Carnaio, di Giulio Cavalli: distopia o presente?


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Faccio fatica a inserire questo splendido romanzo di Giulio Cavalli, duro come sono dure le verità nascoste, sgradevole come la paura, necessario come un cielo azzurro, nel genere distopico. Troppo greve è la realtà di questi giorni, troppo gravida di orrori antichi e nuovi, troppo satura di violenza che aspetta solo di essere innescata per non considerarlo un libro sul nostro presente.

A DF, un paese mediterraneo, cominciano ad arrivare cadaveri stranieri, tutti uguali, come se fossero clonati. Li porta il mare, dapprima pochi alla volta, poi a ondate, a decine di migliaia. Con pagine acute, colorate dall’acre sarcasmo di cui è capace solo chi quotidianamente si batte per gli ultimi e si sente sempre più solo, l’autore descrive lo squallore, il vuoto di valori, le meschinità degli abitanti del paese e, talora, anche squarci di umanità, come raggi di sole nel cielo autunnale.

Quei cadaveri tutti uguali, stranieri, non nostri, perché a contare sono solo i quattordici corpi dei cittadini di DF, gli altri rappresentano solo un fastidioso problema da risolvere in fretta, mi hanno riportato alla memoria la frase di Gunther Anders a proposito dell’Olocausto, in cui afferma che possono morire a milioni lasciandoci indifferenti, saranno le storie di due o tre ad aprirci gli occhi. Forse oggi, non bastano più neanche quelle.

DF si difende dalla funebre marea e arriva anche, aderendo alla logica globalista e di mercato in cui siamo immersi, logica che reifica anche gli esseri umani, a monetizzare  i cadaveri, di cui non si getta via nulla. Fino all’epilogo che non rivelo per non rovinarvi la lettura.

Il libro mi ha riportato alla memoria suggestioni diverse: Occhi bianchi sul pianeta terra, film di Boris Sagal che nell’agghiacciante finale ricorda molto la situazone descritta da Cavalli e, soprattutto, Cecità di Josè Saramago, amaro apologo di un’umanità che ha perso sé stessa.

La scrittura è vivace, i personaggi tratteggiati con maestri in un racconto corale di piccoli e grandi mostri, dietro il sarcasmo che permea molte pagine si possono intravvedere gli astratti furori, sempre più concreti in questi giorni, e la pietas dell’autore.

Se riuscite a superare il malessere fisico delle prime pagine, se riuscirete ad arrivare alla fine, probabilmente concorderete con me che si tratta di un libro importante, una riflessione disincatata, chirurgica nella sua spietatezza, sulla nostra società, sulla politica, sull’informazione ridotta a sciacallaggio, sul vuoto umano di tanta brava gente.

Carnaio è l’altra faccia di Exit west di Hamid, libro che lasciava ancora un certo spazio alla speranza, che preferiva la dimensione favolistica per raccontare il dramma di un popolo in viaggio. Cavalli sceglie la dimensione di una rabbia trattenuta e scrive un libro violento e spietato che si traduce in un J’accuse implacabile verso i colpevoli di ieri e di oggi.

L’incubo descritto da Cavalli è la paura del diverso che arriva a trasformare in diverso, in straniero, chi non si omologa all’opinione comune. Concorderete con me che, alla luce di quanto accade in questi giorni, non siamo dentro una distopia ma immersi in una realtà fin troppo vicina.

L’unico limite del libro, che probabilmente leggerò ai miei ragazzi a scuola, è quello che non arriverà a chi dovrebbe arrivare, perché, è noto, che i nuovi potenti e i loro adepti non frequentano i libri, anzi, il binomio libro-migranti probabilmente per loro equivale a una maledizione. Peccato, perché forse qualcuno di loro, leggendolo, guardandosi allo specchio, si vedrebbe per quello che è, provando, si spera, vergogna.

Un libro terribile, che ci mette davanti all’oscurità per esorcizzarla.  Non lo dimenticherete.

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Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.


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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.

Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.

Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.

Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.

Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.

Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.

Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.

Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.

Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.

Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.

Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.

Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.

Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.

Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.

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Uomini diversi


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Leggo con attenzione i post di alcuni amici di Facebook, persone di diversa estrazione sociale che fanno i mestieri più disparati, uniti dall’indignazione per quanto accade nel nostro paese e dalla volontà di fare qualcosa.

Al contrario di me, sono persone pazienti, pacate, che replicano alle decine di commenti aggressivi, violenti, nauseabondi che ricevono i loro post.

Io non sono così, è un mio limite, o meglio, lo sono in classe con i ragazzi, ma, fuori dal mio lavoro, dialogo con chi sa ascoltare e con chi mi piace ascoltare, con persone da cui credo di poter imparare qualcosa o di potermi

confrontare ed, eventualmente, modificare la mia opinione e ignoro gli altri, perché credo sia tempo sprecato.

Chi giustifica un’azione miserabile come bloccare su una nave uomini, donne e bambini in nome di un calcolo politico,  è un miserabile, un uomo diverso da me, anzi  faccio fatica a definirlo uomo e io credo, alla mia età, di

essermi guadagnato il diritto di non parlare con i miserabili.

Eppure sarebbe facile chiedergli, quando ti dicono di portarti gli immigrati a casa tua o di pensare agli italiani che muoiono di fame, cosa fanno loro per gli altri. Sarei curioso di sapere quanti italiani che muoiono di fame

hanno ospitato a casa loro o, semplicemente, a quanti hanno fatto la carità, quante volte sono andati alla Caritas a dare una mano, quante volte sono scesi in piazza per i diritti di tutti, o contro le mafie, la corruzione, ecc.

La risposta sarebbe sempre la stessa: tanto sarebbe stato inutile, la Caritas è corrotta, i sindacati prendono i soldi, ecc.  Il qualunquismo allo stato dell’arte, al discussione da bar come fenomenologia della realtà.

Se questo paese è arrivato a un punto di non ritorno è anche per colpa di gente così, chei non ha mai speso un minuto del proprio tempo per gli altri, si è sempre disinteressata di quello che gli accadeva intorno e ha

pensato solo a sé stessa.

Salvini e Di Maio, nullafacenti, uno incolto e l’altro l’esempio di come, a volte, lo studio non serva a nulla, arroganti, vuoti parolai che dicono tutto ( male) per non dire niente, sono i campioni perfetti di questa gente, i figli

di un capitalismo portato all’eccesso che conduce inevitabilmente a un  individualismo assoluto, radicale, spietato. Salvini e Di Maio sono il braccio armato del Sistema.

Bisognerà trovare una nuova categoria antropologica che definisca questo relativismo morale portato all’eccesso, questa capacità di essere, a un tempo, persone normali, ammesso e non concesso che esista una persona

che possa definirsi normale, e individui ottusi, violenti, pronti a scagliarsi con il capro espiatorio del giorno, pronti perfino a sacrificare la salute dei propri figli pur di non accettare l’idea che esistano persone competenti e

impegnate a  operare per il bene comune.  Ci vuole un nuovo Zimbardo che studi questo effetto Lucifero mostruoso, abnorme e prolungato nel tempo.

Il principio su cui gente come Salvini e Di Maio fondano la propria epistemologia del potere è elementare: gli altri, categoria che comprende la sinistra, i neri, i gay, i trans, i tossici, i rom, ecc., a seconda del momento, sono

una minaccia perché sono diversi da noi, che sappiamo come vanno veramente le cose.

Questo semplice assunto, questa presunzione di onniscenza, gli permette di discettare su tutto e tutti, di scaricare sistematicamente le colpe  di quello che non va sull’altro, se poi è un’entità astratta, metafisica come

l’Europa meglio ancora, di dire che la vendita di un’azienda è stata condotta in modo irregolare ma non può essere annullata, di sequestrare esseri umani sofferenti su una nave ottenendo comunque consenso da chi ha

ormai  superato concetti come dignità, coscienza, altruismo, condivisione, sostituendoli con l’adorazione incondizionata di chi, così simile a loro, ce l’ha fatta, soddisfacendo il sogno che covano nelle loro menti frustrate.

Ci sono dei limiti, si dice , che non possono essere superati, si dovrebbe dire, più correttamente, che c’erano dei limiti che non andavano superati. Perché il segreto di questa nuova visione del mondo, è che non ci sono

limiti.  Anche se De Sade e Rabelais contesterebbero l’aggettivo “nuova”.

Con questi presupposti, con questa gente, non serve più ragionare, non serve più dare l’esempio,  trovare un punto di comune accordo perché punti di comune accordo non ce ne sono. Questi sono integralisti

dell’Io, egoisti patologici, siamo passati dall’uomo a una dimensione al mondo a una dimensione, la loro.

Come se ne esce da questo incubo? Possiamo chiuderci in una torre d’avorio e lasciar passare l’autunno del nostro scontento fino a diventare indifferenti a tutto, oppure indignarci, contarci e ritrovare la rabbia che un

tempo ci spingeva a dire che a noi importava, di tutto e di tutti, che a noi importa ancora, di tutto e di tutti. 

La rabbia di una zecca


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Quanto deficit di umanità ci vuole per falsificare le foto di tre bambini morti ? Quanto squallore interiore è necessario per arrivare a una carica di governo e condurre una guerra senza quartiere contro gli ultimi aizzando odio e rabbia contro un nemico che non esiste e che può solo lanciare urla silenziose?

Perché un buffone che vive da sempre sulle spalle degli altri, incolto, rozzo, bugiardo, un essere umano di una pochezza impensabile, riscuote tanto consenso in uno dei paesi più ricchi del mondo?

Non riesci a dare una spiegazione al fatto di svegliarti improvvisamente  in un paese popolato di cinici spietati e volgari, di persone che si vantano della propria ignoranza e non trovano di meglio da fare che calunniare chi prova a essere ancora umano, nonostante tutto, li senti per strada, sull’autobus, li senti dire stupidaggini prive di senso e vedi gli altri assentire. Sui social compaiono post allucinanti di persone che conosce, che fino a ieri erano normali e che hanno subito una metamorfosi improvvisa,.

Qui non è questione di buonismo, di fascismo o altre idiozie del genere, qui non stiamo assistendo solo alla creazione di un nemico immaginario ma alla sua distruzione preventiva e alla delegittimazione preventiva di chi non ci sta., di chi si ostina, nonostante tutto, a non abdicare alla propria dignità di uomo, che si fonda anche sul porgere la mano a chi sta soffrendo. Qui siamo nel pieno di un lavaggio del cervello globale, un esperimento di condizionamento di massa senza precedenti nella storia.  Nè Quinto potere nè Orwell sono arrivati a tanto nel descrivere come la fantasia malata di un pazzo asociale potesse arrivare a modificare radicalmente il carattere di un popolo, o forse a far uscire allo scoperto la sua vera natura.  Non è la fantasia che supera la realtà, è l’incubo che ha preso il posto della realtà.

Salvini è un sinistro pupazzo che odora di morte e questo odore, una parte degli italiani si rifiuta di sentirlo.   Stanno morendo ogni giorno persone nel nostro mare, per causa nostra e, presto o tardi, in un modo o nell’altro, saremo chiamati a rispondere di questo.

Viviamo in mezzo a mostri, la psicopatia è l’incapacità di provare empatia e l’empatia, la condivisione del dolore, la comprensione del dolore altrui, è quello che ci rende umani Stiamo diventando un popolo di psicopatici.

Quanto bisogna essere mostri e psicopatici per falsificare la foto di tre bambini morti e quanto bisogna essere vuoti, cinici, squallidi per condividerla sui social sputando il proprio odio contro il prossimo?

Le Ong non sono associazioni a delinquere, i procedimenti in corso sono stati tutti archiviati, la Libia non ha campi di accoglienza organizzati ma veri e propri lager, dove la tortura è la regola e puoi comprare uno schiavo o una schiava per pochi dollari, l’Italia non è soggetta a nessuna invasione e i flussi migratori sono già stati quasi azzerati dopo lo schifoso decreto di Minniti.

Verità che non contano nulla per chi spende il suo tempo falsificando (malissimo, perché chi odia è sempre cretino) la foto di tre bambini morti.

Ormai non bisogna più chiedersi cosa stiamo diventando, ma cosa siamo diventati, non più dove andremo a finire, ma come siamo finiti. Perché la gente muore ogni giorno ed è colpa nostra.

La notte


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Mi sono sempre chiesto com’è cominciata. Ho letto De Felice, percependo la fascinazione dello studioso per l’oggetto di studio, descrizioni accurate ma non la spiegazione definitiva di come è stato possibile, ho letto Shirer, che ha visto l’orrore nascere e svilupparsi, lo ha descritto, ma, leggendo, in sottofondo senti l’incredulità, perché capire la discesa agli inferi di un’anima, entrare nei meccanismi che trasformano un uomo in un mostro è comunque impresa impossibile per chi un mostro non è.

Altri tempi, un altro contesto sociale, certo, la guerra appena finita con la sua eredità di dolore, una generazione cancellata, un’altra storpiata, la rabbia sociale di chi aveva dato il sangue senza ricevere nulla in cambio, la capacità dei mostri di intercettarla quella rabbia, di canalizzarla, di trasformarla in un’arma potente e feroce. Di disumanizzare la massa alterando in modo perverso l’uso delle parole. Klemperer è una lettura agghiacciante di questi tempi.

Leggendo i commenti sull’oscenità commessa ieri sera dall’attuale ministro degli interni, oltre all’indignazione, allo schifo, provo un brivido freddo lungo la schiena perché quello che manca, quello che si percepisce, è una progressiva disumanizzazione, la reificazione del prossimo, dopo averlo ridotto a “cosa” diversa da noi, il muro invalicabile dell’altro da me. Mi chiedo se anche allora è cominciata così.

Per la prima volta in tanti anni, dopo essere stato minoranza politica quasi sempre, mi sento minoranza umana, dalla parte di chi cerca, invano, di ragionare, di cercare altre strade che non siano quelle delle croci in fiamme dell’odio, di restare umano, coerente con le proprie idee senza lasciarsi trasportare del vento del pensiero comune.

E’ una brutta sensazione, e mi chiedo se, per questo paese, ieri sera non sia cominciata una lunga notte.

Il regno animale: una graphic novel parla alla coscienza


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Il regno animale di Emanuele Giacopetti è una graphic novel distopica, su un futuro prossimo venturo fin troppo presente in alcune parti del mondo, non troppo lontano in altre.

Narra di una umanità devastata dalla guerra e da alterazioni climatiche, un’umanità per cui la migrazione è lo stato naturale, l’ultima traccia dell’istinto di sopravvivenza. La colonna, la forma di aggregazione naturale per questa orda di disperati, non contempla rapporti umani se non utilitaristici e il mondo descritto non contempla la pietà.

L’autore, con il suo  tratto personale, maturo ,  riesce a cogliere suggestioni visive, letterarie, cinematografiche e a creare tavole crude e poetiche, cariche di pietas nel descrivere un mondo dove il sentimento dominante è solo il desiderio di arrivare a domani.

Si scorge in qualche tavola una Genova spettrale e angosciante, inedita, terra  senza nome in un mondo dove i nomi non sono più necessari e l’unico che compare nel libro deriva da un’arma.

La tavola ambientata nel supermercato mi ricorda Romero, lì era la società dei consumi che finiva per divorare sé stessa, qui una società che ha imparato a odiare verso il basso senza accorgersi di quello che arrivava dall’alto.  Le città devastate  rievocano il Carpenter di 1992 Fuga da New York, e un’altra suggestione forte, per il tono del racconto è The road di Cormack McCarthy e il film che ne è stato tratto.

Quello di Giacopetti è un discorso politico nel senso più alto del termine, un incubo fin troppo reale disegnato da chi ha toccato con mano la realtà degli ultimi, delle tante, troppe “colonne” che sotto il nostro sguardo distratto attraversano il mondo, in cerca di sopravvivenza, vittime colpevoli di essere nate dalla parte sbagliata di un mondo dove la giustizia sociale è un mito per molti e sta diventando un ricordo per tanti altri, noi compresi.

Vi invito a immergervi in questo viaggio dove ogni tavola parla alla nostra coscienza, ci invita a riflettere. Emanuele ha molto da dirci  e lo fa in modo originale e appassionato, il suo è un monito, come la poesia di Primo Levi che apre Se questo è un uomo, un monito che arriva da chi vede quel futuro possibile avvicinarsi sempre di più.

L’altro siamo noi


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Per loro non ci saranno foto sui giornali che le ritraggono sorridenti, nessuno racconterà la loro storia, nessuno sentirà un fremito nella propria coscienza pensando a quello che è successo.

La legge spietata dell’informazione, o della disinformazione, a scelta di chi legge, decide cosa deve toccare il nostro cuore e cosa no, quali vite sono degne di essere ricordate e piante e quali vanno dimenticate in fretta, gettate via, come una imbarazzante zavorra dell’anima. E’ il redattore capo che decide quali vite sono state degne di essere vissute e ricordate.

Ventisei donne italiane morte avrebbero occupato le prime pagine dei giornali per giorni, conosceremmo tutto di loro: vita, affetti, dolori, quello che hanno fatto nelle ore precedenti la loro tragica scomparsa, i loro sogni, le loro paure. Ventisei donne migranti non fanno nessuna notizia, a parte i commenti scioccati di chi le ha viste, citate in un articoletto in fondo alla cronaca..

E’ l’ennesima tappa di una progressiva assuefazione all’orrore, di una sterilizzazione delle coscienze condotta con scientifica efficienza. Chi non è uguale a noi, chi non è omologato ai nostri riti, chi non veste, non parla, non mangia come noi è diverso, e come tale, non esattamente umano come noi.

Chi è diverso può morire su una nave che lo sta portando verso una terra straniera dove non sarà il benvenuto, o può essere dilaniato in un albergo dalle bombe posate dai terroristi, bombe che pesano meno, perché le vittime non sono europee, nessuno sui social si identificherà con loro, può morire di fame, di sete, in un campo di pomodori stroncato dalla fatica e dal caldo, non importa il modo: a lui può capitare, perché è diverso da noi. In un modo perverso, la sua fine esorcizza le nostre peggiori paure di privilegiati in un mondo di disperati.

Questa è la narrazione eterna e immutabile di ogni migrazione. E’ toccato anche agli italiani, che si spostavano in nord Europa e negli Stati Uniti esattamente come oggi gli africani si spostano verso il nostro paese, che morivano durante il viaggio, stipati all’inverosimile su navi non dissimili dagli odierni barconi, quantomeno per condizioni igieniche, che morivano costruendo ferrovie, strade, ponti, lasciando i polmoni nelle miniere, e non meritavano neanche due righe su un giornale.

Anche allora l’informazione era complice dell’ingiustizia, cassa di risonanza dei pregiudizi e delle menzogne dell’opinione comune. Gli italiani erano Dagoes, una via di mezzo tra i neri e gli esseri umani.

Anche allora, probabilmente, esistevano giornalisti onesti, che cercavano di focalizzare l’attenzione della gente sulla reale entità dei fatti, che sapevano provare pietà ed empatia, che  riconoscevano nelle migliaia di persone che sbarcavano a Ellis  Island un’umanità dolente, umiliata e offesa, oggi come allora, dalla congiuntura economica. Anche allora, come oggi, erano voci nel deserto, inascoltate e ignorate dal fragore del nulla che ci circonda.

Dobbiamo chiederci dove stiamo andando, se una partita di calcio occupa su un quotidiano più spazio di una tragedia,  se la gente preferisce leggere pomposi editoriali sulle molestie sessuali di un Tycoon, piuttosto che dell’ennesima tragedia che non ha colpevoli perché tutti siamo colpevoli.

Dobbiamo chiederci che uomini e donne stiamo diventando, se votiamo sempre meno, ci occupiamo sempre meno di politica, cioè di noi e di chi ci circonda, ma compriamo sempre più smartphone per essere connessi con un mondo che ci costruiamo a nostra immagine e somiglianza, un mondo seduttivo e sorridente, senza donne che muoiono su barche di disperati, senza persone dilaniate in un hotel africano, anzi senza Africa e Asia, senza poveri, un mondo di persone uguali, con uguali vizi e virtù, che vestono, pensano, parlano, allo stesso modo e sognano gli stessi sogni.

E’ il mondo 2.0  che ognuno ha a portata di mano, un mondo dove l’altro esiste solo in quanto immagine riflessa in uno specchio. Un mondo dove si possono riempire pagine di accurate descrizioni degli approcci sessuali adolescenziali di un produttore cinematografico e sorvolare con poche righe sul patteggiamento chiesto da un gruppo di manager e uomini d’affari genovesi che incontravano e abusavano di ragazzini minorenni in una villa del centro, in cambio dello smartphone, oggetto del desiderio da barattare con la propria innocenza.

E’ il mondo 2.0, dove un ministro che ha stretto uno scellerato patto  col paese da cui i  migranti partono per lasciarli morire lì, dopo una campagna stampa che ha demonizzato con tempestività quantomeno sospetta le Ong, salvo poi lasciar cadere la notizia nel dimenticatoio, passa per un esponente di primo piano di questo governo, uno che almeno ha cercato e trovato una soluzione. Peccato per quelle 26 donne morte che dimostrano che, forse, la soluzione non è quella giusta.

E’ il mondo 2.0, evocato da uno storytelling politico accattivante, che dipinge un quadro di famiglie sorridenti che vanno a prendere felici i figli preadolescenti a scuola o lasciano l’incombenza ai nonni, altrettanto sorridenti, sorvolando su famiglie straniere con un solo genitore che lavora dalla mattina alla sera, o famiglie con genitori divorziati, o licenziati, o depressi, tutto questo non può trovare posto nello storytelling, rovinerebbe il quadro e la colonna sonora. Nel mondo 2.0  c’è lavoro per tutti e quelli che lo perdono pagano il loro tributo alle magnifiche sorti e progressive.

Dobbiamo interrogarci su tutto questo e decidere se il mondo che vogliamo è fatto di navi che portano cadaveri e si arenano sui deserti della nostra indifferenza o se vogliamo proporre una nuova idea di mondo, una narrazione reale e viva, in cui siamo protagonisti e non maschere, in cui l’altro siamo noi, perché ogni essere umano è noi.