Perché la scuola tace?


Domani si torna a scuola dopo la pausa natalizia e sarà una scuola un po’ più povera di risorse, dopo la finanziaria. Come tutti i governi che l’hanno preceduto, anche questo non si esime dalla macelleria sociale, andando per altro a incidere in modo netto sugli insegnanti di sostegno, quindi sugli alunni che più di altri hanno bisogno di attenzione e di una scuola che offra loro una reale integrazione. D’altronde, dell’attenzione di questo governo verso le fasce più deboli, si è già detto ampiamente in questo spazio.

Ma non sono tanto i tagli alla scuola a irritare quanto il venire meno di quanto promesso e strombazzato in campagna elettorale: la Buona scuola è ancora lì, certo ridimensionata nelle sue parti più odiose, come quella riguardante l’arruolamento, ma soprattutto per l’azione dei tanto vituperati sindacati, non per l’azione di un governo che, a questo riguardo, mostra una totale indifferenza.

Lo si comprende: buona parte dei supporter più accaniti delle due compagini governative non brillano per eloquio, senza contare chi si vanta di non leggere libri e il generale disprezzo per intellettuali e professori.

Quello dell’analfabetismo funzionale, dell’infimo livello culturale generale , è uno dei grandi problemi taciuti del nostro paese e bisogna dare atto a Renzi di aver cercato di trovare una soluzione: l’ha fatto male, spendendo molto e malissimo, ma è stato l’unico, negli ultimi vent’anni, che ha provato a riformare e riorganizzare la scuola italiana in modo da aumentarne l’efficienza.  Peccato si sia affidato alle persone sbagliate per scrivere la sua riforma, che pure conteneva spunti interessanti che avrebbero potuto, se sviluppati, portare a un ben altro esito.

Mi chiedo cosa facciano oggi i contestatori della Buona scuola di ieri, tra cui ha militato anche il sottoscritto, perché non ho la percezione di una analoga levata di scudi verso un governo che è tornato a tagliare i fondi per la scuola in modo sensibile, che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse riguardo gli arruolamenti, che non ha messo mano al problema del precariato, che non si sogna neanche di riformare i programmi scolastici o la governance della scuola. Prima bisognerebbe spiegargli il significato di questi termini.

Davvero, dopo l’iper attivismo di Renzi, vi va bene questo nulla? Davvero preferite un ministro che vi dica quando dovete o non dovete assegnare i compiti e un altro che condanna pubblicamente il laicismo della scuola?

C’è un altro problema che mi assilla ancora di più: il clima di intolleranza e razzismo dilagante, la violenza verbale   sdoganata a ogni piè sospinto, chiedono, a chi svolge il lavoro di insegnante un impegno supplementare. In cattedra, ogni mattina, diamo forma e voce alla Costituzione, e i valori della costituzione non sono quelli si respirano oggi. Abbiamo, avremo il coraggio di continuare a portare avanti questi valori? Avrete voi, cari colleghi che avete votato il nuovo, la coerenza e la professionalità di parlare a chi vi trovate di fronte di accoglienza, solidarietà, del dovere civile di contrastare ogni forma di discriminazione senza giustificare o minimizzare quanto accade ogni giorno nel paese? Avrete la coscienza di dare risposte chiare alle domande che i ragazzi ci pongono quotidianamente?

Perché su questo si gioca il futuro della scuola e del paese, sulla necessità che un presidio di democrazia fondamentale continui a funzionare indipendentemente da chi comanda, per portare avanti i valori costituzionali. Non significa fare politica a scuola, anche se fare scuola è una delle azioni più politiche che esistano, ma questo sarebbe troppo complicato da spiegare agli attuali governanti, si tratta di svolgere con coscienza il proprio lavoro.

Il lavoro ben fatto è l’unica arma che possediamo per opporci alla violenza che impregna l’aria, e sarà bene che ce ne ricordiamo tutti, prima che sia troppo tardi.

La scuola non la fanno solo gli insegnanti


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Quei dirigenti dell’ANP che hanno considerato una sciocchezza il concetto di scuola come “comunità educante” inserito nel nuovo contratto nazionale, dovrebbero provare un moto di vergogna, ammesso ne siano in grado,  alla luce dei recenti fatti di violenza che hanno avuto come vittime degli insegnanti.

Ho letto molti articoli in proposito, generalmente equilibrati e ben argomentati, in qualche caso acuti, ma tutti, essendo redatti da persone anche illustri e autorevoli, come Zagrebelski e Recalcati, che non vivono quotidianamente la scuola, analizzavano il problema alla superficie , senza scendere in profondità.

Sono ormai anni, dalla prima riforma Berlusconi, che è avviato il processo di delegittimazione della classe insegnante che la Buona scuola ha portato a termine. Non si contano le campagne stampa organizzate ad hoc per far digerire alla gente riforme che hanno progressivamente limitato la libertà all’interno delle scuole, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi come non si contano gli articoli dilettanteschi e le informazioni distorte che descrivono una scuola che non c’è.

Di pari passo e non casualmente è aumentata la conflittualità con le famiglie e si è progressivamente oscurato il concetto di scuola come comunità, luogo deputato all’educazione dei futuri cittadini dove famiglia e insegnanti definiscono cosa è necessario fare perché i ragazzi raggiungano le adeguate competenze e maturino in modo armonico.

Mentre accadeva tutto questo i presidi,  da primi inter pares, diventavano dirigenti aziendali, burocrati il cui unico compito sembra quello di riempire carte, specie se utili alla propria salvaguardia, e invitare i collegi docenti a votare a  favore di strani acronimi. La burocrazia prima di tutto.

Il risultato è che se un insegnante fino a qualche anno fa, in caso di problemi o contrasti con una famiglia, sapeva di poter contare sull’appoggio del preside, cioè della scuola, oggi questo non accade più. Siamo soli, con il rischio che in caso di vertenza il dirigente ci dia contro a priori. E’ il primo passo per trasformare le scuole da presidi di democrazia dove si favorisce e si sviluppa il pensiero critico, a torri d’avorio dove ci si limita a tramandare un sapere sterile, vecchio, fine a sé stesso. L’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, è di trasformare le scuole in dependance delle aziende e, per quanto riguarda quelle più disagiate, in fabbriche di manodopera a basso costo.

La responsabilità di questo processo involutivo, di questa metamorfosi da comunità educante ad azienda, da docenti dotati della libertà d’insegnamento, uno dei cardini della democrazia, a impiegati asserviti a un capetto/a e schiavizzati dalle carte, è politica.

Va poi posto l’accento sul pregiudizio culturale che impera nel nostro paese nei riguardi degli insegnanti, visti ancora come quelli che fanno tre mesi di vacanze, si leggono il giornale in classe, ecc. Basta leggere i forum di qualunque articolo sulla scuola per scoprire che a lavorare davvero sono sempre e solo gli altri.

Nessuno di noi si sognerebbe di spiegare a un macchinista come guidare un treno o a un avvocato come condurre una causa mentre gli insegnanti, di tanto in tanto, si sentono dire come dovrebbero condurre la classe, affrontare certe materie, quante pagine da studiare dovrebbero dare, ecc. Una palese mancanza di rispetto e una evidente diminutio di dignità per una categoria strategica in ogni paese avanzato.

L’ultimo dato rilevante, in questa breve sinossi di come è stata distrutta la scuola pubblica negli ultimi vent’anni, è il fatto che quei genitori che aggrediscono gli insegnanti fanno il male dei loro figli, inculcando l,oro il principio mafioso che la ragione, se non la sia ha, la si prende, anche con la violenza, se necessario.

E su questo, su come  l’habitus mafioso sia parte integrante della nostra cultura, ci sarebbe molto da dire e forse lo farò, in un altro contesto.

In conclusione, l’unica soluzione è invertire il processo, tornare a quella comunità educante che era l’idea di fondo che portò ai decreti delegati nel 1974, restituire dignità a un classe di lavoratori che tanto ha dato a questo paese in questi anni di crisi, anche economicamente, tornare a fare delle scuole delle torri di guardia, sentinelle e avamposti di democrazia e pensiero critico, fucine di cittadini responsabili e attivi.

Il nuovo contratto nazionale appena firmato muove timidi passi in questa direzione.  Nel frattempo, sarebbe necessaria una presa di  posizione della politica, magari di quel ministro tanto solerte quando si tratta di occupare le pagine dei giornali con perle di saggezza sull’uso dei cellulari a scuola, un po’ meno quando deve intervenire a difendere la categoria che sarebbe tenuta a rappresentare.

Tutti devono avere ben chiaro in mente che se la scuola pubblica e il suo ruolo vengono meno, questo paese è destinato a morire. E non è che al momento stia troppo bene.

La buona scuola al di là delle bugie di Stato


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Volendo trarre un bilancio sulla presunta riforma della scuola, inopinatamente denominata “Buona scuola”, si può affermare che si è andati oltre le peggiori previsioni.

Non è stata necessaria neanche l’entrata a regime completa della riforma, che avverrà dal primo settembre 2016, per ottenere una funerea “normalizzazione” che ammorba come una nube tossica, moltissimi istituti, nell’indifferenza di tutti.

I dirigenti comandano, i collaboratori obbediscono, i docenti tacciono per paura di ripercussioni come la temuta esclusione dall’elenco dei meritevoli. I pochi docenti che non ci stanno, quelli che una infame circolare dell’ANP, sindacato fascistoide che annovera tra i suoi iscritti molti dirigenti scolastici, definisce “docenti contrastivi”, vengono emarginati dagli stessi colleghi che fino a ieri chiedevano consigli, chiarimenti, aiuto. Nulla di nuovo sotto il sole, la riconoscenza è il sentimento del giorno prima.

Di tutto questo, io che, lo confesso, sono un docente contrastivo, non mi curerei, non fosse che gli effetti più devastanti e infami di questa riforma ricadono sui ragazzi più deboli, quelli a disagio, quelli che non potranno mai concorrere a gare di merito ma che dovrebbero essere aiutati a trovare una strada che gli consenta una vita dignitosa.

La parola d’ordine dei dirigenti scolastici è diventata “rendicontazione”: l’aziendalizzazione della scuola parte da questa parola d’ordine. Non si tratta, intendiamoci, solo di una doverosa e indispensabile razionalizzazione delle spese, e quanto avrei da dire su questo se solo ne avessi voglia, ma di una cervellotica contabilità che dimentica che la materia prima della scuola sono giovani esseri umani.

Facciamo un banale e paradigmatico exemplum:

una mattina,in una scuola di periferia, a un docente escono gli occhi fuori dalle orbite leggendo una circolare interna  sull’organizzazione del contenimento del disagio: tale circolare prevede copertura fino a Giugno con interventi su gruppi di quindici alunni calendarizzati settimanalmente per un totale di quindici ore per corso. Chiunque si sia occupato seriamente di disagio scolastico capisce al volo che si tratta di una follia. 

In questa ipotetica scuola, “alunni a disagio” si traduce con caratteriali, ipercinetici, poveri, vittime di abusi, con disturbo dell’attenzione, con disturbi cognitivi non segnalati, ecc. Pensare di riunirli tutti in una classe per un’ora a settimana, per svolgere un’attività di gruppo, tanto da permettere al collega in cattedra di far lezione tranquillo, senza rompiscatole che lo disturbano mentre distilla gocce di sapere, questo è il senso di quella circolare, è come dare a malati di malattie diverse la stessa medicina, tanto per dare l’impressione di far qualcosa e permettere a un groppo di docenti di guadagnare qualche spicciolo.

Gli alunni realmente disagiati vanno seguiti singolarmente, per costruire quel rapporto di fiducia faticoso, estenuante, necessario per ottenere risultati a lungo termine. Ripeto, chi si occupa realmente di disagio scolastico e non per incrementare lo stipendio, queste cosa le sa, come sa che la frustrazione dell’insegnante che si trova spesso a intervenire in situazioni irrisolvibili, è terribile.

mettiamo che il docente di cui sopra faccia presente tutto questo al nuovo dirigente scolastico, e che questi sia  persona rispettabile, capace di ascoltare e molto franca nel rispondere. Si sentirebbe rispondere dal dirigente che pur comprendendo perfettamente la sua  posizione, la scuola ha un obbligo di rendicontazione e  il revisore dei conti non approverebbe mai cinque ore spese su un solo alunno, ma non avrebbe difficoltà ad approvarle se spese su quindici alunni.

Parliamo di un ipotetico dirigente che sta svolgendo egregiamente il proprio lavoro, preparato e consapevole dei problemi della scuola.

Questa, per me, è la morte della scuola pubblica, la negazione dei principi su cui si fonda il nostro sistema di istruzione, è il tradimento del mandato costituzionale.

La Buona scuola è il principio secondo cui il docente che segue quindici alunni per fornire un’ora di tranquillità a un collega in cattedra può essere retribuito (miseramente), mentre il docente che segue un caso gravissimo per tutto l’anno, sfruttando magari le sue ore buche, spendendo tutte le sue energie per cercare una dialogo, una soluzione, una strada che riduca la sofferenza di un ragazzo, non può essere retribuito neanche miseramente perché il revisore dei conti, che si occupa di numeri non di persone, di storie, di piccoli e grandi drammi, non approverebbe.

E’ probabile che il docente di cui sopra sia l’unico a palesare le proprie perplessità al nuovo dirigente, perplessità condivise da molti altri docenti coscienziosi che però non se la sentono di esporsi in questo momento. E’ ovvio che il docente di cui sopra è un docente contrastivo.

Mi domando: si può non essere docenti contrastivi? A quanto pare sì e, a questo punto, sono sempre più convinto che quello sbagliato sono io.

Contro la Buona scuola: no alla normalizzazione


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A mettere in fila la marea di balle raccontate da Renzi e Giannini durante la stesura l’approvazione e la messa in opera di questa finta riforma, non basterebbero tre articoli. 

La verità è che gli insegnanti hanno il contratto bloccato da sei anni e che senza un decreto legge fatto in fretta e furia per permettere ai dirigenti di nominare i precari, le scuole in reggenza sarebbero state di fatto ingovernabili. La verità è che da centocinquantamila assunzioni sbandierate pochi mesi fa si è arrivati a circa cinquantamila, quanto programmato da Enrico Letta. La verità è che in molte scuole mancano insegnanti, laboratori, dotazioni informatiche, e non ci sono i presupposti perché la situazione cambi. La verità è che esistono già in ogni città scuole che hanno tutto e scuole che non hanno niente e questa legge aumenterà il divario.

Non mi piace e non concordo con l’atteggiamento conciliante di alcuni comunicati sindacali, in cui si auspica una collaborazione tra dirigenti e insegnanti per il bene della scuola. Sono balle: la riforma ha sancito un confine, di qua i dirigenti, che ricordo, non hanno detto una parola contro la riforma, di qua gli insegnanti. I compiti non sempre sono sovrapponibili e spesso, come nel caso del merito e del mancato rinnovo del contratto, sono in contrasto. Mentre il bonus degli insegnanti è un’elemosina, quello dei dirigenti può arrivare a cinquemila euro: non venitemi a dire che stiamo dalla stessa parte o che collaboreranno con noi per mitigare gli effetti della riforma: lo dico da sindacalista, siamo seri e non raccontiamoci storie da soli. Vediamo di risolvere, invece, la contraddizione di un sindacato che difende i padroni e i sottoposti, spesso strizzando l’occhio ai primi.

Chi ha il potere, non ci rinuncia in virtù del bene comune, forse nelle favole, ma non nel nostro paese. E’ bene dunque che sindacati e lavoratori capiscano che, se si vuole salvare la scuola, è necessario assumersi le proprie responsabilità e non adeguarsi alla situazione, né dare per scontato che tanto la riforma è stata fatta e non possiamo fare più nulla. 

Possiamo eccome, con delibere del collegio dei docenti e delibere assembleari che marcino in direzione contraria alla finta riforma renziana. Ad esempio, deliberando che il comitato di valutazione non abbia potere di decisione sul merito, chiedendo che le risorse sul merito rientrino nel fondo d’istituto per essere utilizzate in progetti sui ragazzi,  decidendo che sarà il dirigente, con i fondi che ha a disposizione, a pagare i suoi collaboratori che non verranno pagati più col fondo d’istituto destinato a progetti sui ragazzi, rifiutando il concetto di meritocrazia applicato ai ragazzi perché la scuola deve valorizzare le eccellenze, sostenere chi è in difficoltà e assicurare a tutti pari condizioni di trattamento.

Tutti punti che i docenti possono approvare in collegio o in assemblea senza violare nessuna legge, punti che, in parte, mitigano gli effetti della riforma.

Dobbiamo rifiutare con forza il concetto di scuola aziendale che questa riforma porta con sé, evitare la guerra tra poveri, usare la collegialità in tutti gli ambiti in cui questo è possibile, anche quelli all’apparenza più insignificanti. Dobbiamo tornare a ragionare in termini di “noi” e lasciarci alle spalle l’”io” così caro a tanti.

Certo, per fare questo ci vuole il coraggio di mettersi in urto contro un sistema che ha già dimostrato di non avere scrupoli a sgombrare il campo da chi ha un pensiero divergente ma non ci sono vie di mezzo: o si combatte, o si subisce, le mezze misure e le mediazioni non hanno più senso.

Noi abbiamo un’arma potente nelle nostre mani: quello che Vaclav Havel chiama il “lavoro ben fatto”, l’unico vero strumento non violento di opposizione a un sistema autoritario. La relazione educativa deve tornare al centro del nostro lavoro: il nostro compito non è formare la nuova classe dirigente e i suoi sottoposti, soldati fedeli alla linea e sottoproletari disposti a farsi sfruttare, il nostro compito è formare cittadini consapevoli e attivi, in grado di usare lo spirito critico, di rifiutare le omologazioni e scegliere la propria strada dopo aver vagliato ipotesi diverse, non perché gli viene imposta dall’alto. Dobbiamo tornare a rapportarci ai ragazzi in modo da stabilire un dialogo costante e costruttivo, parlare con loro di educazione alle emozioni, perché la fragilità e la sensibilità non diventino ostacoli ma strumenti di crescita, dobbiamo fare una scuola immersa nel mondo, non quello di Confindustria e dei suoi accoliti, il mondo reale con le sue contraddizioni e i suoi drammi, una scuola che parli dei problemi del tempo rintracciandone le cause nel passato, dobbiamo tornare ad essere produttori di valori  e punti di riferimento per le famiglie.

Questo è l’esatto contrario di quello che prescrive la Buona Scuola, ma è anche l’unico modo per trasformare questo schifo in un ricordo da cancellare alla svelta.

Buon anno scolastico a tutti i colleghi e buona resistenza.

Quando la misura è colma


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In questo paese, negli ultimi trent’anni, le categorie etiche e morali sono state completamente ribaltate da politiche che hanno portato avanti una nuova ideologia basata sul mito dell’uomo solo al comando.

A dire la verità, il fenomeno non è solo italiano: basta guardare l’agiografia che si è creata attorno alla figura di uno spregiudicato e cinico capitalista come Steve Jobs, trasformato dalla vulgata in santino e modello per i giovani.

Perché il provvedimento passato ieri al senato colma la misura e rappresenta una linea di confine, lo spartiacque tra la democrazia e qualcosa che non lo è più?

Innanzitutto per l’ossessiva campagna mediatica portata avanti dal governo, campagna basata su spudorate menzogne. Non ci sono state ampie consultazioni, la riforma non permette un ampliamento dell’offerta formativa, le assunzioni sarebbero state comunque fatte per assicurare il turnover e rispondere alla sentenza di Bruxelles. Il problema è che chi continua a dare queste notizie non sono gli improbabili editorialisti berlusconiani, strasputtanati e farseschi, ma persone che fino a ieri apparivano come gli oppositori del sistema, chiedendo a gran voce il ritorno di una politica pulita. Il caso di Repubblica è emblematico: per una testa giornalistica importante che non sia il Corriere della sera, scegliere di non schierarsi su un provvedimento così importante, condotto e portato a compimento con modalità così discutibili, equivale a dichiararsi favorevoli. Dunque quelli che fino a ieri erano impietosi e feroci detrattori di un regime oggi sono diventato i fidi alfieri di un altro regime.

In secondo luogo la misura si colma per la vigliaccheria del governo, che approva un provvedimento su un settore strategico per il futuro del paese in Luglio, quando insegnanti e famiglie consumano il rito degli esami e non c’è spazio per proteste di massa. Per altro, dopo aver annunciato un rinvio e un dibattito aperto.

In terzo luogo perché, in un colpo solo, il presidente del consiglio mette la scuola al servizio di Confindustria, l’unica contenta del provvedimento, e assesta un colpo mortale al sindacato tutto, vanificando la più grande sollevazione che mai ci sia stata nella scuola.

Proprio qui sta il punto: al di là degli effetti devastanti che questo provvedimento avrà sulla scuola, la sconfitta del sindacato, mai così unito, mai così deciso, è la sconfitta di tutti i lavoratori italiani. Stabilisce il principio che il sindacato non conta nulla, la piazza non conta nulla, la gente non conta nulla, conta solo il volere del capo. Più o meno in questi termini ha parlato ieri sera Deborah Serracchiani, dicendo che a Renzi non importa del consenso ma di lavorare per il bene del paese. Peccato che la democrazia si fondi proprio sul consenso.

Eppure il disegno strategico, per chi conosce un po’ di storia, è chiaro: assicurarsi la totale complicità dei media, depotenziare quel presidio di democrazia costituzionale che, nonostante tutto, è ancora la scuola, azzerare i sindacati. Cosa seguirà, non ci vuole un geno a capirlo.

Nessuno, né sulla stampa né in televisione,  coglie l’enormità di un governo non eletto dal popolo, in calo emorragico di consensi che con un blitz vigliacco approva a forza di fiducia una riforma che risolve il problema dei precari nella scuola precarizzando tutti, non diversamente da quanto fatto in precedenza col jobs act.

Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra ma di aver perso la capacità di applicare quella categoria etica necessaria alla democrazia che si chiama indignazione. Indignazione per una politica che non rispetta più la Costituzione e, soprattutto, non rispetta più il popolo.

 

Quello che è successo ieri, ci dice quello che succederà domani, ma nessuno sembra rendersene conto. E’ molto più comodo e semplice ascoltare le sirene che invitano a prendersela con i gay o con i profughi o con gli zingari,piuttosto che ragionare su quello che succede intorno a noi.

Il nostro paese vive un vuoto morale e ideale, spaventoso, Renzi è solo lo specchio di questa realtà, un paladino del nulla in un paese dove alla voce valori non c’è scritto nulla.

Sulla scuola concludo con un aneddoto: un mafioso, registrato in una intercettazione telefonica, disse che non aveva nessuna paura dei carabinieri e della polizia, ma temeva la maestra di sua figlia. Nulla spaventa più la mafia del pensiero libero, della cooperazione, delle decisioni collegiali. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

Presidente, batta un colpo prima che distruggano la scuola pubblica


presidente Mattarella

 

Egregio Presidente Mattarella,

lei è un costituzionalista ed è stato ministro della pubblica istruzione, mi chiedo come possa assistere in silenzio allo schifoso ricatto che il presidente del Consiglio ha fatto sulle assunzioni dei precari nella scuola pubblica, alle meschine bugie di squallidi comprimari come la Serracchiani e il servo di scena Faraone che parlano di assunzioni organiche a un riforma che di organico non ha nulla. Un ricatto a lavoratori che da anni aspettano un posto fisso è l’espediente più vile e meschino che un politico possa usare e lo qualifica per quello che è.

Mi chiedo come possa stare in silenzio di fronte al paradosso di un esecutivo non eletto, guidato da un megalomane affetto da narcisismo patologico e infantilismo, in calo inarrestabile di consensi, che si appresta a chiedere la fiducia su un provvedimento che demolisce un settore strutturale dello Stato.

Non si è mai visto nulla di simile in nessun paese civile, o meglio, sì, si è visto, nell’Italia di Mussolini. Ma quella riforma, brutta e classista, la scrisse Giovanni Gentile, una delle menti migliori del tempo, questa l’ha scritta Faraone, uno che la mente non si sa neppure se ce l’abbia. Dietro Mussolini c’era un’idea, da combattere senza riserve, dietro Faraone c’è solo arroganza e stupidità senza fondo.

Signor Presidente, gli insegnanti non stanno difendendo inesistenti privilegi, ma la loro dignità e gli articoli 33 e 34 della Costituzione che sanciscono il diritto allo studio e la libertà d’insegnamento che verrebbero cancellati se il testo passasse così com’è. Senza dimenticare l’articolo 3 e i diritti di migliaia di alunni stranieri su cui non viene spesa nemmeno una riga nel testo del Ddl.

Diceva don Milani che una scuola selettiva uccide la cultura: noi la pensiamo così, noi crediamo che la scuola, soprattutto la scuola dell’obbligo non debba creare uomini-merce da immettere sul mercato del lavoro, ma debba contribuire a formare uomini e donne responsabili e consapevoli, n non crediamo che la scuola, soprattutto quella dell’obbligo, debba preparare al lavoro ma siamo fermamente convinti che debba preparare alla vita.

Troviamo inquietante quest’enfasi posta sul ponte scuola-lavoro da parte di chi ha appena cancellato lo statuto dei lavoratori, ci viene il sospetto che si voglia tornare a un’idea di scuola a due binari: su uno si forma la classe dirigente, sull’altro la manodopera a basso costo. Questa visione ci ripugna e ci preoccupa.

Come ci ripugna e ci preoccupa l’antisindacalismo volgare e abietto, le bugie tendenziose, il sorriso sprezzante di chi non ha mai lavorato un giorno in vita sua e pretende di dire agli altri come devono svolgere il proprio lavoro.

Troviamo spaventoso che si voglia riproporre nella scuola, luogo di collegialità e condivisione, il modello che il presidente del consiglio ha imposto nel   partito: un uomo solo al comando, non importa quanto incompetente o mentalmente instabile, e uno stuolo di servi a ossequiarlo a riverirlo.

Non ci illudiamo, signor Presidente: i servi e i cretini proliferano anche tra di noi e si stanno già preparando a riverire il giovin signore di turno ma, per la natura del nostro lavoro, per la responsabilità che comporta, sono in numero minore che in altre categorie e la maggior parte di noi sta preparando la resistenza.,

Noi non ci stiamo a questa visione della scuola, signor Presidente, e se nonostante buon senso  lo sconsigli, questa riforma passerà, la combatteremo in ogni scuola, annullandola, ridicolizzandola, cancellandola.

Ma di lei abbiamo stima, per la sua storia, per la sua integrità, per questo la preghiamo di non apporre la sua firma su una legge assurda, inutile, grottesca, che metterebbe a grave rischio il futuro dei nostri ragazzi e del nostro paese.

Cordialmente suo

Un insegnante della scuola pubblica italiana

Il ruggito del coniglio


Renziconiglio

Che il coraggio, nonostante le apparenze, non sia la dote più spiccata del piccolo principe, lo si è potuto verificare molte volte. Nel momento del bisogno, il ragazzo è sempre pronto ad accoltellare alle spalle gli amici (Letta) o a scaricare le colpe sugli altri (la sinistra del Pd, un vero e proprio punching ball, con la stessa capacità di reazione) ma  arrivare a un ricatto schifoso sulla pelle di centomila lavoratori precari della scuola, è veramente intollerabile, perfino per uno abituato ad essere leone con gli agnelli.

Renzi non può governare come un bambino capriccioso che, quando sta perdendo la partita, si porta via il pallone e sono altrettanti indegni di rappresentarci i suoi servi di scena.

Ieri sera il ministro Poletti ha ammesso candidamente che, quando si è varata la cosiddetta riforma della scuola, un disegno di legge che stravolge l’organizzazione scolastica e mette gli insegnanti al soldo di un padrone, non si era tenuto conto che potesse suscitare tante reazioni contrarie: come dire, oltre che incompetenti, anche imbecilli.

Lo schifoso ricatto sull’assunzione dei centomila precari è intollerabile e pretestuoso,  perché:

1) Nel Settembre scorso, il premier disse che avrebbe assunto centottantamila precari, numero che comprendeva il non ben definito organico funzionale.

2) La cifra, quasi dimezzata, di centomila precari corrisponde, grosso modo, ai precari che già lavorano nel mondo della scuola e che devono dunque essere assunti per necessità, non in quanto previsti dal disegno di legge.

Renzi sta cercando di scaricare sui sindacati e su chi si oppone alla riforma responsabilità che sono solo sue. Il calo di consensi del suo partito, certamente dovuto anche al mancato voto degli insegnanti, che tradizionalmente votano a sinistra, evidentemente non è servito: si sa che i figli di papà quando gli tolgono il giocattolo dalle mani, incattiviscono.

Questa vicenda, le parole che ieri questo individuo ha pronunciato, sono la prova che non esiste nessuna volontà di migliorare la scuola e che dietro il disegno di legge c’è una trama più inquietante, la volontà di assumere un controllo globale di tipo totalitario. “Qui non si parla di politica”, c’era scritto nelle aule scolastiche durante il fascismo ed è esattamente il sogno di Renzi.

Grazie a lui le scuole  riprenderanno le loro attività senza fondi, senza la possibilità di aiutare i ragazzi in difficoltà, con carenze d’organico, classi troppo numerose, ecc.

Grazie a lui centomila lavoratori dovranno di nuovo sperare di poter portare a casa il pane e rimandare i progetti di acquisto di una casa, di matrimonio, ecc.

Grazie a lui, ricordatelo tutti la prossima volta che si andrà a votare, ricordatevi che questo individuo capriccioso, arrogante, irresponsabile, bugiardo, non ha esitato a togliere la speranza di un lavoro fisso a centomila persone che da anni lavorano nella scuola per una infantile ripicca nei confronti di chi, democraticamente, ha contestato un disegno di legge che di democratico non ha nulla.

Nella speranza che capisca che il ruggito del coniglio non mette paura a nessuno.