La scuola che non conta nulla


Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

Il sindacato è espressione di libertà (Lettera al cittadino Di Maio)


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Egregio cittadino Di Maio,

lei in questi mesi si è segnalato come esempio di rara ignoranza, di pochezza politica sconcertante, in un paese in cui abbonda, di rara insignificanza argomentativa. Trovo questo assai avvilente, per un personaggio che si candida a guidare un paese, almeno quanto trovo avvilente che a ogni sua esternazione seguano i plausi di una folla seguaci sempre più sorda e cieca, che sembra non capire cosa si nasconde dietro le sue parole.

Lei ha affermato che il sindacato deve cambiare, deve riformarsi: lo sta già facendo, i sindacati confederali hanno da tempo snellito le loro strutture e fatto passi significativi, non foto di scontrini, verso la trasparenza, a causa di quelle mele marce che ne hanno macchiato l’immagine.

Ma trovo assolutamente grave quello che lei ha aggiunto dopo la prima, banale, inutile frase: cioè che se i sindacati non cambieranno, li farete cambiare voi. Voi chi? Un non partito guidato da un comico guidato da un’azienda informatica? O uno che non ha mai lavorato in vita sua e studiato assai male, visto le castronerie che dice? Voi chi? Le poche migliaia di adepti che si illudono di applicare la democrazia reale votando online, salvo poi vedere il voto annullato in caso di risultato sgradito al comico? Voi chi, cittadino Di Maio? credo di avere diritto a un sua risposta, visto che io la pago ogni mese.

Le faccio due nomi che lei non conosce: Guido Rossa e Marco Biagi. Il primo era un sindacalista della Cgil, ebbe il coraggio di denunciare i terroristi e venne assassinato dalle Brigate rosse, il secondo era un giuslavorista, un consulente della Cisl, il sindacato di cui faccio parte, che venne assassinato dalle Brigate rosse perché cercava di fare, seriamente, quello che lei ha detto l’altro ieri: rinnovare il mercato del lavoro, renderlo più flessibile, aprire la strada al futuro. Anche questo è il sindacato italiano e questo è il prezzo di sangue, potrei farle molti altri nomi che non conosce, che ha pagato alla libertà.

Il sindacato è espressione altissima di libertà e democrazia, fatto da uomini e donne che dedicano parte del proprio tempo per tutelare i diritti di altri uomini e donne, a volte rischiando, mettendoci sempre la faccia. Ci sono mele marce, certo, come in ogni categoria, ciò non toglie che il sindacato anche oggi che è in crisi, fa quello che dovrebbe fare lei e quelli come lei: tutelare i diritti dei lavoratori.

Quando lei dice che bisogna invitare ai tavoli sindacali le associazioni giovanili, oltre a formulare una frase priva di qualunque senso, come spesso le capita, ( quali associazioni? Chi lo decide? A che titolo?) si fa complice nel dare credito a un mantra che viene spesso ripetuto sui social network: quello che il sindacato si occuperebbe solo di chi ha i diritti garantiti e non degli altri lavoratori, in particolare i giovani.

A parte che i diritti i lavoratori e il sindacato li hanno conquistati a suon di scioperi, e dubito che lei sappia cos’è uno sciopero e quale peso abbia sullo stipendio di un operaio, a tramandare questa sciocchezza sono giovani arroganti e supponenti come lei che non hanno mai messo piede nello sportello giovani di una sede sindacale. Non sto neanche a spiegarle che non è così, che il sindacato tutela tutti i lavoratori, che se si bussa a una sede sindacale, anche quelle che non mi trovano d’accordo nelle idee e nel modo di portarle avanti, come i sindacati di base, troverà sempre qualcuno che risponde e , se è fortunato, anche soluzione al problema.

Dei sindacati c’è bisogno, cittadino Di Maio, specie se salirà al potere gente come lei. Essendo espressione di libertà e democrazia, vere, non virtuali. non digitali, i sindacati sanno benissimo la strada da intraprendere per riformarsi, senza bisogno che il Masaniello di turno ( lo sa chi era Masaniello, sì?) lanci minacce che hanno un vago odore di fascismo.

Stia sereno, cittadino Di Maio, li lasci lavorare, e se le capita, provi a lavorare anche lei, se poi si accorge che è pericoloso, torni pure a fare quello che sta facendo adesso.

Di comunismo, fascismo e altre amenità.


E’ singolare come ultimamente, io che trovo i miei referenti politici in Bakunin e Malatesta ed ho sempre votato a sinistra perché nel mondo reale qualcuno bisogna pur votare, ma anarchico sono sempre rimasto nel cuore, mi trovi a difendere il comunismo italiano, specialmente in queste ultime ore dove si leggono le più beate assurdità riguardanti la liceità o meno di esprimere la propria appartenenza al fascismo e, per esteso,sul la libertà d’opinione tout court.

Cominciamo ab ovo. Se questo paese ha una democrazia e dei diritti civili, sempre più debole l’una sempre meno gli altri, lo si deve anche a quei comunisti, non solo loro ma soprattutto loro, che sono saliti sui monti a combattere per la libertà dopo l’invasione nazifascista. Quind,i prima di recitare il de profundis per il comunismo e seppellirlo come un retaggio del passato, i giovani valenti e intelligenti che polemizzano con me o con cui polemizzo, e non faccio ironia sui due aggettivi,dovrebbero riflettere sul fatto che, se possiamo civilmente esprimere opinioni contrastanti, lo devono anche ai comunisti.

Ai comunisti e ai socialisti pre Craxi devono anche uno stato sociale che è stato per decenni il migliore d’Europa e tra i più avanzati del mondo. Il comunismo italiano non è mai stato, dalla nascita della repubblica, rivoluzionario e lo testimonia l’episodio dell’attentato a Togliatti. Dopo i fatti d’Ungheria, il Pci prende le distanze da Mosca e nasce quell’eurocomunismo di cui il Pci è stato capostipite e che, se non fosse stato assassinato Moro, avrebbe potuto portare a quella terza via tanto anelata, già stroncata in Cile dall’imperialismo americano. Dunque, il Pci è sempre stato un partito democratico e fautore di un riformismo che guardasse alle fasce più deboli e ha costretto la Democrazia Cristiana a una politica di mediazione tutto sommato moderata che ha portato questo paese a essere una potenza mondiale.

Quindi, per chi appartiene alla mia generazione, dichiararsi comunista significa rifarsi a quegli di ideali di solidarietà, cooperazione, riformismo e giustizia sociale che erano propri del Pci italiano e non rifarsi a Mosca o a Pechino.

Diverso è il discorso per il fascismo: l’Msi nasceva dai reduci di Salò, cioè quei fascisti che si schierarono a fianco dei nazisti contro gli italiani. Considererei un insulto all’intelligenza dei giovani polemisti di cui sopra  (ripeto, parlo senza ironia: la mia professione mi porta ad avere grande rispetto dei giovani) spiegare cosa era il nazismo. Appartenenti all’Msi si sono distinti negli anni della repubblica, per tentativi golpisti e aiuti all’eversione nera, per dichiarazioni antidemocratiche e nostalgie del ventennio.

Con Fini e Alleanza nazionale la destra ha tentato di lavarsi la faccia e ha ripudiato, almeno a parole, il fascismo. Fascismo che è anticostituzionale come anticostituzionale è farne l’apologia.  E qui il discorso di potrebbe chiudere.

I padri del comunismo italiano sono Gramsci, Togliatti, Amedeo Bordiga per la frangia più radicale, Di Vittorio per il sindacalismo. Figure che non non si sono macchiate le mani di sangue nè mai hanno teorizzato l’eliminazione fisica dell’avversario. Al contrario, il fascismo italiano si rifà ancora oggi a Mussolini, il criminale che ordinò l’omicidio di Matteotti e tanti altri, che fece manganellare e umiliare operai e contadini, che fece emanare le leggi razziali, che a Salò diede mano libera ai suoi seguaci più sadici e vigliacchi, che per vent’anni tolse la libertà al paese trascinandolo in una guerra fratricida.

Per questo dichiararsi comunisti, oggi, non significa essere nostalgici ma rivendicare valori e principi che hanno fatto la storia di questo paese e ne hanno tutelato la libertà e dichiararsi fascisti è giusto che venga considerato reato. La libertà d’opinione non c’entra: il fascismo non la contempla e dunque non deve esservi contemplato. Punto.

Comprendo che fa molto figo assumere posizioni snobistiche e fare di tutt’erba un fascio, così come può sembrare in linea col giovanilismo imperante considerare vecchio tutto ciò che non si comprende o non si è vissuto,ma bisogna stare molto attenti : la libertà è qualcosa che è stata conquistata col sangue ed è stata difesa da generazioni di lavoratori con lotte dolorose e difficili e anche se sembra scontata, è facilissimo farsela sfilare sotto gli occhi, specie se si è convinti che quello in cui viviamo sia l’unico sistema in grado di assicurarla. No, questo non è il migliore dei mondi possibili e la nostra libertà la pagano masse di diseredati che bussano alle nostre porte e vengono ricacciati indietro a calci dai benpensanti che vogliono aiutarli a casa loro dopo averli derubati. Ma almeno, abbiamo la possibilità di scriverlo.

La mia generazione ha vissuto il terrorismo e la mattanza mafiosa, è scesa in piazza contro le bombe sui treni e nelle piazze, ha visto l’omicidio di Aldo Moro, un episodio cruciale nella storia del nostro paese, tutto quello che siamo oggi ne è la diretta conseguenza.  A fronteggiare quell’ emergenza c’era una democrazia compromessa ma ancora forte, una politica non asservita al mercato e una coscienza civile che ancora ricordava cosa significa il rosso e cosa il nero. Oggi non è più così e questo mi preoccupa molto.

Ai giovani che polemizzano con me o con cui polemizzo, ricordo affettuosamente una frase di Gramsci, che, insieme a una poesia di Brecht, fa di me l’insegnante che sono, se buono o cattivo maestro non sta a me dirlo: Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Studiate ragazzi e ragazze, prima che vi rubino sotto il naso quello che i vostri padri e i vostri nonni hanno conquistato col sudore, studiate quello che vi piace e, soprattutto, quello che non vi piace e quando penserete di avere la verità in tasca, gettatela via  ricominciate. Perché, diceva Brecht: ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai.