Lettera aperta di un buonista


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Da tempo  Genova non è più la mia città ma solo il posto dove, da figlio di migranti, sono nato e vivo. Una città che mi è estranea quanto mi era cara da giovane, che ha scelto di perdere ciò che la rendeva speciale per adeguarsi allo spirito del tempo. Una città sempre più grigia e triste che ha perso la memoria e arranca in un presente opaco e senza storia.

Da lunedì vivo in un paese che non è più il mio paese, vuoi perché da figlio di migranti io sono nato senza terra sotto i piedi e vedo un unico cielo dovunque mi trovi, vuoi perché un paese dove una persona su quattro è un razzista mi fa schifo. Li nti sull’autobus, per strada, congratularsi tra loro, sorridere felici di aver trovato qualcuno che comprenda il loro odio, un grande miserabile che rappresenti tutti i piccoli miserabili che possono, finalmente, non vergognarsi più di quello che sono. Vorresti parlare, capire ma ci rinunci, perché con l’età hai imparato che le parole contano, sono importanti, non vanno sprecate con chi non può e non vuole capire.

Sono un buonista, lo confesso, credo nell’accoglienza e nella solidarietà, nella cooperazione e nell’obbligo, per ognuno di noi, di impegnarsi perché questo mondo sia migliore per tutti. Credo nelle mani tese, nella possibilità di condividere il cammino con chiunque, di costruire ponti con ogni cultura a partire dalla cultura, dai libri, dal cibo, dagli odori. Sono un sindacalista, lo dico sottovoce, lo so che è una colpa, mi spendo per gli altri senza ricavare altro in cambio che la soddisfazione effimera di aver fatto quello che reputo mio dovere. penso anche che, se ognuno di noi si spendesse per gli altri, almeno un minimo, e facesse il proprio dovere, vivremmo in un mondo migliore.

Sono un cattivo maestro, insegno ai ragazzi che ho davanti che l’odio e la violenza che dell’odio è figlia, generano solo altro odio e altra  violenza, sono l’argomento di chi non ha argomenti. Gli insegno a essere curiosi di tutto e di tutti, a non avere pregiudizi, a comprendere che navighiamo tutti su una palla che ruota a velocità folle nell’universo, che può essere una prigione o una miniera di stupore continuo, dipende da noi. Li invito a leggere, sempre ovunque, il più possibile, perché chi viaggia con un libro non sa odiare, solo  conoscere. Sono un cattivo maestro perché non sono meritocratico, non credo che un numero possa definire il valore della persona addirittura uso con morigeratezza la tecnologia. Non condivido l’amore per il web dei nuovi potenti nè l’esaltazione della rete, essendo un uomo del secolo scorso, mi ricorda Orwell.

Sono un comunista del secolo scorso, figlio di operai, di quelli che credevano di poter costruire un mondo migliore e una società più giusta e per fare questo, avevano imparato a dare l’esempio, ovunque si trovassero, qualunque ruolo ricoprissero. E l’hanno costruito un mondo migliore, dalle macerie della guerra.  Poi è arrivata la televisione e il resto l’hanno spiegato Chomsky, Sanguineti ed Eco, che non basta leggere, bisogna capirli.

Vede Salvini, lei avrà anche sentito De Andrè, magari al mare, sotto l’ombrellone, ma non l’ha mai ascoltato, altrimenti non sarebbe diventato quello che è.  Io De Andrè non l’ho mai amato perché era un borghese, ma l’ho ascoltato e l’ho rispettato, lei ogni volta che lo nomina non lo rispetta, perché non ha rispetto per nessuno. Lasci perdere. 

Sono di origine meridionale, siciliana, odio la mafia  e cerco di contribuire alla sua sconfitta, nel mio piccolo, con le risorse a mia disposizione, con quello che so fare.

Capite il mio disagio a vivere in un paese dove la maggioranza ha dato fiducia agli amici dei mafiosi, ai corrotti, ai razzisti, convinta che togliere quattro ragazzi neri che chiedono l’elemosina lungo le strade avrebbe risolto per miracolo i problemi del nostro paese. Hanno votato in maggioranza il male, forse non potendo trovare la cura. O hanno votato in maggioranza chi li illude di essere dei vincenti e non dei poveri frustrati, chi li inganna sussurrando che tutto è lecito, tutti si può fare, basta solo volerlo. Tutto si può schiacciare, calpestare, violare in nome del principio di piacere. Ragionano così i bambini e gli psicopatici. Giusto perché lo sappiate.

Una parte dei Cinque stelle è razzista, una parte ha stretto la mano ai neofascisti di Casapound che, fortunatamente, non esistono, una parte viene dal mio mondo ed è quella che mi fa più rabbia. perché esiste anche un limite all’essere coglioni.

Evasione fiscale, Corruzione, Mafie, Clientelismo, sono i nodi da sciogliere per liberare questo paese, per ridargli dignità e una strada da percorrere, Non mi pare siano nell’agenda dei Cinque stelle e non sono sicuramente in quella del centrodestra. Quindi no, per quanto la sinistra mi abbia deluso, offeso, fatto sentire solo, continuo a stare dalla mia parte.

Sono schifato dalla città dove vivo, dal quartiere in cui lavoro, dove l’integrazione è una bella realtà e il razzismo una brutta realtà, tanto più quando viene da chi non ricorda da dove è partito è cosa ha subito, sono schifato dal paese in cui vivo, ma non me ne vado, non alzo bandiera bianca, non mi chiudo nel silenzio.

Perché sono un uomo del secolo scorso e credo ancora che un altro mondo sia possibile, un mondo solidale e unito, un mondo senza ruspe e senza barconi, un mondo senza razzisti e votazioni online.

Perché quando tocchi il fondo hai due possibilità: o continui a scavare o butti via la pala, o rialzi la testa e ricominci a lottare.

Memoria dell’infamia Perché l’orrore non deve essere dimenticato


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“ E ora hanno tirato fuori questa storia di Anna Frank, ammesso che sia mai esistita”.  (estratto di chat con un  mio ex alunno  neofascista)

Dobbiamo ricordare Riina, ficcarlo bene nella nostra memoria  alla voce “infami assassini”  perché domani un giovane eviti di dire “ammesso che sia mai esistito”.

Accanto alla memoria necessaria e dovuta di ogni vittima di mafia , va coltivata, a mio parere, anche una memoria dell’infamia e degli infami, di quella lunga scia di assassini miserabili, Riina sebbene ritenesse di essere un re era solo uno tra tanti, che ha insanguinato il nostro paese e continua a farlo.

La foto postata dalla figlia di Riina su Facebook, una foto elegante, quasi glamour, sembra uno spot perfetto per la mafia 2.0, quella che è già presente nel nostro paese  e in Italia: state zitti, dice quella foto, tacete di fronte alla fine dell’imperatore, non dovete credere che adesso che lui non c’è più sia cambiato qualcosa, perché la storia, la nostra storia , continua…

E’ una intimidazione mafiosa? La richiesta di chinare la testa e togliere il cappello per la fine di quello che, secondo la logica mafiosa, è stato un grande capo,  il capo dei capi? 

Probabilmente lo scopriremo tra qualche tempo.  I mafiosi ragionano per simboli, i loro messaggi sono molto meno espliciti  quando sono importanti, meno rozzi delle teste mozzate di cavallo.

Un errore imperdonabile sarebbe quello di pensare che  con l’ultimo dei corleonesi è finita la mafia.  Intanto Matteo Messina Denaro , colpevole di un numero di omicidi almeno pari a quelli commessi da Riina, è ancora in circolazione e continua a coltivare, a quanto pare, la passione per l’arte, in secondo luogo, sebbene la narrazione berlusconiana prima e renziana poi non la contempli, le mafie prosperano in buona parte del paese, stringono accordi, tessono trame, sono l’unica, vera organizzazione bipartisan del paese.

Pensare che un contadino ignorante come Totò Riina,  semianalfabeta, psicopatico  e megalomane sia riuscito, da solo, a dominare Cosa nostra per decenni sterminando i suoi nemici e arrivando a ricattare lo Stato con la stagione delle bombe, è semplicemente assurdo. Riina, da un certo punto in poi della sua storia e della nostra storia, è stato uno strumento utile a generare il caos nel paese e a favorire l’ascesa di una certa parte politica piuttosto che di un’altra, giudicata forse meno malleabile.

Gli omicidi Dalla Chiesa, La Torre, Reina, Mattarella, Lima sono stati omicidi prima di tutto politici, la mafia ci ha messo, forse, solo i sicari.  Come politiche sono state le stragi di Capaci e via D’Amelio, eterodirette da una mano sconosciuta.

Fino a che non sapremo la verità reale, non solo quella processuale, su quanto è successo in quegli anni, sarà necessario tenere alta la memoria  dell’infamia e degli infami, per riconoscerne la mano, per non dimenticare mai che accanto allo Stato ufficiale, che ha pagato un prezzo altissimo in vite umane con il sacrificio di tanti fedeli servitori e di troppe vittime innocenti, è esistito ed esiste uno stato nascosto, infame, costituito da uomini di potere disposti a tutto pur di  gestire, come burattinai le sorti del paese.

Riina è stato un pupo nelle mani di un puparo senza volto e senza nome, un personaggio secondario , senza nemmeno la dignità del dubbio, di una tragedia che ha condizionato e, forse, continua a condizionare la storia del nostro paese.

Don Luigi Ciotti oggi ha detto che tutti i morti meritano rispetto ed è la prima volta che mi trovo in disaccordo con lui, che però è un sacerdote: io non riesco a provare rispetto di fronte alla morte di un volgare assassino, un pupo maligno  e irredimibile che ha trasformato Palermo in un cimitero a cielo aperto.

E quella foto della figlia, quel segnale nascosto, quell’arroganza tipicamente mafiosa, fa nascere in me la rabbia per la consapevolezza che Riina non era il diavolo, il diavolo è ancora nell’ombra intento a tessere la sua tela.

Una modesta proposta per una nuova antimafia


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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

Ricordando Portella della ginestra


La strage di Portella della Ginestra rappresenta la perdita dell’innocenza della democrazia italiana, almeno quanto l’omicidio di J.F.K. rappresenta la stessa cosa per quella americana. Un perdita precoce che suona quasi come un destino predeterminato.

C’è tutto in quella strage di lavoratori, tutto quello che verrà: l’anticomunismo che caratterizzerà buona parte della nostra politica, il timore che “gli ultimi” alzino la teste rivendichino i propri diritti, la mafia utilizzata da parti  dello stato e dell’imprenditoria  per fare il lavoro che, fino a qualche anno prima, avevano fatto le squadracce fasciste, i depistaggi, le ambiguità, le collusioni e le intersezioni che si sono ripetute in tutti gli eventi cruciali della storia italiana recente.

Il bandito Giuliano, usato e poi tradito, assassino assassinato per ragion di Stato, è solo uno dei tanti criminali che, in momenti topici della nostra storia, hanno svolto il lavoro sporco, hanno messo bombe sui treni, nelle stazioni, durante manifestazioni sindacali, hanno fomentato scontri di piazza, hanno commesso omicidi eccellenti.

La mafia, non un anti stato, come è stata dipinta per troppo tempo, piuttosto un complemento oscuro dello Stato, ha giocato in questi eventi un ruolo da protagonista e, purtroppo, continua a giocarlo nell’indifferenza  colpevole e complice, della politica e del mondo dell’imprenditoria, che non sono cambiati poi molto da quegli anni.

Portella della Ginestra è un’offesa non ancora sanata ai lavoratori, a quei principi di internazionalismo e solidarietà una volta vivi e, oggi, sempre più trasformati in memoria pallida ed evanescente.

Bene hanno fatto i sindacati confederali, che con tutte le contraddizioni e gli errori di percorso restano portatori di valori e difensori di diritti, a scegliere quella piana insanguinata per la manifestazione odierna, a ribadire il valore simbolico e sacrale di un luogo dove la nostra democrazia ha svelato una parte della sua anima. Bene hanno fatto a ricordare che alcuni dei morti di quel giorno portavano cognomi albanesi,bene hanno fatto a sottolineare che la lotta per il lavoro è internazionale e globale.

Questo è un paese con una democrazia incompiuta, che non ha mai fatto i conti con la propria storia e chi non sa guardarsi indietro non troverà mai il coraggio di guardare avanti. E’ anche un paese dove latita il senso della responsabilità individuale, non esiste una coscienza civile condivisa e non esiste una concezione del bene comune. La Resistenza, l’unica pagina gloriosa della storia dell’Italia unita, è stata lotta di una parte contro l’altra, vinta dalla parte minoritaria. L’affermazione di uno sconsolato Pavese secondo cui l’Italia era e sarebbe rimasto un paese fascista, trova, purtroppo, conferme quasi quotidiane nella ricerca dell’uomo forte, nel populismo razzista e anti sindacale, nel qualunquismo dominante e forcaiolo.

Portella è una ferita ancora aperta nella nostra storia e quei lavoratori continuano a popolare la piana in cerca di giustizia e di libertà. Non potremo mai considerarci davvero liberi, se quella ferita non verrà sanata.  La strada, al momento, sembra ancora lunga.

Buon Primo Maggio a chi crede che un altro mondo e un’altra Italia è possibile.

La brutta informazione


Potrei cominciare smontando,punto per punto, l’osceno articolo apparso oggi su Repubblica che fa un bilancio sulla riforma scolastica. Una accozzaglia di cifre sparate a caso e di conclusioni probabilmente dettate, data la pessima grammatica, da uno degli uscieri del Miur.

Potrei continuare parlando del fatto che non ho visto titoli in prima pagina su nessun quotidiano sul fatto che in Emilia è stato chiuso il primo comune per mafia. Se non vado errato, quando Saviano disse che la mafia era ormai radicata anche al nord venne crocifisso. Capisco che tale notizia possa stonare, in un momento in cui quello che non è stato eletto da nessuno è tornato sulla scena con le sue esternazioni, sbeffeggiando gli ecologisti il giorno prima di una catastrofe ecologica, minacciando l’Europa e tornando per l’ennesima volta indietro con le pive nel sacco e insultando i  magistrati ricevendo una civilissima e stordente replica da Davico. L’uomo è indubbiamente un maestro nel dire la cosa sbagliata, nel momento sbagliato, riferita alle persone sbagliate.

Potrei infierire ulteriormente sottolineando come il presidente dell’Inps ha scoperto l’acqua calda sulle pensioni, l’avevano detto i sindacati al tempo della Fornero e ribadito un po’ di tempo fa ma, come è noto, quello che non è stato eletto da nessuno non ascolta i sindacati ma il grande delocalizzatore, che l’ha pensione ce l’ha assicurata all’estero. Potrei  andare più a fondo ed analizzare come pensano di risolvere il problema,cioè facendo intervenire le banche (ahahah!),ma sarebbe un po’ come sparare su un morto.

Potrei, essendo maligno, rimbeccare colui che non è mai stato eletto da nessuno sui trecento milioni sprecati per il referendum facendogli notare che lui e il suo senescente e indecoroso mentore hanno invitato il loro popolo eletto a disertare le urne (forse per non prendere l’abitudine a tracciare una croce ragionando con la propria testa) e che le spese del suo aereo da rappresentanza sono le più alte tra i leader occidentali, Stati Uniti compresi, per non parlare dei bonus elettorali che elargisce generosamente a spese nostre, dei falsi tagli alle tasse, ecc.Comunque la soluzione del problema è semplice: basta togliere il quorum a tutti i referendum tranne a quelli che propongono riforme sostanziali della Costituzione. Perché la Costituzione è fatta dai costituenti e non può cambiarla uno che non è mai stato eletto da nessuno, questo si chiama arbitrio. Arbitrio è una parola difficile, Fonzie non la dice in nessuna puntata di Happy days, ma aprire un libro a volte, magari per scegliere una bella e vera poesia di Borges da declamare davanti a una platea di docenti universitari argentini, può essere un utile esercizio.

Potrei, se fossi davvero cattivo, ricordare che, non solo il premier non ha mai detto una parola contro le mafie, ma sulla tv di Stato è stato intervistato il figlio di un boss psicopatico e pluriomicida che ha fatto l’apologia di cotanto padre e che, in precedenza, erano stati intervistati, sempre dallo stesso giornalista amico degli amici di quello che non è mai stato eletto da nessuno, i parenti di un boss per cui è stato organizzato un funerale degno di don Vito Corleone.

Ma perché infierire quando questo paese di merda è al 77° posto nella classifica della libertà di stampa? A volte un semplice numero dice più di tante parole.

Quei cento passi ancora tutti da fare


 

peppino impastato

La squallida partecipazione del figlio di Riina allo squallido programma di Vespa, avrebbe potuto, suo malgrado, avere un senso, qualora avesse dato luogo a una serie di riflessioni sul fenomeno mafie, sull’ allarmante penetrazione al nord della ‘ndrangheta, su come la Camorra occupa il territorio in Campania, sui rapporti tra le mafie nostrane e i cartelli sudamericani, ecc.ecc.

Nulla di tutto questo invece è apparso sui giornali: solo polemiche giustificate dalla gravità del fatto ma portate avanti, dai non addetti ai lavori, come se la comparsa di Riina jr. in tv fosse un fastidioso retaggio di un passato da dimenticare.

Questo paese non vuole o non riesce ad afferrare quanto le mafie riescano a incidere sul normale tessuto democratico, già indebolito da una politica trasformata sempre più in una partita tra affaristi e quanto la loro penetrazione influenzi e possa toccare la vita di ognuno di noi.

Due giorni fa Raffaele Cantone, che le mafie le conosce bene, ha fatto un’affermazione terribile: la sanità è un crocevia di delinquenti di ogni risma.

Tradotto significa che uno dei diritti fondamentali di ognuno di noi, quello alla salute, può essere messo a rischio da una fornitura medica scadente, da un primario assunto non per merito ma grazie alle sue conoscenze, da una partita di medicinali taroccati. E’ noto l’aneddoto di quel boss mafioso che, chiamato dalla moglie perché il figlio aveva avuto un incidente, prima di portarlo al pronto soccorso le ha chiesto di informarsi su chi fosse il medico di turno, nel timore che potesse trattarsi dell’incapace che lui aveva fatto assumere.

Questo è il paese in cui viviamo e l’indifferenza con cui le parole di Cantone sono state accolte, la mancanza di approfondimenti adeguati dopo la trasmissione di Vespa, dimostrano che siamo ancora ben lontani dal compiere i cento passi di Peppino Impastato, bussare a quella porta e chiedere di levare il disturbo. Se le tante librerie  che espongono il cartello in cui annunciano di non voler vendere il libro di Riina sono un segnale incoraggiante, non lo è il fatto che non l’abbia fatto il novanta per cento.

Finché la mafia non diventerà un problema di coscienza per tutti, finché il discredito sociale verso la corruzione, di cui la mafia si nutre, non sarà alto e duro, finché non ci sarà la consapevolezza che nessuno è escluso dal fenomeno, che se si muore per un colpo di pistola in Campania si può morire per un’operazione in Lombardia o per un’esalazione di rifiuti tossici in Liguria o per il crollo di una casa costruita male in Piemonte, finché non troveremo il coraggio, tutti quanti, non di protestare contro Vespa ma di spingere fino a far cacciare quelli come Vespa che con la mafia giocano, i politici che ricevono i voti, gli imprenditori che con la mafia si accordano, le possibilità di questo paese di ricominciare saranno sempre vicine allo zero.

Ci sono segnali inquietanti e la trasmissione dell’altra sera è solo uno dei tanti: certi articoli di giornale, approssimativi e inesatti, attaccano con titoli che vogliono destare scalpore l’antimafia, sono in uscita due libri, su cui non esprimo giudizi perché non li ho letti, ma di cui posso immaginare il tenore, sullo stesso argomento, last but not least le infami parole del fidanzato della Guidi su Rita Borsellino e gli altri figli di vittime della mafia, che tradiscono un sentimento di fastidio diffuso in certi ambienti., . Senza tirare fuori il famoso articolo di Sciascia, che probabilmente si rivolterà nella tomba nel vedere come vengono usate ed abusate le sue parole, le offensive contro chi quotidianamente studia e combatte contro le mafie, non hanno mai portato a nulla di buono in questo paese. Fermo restando, s’intende, il dovere di fare chiarezza dove ci sono zone d’ombra e facendo salvo il diritto di critica (non di calunnia o di menzogna).

E’ per tutto questo che, a mio parere, nelle scuole bisogna fare antimafia, bisogna istituzionalizzare l’antimafia e spingere affinché i ragazzi riescano a maturare una repulsione tale da unirli attorno al valore comune della lotta per la legalità.

Perché loro, i ragazzi, la la forza di fare quei cento passi e andare oltre per fortuna ce l’hanno, tocca a noi dare l’esempio.

Il cinismo al servizio del boss


Non è una questione di pacificazione, né di revisione storica, la presenza del figlio di Riina a Porta a Porta è frutto del cinico calcolo di un ex giornalista che per rialzare l’audience non esita a giocare una carta truccata.

Non esiste diritto di cronaca né libertà di pensiero quando a parlare è la mafia. Remarque diceva che la guerra va diffamata, sempre e comunque, io penso che la mafia vada combattuta, odiata e avversata,sempre e comunque e che chi non lo fa sia un infame, nel senso letterale di “persona che non merita di essere nominata”.

Ai parenti di vittime di mafia, ne conosco personalmente due, uno è un amico di vecchia data,. un altro un amico recente, va non la mia solidarietà, che è scontata, ma la condivisione della rabbia, dello schifo e del sovrano disprezzo per chi ha ordito una operazione di livello così infimo.

Ma io credo che i primi a indignarsi, i primi ad alzare gli scudi e a rifiutarsi di avallare una simile porcheria, avrebbero dovuto essere i giornalisti. Il giornalismo, al di là degli improperi che rivolgo a questo o quell’editorialista da queste pagine, è mestiere nobile, al servizio della verità e della libertà di pensiero. Come possono i giornalisti televisivi e della carta stampata tollerare la placida arroganza del padrone del vapore e limitarsi a riportare la notizia senza chiedere che venga radiato dall’ordine chi ha fatto un tale affronto alla loro professione?

In Campania si muore di camorra ogni giorno, la presenza delle mafie nel nostro paese è soffocante, ieri Cantone ha sottolineato come la sanità sia ricettacolo di criminali d’ogni risma. Com’è possibile dare la parola a chi, lungi dall’esprimere l’ombra di un pentimento, mostra di aver assimilato le folli idee paterne e ha la faccia di recriminare sul fatto che un pluriomicida stragista marcisca ancora, giustamente, in galera? Com’è possibile fornire per due volte a parenti di mafiosi una vetrina da cui vomitare sugli italiani falsità, risposte ambigue e giustificazioni dell’ingiustificabile?

Forse il programma vuole dare un amano al premier che ama considerare la mafia un orpello del passato o almeno, è evidente che non la considera qualcosa di cui preoccuparsi, dal momento che non un passo ha compiuto il suo esecutivo per combattere questo male.

Eppure leggendo oggi i forum dei quotidiani, c’è chi difende questa scelta, chi interpreta la libertà d’opinione come libertà di menzogna, chi confonde l’infamia col diritto. Segno che stiamo perdendo il senso della libertà, la sua essenza più preziosa: quella di essere tale se non urta o limita la libertà del vicino. La presenza del figlio del capo della mafia in tv urta milioni di italiani onesti, centinaia di parenti delle vittime, migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, non è quindi libertà ma arbitrio.

Parecchi anni fa Sergio Zavoli, grande giornalista di tempra ben diversa dal piccolo uomo di cui stiamo parlando, portò in televisione i terroristi, in uno dei migliori programmi mai prodotti dalla Rai: La notte della Repubblica.

I terroristi intervistati spiegarono i motivi che li avevano condotti alla lotta armata e quelli che li avevano portati al pentimento: sui loro volti, nei loro gesti, si leggeva il tormento e la necessità di una confessione in pubblico dolorosa e catartica. Non cercavano giustificazioni, chiedevano perdono. Ci volle coraggio allora per fare quello che fece Zavoli, ma il programma era talmente ben costruito e tanta impressione fecero quello interviste, che nessuno poté negare la bontà dell’operazione. Operazione ben diversa dalla squallida trovata pubblicitaria da mentecatto descritta sopra.

Poiché è inutile cercare di parlare a Vespa di principi etici e rispetto, di senso del limite e misura, sarebbe forse il caso che chi di dovere, lo pensionasse o quantomeno, chiudesse la sua oscena trasmissione e gli desse una collocazione tale da nuocere il meno possibile.

Questo se ancora si vuole dare alla Rai l’etichetta di servizio pubblico, in caso contrario, cancelliamola e sostituiamola con l’etichetta di pubblica latrina.