? Forse  la fabbrica del consenso ha ottenuto il suo scopo, è riuscita ad anestetizzare un popolo intero? Oppure non abbiamo più il coraggio di essere contro?

Forse ha ragione l’articolista di Micromega, il mondo è questo e pensare che possa andare diversamente è una utopia ipocrita. Oggi, 31 anni fa, moriva il cardinale Romero, uno che per difendere quella ipocrita utopia ci ha rimesso la pelle. Non so perché, ma continuo a preferire lui e Gino Strada, che alle vittime della realpolitik la pelle la salva, all’articolista di Micromega e al suo consapevole razzismo verso i pacifisti.