Dei due DiDi, di marce dei colletti bianchi e della libertà di stampa.


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Essendo il parto di un comico annoiato, i Cinque Stelle, inevitabilmente, non possono esulare dal ridicolo. Non si capisce, altrimenti, la riabbia livorosa dei due DiDi dopo la sentenza che ha assolto Virginia Raggi.

Di cosa accusano i giornalisti della parte avversa i due autorevoli esponenti di un movimento politico che appare sempre più allo sbando?

Non certo di essere bugiardi come Marco Travaglio, il cantore delle loro gesta condannato per diffamazione nei riguardi del padre di Renzi. Perché, tolti i  titoli maschilisti e volgari dei brogliacci di destra, quindi vicini al loro alleato di governo, gli altri, i giornali vicini alla sinistra, hanno scritto il vero.

Virginia Raggi non è stata assolta per non aver commesso il fatto ma perché l’ha commesso e non costituisce reato. Sentenza bizantina e un po’ sospetta, per chi non mastica i codici, ma tant’è se vi pare, la legge ha parlato e va rispettata. Ciò detto,  chi ha accusato la Raggi dei fatti addebitati, al contrario del bugiardo Travaglio, non ha diffamato nessuno.

Sembra di rivivere i giorni seguenti alla presunta assoluzione di Andreotti , che assoluzione non fu, perché venne accertato che aveva avuto rapporti con la mafia ma i reati erano stati prescritti. Ovviamente, nel caso del sindaco di Roma, si tratta di fatti meno gravi, di una ineleganza, una caduta di stile o, se volete, di un peccato minore rispetto ai peccati ben più gravi di cui si macchiano i nostri amministratori locali, diverso insomma dal fare affari con la ‘ndrangheta,tanto per restare all’attualità.

La reazione dissennata, triviale e fuori luogo dei due DiDi è l’ennesima prova dell’incapacità congenita di comprendere cos’è la politica da parte del Movimento, incapacità ampiamente dimostrata dal fatto che a dirigere questo governo, ormai, è il solo Salvini, fino a ieri solo un brutto comprimario della nostra politica, oggi una pessima parodia dell’uomo forte. E’ anche, naturalmente, la reazione isterica di chi l’ha scampata bella e può continuare, ancora per un po’, a fare finta che vada tutto bene.

Mi ha inoltre particolarmente disturbato il termine “puttane” usato dai due Abbot e Costello nostrani: le puttane svolgono un lavoro triste e antico quanto il mondo perché uomini per bene le disprezzano pubblicamente di giorno e vi si accompagnano in segreto. “Clienti” sarebbe stata imprecazione più adeguata anzi, perché no, “Clientes”, tanto per smentire chi li taccia di ignoranza. Ma viviamo in una società maschilista, come ben sanno gli esponenti di un esecutivo che si appresta a votare il decreto Pillon.

Non che la stampa nostrana brilli per onestà ed equilibrio, asservita com’è da una parte e dall’altra alle logiche editoriali. L’epoca dei grandi giornalisti sembra finita, tuttavia, chi canta fuori dal coro è sempre gradito, offre un punto di vista diverso, dà la possibilità di riflettere e rivedere, a volte, le proprie posizioni, tutte cose sgradite ai due DiDi. Salvini, furbo e scafato, ha avuto una reazione molto più misurata, nonostante pregustasse già, se fosse arrivata una condanna, l’ennesimo Sacco di Roma.

Se è questa la novità della politica italiana, un giustizialismo di facciata, il turpiloquio per zittire il dissenso, la tentazione di una voce unica e di un unico pensiero, direi che di nuovo ha veramente poco e che quando la gente finalmente si accorgerà che non solo il re è nudo ma è anche idiota, saranno guai.

Una piccola riflessione: personalmente, non sono entusiasta dell’adunata dei trentamila a Torino,  sono sempre stato no Tav anche perché amo molto quei luoghi e considero la ferrovia un’opera inutile e un inutile scempio ambientale, mi ricorda la marcia dei colletti bianchi che, sempre a Torino, produsse una sconfitta storica del sindacato che portò alla stagione del terrorismo. In un paese diviso, avvelenato da liti continue, sempre più partigiano e sempre più incapace di considerare le ragioni dell’altro, la libertà di stampa è un bene imprescindibile, un diritto di tutti, anche di chi oggi sui social plaude ai due DiDI, invitandoli a chiudere la bocca al nemico. A parte che nell’era di Internet è impossibile mettere a tacere il dissenso, i Cinque Stelle dovrebbero fare un monumento ai giornali di sinistra che li hanno creati dal nulla, continuando anche adesso a descriverli come se fossero qualcosa.

Mi permetto per concludere,di dare ai due DiDi un consiglio: comprate un mazzo di rose e distribuitelo alle poveracce che si vendono per vivere nelle strade di Roma: perché oltre al buon senso e al decoro, avete offeso loro.

Prove tecniche di speculare idiozia


Solo nel paese dei cachi può accadere che il partito al governo si scinda, non per visioni diverse di una parte rispetto all’altra ma per pura sete di vendetta.

Solo con questa categoria si può spiegare la mutazione bertinottiana di Bersani, D’Alema e compagni che, per altro, sono i primi responsabili dell’ascesa al potere di Renzi. Sono state infatti le loro politiche devastanti l’humus da cui è nato il renzismo.

Non vedo, nelle polemiche di questi giorni, visioni alternative, proposte operative e realistiche di un cambiamento di rotta, posizioni politiche contrastanti ma solo un tedioso rinfacciarsi a vicenda la responsabilità di una crisi del partito che è responsabilità di tutti, nessuno escluso. Di chi ha gestito il potere nel peggior modo possibile e di chi, quando avrebbe dovuto serrare le fila, ha chinato la testa.

Se lo scopo è quello di sembrare dilettanteschi, incapaci e ottusi come i cinque stelle, così da conquistare una parte del loro elettorato, è stato pienamente raggiunto.

Nel frattempo, pongo una timida domanda: dov’è la sinistra? Dov’è il partito che fu il punto di riferimento delle classi sociali disagiate, che pagò un prezzo altissimo in vite umane nella fase inziale del contrasto alle mafie, quando ancora per lo Stato non esistevano, dove sono il senso dello Stato e la preveggenza di Berlinguer, il rigore di Pertini ?

Cosa è rimasto di chi ha sperato di trasformare questo paese in una democrazia compiuta?

Non ho sentito da nessuna delle parti in causa alcun accenno alla soluzione dei problemi reali del paese: l’assenza di prospettive per i giovani, la modernizzazione della scuola con la risoluzione definitiva delle disuguaglianze strutturali interne ad essa, il divario tra nord e sud, la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione, una gestione umana e sensata dell’immigrazione, che non dia spazio a derive razziste e populiste, la necessità di premiare gli imprenditori che sanno guardare al futuro, lo0 sviluppo delle energie alternative, la messa in sicurezza del territorio, ecc..

Non ho sentito da nessuna delle parti in causa parlare di politica, nel senso proprio del termine che significa interessa per la polis, per la città, per i cittadini. Solo una vuota retorica del fare, una esaltazione futurista del movimento che resta autoreferenziale e priva di applicazioni pratiche. L’eterno amore dei governanti italiani per le operazioni di facciata.

Da uomo di sinistra, vedo fatti a pezzi da questa gente quei valori che facevano parte della mia generazione: cooperazione, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Da uomo di sinistra, mi sento umiliato e offeso.

Possibile che non si riesca a trovare un compromesso, una mediazione, tra il narcisismo patologico di Renzi e  l’arroganza da nobile decaduto di D’Alema? Dividersi dunque, e poi? Consegnare il paese a una destra sempre più fascista o a un partito azienda che ha già manifestato in tutti i modi possibili la propria incapacità a governare, governato da un comico umorale e fascistoide e ossessionato da un’idea assai elastica della legalità, forse nel nome della resilienza? Che fine ha fatto il senso di responsabilità?

Non è più tempo di bandiere rosse, d’accordo, solo chi ama illudersi può credere che quella sinistra tornerà: è stata sconfitta dalla Storia, è passato. Ma, accidenti!, l’alternativa deve essere un berlusconismo all’acqua di rose, un partito neoliberista, anti sindacale e autoritario? E’ davvero questo l’unica strada percorribile? Un giovinastro che cerca il materiale per una prolusione su Wikipedia è quanto di meglio questo partito può produrre?

Io non credo, voglio pensare che ci sia di più e di meglio, ma lo sputtanamento quotidiano di questi giorni è uno spettacolo indecoroso, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro, un valzer di idioti che si sputano addosso e non si rendono conto di farlo alla propria immagine riflessa nello specchio.

L’unico lampo di genio è avere inventato la Raggi, finchè dura…

Uno spartito per tutte le stagioni


Slavoj Zizeck, con il suo tono provocatorio e irridente, afferma nel suo “Dalla parte delle cause perse” che un’ideologia diventa davvero vincente quando, per sconfiggerla, gli avversari assumono modi e temi di quella stessa ideologia.

E’ accaduto in Inghilterra con Blair che ha sostituito la Thatcher portando avanti il suo programma e diventando più thatcheriano di lei, ed è accaduto anche da noi, dove Renzi ha assunto il potere scimmiottando il berlusconismo, fino ad arrivare a emanare leggi che Berlusconi non avrebbe mai osato fare (es. la Buona scuola, il jobs act, ecc.).

Su questa falsariga, sul berlusconismo assunto a canone, spartito buono per tutte le stagioni, si inserisce il ritorno sulla scena politica annunciato ieri da Beppe Grillo. Possiamo osservare, nella messinscena andata in onda a Palermo, alcuni caratteri propri del primo Berlusconi: l’unto del Signore che si propone come salvatore, l’accentramento autoritario del potere, il bagno di folla, ecc.

Nulla di nuovo sotto il sole: il fascismo latente nella mente degli italiani è riuscito a trovare un modo lecito per tornare in auge anche in democrazia: basta rispolverare il mito del demiurgo, dell’uomo forte, che con un paternalismo bonario si carica sulle spalle i problemi del paese per risolverli, e il gioco è fatto: qualche milione di cittadini abbocca sempre.

Che poi Berlusconi sia entrato in politica per evitare bancarotta e galera, che Renzi sia un prodotto del neo yuppismo degli anni duemila, con poche idee, confuse, nessuna cultura politica e pochi scrupoli, che Grillo sia l’espressione del qualunquismo più becero, un raccoglitore di discorsi da autobus, un comico miliardario annoiato che ha trovato un nuovo giocattolo con cui trastullarsi, poco importa: il narcisismo patologico, il delirio di onnipotenza, l’adrenalina del potere sono i veri motori che uniscono questi tre personaggi, che li trasfigurano agli occhi degli altri e portano il consenso.

Il fatto è che l’ideologia berlusconiana, quella sorta di “fascismo soft” che ha governato il paese per vent’anni, è diventato ormai lo spartito da suonare se si vuole arrivare al potere in questo paese e sia Renzi, sia Grillo sono abili esecutori di questa “Sonata per uomo sole e forte”,

L’alternativa a questa situazione che io giudico calamitosa, è che appaia sulla scena una musica nuova, suonata da un ensemble di solisti talentuosi, che non sia la folla di postfascisti che seguì Berlusconi, quella di rassegnati al meno peggio che vota Renzi e quella di adepti a un culto tra il demenziale  e le visioni di Philip K. Dick, che segue Grillo.

Sarà difficilissimo che questo possa accadere in tempi brevi dal momento che negli altri grandi paesi europei la situazione è più o meno la stessa, per non parlare di quella grottesca espansione del reganismo peggiore che è Donald Trump.

Un ensemble così non potrebbe che suonare una musica anarchica e ribelle, come il jazz e gli italiani,si sa, non hanno mai amato il jazz.

Cinque stelle o del piede in due scarpe


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Non si può essere di destra o di sinistra, non si può essere partito di opposizione e partito di fronda, non si può essere orgogliosi della propria chiarezza e ambigui, non si può fare politica senza una linea politica.

Sono queste, in sintesi, le contraddizioni di un “non partito”, o meglio del partito aziendale della premiata ditta Grillo- Casaleggio. Nell’epoca dell’immagine conta l’apparenza e non la sostanza e nell’apparire sulle prime pagine dei giornali i grillini sono abilissimi, qualche volta nel bene, troppo spesso nel male.

Il penoso voltafaccia sulla legge Cirinnà, sdoganato come esempio di coerenza e spirito democratico, è in realtà un escamotage di basso livello per non scontentare le due anime di adepti: quelli fascistoidi e quelli confusionari-sinistroidi. Due anime che non possono convivere nello stesso nido perché le idee, nonostante quello che dicono Renzi e Grillo, non sono merce, non sono flessibili, non sono avariate.

Porgere così la palla a Renzi, che non aveva nessuna voglia di approvare la legge, è atto degno della peggior vecchia politica, una furbata indegna e squallida che non ha giustificazioni. Si dà per altro una mano anche al cardinale Bagnasco, autore di una intollerabile ingerenza negli affari dello Stato, stigmatizzata con maggiore veemenza dal Papa, tramite i vescovi amici, che dal presidente del consiglio.

Tolta la maschera, i Cinque stelle finalmente si mostrano per quello che sono: un partito senza una linea politica,senza un’ideologia, senza una visione coerente, manovrato da due pupari il cui unico obiettivo è il potere, possibilmente assoluto. A conti fatti, perfettamente sovrapponibili al Pd.

Che questa schifosa partita si giochi sulla pelle delle coppie omo ed eterosessuali e sui loro sacrosanti diritti, rende il tutto ancora più grave, più vile, più imperdonabile. Ma questo è il paese dei continui scandali nella sanità, delle mazzette, delle mafie, della corruzione che ci dissangua, delle raccomandazioni, del razzismo dilagante e della inefficienza come sistema: a chi volete che importi dei diritti civili?

Le deliranti parole della Taverna riguardo un complotto per far vincere le elezioni al movimento a Roma per smascherarne l’incapacità, oltre a denunciare la povertà culturale di chi le ha pronunciate, potrebbero dare un’idea a Renzi: non c’è bisogno di combattere il movimento in parlamento, perché affannarsi (poco)? Basta fargli vincere due, tre elezioni locali e mostrare che sotto il vestito non c’è niente.

A fa rabbia è il fatto che l’ipocrita atteggiamento di Renzi sarebbe stato scavalcato, se i cinque stelle avessero fatto quello che dovevano: forse avrebbero perso, nella loro ottica distorta, in coerenza, ma il paese avrebbe guadagnato in civiltà.

Il reddito di cittadinanza non serve a Renzi


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Oggi il premier ha affermato che il reddito di cittadinanza non serve all’Italia, servono posti di lavoro. Meglio avrebbe fatto a dire che il reddito di cittadinanza non serve a Renzi.

Il reddito di dignità infatti, pur essendo meno costoso del taglio della tassa sulla prima casa, è anche meno popolare, viene vissuto dalla gente come una beneficenza gratuita o, peggio, uno stimolo a smettere di cercare lavoro e vivere a spese dello Stato.

Non è così ovviamente ma né Libera, né le altre associazioni che lo stanno promuovendo, né il Movimento Cinque stelle che appoggia la proposta, hanno a disposizione l’informazione televisiva e cartacea, di cui dispone a suo piacimento il capo del governo.

Fino adesso la politica di Renzi è stata caratterizzata da provvedimenti che favoriscono l’imprenditoria privata e la parte più reazionaria della borghesia e indeboliscono il welfare. Vanno letti in questo senso il jobs act, ovvero la cancellazione dello Statuto dei lavoratori, che non ha alcuna relazione con il millantato aumento di posti di lavoro sbandierato dalla televisione, aumento che, se c’è stato, è dovuto al quantitative easing di Draghi e al contemporaneo calo del prezzo del petrolio, sia la Buona scuola, mai nome fu meno adatto, incostituzionale tentativo, con ottime probabilità di riuscita, di fare a pezzi quel che resta ancora in piedi della scuola pubblica; il provvedimento sulla prima casa, che ha effetti modesti per i ceti più bassi, e permette invece un risparmio considerevole di denaro a chi ne ha già molto, senza alcun effetto in termini di rilancio dei consumi.

Di democrazia reale, lotta alla mafia ed eguaglianza sociale, al piccolo principe non importa nulla. E’ un uomo assetato di potere e di consenso e a tale fine bilancia ogni mossa. Non si fa scrupolo di usare qualunque mezzo per assicurarsi i titoli sui giornali: l’intervento strappalacrime sui bambini morti, un inesistente piano di accoglienza italiano, l’attacco ai lavoratori riuniti in una assemblea regolarmente richiesta, l’annuncio che le mafie non controllano ampie parti del nostro territorio. Tutto va bene per il consenso di un minuto, tanto il giorno dopo tutto si dimentica.

Il reddito di cittadinanza è presente in molti paesi europei ma si sa che in Italia l’Europa è una coperta che viene tirata o cacciata via a proprio comodo dal governante di turno. Inoltre è un provvedimento da welfare e questa parola fa venire l’orticaria a Renzi solo a sentirla pronunciare).

La dichiarazione di oggi, demagogica e priva di senso logico (mai in Italia c’è stato lavoro per tutti), come spesso gli accade, è l’ennesima conferma che la tenuta democratica di questo paese è in pericolo, contrariamente a quanto continuano a scrivere i pennivendoli nostrani, bene attenti a non urtare la suscettibilità del padrone di turno.

Sull’importanza del reddito di cittadinanza, su come possa rivelarsi uno strumento fondamentale per togliere potere alle mafie, sulla necessità che lo Stato si faccia garante della dignità dei suoi cittadini, ho già scritto e ancora scriverò, ma le parole pronunciate oggi dal leader non eletto di un governo che non rappresenta nessuno, lasciano poco spazio all’ottimismo.

A pagare, come sempre, sono gli ultimi..

Grandi speranze


 

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Il titolo di un classico di Dickens (il  romanziere per eccellenza, rileggetelo in questi tempi cupi) viene a proposito per descrivere la suddivisione dell’elettorato italiano oggi.

Da un lato, il popolo dei Cinque stelle, sempre più convinti di essere grandi rivoluzionari, incapaci di qualsiasi critica al loro lider maximo, ottusamente convinti di marciare verso le magnifiche e progressive sorti. Sono ragazzi traditi da questo tempo infame, militanti di sinistra che hanno visto il loro sogno di un mondo più giusto ed equo fatto a pezzi mille volte, fricchettoni e residui new age, intellettuali che si illudono di poter guidare a controllare la testa del movimento una volta che abbia preso il potere. Mediamente, tutte brave persone che vogliono cambiare la situazione schifosa in cui ci troviamo, stanche di corruzione e sopraffazione, animate dalle migliori intenzioni. C’è qualche cretino, certo, ma quelli sono trasversali. C’è un giornale, Il Fatto quotidiano, che li spalleggia quotidianamente e, negli ultimi tempi, acriticamente.

L’illusione del movimento è che l’idea totalitarista portata avanti da Grillo rappresenti la terza via, la speranza per un cambiamento radicale del sistema. L’altra illusione è che Grillo rappresenti il nuovo.

Nel comico miliardario non c’è nulla di nuovo. Probabilmente non sono abbastanza comunista da rifiutarmi di leggere De Felice a priori, l’ho fatto e nei toni e nelle parole di Grillo leggo molto, ovviamente mutati mutandis, del primo Mussolini che, a differenza del guitto, non era totalmente digiuno di politica, non si era inventato rivoluzionario ma proveniva dall’apprendistato anarchico e dal socialismo. Radicalizzando, potrei dire che la rabbia degli adepti di Grillo, la vera sorgente vitale del movimento, è la stessa dei tedeschi che dopo Weimar aderirono al partito nazionalsocialista.

Grillo non ha mai affrontato nei suoi discorsi, i problemi reali del paese, i cardini della crisi, semplicemente perché non gli interessano, non sono utili alla sua rincorsa al potere. Ditemi come è possibile in Italia, oggi, non dire una parola contro le mafie, non dire una parola sulla questione meridionale, non presentare un piano  per il rilancio .dell’istruzione. Su questi problemi il comico non lancia strali, si guarda bene dal lanciare insulti contro i boss della ‘ndrangheta e della camorra, sceglie bersagli facili, solletica i razzisti, strizza l’occhio alla destra estrema. Potrei andare oltre ma tanto mi basta perché questo profeta ignorante e scatologico abbia tutto il mio disprezzo, lui, non i suoi adepti, che mi auguro, senza troppe speranze. si sveglino presto dalla letargia in cui sembrano essere caduti.

Grandi speranze sembra avere anche la sinistra, con le sue primarie e i suoi tre candidati. La domanda sorge spontanea: perché?

Renzi è un berlusconide in sedicesimo, negli anni ottanta si chiamavano yuppies, arrampicatori sociali senza idee e senza ideali ma con la faccia tosta e le motivazioni giuste per arrivare in alto, Renzi non ha nessun programma, continua a fare discorsi su nulla, continua a parlare di nulla e i suoi consensi salgono, Un mistero. E’ un uomo senza qualità e quindi perfetto per diventare il nuovo pupazzo dei poteri forti dopo la dipartita del porco di Arcore.

Cuperlo è l’ennesima incarnazione di D’Alema. Raccoglie le mie simpatie di comunista, ma non comprerei una macchina usata da lui e non credo che possa avviare nel partito quella rivoluzione interna, sulla falsariga di quella cominciata da Papa Francesco nella Chiesa, necessaria per tornare a fare del Pd un partito di sinistra che guardi al suo elettorato naturale. Cuperlo è la normalizzazione, un’illusione di ritorno a un passato che è ormai soltanto passato. Cuperlo è D’Alema, l’unico comunista rimasto nel Pd, diventato con il tempo sempre più simile al Grande fratello (quello di Orwell).

Civati, coitus interruptus, propone, dice anche cose sensate e, quando arriva al dunque, resta sempre fedele alla linea. Meno irritante di Renzi, sarebbe la scelta migliore in potenza se solo non arretrasse ogni volta che va fatta un’azione di rottura. A parte l’assenza di attributi, il suo difetto è di essere un altro Franceschini; probabilmente, troppo onesto per il Pd di oggi.

Perché questi tre dovrebbero riportare fiducia a sinistra? Io non so dare risposta e non voterò le primarie che considero una inutile carnevalata. Resto sempre basito di fronte ai vati della sinistra che scrivono su Repubblica e che vogliono farci credere che non solo il re non è nudo, ma veste Armani.

Della destra non parlo, merita un post a parte. Non per rispetto, ma proprio perché non voglio distruggerli in poche righe.

Qualcuno mi ha chiesto, in quadro così desolato, quale sia la direzione da prendere, quale la cosa da fare, rivolgendo la consueta accusa rivolta agli intellettuali: siete bravi a criticare, ma le proposte?

Potrei rispondere che i politici sono lautamente pagati con i miei e i vostri soldi per fare proposte, o citare Graham Greene che afferma che l’intellettuale sotto qualsiasi regime deve essere “contro”, criticare lo status quo per fare si che nessuno si senta tranquillo. Rispondo invece che l’unica cosa da fare è perseguire con feroce coerenza onestà e correttezza, svolgere al meglio il proprio compito e pensare ogni tanto agli altri. Questa sì che sarebbe una rivoluzione.

Anatomia dei cinque stelle


Il Movimento Cinque Stelle, che si autodefinisce l’unico vera opposizione in parlamento, è costituito almeno da tre anime, per quanto si possa vedere dall’esterno.

La prima è una parte consistente ma minoritaria di brave persone, mediamente giovani, mediamente confuse e schifate dall’attuale panorama politico, spesso transfughe da sinistra. Sono I meno graditi al capo, teste pensanti, menti critiche che però, fanno fatica ad accettare la triste verità di aver preso un’altra cantonata, di dover ammettere ancora una volta che la strada intrapresa non porta da nessuna parte. Sono quelli che postano gli scontrini fiscali, che in televisione portano argomentazioni sensate, che credono realmente di poter fare la rivoluzione in un paese incompatibile con qualsiasi rivoluzione. Li rispetto, un pò li invidio per la loro capacità di illudersi ancora,e mi dispiace per quello che proveranno al loro risveglio.

Ci sono poi I freak, gli alternativi, post sessantottini nati troppo tardi, figli della new age, fuori di testa di vario tipo, cannaioli, ecc.ecc. La varia umanità che puoi trovare nei centri sociali, intorno ai grandi concerti rock, nella movida notturna di ogni città italiana. A loro non frega un cazzo della politica, e della rivoluzione, vivono e vivranno sempre in un mondo a parte, deresponsabilizzato, infantile, al di là del bene e del male. Non li rispetto ma non mi danno fastidio, li considero inoffensivi, spesso simpatici, politicamente irrilevanti.

Poi c’è lo zoccolo duro fedele al capo e qui le cose cominciano a cambiare. Sono quelli convinti di essere rivoluzionari a cui nessuno ha spiegato che la rivoluzione è un atto di violenza che non si può consumare davanti allo schermo di un computer o facendo battute in una piazza gremita. Sono quelli che pendono dalle labbra del Capo, che non ammettono deviazioni dalla linea,che scaricano il loro livore da frustrati negli interventi  in Parlamento. Sono acritici, ottusi, ciechi nella loro foia distruttiva, fanatici, incapaci di razionalizzare, sgradevoli. Non solo non li rispetto, li detesto e li considero nemici, alla stregua dei fascisti, dei leghisti e dei neonazisti.,

Usano infatti, istigati dal Capo, il linguaggio tipico dei leghisti prima maniera, sono forcaioli, fanno di tutt’erba un fascio, portano avanti tesi inconsistenti come fossero verità rivelate, non ammettono discussioni e critiche, disprezzano chiuunque non la pensi come loro. A casa mia questo si chiama fascismo e duole ammettere che una parte maggioritaria del Movimento porta avanti tesi e usa un linguaggio tipicamente fascisti.

Non è forse fascismo la scelta autarchica, l’uscita dall’Europa,. l’andare avanti da soli contro tutto e contro tutti? Non è forse fascismo il disprezzo per gli intellettuali, anche per quelli amici, come Flores d’Arcais o Rodotà, che nel momento in cui hanno svolto il loro compito, far funzionare il cervello, sono incorsi negli isterici strali del Capo?

Non è forse fascismo demonizzare l’avversario, offenderlo, insultarlo, mettere in discussione continuamenbte le regole della democrazia? Non è fascismo espellere dalle proprie file chi la pensa diversamente, minacciarlo di morte, insultarlo? Non è fascismo considerare lo ius soli un problema irrilevante, stringere la mano ai neonazisti e non degnarsi di commentare in modo umano, lasciando per un momento da parte la politica, l’immane tragedia di due giorni fa?

La rivoluzione comporta lacrime e sangue, nasce dal basso e non ha mai portato nulla di buono. La rivoluzione guidata da un miliardario furbo e carismatico, la cui visione politica va poco oltre l’iconosclastia e il turpiloquio, è un controsenso, un ossimoro, la figlia dell’azzeramento dello spirito critico.

Il consenso dei cinque stelle è destinato, per fortuna, a dissolversi: lo testimonia il livore con cui  Andrea Scansi e Marco Travaglio, vicini al movimento, hanno commentato la fiducia al governo. Loro, che un cervello ce l’hanno, sanno che quel voto ha rassicurato la maggior parte degli italiani, anche  quelli che, in preda alla rabbia, avevano dato il loro voto a Grillo, per vederlo sprecato in tutte le occasioni in cui avrebbe potuto avere un senso.

Il problema è che quando il movimento si sarà sgonfiato, il Capo tornerà a fare il comico o a godersi I suoi miliardi mentre ci ritroveremo milioni di giovani ancora più frustrati, incazzati e delusi di prima, ancora più disperati. L’irresponsabilità del Capo, che continua a blaterare di rivoluzioni impossibili insieme al suo lungocrinito consigliere, diventerà in questo caso colpevole, colpevole di aver illuso, istigato, colpevole di essere stato l’ennesimo cattivo maestro di cui non si sentiva la mancanza.

L’erba cattiva prospera col tempo,specie se il terreno è fertile e viene lasciato incolto. L’erba di Grillo si sta dimostrando pessima quanto quella di Berlusconi, per motivi diversi, forse, ma non meno pericolosa e non meno gravida di pericoli per la democrazia.

Personalmente provo schifo per questo governo, ne considero responsabile l’assoluta inettitudine della sinistra, non amo Letta e la destra mi ripugna, ma mi ripugna allo stesso modo il livore cieco di Grillo, il suo costante e continuo parlare di niente, la violenza sempre presente nelle sue parole, la sua ottusa incapacità di capire che continuando ad istigare all’incendio di Roma, prima o poi qualcuno la brucerà.

Basta rileggere la nostra storia recente e non, per capire che quella strada non solo porta in un vicolo cieco, ma risulterà devastante per il paese.

Ma rileggere la storia, si sa, è diventato un esercizio per intellettuali, quindi da aborrire e disprezzare. Anche Adolf Hitler la pensava così.