Sciacalli di Stato


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La Lega, dal suo apparire sullo scenario della politica italiana, ha sempre perseguito la stessa linea d’azione, anche perché intellettualmente non è in grado di produrre altro: infierire su chi non può difendersi, creare un inesistente allarme sociale e cercare, con mezzi coercitivi e repressivi, di trasformarlo in vero allarme sociale così da reiterare ad libitum l’unica cosa che sanno fare.

Non stupisce, quindi, che nel decreto sicurezza manchi anche solo un cenno ai veri allarmi sociali del nostro paese: le mafie, la corruzione ( dai, non scherziamo, anche se viene nominata non c’è una reale volontà di combatterla), la condizione dei giovani, che imporrebbe una seria riflessione sulla politica proibizionista del governo ma si sa che l’aggettivo serio accanto a questo esecutivo costituisce ossimoro ( per leghisti e pentastellati: figura retorica che accosta due termini che si escludono a vicenda).

La Lega non può attaccare seriamente le mafie, perché un consistente numero di suoi elettori con le mafie fa affari d’oro al nord, citando testualmente Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, i provvedimenti contenuti nel decreto sono: «piccole cose, robetta, riforme molto marginali rispetto a quella che è la realtà criminale in Italia, sia comune che organizzata».: https://www.valigiablu.it/decreto-sicurezza-salvini-immigrazione/,  non può attaccare la corruzione seriamente per lo stesso motivo, e la grottesca pantomima sulla prescrizione ne è la prova, non può riflettere seriamente sui problemi dei giovani perché la sua politica è l’emblema del presentismo, ovvero di chi  si occupa di ascoltare la pancia degli elettori qui e ora, per acquisire consensi fregandosene allegramente del futuro. Il presentismo è lo stesso modello politico che ha fatto la fortuna di perfetti imbecilli come Trump e Bolsonaro, dalle nostre parti di Di Maio e Salvini, appunto, anche se la fortuna di Di Maio sta calando a vista d’occhio. Il presentismo è la non politica, la ricerca del consenso a qualunque costo, senza remore morali ed etiche. Il primo, grande presentista della nostra storia politica è stato Benito Mussolini, gli altri, squallidi comprimari e stiamo parlando di un miserabile.

I provvedimenti adottati colpiscono, vigliaccamente,oltre che i migranti, privandoli di diritti riconosciuti fino a ieri dallo Stato,  le cooperative che lavorano con loro, quel mercato del lavoro sociale che supplisce alle carenze di un Stato che si è preoccupato, negli ultimi vent’anni, di demolire il welfare, invece di modernizzarlo e renderlo efficace. So che è un concetto complesso da capire per leghisti e grillini, pari alla Fenomenologia dello Spirito o a Essere e tempo, ma colpendo le cooperative sociali per colpire gli immigrati, Salvini finirà per ridurre sul lastrico tanti italiani che sul sociale ci lavorano seriamente, con dedizione e impegno. Ma la creazione di un finto nemico , di un capro espiatorio, è il primo passo di ogni stato autoritario e da ieri, viviamo in uno Stato governato da una destra radicale che si distingue per l’assenza di qualunque riferimento culturale e di qualunque logica nella sua prassi di governo.

Intascato il plauso della lobby delle armi con la legittima difesa, lobby di cui non si parla mai ma che nel nostro paese è potentissima e annovera autorevoli esponenti nel governo, Salvini pregusta già le orde di immigrati privi di cittadinanza, ridotti alla fame e costretti alla clandestinità da una legge che, mi auguro, la Corte costituzionale o quella dei Conti possano frenare, orde da sfruttare per creare un altro menzognero allarme sociale e reiterare all’infinito l’opera di sciacallaggio. Orde inesistenti ma che i suoi imbelli fedeli e i più furbi manipolatori dei social, stanno già creando ad arte.

E’ già successo con i rom: invece di favorire i processi di integrazione  si è preferito usare la politica delle ruspe, imitata nella mia città anche dalla ex giunta di sinistra con un atto vergognoso di speculazione elettorale, passato sotto il silenzio colpevole di tanti che a quella giunta dovevano favori, politica che crea nuovi disperati, e, soprattutto, impedisce una seria alfabetizzazione dei giovani, quelli che domani potrebbero cambiare la situazione.

E’ una politica razzista, anticostituzionale ed eticamente spregevole ma che sembra gradita alla maggior parte degli italiani, ben lieti di prendersela con chi non può difendersi invece di guardarsi allo specchio e trovare i veri responsabili dello sfacelo.

Dei Cinque stelle non parlo, trovo il fideismo acritico di molti adepti, soprattutto gli ex compagni, quasi tenero se non fosse un atto di fede verso un partito che sta approvando, con la scusa del cambiamento, tutti i provvedimenti repressivi dei suoi amici e alleati post fascisti. Nutro rispetto per le persone serie che si ostinano ancora a militare nel movimento e mi auguro, senza crederci, che possano cambiare la situazione tragica in cui versa.

Quanto alla sinistra, non una voce seria di contrasto a questa oscenità si è levata da un partito che non esiste più. Forse per pudore, visto che Minniti ha aperto la strada. Il penoso, irritante, patetico sforzo di Renzi di tenere in mano un partito che ha distrutto è l’ennesima testimonianza di una irredimibile vocazione al fratricidio e al suicidio che accompagna la sinistra sin dalla sua nascita. Pur avendo pagato un prezzo troppo alto per la reale entità delle sue colpe, qualcosa di buono ha fatto, in confronto a questi è stato uno statista lungimirante, è diventato ormai insopportabile anche a chi non lo ha sempre osteggiato. E’ un impresentabile, un patetico cialtrone che si ostina a voler cercare di recuperare un potere che ha perso in modo cretino. Faccia un favore al paese e alla sinistra e si tolga dai piedi.

Sperare nella gente, non si può, in chi governa, peggio che andar di notte, l’opposizione non esiste, cosa rimane a chi non ha mai cambiato bandiera e valori, a chi non si è lasciato irretire dal finto anarchismo del movimento e non si è illuso che la grande buffonata del reddito di cittadinanza fosse uno straccio di politica sociale?

Non rimane nulla, solo la consapevolezza che presto o tardi, anche Salvini cadrà, facendo parecchio rumore (più si gonfiano più forte è il botto) e bisogna essere pronti a quel momento. Ci rimane l’etica del lavoro ben fatto, il sogno di un futuro migliore e la volontà di continuare a lavorare con onestà per costruirlo. Così è, se vi pare.*

* N.d.r. Per i leghisti e i pentastellati: citazione pirandelliana.

Perché uno degli assassini di Graziella Campagna era libero?


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La notizia è di ieri e la si può leggere in rete, non sui quotidiani nazionali  che, evidentemente, non hanno ritenuto degno di nota il fatto che un mafioso condannato per due omicidi fosse in libertà  e fosse implicato un traffico di droga nel bar che gestiva insieme al fratello.

Giovanni Sutera, insieme a Gerlando Alberti jr.,  freddò con cinque colpi di lupara, la sera del 12 Dicembre 1985, Graziella Campagna, di diciassette anni, colpevole solo di aver trovato una carta d’identità in una giacca lasciata da uno dei pregiudicati  nella lavanderia dove lavorava.

Solo grazie alla tenacia e all’ostinazione di Pietro Campagna, il fratello carabiniere di Graziella, si giunse a smascherare una lunga catena di depistaggi e corruzione, arrivando, nel 2009, alla sentenza di Cassazione che confermava l’ergastolo ai due imputati.

Premetto che questo non è un articolo obiettivo, equilibrato: conosco Pietro Campagna fin da ragazzo e posso solo immaginare quanto questa notizia abbia riaperto una ferita che non si è mai chiusa, riportandolo con la memoria a quel tragico Dicembre.

Scrivo dunque mosso dallo sdegno, dalla rabbia, con ancora nelle orecchie le parole pronunciate da Barbara Balzarani pochi giorni fa.

Non esiste chi fa di mestiere il parente delle vittime, come ha sfrontatamente affermato la terrorista assassina senza che nessuno degli uditori avesse nulla da obiettare, esiste invece chi, come il mio amico Pietro ieri, è costretto a non dimenticare mai di essere parente di una vittima, perché cronache di quotidiana ingiustizia non mancano di ricordarglielo.

Ad aggiungere amarezza è il fatto che pochi giorni fa, il 21 Marzo, si è tenuta la giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia organizzata da Libera che vede la famiglia Campagna sempre in prima fila tra i parenti delle vittime, come incessante è l’attività di Pietro nel fare memoria, parlando con i giovani, spiegando le spietate logiche mafiose perché quello che è accaduto a Graziella non accada mai più.

A me non interessano gli artifici legislativi che hanno permesso a un assassino di tornare in libertà a  delinquere, credo che le leggi non debbano prevedere automatismi ma vadano interpretate anche sotto il profilo etico e morale e, sotto questo profilo, non esisteva alcun motivo perché Sutera tornasse a camminare libero in mezzo a noi.

Io sono garantista, ritengo che la pena debba prevedere la possibilità di reintegrare il colpevole nella società, soprattutto per quanto riguarda i reati comuni.

Ma per i mafiosi vale tutt’altro discorso. I mafiosi vivono fuori dalla società, ne rifiutano le regole e le leggi, vengono educati alla sopraffazione, alla violenza, a sentirsi superiori agli altri perché capaci di intimidirli e di eliminarli se necessario. I casi di mafiosi che si sono realmente pentiti, che hanno cercato una impossibile redenzione, sono rarissimi e, certamente, Sutera non rientra tra questi.  La mafia è un mondo a parte in guerra con il mondo “normale” e garantire la certezza della pena  a chi si è macchiato di delitti brutali, bestiali  e inumani a danno di vittime innocenti, significa una sconfitta in questa guerra che lo Stato sembra ultimamente aver dimenticato.

I mafiosi sono un’eccezione e come tali vanno trattati anche giuridicamente, i recenti tentavi di proporre l’abolizione del 41 bis vengono confutati da episodi come quello di Sutera.  L’azione repressiva dello Stato che fu massiccia e, probabilmente, anche esagerata nei confronti del terrorismo, portandolo alla sconfitta, nei riguardi della mafia si è estrinsecata con l’introduzione del 41 bis e quella della confisca dei beni, strumenti efficaci ma non sufficienti.

Il problema è che il terrorismo flirtava solo marginalmente con la politica mentre le infiltrazioni mafiose sono ormai capillari a ogni livello, il problema è che in questo paese si preferisce ignorare il problema invece che risolverlo, e le conseguenze di questo atteggiamento ricadono su tutti noi. Non mi risulta che nei programmi dei nuovi padroni del Palazzo ci sia la lotta alle mafie, e non mi stupisce.

Sono parole che scrivo con grande amarezza, vicino con il cuore a Pietro, Pasquale e a tutta la famiglia Campagna.  Confido solo che i bambini e i ragazzi che hanno celebrato con me e i miei colleghi il 21 Marzo distribuendo fiori di carta e semi alle persone, insieme a un biglietto col nome di una vittima innocente di mafia, ricordino domani, quando saranno giovani uomini e donne, cosa è la mafia e perché va combattuta senza quartiere. la speranza è che da quei semi germogli una giustizia diversa e un paese diverso.

Sotto nessuna bandiera, ma uniti contro le mafie


Non amo le celebrazioni, le trovo retoriche, imbalsamate, una vuota ripetizione rituale priva di un significato profondo. Non che non ne capisca il senso e la necessità, tuttavia provo una naturale insofferenza verso quei giorni fissi del calendario, 1 Maggio, 25 Aprile, 21 Marzo, ecc. in cui ci si ricorda di essere lavoratori più o meno sfruttati dai padroni, democratici più o meno derubati dei propri diritti, cittadini più o meno colpiti, avvelenati, offesi dalla corruzione e dalle mafie per poi tornare ad essere, il giorno dopo, lavoratori che non conoscono neanche il loro contratto, democratici che giustificano le svolte autoritarie e le ambiguità del potere, cittadini che credono che la mafia riguardi gli altri.

Tuttavia proprio perché viviamo in un insopportabile clima di normalizzazione dove fa gioco al potere ignorare che esiste un problema di diritti per i lavoratori, che viviamo in una democrazia controllata, che la mafia c’è e lotta contro di noi, quest’anno parteciperò alle celebrazioni (perché poi ci vado eh, alle manifestazioni, con la felpa di Libera, con la bandiera del mio sindacato, ecc.) un po’ più convinto della loro necessità, un po’ meno svogliatamente del solito.

Cominciamo col ventun marzo, il giorno del popolo di Libera. Uno dei nomi che verranno ricordati sul palco, quello di Graziella Campagna, uccisa a diciassette anni perché aveva visto una carta d’identità che non doveva vedere, mi è particolarmente caro: perché la conoscevo, perché era la sorella di un mio carissimo amico, perché la vicenda si è svolta là dove sono le mie radici e il mio cuore, un piccolo paese della provincia di Messina da cui proviene la mia famiglia e dove ho passato tante lunghe estati della mia vita.

La morte di Graziella è stato il mio primo contatto diretto con la mafia, una sorta di perdita dell’innocenza se volete, la consapevolezza che la mafia non è qualcosa che tocca gli altri, ma tocca, direttamente o indirettamente, tutti noi.

Inutile fare troppi discorsi: Genova è città tiepida riguardo al problema delle mafie, città ricca e comoda, dove si riciclano i proventi della camorra e della ‘ndrangheta, sotto il naso di chi sa e non parla, dove il gioco d’azzardo e il racket ad esso collegato sono diffusi capillarmente soprattutto nelle periferie, dove i delitti di mafia, nella migliore tradizione, vengono fatti passare per questioni di donne, dove passa una quantità di droga sufficiente a soddisfare la necessità di mezza Europa.  Eppure, ufficialmente, la mafia non c’è. Come scrive Isaia Sales, studioso autorevole del fenomeno, l’omertà è un mito costruito al sud molto più forte al nord, dove le mafie si sono ormai insediate in modo subdolo, invisibile e, per questo,ancora più pericoloso.

Sarebbe importante che questa città, questa regione, dove si spara poco ma si ricicla e si traffica moltissimo, prendesse coscienza che la mafia c’è, che la corruzione c’è, che c’è anche l’omertà e la paura, in certi quartieri. Sarebbe importante che prevalesse la voglia di risollevare la testa, Genova l’ha fatto tante volte, il desiderio di dire no a questo flagello che nel silenzio e nell’indifferenza, prospera e cresce.

La lotta alla mafie non è di destra né di sinistra, non è cattolica o atea, non ha bandiere: è un dovere civile, è un’azione civile che tocca a ognuno di noi.

Sarebbe bello se domani ci fossero tantissime persone in piazza ad ascoltare i nomi di chi è caduto per noi adempiendo il proprio dovere o, come Graziella, è rimasto vittima di un sistema perverso e crudele, di cui fanno parte persone più o meno deboli, più o meno infami, più o meno conniventi ma senza attenuanti: perché la mafia, i mafiosi e chi li fiancheggia erano, sono e saranno sempre e solo merda.